Translate

sabato 29 aprile 2017

Quoniam dilexerunt multum: tre strane coppie dell'oriente vicino, più una dell'oriente lontano

Sume citharam, circui civitatem, meretrix oblivioni tradita; bene cane, frequenta canticum, ut memoria tui sit
Prendi la cetra, gira per la città, prostituta consegnata all’oblio; suona con abilità, moltiplica i canti, perché qualcuno si ricordi di te
Isaia 23, 16

Fasciculus murrae dilectus meus mihi: inter ubera mea commorabitur. Dilectus meus misit manum suam per foramen, et venter meus intremuit ad tactum eius. Surrexi ut aperirem dilecto meo: manus meae stillaverunt murra, digiti mei pleni murra probatissima pessulum ostii.
Un sacchetto di mirra l’amato mio per me: tra i miei seni passa la notte. Il mio amato ha messo la mano nella fessura e il mio ventre fremette al suo tocco. Mi sono alzata per aprire al mio amato, le mie mani stillavano mirra, le mie dita mirra purissima sulla maniglia del chiavistello.
Cantico dei Cantici 1,12; 5,4-5)

Gesù parla con severità, nel Vangelo, di denaro e di sesso. Più severamente e ampiamente di denaro che di sesso: e questo potrebbe sorprendere, visto che poi la Chiesa è stata ben più rigida e occhiuta sul secondo. In questi ambiti l’insegnamento di Gesù è rigorosissimo, e niente affatto easy going. Proprio in un solo capitolo di Matteo (il diciannovesimo), prima i farisei gli domandano se sia lecito ripudiare la propria moglie: e lui, appellandosi a ciò che accadeva agli albori della creazione, risponde di no, e che farlo equivale all’adulterio, e i suoi discepoli allora scuotono la testa e dicono che forse è meglio non sposarsi, e lui replica col misterioso detto dei castrati per natura, di quelli resi così dagli uomini, e di quelli che si sono fatti tali per il Regno; pochi versetti dopo incontra il cosiddetto giovane ricco, che vorrebbe seguirlo ma è trattenuto dai molti beni, il giovane ricco, l’unico essere umano di cui viene detto che Gesù lo ama di un amore personale e diretto, il giovane ricco che se ne va via come giovane triste, e Gesù se ne esce con la celebre metafora del cammello e della cruna dell’ago, e i suoi discepoli scuotono ancora la testa e si domandano chi mai potrà salvarsi, e Gesù risponde che ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio. Se però si cerca nel Vangelo come il Figlio di Dio razzolava, oltre che come predicava, vediamo che Egli amava frequentare gente non tanto perbene sia rispetto al denaro (prende un esattore delle tasse dell’occupante romano fra i suoi, va in casa di Zaccheo il truffatore, loda in parabola l’amministratore disonesto, sembra esaltare lo spreco talvolta a scapito della carità verso i poveri), che rispetto al sesso. Anche le donne che Gesù predilige non sono esattamente delle personcine perbene: l'adultera che sta per essere lapidata, e per la quale Egli compie il misteriosissimo gesto di scrivere sulla sabbia chissà cosa; la samaritana al pozzo, che aveva avuto cinque mariti e il cui attuale uomo non è il marito. Ce ne sono poi altre tre, che la tradizione cristiana riassume nella figura di Maria di Magdala, la peccatrice guarita e perdonata, che sarà presente sotto la croce e che danzerà con Lui, nel giardino della risurrezione, la danza meravigliosa del nolimetangere: una che all'inizio della vita pubblica di Gesù, mentre si nasconde da chi la giudica e la condanna, gli bagna i piedi con le lacrime e glieli asciuga con i capelli, ingenerando una diffidenza nel suo ospite Simone, la seconda che nell'imminenza della fine gli cosparge il capo con unguento prezioso, provocando l'indignazione di Giuda Iscariota, la terza - sorprendentemente - la Maria sorella di Marta e di Lazzaro, quella che siede ai piedi del Maestro mentre l'altra lavora e serve, e che neanche il verificarsi dell'episodio più scenografico del Vangelo - quello della rianimazione del fratello avvolto da bende è già in stato di putrefazione - riuscirà a far uscire di casa. Quindi la Chiesa ha indentificato in una prostituta, in una peccatrice, l'archetipo della vita contemplativa. E' una cosa che - come si dice - dà da pensare. La vita contemplativa cristiana non è fatta per chi ha estinto in sé il desiderio, ma per chi ne avvampa. Il desiderio dovrà essere liberato dal Cristo, ma il desiderio liberato non coincide con la liberazione dal desiderio.



