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sabato 30 gennaio 2016

Aniconostasi. Storia di cartongesso e di sguardi divini.

Detesto l’indignazione. E’ un sentimento che io non conosco, e che negli altri mi irrita. Presuppone forse l’avere una dignità da difendere, e io non credo di disporne: ma anche negli indignati – mi si perdoni – questa è spesso presunta, auto conferita, se-dicente, se-urlante.
Detesto l’indignazione: quanto più è collettiva, condivisa, più la detesto. Mi indigna l’indignazione.

Ora, in questi giorni un’indignazione sta mettendo d’accordo tutti: dal Manifesto al Foglio, dai Radicali ai Fratelli d’Italia, e in mezzo tutto il benpensare, il benstampare, il benpostare, il benparlare,  il bentwittare, il bengridare. Hanno coperto con grigi pannelli di cartongesso le statue nude del Museo Capitolino in occasione della visita del Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran Hassan Rohani. I mondi reali e virtuali sogghignano, e in Italia si scarica il barile, ci si libera della patata bollente, si scarta la Peppa tencia, si passa l’uomo nero: Il Presidente del Consiglio, il Ministro dei Beni Culturali, i responsabili del protocollo italiani e iraniani; si smarca con eleganza lo stesso Rohani. Cadrà alla fine una testa di chissà chi, ecco che cade, è già caduta, a soddisfazione di coloro che hanno visto in questo gesto un inizio di soumission, di coloro che hanno subodorato il subordinare la cultura agli affari, di coloro che comunque così non si fa, che sourtout pas trop de zéle.

Chissà cosa rappresenta per voi l’Iran, la favolosa Persia. A me viene in mente una scaturigine di luce, uno sprigionarsi di vita e di avventure umane. Sospetto che quasi tutto quel che sono venga da lì, con lo spargersi nel mondo degli arii, i nomadi guerrieri bianchi recanti nell’anima l’idea del Sacrificio, del Sole, del Fuoco. Non perdonerò mai a un caro amico di avere visitato l’Iran prima e senza di me; gli perdono invece, perché mi portò tanti bei racconti, compreso quello della sua interiore adesione al Mazdeismo, che lo conquistò – mentre il sole gli faceva fiammeggiare attorno l’aria - ai piedi delle Torri del Silenzio: dove i corpi dei fedeli venivano esposti al cielo e agli avvoltoi, non potendo gettare la morte nel Fuoco, che è vita e purezza. Questo è l’Iran: una sorgente da cui in tempi immemorabili, sotto un cielo limpido e astratto, è sgorgata la goccia che sono.

Aryamehr, Luce degli Ariani, era uno dei titoli di cui si fregiava il Re di Persia, shah an shah, il Re dei Re. Contro di lui si levò il Segno di Dio (Ayat Allah) Ruhollāh Mostafāvī Mōsavī Khomeynī, il terribile, e terribile era: ma il popolo seguì quel segno. Fu la grande Rivoluzione iraniana. Qui da noi accadeva un’altra rivoluzione, fatta di giovinezza, di languidi sogni, di rovesciamento di regole, di fantasia al potere, di libero amore, di esilio delle verità, anche se non mancarono certo il piombo e la morte. Ma in Iran il vecchio imam dagli occhi incredibili divenne voce di un dio giovane e sanguigno che, da lui evocato, piombò sulla Persia, fece impazzire le menti e incendiò i cuori. Si lasciò dietro una lunga scia di sangue: le anime belle e bellissime possono anche protestare, ma questo accade sempre quando le giovani divinità si scaraventano nel mondo degli uomini. Chiedetelo al cananeo, quando si vide venire contro l’Arca dell’Alleanza circondata dall’ululato degli shofarim. Chiedetelo al sassone, quando vide levarsi la spada lampeggiante e cristiana di Carlo il franco. Beninteso, il dio, di queste cose, non sa nulla: cosa vuoi che conti una vita umana per colui che gioca con le galassie. Lui è come un puledro, fresco di sudore sui muscoli guizzanti, al galoppo nei prati: non si cura certo dell’insetto che finisce calpestato sotto i suoi zoccoli. Gli dicessero: “Sei malvagio!” si stupirebbe, morte e vita per lui pari son, come piacere e dolore, luce e tenebra, bene e male: sono i passi della sua danza. Ma ciò che è ilare e giocondo per il dio si muta in tetra follia nell’uomo: il vecchio imam tradusse con parole morte un vortice di vita, trasformò in leggi costrittive e spietate un richiamo di libertà. E tuttavia la folla follemente amò il feroce mediatore: quando morì tale fu l’impeto della devozione che la bara cadde cinque volte, tante quanti sono i tempi della preghiera, e altrettante volte fu sbalzato cadavere dalla bara lui, che la sua gente non voleva lasciare involarsi nel firdaws.

Fatto è che da quei giorni, in Persia, cessò di sfolgorare più il Sole degli arii, ma scintillò la lama lunare del Profeta e del giovane dio, Il-Dio.

Nel frattempo – e da tanto tempo – i nostri vecchi dèi già prendevano congedo. E fra loro metto anche il Dio-Uomo, il Cristo, che veniva chiamato dai poeti “la troppo umana favola”.  HaShem se ne era andato da un bel pezzo. Come gli elfi di Tolkien, essi passavano il mare occidentale, silenziosi, sorridenti appena, malinconici forse, per andare dove non-si-sa. Lasciarono una terra disseminata di immagini, di architetture, di canti a loro dedicati, commoventi e bellissimi. Lasciarono una civiltà ben compaginata, come si produce quando gli dèi incanutiscono e ingentiliscono. Lasciarono una multicolore tavolozza di valori. Lasciarono talmente tanti doni che noi non ci accorgemmo che loro – i donatori – se ne erano ormai andati. Non credemmo più. Anche quelli che credevano, non cedettero, e quelli che oggi credono, non credono in effetti: tutto fu e rimane solo storytelling. Jean Paul il sognatore ci narrò in gotico romantico di come il Cristo stesso, dopo aver errato per i cieli e visitato tutti i mondi, dichiarò gli uomini costitutivamente orfani, che non c’era alcun Padre, che la sete di infinito non sarebbe mai stata saziata. E la morte di Dio ce l’annunciò proprio l’iranico Zoroastro, Zarathustra, per il tramite del tragico pensatore teutone che lo incontrò sul lago di Silvaplana. Ah, è rimasta certo la bontà, la saggezza, la giustizia. E’ così sempre: quando il dio Nilo è vivo, collerico, giovane e presente, egli distrugge le case, devasta i campi, annega gli uomini; ma quando, stanco, si ritira nel suo letto lascia una terra nera e fertile, pronta ad essere coltivata. E questa terra fragrante di valori noi la coltivammo, seppure – ingegnosi– ci inventammo utensili e aratri meccanici che la sfruttarono fino a violarla forse, tanto da farci pensare che forse la tecnica ci stava prendendo la mano e ci interrogammo (ci interroghiamo) sul da farsi. Essendo il cielo vuoto, però, non sappiamo a chi chiedere, e ci arrangiamo da soli. Facciamo del nostro meglio. Fuori the night is dark and full of terrors e noi due orfani ci stringiamo nel letto e facciamo ipotesi sui misteriosi rumori («Io sento rodere, appena... » «Sarà forse un tarlo... » «Fratello, l'hai sentito ora un lamento lungo, nel buio?» «Sarà forse un cane... » «C'è gente all'uscio... » «Sarà forse il vento... »); rimpiangiamo la luce rassicurante della stanza materna, anche se «noi siamo ora più buoni... » «ora che non c'è più chi si compiace di noi... » «che non c'è più chi ci perdoni». Scriviamo la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, proteggiamo le minoranze, istituiamo il welfare, la sanità malgrado tutto è buona e l’attesa di vita aumenta. Ma il rodere interiore che sentiamo, sarà forse un tarlo?, noi non lo sappiamo. Non lo sapremo più. E comunque meglio stare in pace, non essendoci più chi possa perdonarci.

Ci piace, e ci consola, la bellezza. Ascoltiamo i Vespri della Beata Vergine di Monteverdi sulle poltrone rosso-vellutate dei teatri, ammirandone la polifonia arditissima, le acrobazie vocali dei sette solisti, ma non pensando certo alla Beata Vergine. Ci delizia la raccolta, languida e tonica assieme, rotondità delle forme della Venere Capitolina di Prassitele, ma non offriamo libagioni alla terribile dea, né certo fremiamo di indignazione nello spirito alla vista dell’idolo, come san Paolo in Atene, tantomeno lo sfidiamo ordalicamente come avrebbe fatto il profeta Elia.

La Venere Capitolina, appunto. Avevo cominciato con l’indignazione. Dunque: uno dei successori dell’imam terribile arriva a Roma in visita ufficiale, accolto dal Papa in una sala bellissima piena di affreschi di nudo, poi dalle Autorità civili. Tra i mille modi possibili per evitare imbarazzi all’ospite – che, a torto o a ragione, ma probabilmente a torto, qualcuno ritenne insofferente all’esibizione della nudità dei corpi umani - lo si fa transitare in corridoi piene di statue nude. Chissà chi ha deciso di impedirne la vista all’ospite con dei pannelli grigi. Non si sa. E’ come se si fossero materializzati da soli a miracol velare. Le vesti si stracciano – senza però arrivare alla nudità – e tutti gridano alla piaggeria, allo scandalo, al ridicolo, alla fobia del corpo e ai valori supremi dell’Occidente, svenduti per un pugno di contratti con l’Iran disincagliato, disincanaglito da Obama.

