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lunedì 7 settembre 2015

La morte della Sposa

Cosa mi prende?

Eppure anch’io ho incontrato la Sposa del Deserto, in una sera di velluto che addolciva il bianco dei suoi marmi e li volgeva in rosa e in sogno. Fu tanto tempo fa: la vita, gli occhi, il cuore, tutto era proteso alle mille notti che adesso ho consumato senza goderne, e me ne rimane soltanto una, e quanto fonda, e quanto fitta, e come interminabile.
Il mio Maestro possedeva una macchina fotografica che già allora era antiquata – forse una vecchia Hasselblad medio formato – e durante i viaggi faceva con essa un ritratto 6x6 a ciascuno dei viaggiatori: nel mio caso la fotografia è stata scattata a Palmyra, mentre guardo, oltre una rovina di cinta muraria, lo splendore di un cielo luminoso e barocco. Quel giorno il Maestro aveva l’età che ora pesa su di me.
Anch’io ho amato Palmyra, la Sposa del Deserto, che ruba il cuore ad ognuno che la guarda, anche per pochi istanti. E allora che cos’è che mi prende?

Perché questo mio cuore, allora giovane, non si stringe adesso che è vecchio all’udire e al vedere i templi sventrati, le mura divelte, i decori sfregiati. Beninteso, un po’ di indignazione è di rigore: e certo mi addoloro quando leggo di lei, e di cosa le sta capitando. Ma perché qualcosa dentro subisce il fascino dei devastatori e si allea immediatamente con la cupa, la spaventosa armata che distrugge la Sposa nel nome di Colui che abita il Deserto?

Zenobia, il dattero più profumato e saporito che la Palma ha donato alla storia, Zenobia la Regina Guerriera che si inventò un regno sterminato, e conquistò l’Arabia, e conquistò l’Egitto, e conquistò la Palestina, e a nord la Cappadocia fin quasi al Bosforo, e conquistò tutto il vicino Oriente sottraendolo ai Romani e proclamandosi sua Imperatrice e discendente di Cleopatra, Zenobia che poi perse tutto, e che fuggì da Palmyra in sella al suo dromedario più veloce – proprio come in una fiaba – ma venne catturata sulle rive del grande fiume Eufrate, Zenobia forse ora non troverà il suo Tempio ove venerare Baal, Yahribol, Aglibol – che poi sono il Sole e la Luna – e Bel, e Nemesis, e Malakbel, e Arsu, e Abgal, e Astarte (che poi è Afrodite ed è la Stella del Mattino). Com’è che non ne sento il grido? Com’è che non sento il fremito delle migliaia e migliaia di invisibili anime di coloro che hanno costruito, abitato, inghirlandato di marmi, di statue, di rilievi Palmyra: l’oasi incantata nel cuore della Siria, posta sulle strade di sabbia e di vento che da Roma giungevano all’India, e più in là alla Cina, e più in là all’Oriente favoloso, dove, in un palazzo bianco fiorito di fontane, siede, sul trono di Agartha, il Re del Mondo?

E’ che da molto tempo ormai quelle anime hanno lasciato Palmyra. Si aggirano meste tra le petrose dune solitarie, poggiano i loro piedi lievi sui sentieri disertati. Più probabile che le si trovi nella confusione polverosa delle tende dei Bedu; più verosimile che se ne stiano fra le lamiere ondulate di una locanda dove, alla luce di una lampada a gas, vengono poste davanti al commensale qualche ciotolina di maze e un piatto di yabraq; più facile sentirne la presenza nella bottega del villaggio, piena di fumo, di buio e di grasso e di motociclette da riparare, stanche e rotte di sabbia e di sassi.

Fatto è che le anime vive hanno in orrore le anime morte, quelle che arrivavano dentro grandi pullman, dentro equipaggiamenti tecnici, traspiranti, colorati, dentro corpi bianchi e molli cosparsi di creme resistenti al sole (che poi è Yahribol) e di creme repellenti gli insetti. Non sopportano i loro sguardi vuoti dietro gli occhiali da sole e dietro i mirini o gli schermi delle macchine fotografiche. I passi pesanti delle anime morte consumavano le pietre di Palmyra più degli zoccoli dei cavalieri di Ardashir il Sassanide. Qualche ragazzo dagli occhi neri e dalla faccia triste, giunto da chissadove, vendeva loro kaffyeh, cartoline dai colori smorti, bevande fredde e cammellini di legno. Le anime morte compulsavano guide intitolate a un pianeta niente affatto solitario, poi smettevano perché c’era troppo sole (che poi è Yahribol), perché avevano sete, perché avevano caldo. Stufe assai presto delle spiegazioni della guida, risalivano nei grandi pullman con il condizionatore spinto a tutta forza, bevevano acqua e sali minerali in bottigliette dal gusto effervescente e dolciastro, e tornavano al Grande Hotel & Spa. Il Grande Hotel & Spa: che ha la facciata che imita il tempio di Baal e dove si serve la cena sotto una finta tenda beduina, che ha 64 camere,e 6 Royal suites, e una iperlussuosa Presidential suite, che ha un hammam e una sauna e un luogo per i massaggi, che ha una superba piscina che drena quasi tutta l’acqua dell’oasi, togliendola alle palme e alle anime vive. Facevano il bagno, bevevano il vino che viene dalla valle di Oronte, e guardavano la luna (che poi è Aglibol) crogiolandosi nel loro oriente confortevole eppur così romantico. Sotto la finta tenda beduina, infatti, un suonatore in costume traeva dal suo oud accordi pieni di sentimento.