Le prime tre coppie di cui sto per raccontare dobbiamo pensarle nel IV secolo, in Egitto, Siria e Palestina: è l'ambito storico in cui sono state elaborate le celebri storie dei cosiddetti padri del deserto. Il cristianesimo è appena diventato 'lecito' nei confini dell'impero, con la conseguenza che non vi sono più martiri, e che la terra non è più irrigata dal loro sangue nutriente e generativo. Nasce la necessità di una sostituzione, e questa è la vita monastica. Si va nel deserto alla ricerca di un martirio incruento. Questi uomini, veri giganti dello spirito, sono degli atleti della mistica, e proprio la loro athlesis li espone al serio rischio di non aver più bisogno di Cristo, di credere di potersi autoperfezionare e autorealizzare. E allora ogni tanto giunge qualche donna a ricordare loro che non c'è compimento, spiritualità, mistica, senza la misericordia di Gesù. Pur raggiungendo talvolta livelli straordinari di ascesi, rimane chiarissima nelle donne del deserto la grazia femminile del loro prototipo, colei che siede ai piedi del Maestro ed è tutta nel suo sguardo e nelle sue parole. Non dobbiamo dimenticare tuttavia che non est masculus neque femina (Gal 3, 28) e che, ad alcuni monaci venuti a visitarla, amma Sarra – una di queste donne – disse: Io sono un uomo, voi siete donne. Risposta strana, forse immediatamente irritante, ma se la si coglie in un epoca in cui la parola uomo alludeva a certe virtù quali la forza, l’autonomia, il coraggio, l’energia, e la parola donna a limiti quali la debolezza, la dipendenza, il timore, si capisce che si tratta di una risposta femminista: per madre Sarra ciò che fa di una persona un uomo (nel senso di essere umano detentore di quelle virtù) o una donna (recante il segno di quei limiti) non è certamente il sesso biologico. È da notare che le vite di queste sante prostitute sono state composte e lette in ambito monastico maschile: servivano a ricordare a coloro che potevano pensarsi perfetti nelle loro grotte e nei loro cenobi che senza quello sguardo non c'è ascesi che valga.

sabato 25 marzo 2017

In Annunciatione Beatae Mariae Virginis (con più di sette motivi per non fidanzarsi con gli dei)

Bisognerebbe guardarci bene – noi mortali – dall’interagire con gli dei e con le dee, e soprattutto dall’avere storie d’amore con loro.

Ci sono due signori colti, un po’ anziani, in visita alla Galleria Borghese di Roma. Sono fermi davanti al gruppo marmoreo di Gian Lorenzo Bernini, dove Apollo cerca di ghermire Dafne, ninfa bellissima e figlia del dio-fiume, Fluß-Gott des Bluts, dove lei cerca di sottrarsi, e dove il padre-fiume la trasforma in albero d’alloro, ed ecco ha già un piede radice e le palme foglie. I due signori guardano la statua in silenzio. Poi passano all’altro capolavoro del Bernini, dove Proserpina figlia di Giove e della dea delle messi, mentre raccoglie fiori, viene afferrata dal terribile Plutone signore degli Inferi, e dove lei è come una lepre inseguita dal cupo cacciatore e dal tricipite cane Cerbero, e dove lui l’ha già presa, e lei è già sua, e sotto le dita del rapitore cede la carne morbida della sua coscia, e tutto questo è candido marmo durissimo morbidissimo. Uno dei due visitatori, con l’accento francese, dice all’altro: “Due capolavori dell’arte occidentale. E – in effetti – rappresentano due stupri…”