Io vedo in questo avvenimento un gioco d’eros e di cortesia divino, e forse quei pannelli davanti alla Venere li ha piazzati davvero l’anima di Prassitele, inviata allo scopo da Afrodite tessitrice di inganni. Perché noi siamo la gente del tramonto, die Aberland (spenglerianamente) untergeht, e spinti da pulsioni faustiane cambiamo il mondo con frenesia: ma sono gli spasmi disarmonici del moribondo. Cosa abbiamo a che fare, noi, con quell’Occidente che scolpì la Venere? Nulla di più che l’aver calcato la medesima parte del pianeta. Ho la sventura di essere nato e di aver vissuto in una città d’arte, soprattutto rinascimentale. Davanti alla Galleria dell’Accademia, dove è custodito il David di Michelangelo, lì, in via Ricasoli – quella che va da san Marco al Duomo – le bancarelle vendono ai turisti grembiuli da cucina, spillette, cartoline e altri gadget, tutti col pisello della statua in brutta vista, diventato ben più del giglio il logo lubrico della città, e effettivamente sua perfetta e completa espressione. Questa è dunque la qualità del nostro sguardo, l’esito grottesco della nostra civiltà. E quindi trovo assolutamente spiegabile che, avvicinandosi il rappresentante del Padre senza-forma e anti-forma, la dea abbia voluto coprirsi. Svillaneggiata in mille modi, percorsa da sguardi indifferenti alla sua natura divina, Afrodite di certo non si coprirebbe più per il turista o per il politico. Ma non appena ha sentito approssimarsi uno sguardo vero (ostile, certo, ma vero e capace di riconoscerla, come san Paolo, come Elia) ha sentito il bisogno di proteggersi: come una prostituta nuda, esposta sempre allo sguardo bavoso della marmaglia, che però arrossirebbe, afferrerebbe i suoi stracci e si rivestirebbe se d’improvviso, inaspettatamente, il cliente le confessasse di amarla. In questo senso il suo coprirsi è anche un appello: a noi, che ogni giorno la vediamo senza vederla; un appello senza speranza alla qualità di sguardo che non possederemo più.


Ecco dunque apparire l’aniconostasi di cartongesso. Come – nelle chiese orientali – un pannello cosparso di icone (quindi di forme divine) protegge l’indescrivibile, l’ineffabile, l’incircoscrivibile, l’inosservabile, l’irrappresentabile dagli sguardi che presumerebbero di contenerlo, così - in questo caso - una superficie totalmente aniconica vela di senza-forma la forma bellissima di Lei agli occhi del Padre solo spirito e odiatore di forme. Se fossimo degni di custodirla, l’Afrodite di Prassitele, ce lo lasceremmo, quel pannello, e entreremmo nel santuario della dea solo dopo esserci preparati e purificati. Ma siamo solo dei nani lussuriosi. Per questo un giorno, stanca di questi sguardi, la dea chiamerà dall’Alba un portatore ancor più terribile e rude di follia paterna: a lui chinerà docilmente il suo marmoreo collo di cigno, e si lascerà fare a pezzi. In ognuno di questi frammenti, forse, ci riconosceremo.


lunedì 18 gennaio 2016

Pesci in faccia. Note sulla Settimana per l'Unità dei Cristiani

Venuto da molto lontano
a convertire bestie e gente
non si può dire non sia servito a niente
perché prese la terra per mano
vestito di sabbia e di bianco
alcuni lo dissero santo
per altri ebbe meno virtù…

Nel Concilio di Gerusalemme 0 (Lc 24), tenutosi nel Cenacolo e presieduto dal Cristo risorto medesimo, con gli Undici e altri padri o madri conciliari (vi si trovavano infatti congregatos undecim et eos qui cum ipsis erant) il problema dell’unità dei cristiani non era all’ordine del giorno. Non che non ci fossero discussioni, anzi: dum haec autem loquuntur, mentre parlavano, è scritto: e l’argomento pare fosse la sparizione di Gesù nei pressi di Emmaus. Non che non vi fossero dubbi, anzi: apparso il Cristo in mezzo a loro (non si capisce come ma certo non sembra che sia entrato dalla porta) conturbati vero et conterriti existimabant se spiritum videre, quindi ragionavano, e il paradosso era che la spiegazione parapsicologica della loro esperienza sembrava quella più convincente, essendone l’alternativa una vertigine senza fine. Il Cristo li libera dai dubbi spiritici in modo piuttosto terra-terra, mostrando i piedi e le mani (palpate et videte, quia spiritus carnem et ossa non habet, sicut me videtis habere e a me questo palpate et videte piace molto), poi si fa portare una porzione di pesce arrostito, apparentemente il cibo prediletto dal Risorto, tanto che se lo prepara anche da solo sulla riva del lago in Gv 21,9. C’erano discussioni e c’erano dubbi, come in tutti i Concili che si rispettano, ma di unità dei cristiani non si parlò, così come non si parlò di divisione, visto che non risultano agli atti delle proposizioni solennemente condannate, anatemizzate, tacciate di eresia.

A me l’unità/uniformità dei cristiani – lo dico - non piacerebbe: e, almeno per una volta, credo che la storia andrà d’accordo con la mia preferenza mantenendoli disuniti: certamente fino alla fine della mia vita, ma sperabilmente anche fino alla fine del mondo.

E così il Rabbi girava per le strade di Palestina, trascinando l’ombra cruciforme del proprio mistero. Sapeva di sé, non sapeva di sé, intrasapeva probabilmente, comunque chiedeva agli altri chi fosse, e non credo fosse soltanto un espediente per estorcere da tali altri confessioni di fede (vos autem quem me esse dicitis? Mt 16,15 e //). Era un’anfibolia errante. La gente lo guardava, lo ascoltava, ne era intimorita, affascinata, talora guarita, alcuni lo seguivano. Formulavano delle ipotesi a suo riguardo. Da quella familiar-castrante: “Ma sì, lo conosciamo benissimo quello lì” degli abitanti di Nazareth (nonne hic est fabri filius? nonne mater eius dicitur Maria, et fratres eius Iacobus et Ioseph et Simon et Iudas? Mt 13) a quella solenne e densissima “Oddio tu sei proprio quello lì” (tu es Christus Filius Dei vivi! Mt 16) – che a ben vedere sono due forme di conoscenza dagli esiti opposti, perché non sempre sapere è un vantaggio – tutte le ipotesi sono state proposte. A ognuno egli riservò uno sguardo, una parola, un gesto. Chi ebbe il suo rimproverò e si sentì chiamare sepolcro imbiancato o vipera; chi fu afferrato dal regno dei morti in cui abitava da quattro giorni; chi si arrampicò su un albero per vederlo e invece fu visto lui; chi prima senti l’umido del suo sputo sugli occhi e poi vide per la prima volta; chi provò la forza della sua frusta sulle spalle mentre metteva in salvo le carabattole nel Tempio, chi invece fu lui a fustigarlo con la benedizione del procuratore romano; chi fu mondato dalla lebbra e non seppe trattenersi dal cantarlo; chi ricevette pane in abbondanza tratto da minuscole ceste; chi reclinò il capo sul suo petto; chi flirtò con lui al pozzo quando lo vide stanco e assetato; chi lo vide accendersi di maestà divina su un monte; chi fu preso mentre andava a casa per portargli il patibolo fino al luogo dell’esecuzione; chi lo vide fresco di resurrezione nel giardino, e lo scambiò per l’ortolano, poi lo riconobbe e danzò con lui la danza del noli me tangere; chi lo tradì per trenta denari di sconforto; chi fu strappato al padre e alla barca; chi unse i suoi piedi con unguento prezioso, li bagnò con le lacrime e li asciugò coi capelli; chi lo ebbe ospite grato e misterioso alle proprie nozze; chi depose doni regali alla sua culla e poi scomparve per sempre in Oriente; chi ne ebbe paura e gli fu ostile; chi fu liberato dai demoni; chi fu preso dal sonno mentre lui schiumava sangue d’agonia; chi fu rialzata con tocco gentile e come una giovane gazzella appena ritta sulle gambe fu da lui portata a nutrirsi; chi, scaltra, approfittò della folla per rubargli una potenza guaritrice; chi lo mise al mondo senza aver conosciuto uomo; chi – l’uomo che avrebbe dovuto presto conoscerla – straziato, prestò fede ai sogni, chi lo rinnegò presso un fuoco, tradito dal proprio accento provinciale, chi gli piantò den den den i chiodi nei polsi; e chi, infine chi, unico in tutto il racconto, lui guardandolo amò – e mai si dice di nessun’altro in modo così diretto, puntuale e definito, Iesus autem intuitus eum dilexit eum.

Che fine hanno fatto queste parole, questi sguardi, questi gesti, raccolti della narrazione quadrimorfa e in cento altre più segrete e maliziose? Che fine hanno fatto quelli che non sono stati raccolti e che – ove scritti – il mondo stesso con tutte le sue librerie e i suoi server non basterebbe a contenere (Sunt autem et alia multa, quae fecit Iesus, quae - si scribantur per singula - nec ipsum arbitror mundum capere eos qui scribendi sunt libros)? Eppure un giorno lui si spogliò della forma del suo corpo – che nascose in una nube – e portò l’essenza del suo corpo fin nel profondo di ogni atomo dell’universo, rendendo questo “umano” fin nelle più devastanti esplosioni stellari, fin nei più vorticosi buchi neri. Prigionieri dei sensi esterni, siamo rimasti soli. Nell’antico rito latino, nel giorno dell’Ascensione, il cero pasquale viene malinconicamente tolto dallo spazio sacro: non spento, ma occultato.