Così che un giorno Palmyra decise di scomparire e di rifugiarsi nella memoria di Dio, dove tutta la bellezza è custodita dagli angeli e preservata intatta fino a un nuovo Satya Yuga. Avrebbe potuto andarsene così, levandosi prima dell’alba all’insaputa di tutti e dileguandosi silenziosamente nello stellato: al mattino gli occhi assonnati del portiere di notte del Grande Hotel & Spa avrebbero visto spazi vuoti al posto del Tempio di Bel, della via colonnata, del santuario di Nabu, della cinta di mura, del teatro, della necropoli. Ma le anime di Palmyra, piene di compassione, hanno scelto la via del dolore, del martirio, della testimonianza: e dal deserto hanno convocato un’armata terribile e implacabile. I guerrieri dalle lunghe barbe hanno la pelle e gli abiti del colore della sabbia del deserto, innalzano vessilli neri con iscritta la professione di fede che inizia con una negazione (non c’è altro dio se non Id-dio, non c’è altro, non c’è altro), odiano ogni forma nel nome di Colui che non ha forma. Come stracci portati via dal vento, le anime morte vestite di colori sono scomparse. Rimasto solo, il vero amante della Sposa, che non l’ha mai abbandonata, colui che ne sapeva ogni pietra, ogni odore, ogni trascolorare di ore e di stagioni, Khaled (bisogna pure se ne dica il nome, perché significa eterno, perché significa immortale) ha offerto la gola alle lame dei soldati. Uscita che fu l’anima dal corpo, Zenobia stessa la accolse nella radunata delle anime vive. Al sicuro, per ora al sicuro nelle loro città, le anime morte subito hanno innalzato a Khaled lapidi di carta e di pixel, i giornali di tutto il mondo lo han celebrato, sulle televisioni e sui monitor è stata mostrata la sua fotografia, il suo volto mite, la sua stempiatura grigia, i suoi grandi occhiali fuori moda. Le anime morte ci sanno fare con le parole. Ma le anime morte, più di tutto, e proprio perché già morte, hanno paura della morte: e non una di loro è rimasta a Palmyra, non una di loro ha combattuto per lei. Sono pronti altri mille facili Orienti per soddisfarle.

Ora Palmyra vuol morire, e offre il suo corpo bellissimo ai barbuti guerrieri, alle loro piccozze, agli scalpelli, alle bombe. Cadono una a una le colonne che il tramonto inrosava, crollano le celle segrete dove i sacerdoti compivano il culto solenne della Corte degli astri. In immenso, muto, costernato, invisibile anfiteatro, le anime vive chinano il capo come di fronte a ciò che è atroce e necessario. Mentre i satelliti, a milioni di metri dalla superficie terrestre, fotografano grigie spianate al posto di monumenti, mentre i sordidi mercanti d’arte, nei retrobottega delle gallerie di Londra o di Parigi, quotano milioni di euro i poveri frammenti della carne di lei, muore Palmyra per la mano - orrenda, ma almeno non ipocrita - di chi dichiara esplicitamente di volerla uccidere, di chi non teme di attirare su di sé la collera del mondo cosiddetto civile, di chi sente la sua visibile bellezza come un supremo insulto all’Invisibile. Muore così, violentata ma non banalizzata.


Una leggenda, di quelle che sono più vere del vero, vuole che Zanobi, santo vescovo all’origine della Firenze cristiana, discendesse proprio dalla regina Zenobia. Spiritualmente, dunque, i fiorentini sono tutti figli di Palmyra. Sarà per questo che – visto che l’uomo è l’immagine del mondo e il mondo l'immagine dell'uomo, in un divino gioco di rispecchiamenti – sento dentro di me arrivare i soldati di sabbia e di sangue. Vengano dunque, vengano e distruggano. Devastino le architetture della memoria, sventrino i santuari dove si servono dèi troppo vecchi e stanchi, spezzino le statue dei re, delle regine, delle madri e dei padri e dei saggi, confondano l’ordine delle vie colonnate della mente, e soprattutto polverizzino col tritolo il teatro dove recitano i miei personaggi. Vengono, vengono, ecco sull’orizzonte dell’anima la polvere alzata dai loro cavalli.



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