L’altro è uno psicoanalista, e ricorda allora che Freud - in qualche punto della sua sterminata opera - sostiene che una delle funzioni delle rappresentazioni religiose consiste nel poter attribuire alle figure divine, notoriamente al di sopra del bene e del male, degli atti che noi vorremmo compiere, ma non possiamo (perché c’è il super Io e l’etica e le relazioni e la legge e la polizia e la rispettabilità e insomma queste cose non si fanno). In realtà , io vorrei prendere la giovane vicina di casa che vedo uscire al mattino con i capelli color miele e i pantaloni strappati sul ginocchio a mostrarne la forma perfetta rivestita di pelle dorata, vorrei trascinarla in cantina e possederla. Naturalmente non posso, non devo, e la parte più alta e nobile di me neppure vuole farlo. Ma il desiderio brado – in me - sogna. E il sogno assume la forma del vecchio Plutone che è preso di passione per la figlia di Demetra, e – con la potenza vigorosa e pre-morale tipica degli dei – la conduce nell’abisso dove vive e la fa sua.

Così fanno gli dei. D’altra parte non ce li vedi – gli Olimpi (ma neanche i più colorati e polimorfi cugini indiani) – corteggiare l’amata, mandarle i fiori, portarle i cioccolatini, sedersi sulla panchina del parco a guardare le stelle, leggerle delle poesie, essere da lei presentato alla famiglia, frequentare il corso per fidanzati della parrocchia, andare a scegliere la lista di nozze e le bomboniere di ceramica col cacciatore e il bracco, sposarsi in chiesa con l’organo che suona l’aria sulla quarta corda di Bach, ricevere i chicchi di riso in faccia, dopo la festa attraversare la soglia di casa con lei in braccio, poi i preliminari, e poi il sesso del sabato sera. Gli dèi quando toccano, toccano così, toccano forte (noi arriviamo fin qui, / questo è nostro, di toccarci così, più forte / ci gravano gli Dei. Ma è cosa degli Dei, scrive Rilke nella sua seconda elegia di Duino). Gli dei non hanno una psicologia, e quando desiderano il loro desiderio si trasforma in atto. A noi mortali il loro comportamento sembra violento, sprezzante, brutale, ma per loro, i celesti spensierati, non è che la normalità.

Arianna figlia di Minosse, re di Creta, aiuta Teseo a sconfiggere il Minotauro con la famosa vicenda del labirinto, si innamora di lui e con lui fugge verso Atene. Tuttavia commette l’errore di rivelare a Teseo l’intenzione di sposarlo. Credo che le dicerie che vorrebbero Teseo come figlio illegittimo di Poseidone dio degli abissi marini siano false, perché Teseo si comporta in questo frangente in un modo che più umano non si potrebbe. Fa sosta a Nasso, e mentre lei è addormentata, risale sulla nave e salpa via (da cui pare venga l’espressione ‘piantare in (N)asso’. Ridestatasi, Arianna piange tutte le sue lacrime e invoca la morte. Il mito ha diverse versioni e diversi finali, ognuno dei quali potrebbe essere esplorato con molto interesse. Hugo von Hoffmansthal – nel libretto per l’opera Ariadne auf Naxos sceglie il finale più celebre. Giunge Dioniso, la vede e la desidera, ma nel modo in cui un dio vede e desidera, e vuol portarla via.

Dice Arianna:
Lo so, così è laggiù dove mi guidi!
Chi là dimora, tutto presto scorda!
La parola finisce ed il respiro!
Là è il riposo un continuo riposo dal riposo –
nessuno là si consuma nel pianto, –
dimentichiamo ciò che ci affliggeva:
nulla conta di ciò che qui contava, lo so.

E Bacco soggiunge:
Se sono un dio, se un dio m’ha creato,
se le fiamme hanno ucciso mia madre,
quando tra fiamme mio padre le apparve
non mi ha toccato la magia di Circe,
perché sono immune, etere e balsamo
non sangue umano nelle vene mi scorre.
Ascoltami, creatura che ho davanti,
ascoltami, tu che vuoi morire:
le stelle eterne moriranno prima
che la morte ti strappi dal mio abbraccio!