Rimasti soli, desiderammo che tornasse presto, più che presto: subito. Ma ci accorgemmo che non tornava e, sempre più soli, cominciammo a pensare. Come morì e risorse, prima. Cosa fece, poi. Che cosa disse, infine, e fin qui. Ma poi cominciò l’indagine, quella che devasta i cuori, come dice Gozzano in un canto che celebra un mistico analfabeta. Prima bastava andare da lui, cercarlo, guardarlo. La sua divinità, la sua natura, il suo volere, non se ne discuteva: il pensiero inizia dove cessa la vita. Uno sguardo sguarda, non chiede consenso. Su una definizione si può essere o meno d’accordo. Ovviamente i disaccordi scoppiarono: prima la condanna delle grandi eresie docetismo, cerintianesimo, modalismo, adozionismo, marcionismo, montanismo, manicheismo, novazianismo, donatismo, arianesimo, apollinarismo, priscillianesimo, pelagianesimo, monofisismo, nestorianesimo, monotelismo, abelianismo, adelofagismo, macedonianismo, ma ci furono anche gli artioriti (che offrivano a Dio pane e formaggio), gli Ofiti (che veneravano il serpente dell’Eden, inviato secondo loro da Sophia per iniziare l’umanità ai livelli profondi e divini), i circoncellioni (che giravano attorno alle tombe, bastonavano di santa ragione chi in loro si imbatteva, e si suicidavano, spesso dicendo al povero passante: ‘se non mi ammazzi, ti ammazzo io’) e si potrebbe andare avanti all’infinito, poi il grande scisma ovest / est (con la separazione dei latini), poi il grande scisma sud / nord (con la riforma protestante) e poi ancora divisioni e lotte e scismi più o meno sommersi. Ora, leggendo nomi che ci sembrano strampalati (ma per cui qualcuno ha dato la vita), proviamo a pensare a quel suo sguardo al cospetto del quale riposava ogni domanda, rimanendo domanda, tuttavia, e mai venendo uccisa da una definizione.

Pace sulle Chiese. Chi è in pace è anche unito. Ma mi rattristerebbe l’uniformità. Se ci fosse un artiorita in giro lo proteggerei meglio di un panda, altro che otto per mille. Figuriamoci un circoncellione, e dovrei anche affrettarmi prima che si suicidi. Penso che gli sguardi di Gesù siano stati raccolti e mai dimenticati, e che ogni dottrina su Cristo abbia la sua radice ultima – ritorta, contorta, distorta che sia - nell’esperienza di uno di quegli sguardi. Se tale dottrina venisse meno, perderemmo quel frammento, saremmo più poveri e più soli ancora. In reti aride di parole e di concetti, infatti, abbiamo raccolto i pesci vivi e guizzanti dei suoi sguardi, e li abbiamo tratti a riva. Per potercene nutrire i pesci sono morti di asfissia, e poi sono stati arrostiti alla rossa brace delle nostre filosofie. Forse è stato necessario. Meglio che niente: però sarei per la teodiversità, non per la dieta a base di una sola specie ittica. Pace sulle Chiese, ma che le nostre reti peschino nel subbuglio iridescente e multiforme del mare dei tropici (senza escludere le prede dalle stranissime e buffe forme) non nelle tetre vasche in cui vengono allevati pesci del color del cemento. Fino al momento delizioso in cui, lo speriamo, i pesci morti salteranno vivi di nuovo del mare profondissimo dei suoi occhi, fino a che le nostre definizioni si muteranno di nuovo in domande, vive, (in)saziabili presso l’abisso della sua Presenza.

Anche in quella Chiesa che custodisce trepidando uno sguardo profondissimo di lui, uno sguardo sfolgorante, estatico, pieno di bellezza e di verità, in questa Chiesa – dico – che si chiama Ortodossa, ho spesso, direi sempre, a che fare con ortodossisti (è un espressione del grandissimo teologo Christos Yannaras). Gli ortodossisti, per me, possono essere anche patriarchi o metropoliti, vescovi, preti, monaci o anche martiri: ma non sono ortodossi. Tutti ricordiamo il celebre appunto di Dostoevskij (Se mi si dimostrasse che Cristo non è nella verità, e se fosse dimostrato matematicamente che la verità non è in Cristo, preferirei comunque restare in Cristo che con la verità). Gli ortodossisti preferiscono sempre e comunque la verità a Cristo. In generale sospettano del pesce vivo: uno morto è più controllabile. E poi deve trattarsi di quella specie di pesce che hanno in mente, e solo di quella, altrimenti è peggio che veleno: e quel pesce corrisponde alla verità dogmatica. Io vorrei abbracciare Dostoevskij, e dirgli che certamente Cristo non è nella verità (come può la verità contenere il suo Creatore?), mentre la verità è sì in Cristo, come anche l’errore, come ogni cosa, come tutte le parallele che all’infinito si incontrano – visto che parla di matematica – e Cristo è proprio l’infinito. E’ di lui che parla il profeta Eraclito (gli uomini ritengono giusta una cosa, ingiusta l’altra: per il dio tutto è bello, buono e giusto). Mentre idolatrare la verità – come fanno gli ortodossisti – è, a propria volta (grazie a Dio) un errore.

E morì come tutti si muore
Come tutti cambiando colore
non si può dire  sia servito a molto
perché il male dalla terra non fu tolto
Ebbe forse un po' troppe virtù,
ebbe un volto ed un nome: Gesù.
Di Maria dicono fosse il figlio

sulla croce sbiancò come un giglio. (Fabrizio De André)


lunedì 7 settembre 2015

La morte della Sposa

Cosa mi prende?

Eppure anch’io ho incontrato la Sposa del Deserto, in una sera di velluto che addolciva il bianco dei suoi marmi e li volgeva in rosa e in sogno. Fu tanto tempo fa: la vita, gli occhi, il cuore, tutto era proteso alle mille notti che adesso ho consumato senza goderne, e me ne rimane soltanto una, e quanto fonda, e quanto fitta, e come interminabile.
Il mio Maestro possedeva una macchina fotografica che già allora era antiquata – forse una vecchia Hasselblad medio formato – e durante i viaggi faceva con essa un ritratto 6x6 a ciascuno dei viaggiatori: nel mio caso la fotografia è stata scattata a Palmyra, mentre guardo, oltre una rovina di cinta muraria, lo splendore di un cielo luminoso e barocco. Quel giorno il Maestro aveva l’età che ora pesa su di me.
Anch’io ho amato Palmyra, la Sposa del Deserto, che ruba il cuore ad ognuno che la guarda, anche per pochi istanti. E allora che cos’è che mi prende?

Perché questo mio cuore, allora giovane, non si stringe adesso che è vecchio all’udire e al vedere i templi sventrati, le mura divelte, i decori sfregiati. Beninteso, un po’ di indignazione è di rigore: e certo mi addoloro quando leggo di lei, e di cosa le sta capitando. Ma perché qualcosa dentro subisce il fascino dei devastatori e si allea immediatamente con la cupa, la spaventosa armata che distrugge la Sposa nel nome di Colui che abita il Deserto?

Zenobia, il dattero più profumato e saporito che la Palma ha donato alla storia, Zenobia la Regina Guerriera che si inventò un regno sterminato, e conquistò l’Arabia, e conquistò l’Egitto, e conquistò la Palestina, e a nord la Cappadocia fin quasi al Bosforo, e conquistò tutto il vicino Oriente sottraendolo ai Romani e proclamandosi sua Imperatrice e discendente di Cleopatra, Zenobia che poi perse tutto, e che fuggì da Palmyra in sella al suo dromedario più veloce – proprio come in una fiaba – ma venne catturata sulle rive del grande fiume Eufrate, Zenobia forse ora non troverà il suo Tempio ove venerare Baal, Yahribol, Aglibol – che poi sono il Sole e la Luna – e Bel, e Nemesis, e Malakbel, e Arsu, e Abgal, e Astarte (che poi è Afrodite ed è la Stella del Mattino). Com’è che non ne sento il grido? Com’è che non sento il fremito delle migliaia e migliaia di invisibili anime di coloro che hanno costruito, abitato, inghirlandato di marmi, di statue, di rilievi Palmyra: l’oasi incantata nel cuore della Siria, posta sulle strade di sabbia e di vento che da Roma giungevano all’India, e più in là alla Cina, e più in là all’Oriente favoloso, dove, in un palazzo bianco fiorito di fontane, siede, sul trono di Agartha, il Re del Mondo?

E’ che da molto tempo ormai quelle anime hanno lasciato Palmyra. Si aggirano meste tra le petrose dune solitarie, poggiano i loro piedi lievi sui sentieri disertati. Più probabile che le si trovi nella confusione polverosa delle tende dei Bedu; più verosimile che se ne stiano fra le lamiere ondulate di una locanda dove, alla luce di una lampada a gas, vengono poste davanti al commensale qualche ciotolina di maze e un piatto di yabraq; più facile sentirne la presenza nella bottega del villaggio, piena di fumo, di buio e di grasso e di motociclette da riparare, stanche e rotte di sabbia e di sassi.

Fatto è che le anime vive hanno in orrore le anime morte, quelle che arrivavano dentro grandi pullman, dentro equipaggiamenti tecnici, traspiranti, colorati, dentro corpi bianchi e molli cosparsi di creme resistenti al sole (che poi è Yahribol) e di creme repellenti gli insetti. Non sopportano i loro sguardi vuoti dietro gli occhiali da sole e dietro i mirini o gli schermi delle macchine fotografiche. I passi pesanti delle anime morte consumavano le pietre di Palmyra più degli zoccoli dei cavalieri di Ardashir il Sassanide. Qualche ragazzo dagli occhi neri e dalla faccia triste, giunto da chissadove, vendeva loro kaffyeh, cartoline dai colori smorti, bevande fredde e cammellini di legno. Le anime morte compulsavano guide intitolate a un pianeta niente affatto solitario, poi smettevano perché c’era troppo sole (che poi è Yahribol), perché avevano sete, perché avevano caldo. Stufe assai presto delle spiegazioni della guida, risalivano nei grandi pullman con il condizionatore spinto a tutta forza, bevevano acqua e sali minerali in bottigliette dal gusto effervescente e dolciastro, e tornavano al Grande Hotel & Spa. Il Grande Hotel & Spa: che ha la facciata che imita il tempio di Baal e dove si serve la cena sotto una finta tenda beduina, che ha 64 camere,e 6 Royal suites, e una iperlussuosa Presidential suite, che ha un hammam e una sauna e un luogo per i massaggi, che ha una superba piscina che drena quasi tutta l’acqua dell’oasi, togliendola alle palme e alle anime vive. Facevano il bagno, bevevano il vino che viene dalla valle di Oronte, e guardavano la luna (che poi è Aglibol) crogiolandosi nel loro oriente confortevole eppur così romantico. Sotto la finta tenda beduina, infatti, un suonatore in costume traeva dal suo oud accordi pieni di sentimento.

Così che un giorno Palmyra decise di scomparire e di rifugiarsi nella memoria di Dio, dove tutta la bellezza è custodita dagli angeli e preservata intatta fino a un nuovo Satya Yuga. Avrebbe potuto andarsene così, levandosi prima dell’alba all’insaputa di tutti e dileguandosi silenziosamente nello stellato: al mattino gli occhi assonnati del portiere di notte del Grande Hotel & Spa avrebbero visto spazi vuoti al posto del Tempio di Bel, della via colonnata, del santuario di Nabu, della cinta di mura, del teatro, della necropoli. Ma le anime di Palmyra, piene di compassione, hanno scelto la via del dolore, del martirio, della testimonianza: e dal deserto hanno convocato un’armata terribile e implacabile. I guerrieri dalle lunghe barbe hanno la pelle e gli abiti del colore della sabbia del deserto, innalzano vessilli neri con iscritta la professione di fede che inizia con una negazione (non c’è altro dio se non Id-dio, non c’è altro, non c’è altro), odiano ogni forma nel nome di Colui che non ha forma. Come stracci portati via dal vento, le anime morte vestite di colori sono scomparse. Rimasto solo, il vero amante della Sposa, che non l’ha mai abbandonata, colui che ne sapeva ogni pietra, ogni odore, ogni trascolorare di ore e di stagioni, Khaled (bisogna pure se ne dica il nome, perché significa eterno, perché significa immortale) ha offerto la gola alle lame dei soldati. Uscita che fu l’anima dal corpo, Zenobia stessa la accolse nella radunata delle anime vive. Al sicuro, per ora al sicuro nelle loro città, le anime morte subito hanno innalzato a Khaled lapidi di carta e di pixel, i giornali di tutto il mondo lo han celebrato, sulle televisioni e sui monitor è stata mostrata la sua fotografia, il suo volto mite, la sua stempiatura grigia, i suoi grandi occhiali fuori moda. Le anime morte ci sanno fare con le parole. Ma le anime morte, più di tutto, e proprio perché già morte, hanno paura della morte: e non una di loro è rimasta a Palmyra, non una di loro ha combattuto per lei. Sono pronti altri mille facili Orienti per soddisfarle.

Ora Palmyra vuol morire, e offre il suo corpo bellissimo ai barbuti guerrieri, alle loro piccozze, agli scalpelli, alle bombe. Cadono una a una le colonne che il tramonto inrosava, crollano le celle segrete dove i sacerdoti compivano il culto solenne della Corte degli astri. In immenso, muto, costernato, invisibile anfiteatro, le anime vive chinano il capo come di fronte a ciò che è atroce e necessario. Mentre i satelliti, a milioni di metri dalla superficie terrestre, fotografano grigie spianate al posto di monumenti, mentre i sordidi mercanti d’arte, nei retrobottega delle gallerie di Londra o di Parigi, quotano milioni di euro i poveri frammenti della carne di lei, muore Palmyra per la mano - orrenda, ma almeno non ipocrita - di chi dichiara esplicitamente di volerla uccidere, di chi non teme di attirare su di sé la collera del mondo cosiddetto civile, di chi sente la sua visibile bellezza come un supremo insulto all’Invisibile. Muore così, violentata ma non banalizzata.


Una leggenda, di quelle che sono più vere del vero, vuole che Zanobi, santo vescovo all’origine della Firenze cristiana, discendesse proprio dalla regina Zenobia. Spiritualmente, dunque, i fiorentini sono tutti figli di Palmyra. Sarà per questo che – visto che l’uomo è l’immagine del mondo e il mondo l'immagine dell'uomo, in un divino gioco di rispecchiamenti – sento dentro di me arrivare i soldati di sabbia e di sangue. Vengano dunque, vengano e distruggano. Devastino le architetture della memoria, sventrino i santuari dove si servono dèi troppo vecchi e stanchi, spezzino le statue dei re, delle regine, delle madri e dei padri e dei saggi, confondano l’ordine delle vie colonnate della mente, e soprattutto polverizzino col tritolo il teatro dove recitano i miei personaggi. Vengono, vengono, ecco sull’orizzonte dell’anima la polvere alzata dai loro cavalli.



venerdì 31 luglio 2015

Cecil il leone, Palmer il dentista, e la savana simbolica

Tira più un pelo di criniera di leone che milardi di capelli di uomini, di donne e di bimbi. Tira più a galla le nostre emozioni, buone e meno buone. Farsi un giro in Twitter con l’hashtag #cecilthelion può essere utile per averne un’idea.

Ci sono i furenti, e il loro nome è legione: quelli che vorrebbero prendere il dentista Walter Palmer, uccisore del grande leone dalla nera criniera, icona dello Zimbabwe, e linciarlo, squartarlo, impiccarlo, mandarlo all’inferno in cui pare ci sia una ‘cavity’ profondissima scavata apposta per lui dove i demòni lo attendono per torturarlo in eterno; ci sono quelli che dicono – più realisticamente – che Palmer è un imbecille che disonora il Minnesota, l’America, l’Occidente; ci sono quelli – oh gran bontà di tali twittatori – che scrivono che Cecil non vorrebbe l’odio e invitano a pensare positivo. Anch’io ho contribuito all’hashtag con un riferimento alla canzoncina tratta da The Little Shop of Horror, in cui un figlioletto che dà precoci segni di sadismo sugli animali viene saggiamente indirizzato dai genitori alla professione del dentista.

Poi c’è la schiera dei moralisti indignati che hanno ben chiara in testa la ‘differenza ontologica’ che passa tra un animale e un essere umano. E’ composta quasi esclusivamente da cristiani austeri, personalisti severi. E gli aborti? E i profughi? E i bimbi che muoiono di fame malattia guerra? Tutto questo casino per un leone, che sì, sarà bello ma vuoi mettere?

Poi ci sono gli animalisti pignoli, che criticano la furia antipalmeriana con argomenti che invece hanno a che fare con la ‘somiglianza ontologica’ tra Cecil il leone e i suoi colleghi animali dotati di minor maestà ma di identica capacità di soffrire che vengono quotidianamente massacrati negli allevamenti intensivi a maggior gloria di Kentucky Fried Chicken, dai cui millanta ristoranti l’antipalmeriano magari twitta procecil mangiucchiando cestelli di ali di pollo fritte. Insomma i democratici del regno animale, che segretamente godono che sia stato scaraventato giù dal trono il Re della foresta, e che va bene, Cecil-Luigi XVI sarà pur stato ghigliottinato dal boia Palmer, fils de saint Louis montez au ciel, ma il popolo senza nome, avicolo, ovino, cunicolo, caprino, bovino e suino chi lo difende ogni giorno? Dov’è l’hasthtag #ovesetbovesetuniversapecora?

Sarà, ma non credo che nessuno di tali partiti colga nel segno rispetto a quanto è avvenuto e sta avvenendo.

C stamattina diceva che ormai si ha pietà solo per gli animali, e fin qui ero d’accordo. Poi aggiungeva che la radice di detta pietà è l’alterità radicale dell’animale rispetto all’uomo. L’animale sarebbe il vero altro levinasiano, laddove il volto umano non sa più esserlo. Qui ho condiviso meno. Infine ha concluso che l’animale è involontariamente filosofo: o meglio – il suo sguardo silenzioso, misterioso, vertiginoso incessantemente ci pone la domanda fatale: chi siamo? E sono tornato a condividere pienamente.