Ai mortali che si innamorano delle dee non va certo meglio. C’è Artemide, la saettatrice, che, in una notte d’arsura in opaca silva Gargaphia, depone le vesti e si bagna nuda in un lago. E c’è il nobile Atteone anche lui a caccia nella selva oscura, con la sua muta di cani addestrati all’uccisione del cervo. C’è uno sguardo, soltanto uno sguardo, fra la dea e il mortale: ma è più che troppo. Egli vede ciò che è oltre la misura di ogni pensiero umano e perde il senno, o lo acquista. E lei, ilare, come un’adolescente timida e divertita, compie il gesto più innocuo che si possa immaginare: raccoglie un po’ d’acqua con la mano e gliela spruzza in volto. Come un gioco benedicente. Ma, sul versante umano, queste gocce assumono il significato di indignazione e di condanna del sacrilegio, ed ecco Atteone trasformarsi egli stesso in preda, in cervo, ed essere divorato dai suoi stessi cani.

C’è poi da notare che il sesso agli dèi piace moltissimo, lo fanno abbondantemente senza riguardo ai sentimenti, alle età, ai contesti, persino alle stesse forme e specie. Ma sembra che piaccia loro un sesso senza procreazione. Quando devono procreare, lo fanno in modo diverso. Atena esce armata di tutto punto dal cranio di Giove, Afrodite sorge dalla spuma del mare.

Anche il dio dei deserti, dei pastori e dei fuochi da campo, il dio che scelse Abramo, Isacco e Giacobbe, non era certo, almeno inizialmente, un tipo raccomandabile. Oltre a mostrare la consueta divina indifferenza verso la sorte umana, non aveva neppure la raffinatezza del club degli olimpi. Era sanguigno e scabro come la terra in cui si aggirava. Gli piaceva l’odore della carne arrostita, e non credo sia completamente escluso dagli studiosi che abbia domandato a qualcuno dei suoi primi devoti anche qualche bambino. Si dice anche che abbia avuto una moglie, Asherah, Grande Madre e Regina dei Cieli. Però, col tempo, è cambiato. Tutta la narrazione biblica è la storia del suo addomesticamento da parte degli uomini: lenta, lentissima, e non senza svolte e passi indietro. Grazie alla relazione con quei pastori, egli ha a poco a poco scoperto di essere lui stesso il D-o, l’Origine radicale, il Principio e il Destino di ogni cosa, il Reggitore dell’Universo. Poiché noblesse oblige, dovette rinunciare a alcuni suoi comportamenti non compatibili: smettere di essere un giovane e focoso capo militare alla conquista di Canaan e incamminarsi (forse con un poco di malinconia) verso la trascendenza assoluta. Ora: il Totaliter Aliter non poteva godere nello scannare il Gebuseo: quindi perse a poco a poco la primitiva fisionomia per assumere quella solenne e esangue dell’Antico dei Giorni, e alla fine si ritirò nel Qadosh ha-Qodashim, consegnandosi irreversibilmente all’immaterialità e all’irrappresentabilità (gli rimase tuttavia il gusto della carne arrostita che continuò a esigere gli fosse arsa davanti: non si può d’altronde pretendere tutto).

Irreversibilmente irrappresentabile? In un certo senso sì. Ma a forza di stare insieme agli uomini cominciò a voler loro bene. Si poneva un nuovo problema: a innamorarsi degli uomini (ovverosia delle donne) non era l’Adunatore di nembi o Lossia l’arciere o Poseidone signore dei mari, dei terremoti e dei cavalli. Ora il D-o degli dèi, l’al di là di tutto, l’oltre ogni forma, era lui ad amare gli uomini, a volerli salvare dalla morte (gli olimpi ne ridevano, perché non la capivano), a volerli far diventare simili a lui. Per far questo decise di diventare come loro. E fu incantato, lui D-o reggitore delle galassie e delle quattro interazioni fondamentali (elettromagnetica, gravitazionale ed nucleare forte e debole), da una vergine ebrea – avrà avuto sedici anni - che lo aveva servito nel Tempio fino al menarca, e poi era andata in sposa a un giusto in Israele. Ma, anziché piombare su di lei come un falco su una tortora, prese la forma bellissima dell’Arcangelo Forzadiddio, afferrò una verga da pellegrino (ingentilita poi dai pittori in un ramo gigliato) e andò da lei.