In una delle narrazioni – o flash sideways – dell’umanizzazione o ominizzazione, Adamo il Protoplasto riceve da Dio il comando di dare il nome agli animali. Un filo diretto lega il mitico progenitore al romanzesco Caïn Marchenoir, alter ego di Bloy nella Femme Pauvre, che parla con la dolcissima Clotilde davanti a una gigantesca tigre incerrata e incatenata nello zoo di Parigi. Marchenoir si reca spesso a visitarla, e certamente egli si sente rispecchiato nella ferocia e nella nobiltà dell’animale catturato nella lussureggiante foresta indiana e portato lì, infreddolito e spaesato alla mercè della canaglia che gli getta bucce di frutta: lei, la Grande Tigre, che ove dislegata avrebbe potuto divorarli tutti, e dinanzi alla quale le loro ginocchia si sarebbero piegate dal terrore. Ma c’è qualcosa di più di questo riconoscimento psicologico, che in fondo non è tanto differente da Baudelaire che si ritrova nell’albatro volatore elegante e instancabile, ma imbelle al suolo, schernito dai marinai. Nominando le bestie Adamo compie un atto sacerdotale, coinvolgendole nel suo destino umano: e quindi trascinandole nella caduta e nell’allontanamento da Dio e nel dolore e nella morte: loro, gli incolpevoli. Nella condizione decaduta, gli animali innocenti hanno il compito di portare – senza saperlo – il peso della sofferenza umana derivata dalla condanna. E anche chi la assumerà in maniera redentiva – il Cristo – vorrà adornarsi del titolo di Agnello. Dunque gli animali sofferenti sono agnelli di Dio inconsapevoli, come Gesù lo è in modo superconsapevole: ma sotto e sopra il livello umano c’è comunque qualcuno che incessantemente si immola per la salvezza dell’uomo.

Nell’altra narrazione, quella scientifica, la soglia dell’ominizzazione si ritiene varcata laddove l’ominide si mostra capace di dar forma a un chopper, ossia a una pietra scheggiata con uso polivalente. Queste pietre – e io le ho fisicamente vedute nelle gole di Olduvai, in Tanzania – non hanno l’eleganza e la perfezione del favo dell’ape o della diga del castoro. L’ape e il castoro sono strumenti della Natura o del Creatore, sono come dei pennelli a cui la bellezza del dipinto non può seriamente venire attribuita. Nel rozzo chopper, invece, è all’opera la creatività umana. Il chopper è orribile, ma inventato dall’uomo per diversi usi. Siamo all’alba della libertà. Ma, ahimé, anche all’alba dell’esodo-esilio dal mondo naturale. Ma, ahimé, anche all’alba della tecnica la quale – ben lo sappiamo – neutrale non è. La tecnica in qualche modo esige di essere utilizzata, costringe il suo artefice, lo manipola e lo de-natura. Ancora una volta un filo diretto lega il chopper al fucilone da caccia grossa impugnato da Palmer per impallinare
il grande leone.

Siamo tutti dalla parte del leone Cecil – io pro-palmeriani non ne ho visti, non so neppure se Camillo Langone oserebbe (forse sì, ma mica convinto davvero): e i cristianoni non sono pro-Palmer, ma, fastidiosamente, a difesa della differenza specifica umana, come si è visto – non perché Cecil sia l’altro: ma perché Cecil è più uomo di Palmer. Non soltanto rappresenta le virtù umane del coraggio, della nobiltà, del vigore, della fortezza – per cui tante volte è rampante come elemento araldico sugli stemmi dei nobili, delle città e degli stati – ma evoca immediatamente il Leone che abita la nostra fantasia, di più: il nostro inconscio – al modo delle fiere di Ligabue o di Rousseau le Douanier. Quel Leone che forse abitava la mente di mio padre quando Leone voleva chiamarmi, e ringrazio mia madre che lo moderò e lo rese più comune mutandolo in Leonardo, ma lui continuò sempre a chiamarmi Leone.

Siamo tutti contro Palmer, perché Palmer sarà anche – dal punto di vista ontologico – una persona umana, ma più profondamente lo si percepisce come un insetto, che è la cosa naturale in assoluto più simile a un meccanismo. Karl Rahner, nel Corso fondamentale sulla fede, diceva che come è accaduta l’ominizzazione, potrebbe accadere la dis-ominizzazione, ad opera precisamente della tecnica. Aerei, telefoni, computer continuerebbero a funzionare, ma non ci sarebbero più Leoni interiori, e senza Leoni interiori non c’è più uomo. In questo senso Palmer è la primizia degli ingegnosi insetti antropomorfi che verranno. Ancor meglio: Palmer è la protesi biologica che (ancora: ma per quanto?) serve al fucilone per funzionare e per distruggere il mondo naturale. Forse accadrà ai fuciloni del futuro di liberarsi della molle appendice palmeriana e a sparare per conto proprio. Chissà. In ogni caso la tecnica ha reso schiavo il povero Palmer che – se contingentemente ha ucciso Cecil – nei nostri cuori ha assassinato Aslan, il Leone (misericordioso, ma non mansueto) di Narnia. Non è quindi solo omicida, ma anche deicida. Perché – che prenda forma nelle parole di CS Lewis o nei quadri di Rousseau, nella mitologia greca o nella Bibbia (Ecce vicit Leo de tribu Iuda, Ap 5,5), nele terribili statue poste a guardia dell’Imperatore nella Città Proibita o nel peluche che custodisce il sonno dei nostri bimbi – il Leone dentro di noi è la soglia di un Oltre a cui (misericordioso, ma non mansueto) ci convoca col suo ruggito potente. Essere uomini, infatti, è definito dall’accettare coraggiosamente il richiamo di quest’Oltre, e dall’aver vinto e dal continuo vincere il Palmer interiore che tale richiamo vorrebbe sopprimere, ammutolire, uccidere.

Sono noiosi entrambi. Sia il cristianone alla Adinolfi che, avendo trasformato in ideologia la danza dello Spirito, è subito preoccupato di marcare le differenze di valore tra sé e tutto-il-resto (un cristianone in servizio permanente effettivo, che – al figlioletto che si commuove alla morte della mamma di Bambi – subito ammonirebbe di ricordarsi che la morte di una cerva non è niente in confronto agli innumerevoli bambini a cui muore la mamma). Sia l’animalista rigoroso che non sopporta il rilievo dato a Cecil dalla Nera Criniera e negato ai milioni di maiali che vengono sterminati nei macelli dell’Emilia Romagna. In realtà tutti e due i tipi sono dei Palmer in potenza, perché non hanno familiarità con la giungla interiore, foresta intricata e simbolica, dove appunto sunt Leones.

Tra cristianoni ideologici e animalisti ideologici, io sto con Leon (et pour cause!) Bloy. Lo sguardo animale è un fatto serio. Bisognerebbe prendere l’occasione e rileggersi Derrida (L’animal que donc je suis). O Rilke, tutta l’Ottava Elegia di Duino (…il libero animale/ ha sempre il suo tramonto dietro a sé / e dinanzi ha Iddio; e quando va, va / in eterno come fanno le fonti….)


Bisognerebbe discendere nella savana dell’anima, seguire le tracce del Leone fino al posto segreto dove non serve l’inglese (come direbbe Battiato) né il pensiero chiaro e distinto, e neppure la teologia. Al cospetto del Sacro. Numinosum. Tremendum. Fascinans.

[Immagine: Henri 'Le Douanier' Rousseau (1844-1910) - Tête de lion]

lunedì 8 giugno 2015

Bolle di sapone: note postmoderne su un rito premoderno

La chiesa russa di Firenze appartiene di diritto a quelle strane incongruenze e bizzarrie orientali di cui la città, fra le mille altre cose, si adorna: come il monumento funebre del tenerissimo principe ventenne di Kolhapur, che passò qui di ritorno da Londra, dove si era recato per salutare la Regina, e morì in un Grand Hotel del centro. La sua pira fu eretta nel parco delle Cascine e le sue ceneri furono disperse - come il rito prevede - alla confluenza di due fiumi. E la confluenza che accolse il residuo materiale che aveva manifestato l'atman nella forma del  principe non fu quella fra i sacri e imponenti Gange e Yamuna, due fiumi himalaiani, nonché due potenti dèe, se ci fosse bisogno di specificarlo. No. Furono il mitissimo Arno e il timidissimo Mugnone. Ora l'Indiano è il nome di un quartiere e di un ponte brutto e moderno. 

La chiesa russa, a guardarla, è russa come i restauri di Viollet-le-Duc sono gotici. E' un sogno di Russia, un desiderio, una speranza, una nostalgia, come potevano provarli i Demidoff o i Nelidoff. Una voglia di Russia, situata anch'essa lungo il Mugnone, fra sobri edifici ottocento, che se ne sta lì con le sue cinque colorate cupolette a bulbo, chiusa fra cancelli di ferro battuto come una palazzina borghese qualunque:  lei, questa chiesetta, dalle linee, dalle torsioni, dalle geometrie concepite per sfidare la geografia sconfinata dell'est e quella ancora più sconfinata dell'anima russa. 

Presente al rito della domenica, così lungo da poter includere nella preghiera incisi e extra-vaganze, c'è un piccolo gruppo di bimbi i quali - toltisi rigorosamente le scarpe - se ne stanno seduti sul tappeto di fronte all'icona più importante sull'analogion, in cerchio, e si passano un piccolo cilindro e un'asticella per fare le bolle di sapone che infatti si levano numerose e spensierate di mezzo all'assemblea dritta in piedi, velata, ferma, incurante, orante. Se c'è Dio, e se Dio è degno di quel che si pensa di lui, allora io credo che se ne stesse lì incantato a godersi la scena delle bolle, e che non si preoccupasse molto dei solenni barbuti celebranti che dietro la marmorea iconostasi intonano con voce profonda i versi della Sacra e Divina Tragedia. Oh, lo so, lo so che potrebbe essere scambiato per un sentimentalismo facile e felice. Però io felice non lo sono di sicuro, tutto il contrario, e se mi aggrappavo io a quelle bolle evanescenti, se erano esse che mi rappacificavano, ben più di quanto potessero i neumi e le flessioni del canto, le parole altissime e terribili, ecco io penso che Dio dovesse ben averci qualcosa a che fare. Non parliamo dei concetti a cui le parole alludono: a ciò non penso più da tempo, avendoci pensato troppo in anni che avrebbero potuto esser spesi molto meglio. Insomma sì, io immagino che Dio fosse lì a guardare. Che ne sappiamo. In fondo i suoi pensieri non sono i nostri. Potrebbe aver creato tutto: le stelle, i buchi neri, la quattro forze, i pianeti, la vita, l'in-ominarsi del bipede dalla stazione eretta e dal pollice opponibile, l'evoluzione, la storia, gli imperi, l'incarnazione del Figlio, la sua morte, la sua resurrezione, la Chiesa, i martiri, i santi, la liturgia, la Russia, Firenze, la granduchessa Marija Nikolajevna, tutto, pur di godersi lo spettacolo di queste bolle di sapone. Sarebbe da lui. 

E dire che il rito è molto bello. Composto, intento, armonico. La donna che dirige il coro è di una bellezza sovrannaturale (un Padre ed amico la direbbe sofianica). Ha occhi dal taglio orientale, come si trovano dipinti sugli stupa nepalesi o tibetani: la parte superiore dell'occhio è una linea piatta, quella inferiore una goccia che si assottiglia all'esterno. La pelle del volto gareggia in candore col velo che lo incornicia. Dirige con le due mani, rivolta come gli altri coristi verso l'altare, nella destra tiene un piccolo diapason. E' in continuo movimento pur rimanendo immobile e verticale: così, credo, con questa stessa distorsione percettiva, apparirebbe un angelo allo sguardo umano. Della voce non dico neppure. Però, se anche Dio non guardasse le bolle di sapone, sono io a preferirle a tutto quanto il resto, perfino alla cherubica corista. 

Poi avvengono due fatti che mi distraggono dalla mia bullicante meditazione. 

Il primo.  C'è una mamma, al centro della chiesa, che si fa avanti tenendo in braccio un bimbo di circa due anni che - all'istante - si mette a piangere in modo sonoro. Non si può negare che ciò confligga un poco con i dodici toni del canto znamenny, e se - come dice Eraclito - per il dio tutto è buono, giusto e bello, non è certo così per l'orecchio umano, creato per distinguere ciò che è bello da ciò che è brutto e per private piacere e fastidio. Fatto è che il bambino sta per affrontare un certo qual spavento, e lo pre-sente. Nel rito dell'iniziazione sacramentale ortodossa, infatti, il bimbo maschio viene introdotto nel santuario, ossia oltre l'iconostasi, dal sacerdote, viene ivi benedetto e poi restituito alla madre. In tal modo egli viene abilitato a servire liturgicamente dentro il santuario medesimo. Già. Ma il piccolo in questione non è così teologo, o forse lo è già troppo, e ci dà dentro come può con un toccante ululato di protesta. Ecco che il sacerdote discende dai gradini dell'altare, si avvicina, ah non è rassicurante, neanche un po', e il poverino cerca rifugio nella concavità del corpo materno situata fra omero e clavicola. Ma il sacerdote non si scompone affatto. Afferra per la vita il bimbo - che a quel punto esige dai suoi piccoli ma efficientissimi mantici polmonari uno sforzo supplementare per raggiungere uno strepitoso fortissimo - si volta, e rapidamente risale i gradini. Questi grida, ha la maglietta sollevata all'altezza delle ascelle, e le gambette svolazzanti come bandiere di qui e di là. Il prete entra nella porta di destra dell'inconostasi, che si chiude dietro di lui.  Ora che non si vede più nulla, il grido del pargoletto disperato fa venire i brividi. Io invoco mentalmente tre santi a me cari: san Sigismondo (Freud), san Carlo Gustavo (Jung) e san Giacomo (Lacan). Mi chiedo come si depositerà nella memoria incoscia questa esperienza. Se tornerà come un vissuto d'angoscia nella sua relazione col padre, o con Dio. Se contribuirà, come un mattoncino, a costruire quella diga di odio che lo separerà dall'uno e dall'Altro. O seppure invece avrà un effetto sanamente iniziatico, in fondo così dicono che debba fare il padre, sottrarre il figlio al mondo fintamente edenico, in realtà tenebroso, indifferenziato e mortifero, del materno, e spingerlo a individuarsi. E anche spiritualmente, chissà. Dio ci ghermisce, effettivamente. Non ci chiede tante autorizzazioni, e lo Spirito Santo sarà pure disceso sul Figlio sicut columba, ma su di noi cala spesso piuttosto come un astore scagliato dal pugno di uno spietato falconiere, cacciatore inesausto d'anime e di corpi. Quando riesce dalla porta sinistra, il bimbo ha la faccia color rosso cupo come una mela Annurca, né, comprensibilmente, il conforto materno lo placherà. 

Il secondo. Al momento della comunione si forma, a destra dell'iconostasi, una lunga fila. A cenni le donne russe mi fanno segno di passare avanti: e vabbè, è la loro tradizione, ho rinunciato a contestarla. Gli uomini prima: solo qui, naturalmente, basta una conoscenza minima della letteratura per sapere che fuori dalla chiesa in Russia le cose vanno ben diversamente. Dopo aver creato innumerevoli ingorghi davanti al Sacramento, ho - come si dice - abbozzato. Eh, ma a Firenze il disagio si ripresenta, difficilissimo convincere un fiorentino, intriso di dolcestilnovo ben prima di sapere cosa significhi, nutrito di esso dalle forme stesse della natura e della cultura, permeato da esso per ogni senso, a passare avanti così a una donna. In questo senso la chiesetta russa tiene duro, non si assimila, non cede alla terra dei Fedeli d'Amore. Bene, ecco il fatto. Terminata la fila di uomini e di donne si forma un piccolo vuoto davanti all'altare, e in esso lentissimamente avanza una possente matrona, le braccia costrette in stampelle, il passo quasi totalmente impedito, assistita dai due lati da altrettante signore che la sorreggono con visibile sforzo. Che ti aspetteresti? Ovvio: che il prete discendesse immediatamente e premurosamente dai gradini recandole il calice. Invece no. Col volto impassibile il sacerdote resta fermo sui due piedi. E la donna si trascina. Si avvicina. Comincia a inerpicarsi sui pochi scalini con una caparbietà triste e paziente degna di un portatore nepalese. E ci arriva, al calice, e si comunica, e retrocede. Ecco: anche qui c'è come una sottilissima linea, non più grande di un capello, fra orrore e splendore, fra palese crudeltà e indecifrabile sapienza. Il pensiero si confonde, l'anima cade da una parte e poi dall'altra, solo lo spirito talora funambolicamente riesce a fare qualche passo. 

Perché, con buona pace della pecorella smarrita, che fa lasciare al buon pastore le novantanove pur di poterla ritrovare, non è così che van le cose. Tu sei un nodo di sofferenza, un'inadeguatezza, una tribolazione, una menomazione, uno spasimo, una ferita, un politrauma, un incessante incespicare. Tu pateticamente strisci, e Dio non se ne accorge neppure. Tanti poi sono i gradini che nemmeno sai se ti aspetti ancora davvero là sopra, forse solo lo speri, appena appena quello. E sei lì, nel terribile spazio di libertà di avanzare o rinunciare, di benedirlo o maledirlo, di amarlo o odiarlo. Sei come la povera donna, e già puoi dirti beato se hai qualcuno che ti regga dai due lati. Quel punto tragico e incandescente, quel punto di scelta in cui forse ti stai giocando tutta la partita. Basta, basta. Dio non può abitare in questo tormento, ti vien da dire. Basta così, e subito accorreranno tutte le ragioni del mondo a confortarti. Basta così, e il welfare spirituale si occuperà di rimuovere ogni barriera architettonica tra te e un divino pacioso e domestico, che ti verrà a far le fusa in grembo come un simpatico gattone. Basta così. Ma la donna nella chiesetta russa ha invece salito il suo piccolo atroce monte Calvario. Fede e Carità, forti sorelle - come avrebbe detto Péguy - le sostenevano le braccia. E la bimba Speranza soffiava le bolle di sapone davanti all'icona, e sembrava che non facesse nulla, invece era lei, era lei che faceva tutto. 




venerdì 17 aprile 2015

Elfi, fate, gnomi e il Dolce Desiderio

Sembra oramai passato un secolo, tanto cattiva nuova segue a cattiva nuova, ma il volo Germanwings 9535 è sempre lì, sì, l’Airbus che è partito da Barcellona per Colonia e invece plana rapidamente, però anche lentamente, fino a schiantarsi nei pressi guardacaso di Barcelonette, nelle alpi francesi, proprio nei territori in cui Hugo immaginò la diocesi del vescovo Bienvenu dei Miserables. Quel volo – almeno nel mio dentro, ma forse anche in quello di molti – non ha ancora finito di precipitare nei luoghi più remoti e irraggiungibili (dai soccorsi razionali) del mio immaginario, non ha ancora finito di polverizzarsi. Eppure la vicenda è stata esaminata a fondo, i lacerti delle vittime – e anche del folle suicida, Lubitz, Lubitz, ossia figlio (-itz, come –sen o –son) del lub, cioè del love, lieb, libido, insomma, del desiderio – sono stati recuperati, e i genomi dei de cuius sono in via di identificazione. I parenti e gli amici hanno versato le lacrime che avevano e quelle che non avevano, come sempre succede. I capi della Lufthansa hanno annullato le feste dell’anniversario. La notizia, dopo una graduale retrocessione di pagina in pagina, di schermata in schermata, è alla fine scomparsa. Ma quell’aereo ancora sta girando ed ecco, un tizio come tanti, uno normalissimo, voglio dire: non un deviante, gli piglia un amok che anche un malese se lo sogna, entra nel Tribunale di Milano e spara al giudice, all’avvocato (il suo), al coimputato, e poi esce e se ne va in moto a Vimercate, dove viene arrestato: meglio così, essere arrestati a Vimercate non deve fare così male. Stiamo dando addio anche a lui, e speriamo che ora si prendano tutto lo spazio le futilità note della frammentazione della destra e della sinistra. Ma anche il tizio che spara ce l’ho dentro, è lì proprio dentro di me, e l’Airbus vola sopra Vimercate e lui lo guarda, assorto, perché dentro il tempo e lo spazio vanno diversamente, si confondono, si intrecciano, e già per esempio si sente il rumoreggiare dell’esplosione che presto verrà. 