La tradizione ortodossa – che è più fiorita e immaginativa della latina, e si rifà ai racconti apocrifi – articola questo incontro in due differenti scene. La prima vicino a una fontana, dove Forzadiddio cominciò a sussurrarle di gioire, perché era benedetta: la vergine è spaventata, cerca e non trova chi le parla così, e corre in casa. Di questo sgomento non c’è traccia nell’iconografia tradizionale, e il dipinto che più ne rende ragione è la celebre Annunciazione di Recanati di Lorenzo Lotto. Ma Forzadiddio la segue, le si inginocchia davanti umilmente, e le dice che avrebbe concepito per la sua parola. Dovrò io concepire per opera del Signore Iddio vivente, e partorire poi come ogni donna partorisce?. Lui, restando in ginocchio, la guarda e sorride: No, non così, Maria! Ti coprirà, infatti, con la sua ombra, la potenza del Signore. Perciò l'essere santo che nascerà da te sarà chiamato Figlio dell'Altissimo. Gli imporrai il nome Gesù… Questa volta è la vergine a inchinarsi: Davanti a lui è la sua ancella. In me si compia la sua parola.

Forzadiddio la lascia in fretta, ora deve entrare nei sogni di Giuseppe il giusto. Nel grembo di Maria, Santo dei Santi non costruito da mano d’uomo, ma forgiato da D-o stesso, cova la felicità nuova dell’embrione del Teantropo.


Gli olimpi guardarono silenziosi il corteggiamento divino e il successivo concepimento. Eros, in particolare, ne fu molto stupito.


giovedì 9 marzo 2017

La Madonna di Medjugorje, san Giuseppe che dorme e altri postini

Che a Francesco non piacesse questa cosa delle apparizioni di Medjugorje, questo lo si sapeva benissimo. Il suo giudizio su di esse è sempre stato piuttosto sferzante, ai limiti del dileggio. Recentemente, in un’udienza concessa ai Superiori Generali maschili, è tornato a ironizzare sulla Madonna capufficio delle Poste che manda un messaggio al giorno. Curioso semmai è che, nel corso della medesima udienza, il Papa abbia raccontato come nella sua camera conservi una statuetta di san-Giuseppe-che-dorme (e che sogna, aggiungo io, soprattutto che sogna, Giuseppe è nomen/omen di gran sognatori), e come – quando è oppresso da qualche problema – lui scriva un biglietto e lo metta sotto tale statuetta, in modo da riposare tranquillo e senza angoscia. Chissà se - sotto qualche cappa, qualche lana monastica, qualche scapolare, qualche saio – qualcuno dei presenti si è reso conto di questa deliziosa flagrante contraddizione relativa al sistema postale (e ai postini) da e per l’Oltremondo.

Monsignor Ratko Peric, vescovo di Mostar (la diocesi che include Medjugorje) adesso riafferma la sua netta contrarietà rispetto a quanto sta avvenendo tra il brutto chiesone intonacato di bianco e il montarozzo sassoso di nome Podbrdo. Al netto delle ostilità che da tempo immemorabile vedono contrapposti clero diocesano e frati francescani – gelosi custodi della chiesa delle apparizioni – il vescovo così pensa dell’apparizione:
-              è una figura ambigua;
-              non parla mai per prima;
-              ride in maniera strana;
-              a certe domande scompare, poi ritorna;
-              obbedisce – pur controvoglia – ai veggenti e certe volte addirittura al parroco;
-              le tremano le mani;
-              certe volte ha con sé un misterioso bambino che alcuni veggenti scorgono e altri no;
-              da tempo promette un segno eclatante e irrefutabile, ma non mantiene mai tale promessa;
-              provoca svenimenti, nervosismo, e altri fenomeni bizzarri nei veggenti;
-              certe volte si lascia perfino toccare – l’espressione è toccamenti scandalosi – non solo sul mantello, ma anche sul suo stesso corpo.
Insomma, conclude il prelato, si tratta di un gioco magico e non del Vangelo di Cristo.