Per fortuna, nei momenti bui, vi sono anche notizie diverse, marginali certo, ma non tanto che internet non faccio girare qualche foto. ADN Kronos riporta che il Ministero per le Politiche Agricole e Forestali, da cui dipende il Corpo Forestale dello Stato, tiene da quindici anni un fascicolo su strani avvistamenti:  e te la vedi lì fotografata, una cartellina d’un verduzzo burocratico che vien quasi da piangere, buttata su un tavolo, gonfia e aperta, mica un faldone tipo quelli americani con scritto classified, o top secret, o confidential, o for your eyes only che sembra quasi – tanto da esserlo davvero – il titolo di un film di 007, no no, una cartellina ministeriale con sopra scritto a penna Gnomi e Fate del Bosco.



Non poteva certo Gianluca Nicoletti, giornalista e creatore di Golem e di Melog, e frequentatore delle zone anche più eterodosse e bizzarre della contemporaneità – astenersi dall’esercitare il suo affilato e a tratti perfido rotacismo proprio su questa notizia che affiorava in mezzo alle tragedie. E lo ha fatto con una mezz’oretta godibilissima di radio. C’era pure il collegamento telefonico con l’Esperto (esiste ovviamente anche l’Esperto di folletti). Si raccolgono testimonianze, e immediatamente – come dice Nicoletti: nell’ora del soffritto, ossia tra le dodici e mezza e il tocco – millanta telefonate ingorgano il centralino. Raccontano di fate bellissime che seducono nelle notti di luna i giovanotti danzando con loro, tradite però dai loro zoccoli caprini; di coboldi che si introducono in pensioncine di Francoforte e terrorizzano brianzoli impegnati ad elaborare una cena pesante; di streghe buone che accompagnano i pellegrini sul Cammino di Santiago; di monoliti neri e terribili che balzan fuori dall’inconscio collettivo, o da dimensioni liminali, con intenti omicidi; di viscide ombre che ti toccano nella torrida controra siciliana; di un Bigfoot avvistato in val Grande, e che poi non era un Bigfoot, ma in effetti un ex autista di autobus di Gallarate, impazzito per una delusione d’amore e inselvatichitosi fra i dirupi (e questo è ben più prodigioso di un Bigfoot, un autista di Gallarate che diventa erede del Chisciotte e dell’Orlando). E non può mancare alla fine il dottore, che dice che c’è una sindrome chiamata “di Bonnet” che genera allucinazioni antropomorfe. Come questo accada non si è capito, sembra abbia a che fare con la retina, ma certamente è piuttosto rassicurante chiamare le visioni sindrome di Bonnet

Mi ricordo l’episodio delle fate di Cottingley. Allora. In un paesino del West Yorkshire, in Inghilterra, nel 1917 (sarà il caso di ricordare che nel medesimo anno, a Fatima, la Vergine appare in Portogallo ai tre pastorelli Francisco, Giacinta e Lucia? Fatima c’entra con tutto) ci sono due ragazzine – Frances e Elsie, di dieci e sedici anni – molto sveglie anche se dai volti sognanti. I loro cromosomi si sono formati nell’abbraccio di quelli appartenenti a un ingegnere con quelli appartenenti a una teosofa: il che credo spieghi molto. Fatto sta che un giorno le ragazzie prendono la macchina fotografica a lastre del padre, vanno nei pressi del Cottingley Beck, il torrente che scorre vicino, e realizzano alcuni scatti in cui compaiono – chiarissimamente – delle fate, fate di quelle inglesi, per intenderci, piccole, con i capelli lunghi e le alucce di farfalla o di libellula, che danzano e suonano il flauto. Ovvio che il padre pensi che siano false, e che la madre sia invece assolutamente certa della loro autenticità, e le diffonda. Ne vien fuori un dibattito che non ha precedenti nella storia, pur infinita, dei tentativi umani di fornire ‘prove’ dell’esistenza del sopra-, del preter-, del paranaturale. Studiosi e intellettuali si schierano – anche attraverso articoli su riviste che oggi definiremmo ‘censite’ – a favore o contro. Progressivamente le ragazzine ammettono che insomma, non sanno bene, poi che certo, l’immaginazione e il volerla veder realizzata ha avuto la sua parte, poi che alcune erano false ed altre no. Fotografi e scienziati ne discutono fino agli anni settanta. A metà degli anni ’80 Frances ed Elsie sono morte: ma Frances, fino alla morte, affermò la piena autenticità almeno della quinta fotografia.



E’ interessante sapere che il paladino più insigne dell’autenticità delle foto di Frances ed Elsie sia stato il superpositivista sir Arthur Conan Doyle, ossia il celebre autore di Sherlock Holmes. Vi scrisse anche  un libro: The Coming of the Fairies, nel 1922. Nell’introduzione al suo straordinario Pilgrim’s Regress, anche lo scrittore cristiano CS Lewis prende posizione su questa vicenda. Nella sua accurata fenomenologia del desiderio – che egli identifica come componente strutturante dell’esistenza umana, e accesso privilegiato all’esperienza spirituale – esso viene descritto come qualcosa di acutissimo e in sé stesso desiderabile. Questo lo distingue dalle altre voglie: la fame può essere qualcosa di gradevole solo in previsione di un buon pranzo, altrimenti è solo spaventosa: ma il desiderio no, esso è ritenuto prezioso anche se non vi è in vista alcuna possibilità di soddisfazione. Inoltre, pur essendo certamente volto verso un oggetto, esso è impreciso e mutevole: un luogo lontano, o forse la persona amata, o magari no, forse la magia, o magari la conoscenza intellettuale delle cose. Insomma – direi – l’esotico, oppure l’erotico, oppure l’estetico, oppure la conoscenza scientifica, ma in realtà niente di tutto questo, in realtà di Chi si manifesta attraverso questi aspetti, che sono sue soglie, ma che è molto molto di più. Quando sir Arthur Conan Doyle pretese di aver fotografato una fata, io – in effetti – non gli credetti: ma il semplice fatto di averlo affermato (…) mi ha fatto realizzare che se il fatto fosse stato accertato avrebbe ‘paralizzato’ – piuttosto che soddisfatto – il desiderio che le fate avevano fino ad allora risvegliato. Una volta acclarato che il tuo mondo fatato, la tua foresta incantata, i tuoi fauni, i tuoi satiri, le tue ninfe del bosco e la tua sorgente dell’immortalità sono ‘reali’ – con tutte le conseguenze che vi sarebbero sul piano scientifico, sociale – il Dolce Desiderio sarebbe scomparso da quel mondo e ci starebbe chiamando da un luogo ancor più lontano, scrive Lewis. Se posso fotografare una fata, questo significa che fa parte dell’aldiqua, che quindi potrei catturarla, classificarla, tassonomizzarla, cercare di comprenderne il comportamento, magari sezionarla per descriverne l’anatomia. Non solo potrei: dovrei. Ma - così facendo – il desiderio prenderebbe dimora Altrove, perché non è nell’aldiqua che lui abita. 

Credo che questo sia l’errore della Randi Foundation, che promette un milione di dollari a chiunque sia in grado di dimostrare una qualunque facoltà paranormale o soprannaturale in condizioni di adeguato controllo. Chi lo facesse avrebbe soltanto dimostrato che qualcosa ritenuto soprannaturale è in effetti assolutamente naturale, solo che fino ad allora non era stato osservato correttamente. Le sedute spiritiche avvengono in luoghi bui: mi sembra chiaro. Come è evidente che non ti leggo i pensieri e non ti piego le posate a comando, per di più mentre sono dentro una macchina per risonanza magnetica. Domanderei volentieri a uno del CICAP di far l’amore con la sua morosa sotto le luci di una sala operatoria, con osservatori e valutatori da ogni lato, con i corpi di lui e di lei cosparsi di sensori e con le loro teste strette nei caschetti pieni di fili di un EEG. Se ci riesce è di sicuro bravo, ma se non ci riesce – come è probabile – non penso che la sua conclusione sarebbe che andare a letto con la sua morosa è impossibile. Sosterrebbe che le condizioni non erano adatte. Presumibilmente, perché vai poi a vedere come si comportano a letto quelli del CICAP.

Quindi non so cosa pensare del fascicolo verdolino della Forestale, delle foto e dei racconti che ci sono dentro. Però mi chiedo che esperienza mai sarebbe incontrare una persona che tenesse nelle sue mani, nei suoi occhi, nel suo cuore, nel suo corpo il quotidiano e lo straordinario, il reale e il magico, il naturale e il soprannaturale, l’effimero e l’eterno. Il divino e l’umano. Cosa sarebbe guardare questa persona. Mi immagino che all’inizio la sensazione sarebbe di disagio, forse anche un po’ di nausea, perché il Dolce Desiderio, allenato com’è a scartare le zeppe consolatorie di falsi compimenti, proverebbe con tutte le sue forze a scartare anche il Vero Compimento. Chiuderemmo gli occhi, no, no. Ma riaprendoli, eccola ancora lì. Il Dolce Desiderio la avvolge adesso come un mantello: eppure ecco, la puoi toccare, satura i sensi ma non li distrugge. Hai mai conosciuto persona che fosse molte cose in una, le portasse con sé, che ogni suo gesto, ogni pensiero che tu fai di lei racchiudesse infinite cose della tua terra e del tuo cielo, e parole, ricordi, giorni andati che non saprai mai, giorni futuri, certezze, e un’altra terra e un altro cielo che non ti è dato possedere? dice Endimione al dio straniero nei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese. 

Forse qualcosa del genere è accaduto ad alcune donne e ad alcuni pescatori, forse dico, a Gerusalemme, in una sera di Pasqua come queste. Noi continuiamo solo ad aver dentro il Dolce Desiderio, come abbiamo dentro il volo Germanwings, e il tizio che spara, e l’esplosione che verrà.



mercoledì 25 marzo 2015

Dicono le Trentatre - Le sventurate rispondono

L’ormai noto antefatto: Papa Francesco visita Napoli. Il duomo immenso, la navata sinistra transennata per restauri. Sul presbiterio si trovano le claustrali, che per l'occasione sono state dispensate dalla loro severa disciplina di reclusione. Gran sorrisi monastici e battimani. A un certo punto alcune di loro, in un improvviso svolazzar nero di veli, in un subitaneo lampeggiar bianco di soggoli, in un imprevisto scintillar metallico di croci e di cuordigesù, si fanno attorno al Pontefice, recando una scatola che a me sembra possa contenere una torta. Di che ordine siano non si può dire, bisognerebbe avere sottomano almeno un’edizione della Monacologia di Joannes Physiophilus, caustico settecentesco classificatore delle specie e delle sottospecie monastiche secondo lo stile della filosofia naturale del tempo. Io, che della scienza sono solo dilettante, mi azzarderei a dire che siano Passioniste. In piedi, il Cardinal Crescenzio Sepe – che si era già distinto poco prima nel meraviglioso Anche i ciechi volevano vedere il Papa, frase su cui si è abbattuta e ancora si sta abbattendo l’ironia di Spinoza.it. - le ammonisce bonariamente in vernacolo: “Oh oh oh, dopo, uè! Guard’ accà! Sorelle dopo, ja, sorelle, dopo! E cchiste so’ di clausura, figuriamoci quelle di non clausura! Aé-eh: e chille se lu mangiano n’atru poco eh! Sorelle ja, mannaggia a chille!”

Nel salottino buono della TV, più tardi, fra Fazio, il chierichetto del benpensar borghese, parla come al solito con la giullarina ufficiale Luciana Littizzetto seduta sulla sua scrivania. Lei dice: “Non si capisce se erano tutte attorno al Papa perché non avevano mai visto un Papa o perché non avevano mai visto un uomo”. Che ridere. Ma il problema viene fuori adesso.

Le Trentatre. Sissignori, proprio le Trentatre, che trentatre più non sono, eh, ma insomma, loro, che indipendentemente dal loro numero sono e rimarranno le Trentatre. Le allodole sacre che da cinquecento anni cantano dalla colombaia del Protomonastero  di Santa Maria in Gerusalemme di Napoli. Le Trentatre, proprio loro, figlie di una riforma francescana caratterizzata da un rigore folle e da un ancor più folle amore, le Trentatre Clarisse Cappuccine. Ebbene, le Trentatre pare guardassero Fazio. Già questa sola notizia basterebbe a far vacillare le fondamenta del cosmo, a sciogliere i legami fra i pianeti, altro che eclisse. Le nobili Trentatre guardavano Che tempo che fa. E hanno sentito la Littizzetto. E, siccome anche loro erano nel duomo, le Trentatre, e avevano visto la scena, pur non essendo loro le frullanti e un po’ appiccicose pasticcere, le sventurate Trentatre  rispondono. Alla Littizzetto. E dove: su Facebook. Perché le Trentatre hanno un account Facebook. E anche un website, un dominio che sa un po’ di medicale, cappuccine33. Avete capito bene: le Trentatre rispondono alla Littizzetto sul loro profilo Facebook.

E cosa rispondono, le Trentatre? Ah, la risposta va riportata integralmente. “Ci dispiace che la signora Littizzetto, che abbiamo apprezzato in altre occasioni, abbia pensato che le "represse" monache di clausura stessero aspettando il papa per abbracciare un uomo... probabilmente per fare questo avremmo scelto un altro luogo e ben altri uomini... se avessimo voluto... Non sarebbe forse il caso, cara Luciana, di aggiornare il tuo manzoniano immaginario delle monache di vita contemplativa????”. Quattro punti interrogativi, a questo punto metti anche un emoticon con la linguaccia, hai fatto trentatre fai trentaquattro, No: niente faccine. Peccato.

Dunque: gli errori delle sventurate Trentatre.

Primo, aver visto Che tempo che fa. Fossi papa Francesco, solo questo particolare mi basterebbe per esclaustrarle tutte con ignominia. 

Secondo errore: rispondere alla Littizzetto. Nel mio mondo ideale le cose sarebbero andate così. Una pia donna si reca alla ruota del Monastero per comprare della marmellata e dice alla portinaia: “Vulite sapé? La Littizzetto parlò di voi alla televisione” “Chi, brava donna?” “La Littizzetto! L’attrice!” “Qui non entrano le cose del mondo, brava donna. Ma dal momento che me lo state dicendo, offrirò in  Quaresima preghiere e dolori per quest’anima da Dio amata e cercata: e possano le intercessioni di me, indegna e povera serva, ottenere per lei grazie dall’Altissimo”

Terzo errore, il più grave. Il contenuto della risposta. Quello proprio non va. 
Dicono le Trentatre che – se avessero voluto abbracciare un uomo (scrivono "abbracciare", ma la Littizzetto aveva detto "vedere", e questo freudian slip è la parte più bella del messaggio) - avrebbero scelto un altro luogo. Si intende: rispetto a una chiesa. E quale, di grazia? Un motel con lenzuola rosse e specchi sul soffitto? Nessun posto come una chiesa è adatta a ospitare l’amore peccaminoso, perché vuoi mettere il gusto di farlo proprio lì, davanti al Padre Eterno che freme di sdegno per la sua figlia, davanti allo Sposo Eterno che muore di gelosia per la sua sposa? Vuoi mettere il gusto di farlo proprio lì, e poi affidare l’ignaro amante alla spaventosa vendetta di Dio?  
Dicono le Trentatre che – se avessero voluto abbracciare un uomo – avrebbero scelto un ben altro uomo. Hombre! E chi? Qui mi s’offende il fascinoso papa della pampa. Cioè loro avrebbero preferito veramente un quisque de tronistibus al Romano Pontefice dal soave accento spagnolesco? Una qualunque delle milf di youporn  le ritererrebbe con ragione prive di gusto.
Dicono le Trentatre che si deve aggiornare? Brutto giorno quando si aggiorna, almeno nei monasteri, fortiapache non solo di Dio, ma anche del Tempo e dell'Immutabile. Immaginario manzoniano? Magari. L’immaginario manzoniano è strepitosamente sexy, e ancor di più lo è quello verghiano di Storia di una Capinera. Leggessero, le Trentatre (magari anche su un lettore ebook), anziché guardare Fabio Fazio alla TV, media obsoleto, come donnicciole qualunque nello squallore tiepido dei loro tinelli.
Se proprio volevano. E non dovevano, no, non dovevano. Se proprio volevano rispondere, le Trentatre, potevano magari fare così. Si prendeva un calamaio vuoto e ognuna delle Trentatre vi versava un po’ di sangue vivo fatto sgorgare dal proprio polso. Poi una di esse vi intingeva il pennino e cominciava a scrivere. 
Tu non conosci il nostro Sposo, di cui noi siamo l’harem doloroso ed esultante, tu non sai come lo amiamo e quanto ci fa morire con la Sua assenza. Figlie di altissimo lignaggio, Noi Trentatre offriamo notte e giorno i nostri corpi, le nostre anime e i nostri spiriti alla sua torturante passione. La Santa del nostro Ordine – Veronica Giuliani – fin da piccola riconosceva il suo Promesso dall’odore. Soffrire per Lui era la sua via d’amore, come oggi è la nostra. Da bimba metteva le mani sulle fiamme, si coronava di spine, si pungeva fra i rovi, si caricava di pesantissime croci di legno, e altre ne disegnava sui pavimenti con la lingua. E – quando fu monaca – il suo ardore per la sofferenza amantissima si moltiplicò. Nessuna ripugnanza le rimase ignota, espose il suo corpo a ogni genere di tormento. Ricevette le stimmate, e la ‘lancia d’oro tutta infuocata’ di Gesù ‘le passò il cuore da banda a banda’. Costruiva macchine per infliggersi dolore. Dopo la morte il suo cuore venne aperto, e si riscontrarono nella sua parte interna le cicatrici fatte a forma di croce e di lancia. Noi non siam sante, ma siam sue sorelle, e la nostra via è la stessa, come pure il nostro Uomo. Lo vuoi conoscere? Vieni da noi, vieni con noi, non che non siamo gelose, anzi, siamo gelosissime, ma  che possiamo farci, Lui vuole anche te, e vuole abbracciarti nel dolore. Vieni da noi, vieni, prova, vieni con noi nelle trentatre sfumature di fuoco.

Invece no. Le Trentatre hanno risposto così, su Facebook.