Devo ammettere di essere stato una volta a Medjugorje, e fu quando non era ancora molto famosa, agli inizi degli anni ’80. Ah, io ero così diverso da come sono adesso – dentro e fuori – che mi sembra davvero di parlare di un’altra persona. In piedi, nella sacrestia, quando i veggenti caddero in ginocchio, per quanto mi trovassi vicinissimo non provai alcuna emozione significativa, anche se non ebbi la sensazione di assistere a una recita. Uno del nostro gruppo era amico di una delle veggenti: e così trascorsi un pomeriggio a casa di lei bevendo succo di frutta e tè freddo e giocando nel giardino. Mi sono preso perfino un secchio d’acqua che la ragazza rovesciò ridendo da una finestra del piano superiore, il che mi fa appartenere a pieno titolo al club piuttosto esclusivo degli esseri umani colpiti da un gavettone di una veggente. Sono salito sulla montagna di notte a pregare: anche lì nulla di straordinario. Le benedizioni di padre Jozo – con tanto di contorsioni e svenimenti – mi provocarono invece una sensazione di nausea (e un po’ di sentore di zolfo), mentre non posso negare che lo schieramento di sacerdoti confessori sul lato della chiesa, all’aperto, e mai che fossero senza un penitente genuflesso vicino, fosse una cosa mai vista e piuttosto toccante. Quanto ai messaggi, già allora erano banalissimi ma innocui, esortazioni semplici alla penitenza, al rosario, al digiuno, solo leggermente intimidatori. Niente a che vedere con gli abissi tremendi (e con più di un risvolto politico: la guerra, il bolscevismo, il nazismo) delle apparizioni di Fatima, o alla sorgente di inspiegabili guarigioni (nonché conferma di un controverso dogma) che fu quanto avvenne a Lourdes o alle spaventose vicende de La Salette ("Non riesco più a trattenere il braccio vendicativo di mio Figlio!") che tanto affascinavano il cupo fiammeggiante Leon Bloy. Complessivamente tornai a casa persuaso che, se non era diabolica, era comunque cosa sciocca e di scarso interesse. Ma ero giovane. E rigido. E – soprattutto – non ancora mai stato in India. Perché in India avrei scoperto cose molto importanti.


Per prima cosa ho imparato che il sacro è una materia viscosa e appiccicosa, è una marmellata di senso che nutre e assieme impiastriccia. Il sacro è denso e scuro come il sangue, non puro e trasparente come l’acqua. Il suo contatto provoca nausea e estasi assieme. Il sacro precede il divino nell’esperienza umana, e – per parafrasare un famoso frammento di Eraclito – è giorno-e-notte, estate-e-inverno, guerra-e-pace, e muta come il fuoco quando si mischia ai profumi odorosi, prendendo di volta in volta il loro aroma; l’uomo ritiene giusta una cosa e ingiusta l’altra, per il sacro tutto è bello, buono e giusto. Il sacro non è presentabile in società, neanche – e particolarmente – nelle società religiose, per quanto ciò possa apparire paradossale, e ciò esattamente a causa di questa sua natura ambivalente e talora indecorosa e indecente.

[Excursus: un giorno ebbi l’occasione di ascoltare lo scrittore e studioso di cultura sarda Bachisio Bandinu. Raccontava di quando – per dilettare i turisti dei ghetti per ricchi della costa nord dell’isola – un’amministrazione comunale di una cittadina molto glamour ebbe l’idea di invitare i Mamuthones, figure terribili della Sardegna profonda, esito dell’imbestiamento sacro – ottenuto rivestendosi di maschere, pelli, cinghie e campanacci - in onore di Dioniso o di numi nuragici ancora più antichi e misteriosi. La speranza era quella di offrire ai ricchi villeggianti una sfilata di tipo carnevalizio, seppur fuori stagione, e di fargliela godere in tranquillità, mentre loro sorseggiavano il mirto o il vermouth nei dehors dei localini à la page. Fino a un certo punto andò bene. Poi accadde qualcosa di strano: Dioniso, o l’arcaico nume, si rese realmente presente nei figuranti, e la sua manifestazione esplose in violenza e furore. Il clima cambiò d’improvviso, non si vide più l’acqua turchese nelle baie dalla sabbia fine e candida, si velò il sole e il cielo virò nel cupo, addio porticcioli fighetti con gli yacht e le boutiques con i marchi prestigiosi. L’ira del dio – o sarebbe più giusto dire la sua misericordia -  si riversò nelle strade, rovesciò i tavoli, spaccò le vetrine. I villeggianti si rifugiarono negli hotel e si chiusero nelle camere, mentre la polizia cercava di mettere ordine nella disordinata danza di ciò che era ormai tutto fuorché un carnevale. Non si convoca il sacro senza esporsi al rischio della sua imprevedibilità, recando sempre con sé il sacro il suo aspetto perturbante]

Ma in India ho appreso anche altro. E cioè che esiste tutto un popolatissimo mondo sospeso tra l’essere e il non essere. In India questo è facile da capire, perché l’induismo medesimo nasce dall’impatto tra l’astratta, rigorosa, luminosa, diurna, desertica, sacrificale visione vedica (recata dai bianchi, nordici, ariani conquistatori provenienti dall’Iran) e i misteriosi culti dravidici del sud: scuri, sanguinosi, di foresta, di fiumi, di giungla, di fiere, di notte. Tale scontro geologico-spirituale ha sprigionato un intermondo multiforme, multicolore, inclusivo, pieno di dei e dee dai mille volti e dalle centomila braccia, ma ognuno di essi soglia, porta, accesso al divino purissimo e quintessenziale, senza immagine e forma o dualità. In questo intermondo l’indiano si muove con disinvoltura sorprendente, non avendo una concezione digitale (on/off) dell’esistere, ma piuttosto l’esperienza di un continuum analogico.

Ciò che in India è palese, tuttavia, accade ovunque, e l’intermondo cristiano – per esempio - è policromo e interessantissimo. Beninteso: gli abitatori di questo luogo intermedio non sono totalmente assimilabili – non so – agli archetipi junghiani o all’inconscio collettivo. Essi hanno una forma di esistenza parzialmente indipendente dalla psiche di chi interagisce con loro vedendoli, parlandoci, pregandoli, sognandoli, a volte avendoci relazioni sessuali (come accadeva frequentemente nell’epoca classica in occidente e tuttora accade in oriente), a volte avendo a che fare con loro in modi ancora più strani (l’incantevole Gemma Galgani aveva l’angelo custode che le preparava il caffè, e soprattutto che le recapitava la posta al suo direttore spirituale (anche qui la posta: ma è più che naturale che gli intermondiali abbiano la vocazione mercuriale di facilitare le comunicazioni e le connessioni). Essi sono il frutto di un incontro: Dio soffia sulla ribollente, greve – e talora malsana - palude del sacro che c’è nell’universo, e il suo soffio anima un’infinità di forme divine che poi vivono tra gli uomini e danzano con loro. Ma come gli uomini, spiriti incarnati o carni spiritate, non possono prescindere dalla pesantezza e dalle limitazioni dei loro corpi, così tali forme non possono interamente liberarsi dalla viscosità carica di ambivalenza che caratterizza il sacro della cui stoffa son fatte: e questo spiega il senso di disagio che ci prende quando si manifestano, come se fossimo al cospetto di qualcosa che non è fatto solo di luce. La più vertiginosa anima mistica del Novecento, Santa Teresa di Lisieux (e dico del Novecento ben consapevole che ne morì sulla soglia) ottenne da una di tali forme divine la liberazione da una malattia chiaramente psicosomatica: la Vergine infatti le apparve e lei fu guarita. Bambina, confidò alle sorelle che aveva visto. Ma era una bambina dallo spirito lucido e tagliente come una spada, e fino alla morte ripensò a questo contatto dubitando, soffrendo, perfino autoaccusandosi di menzogna. Lei cercava altro, e le fu dato: la nudità del Dio al di là dell’Essere.

Il vescovo di Mostar tenta un mystical profiling: la donna che trema, che ride, che si fa toccare le membra, che si nasconde, ecco: questa donna non sembra corrispondere al profilo della Vergine Maria. Che cos’è dunque? Un gioco magico, tuona il prelato, intendendo screditare. Ma il gioco magico è bellissimo, ed è bellissimo quando Dio fa l’illusionista e gioca con le forme da lui stesso inabitate per potersi, nel rivelarsi così, nascondere ancora.


Nel frattempo questa vicenda creerà un grattacapo al Papa. Il quale, prima di addormentarsi, scriverà un biglietto con scritto ‘Medjugorje’ e lo infilerà sotto la statua di San Giuseppe che dorme, e lui, abitante dell’intermondo esattamente come la Vergine che ride , troverà il modo di occuparsene.


giovedì 9 febbraio 2017

Non solum in memoriam. Sed in intentionem.



Massimo Papini
22 giugno 1942 - 7 febbraio 2017


DOLORE IGNOTO

Poggio
sul mio dolore
invisibile,
ignoto
come
rossa la vela sul suo vento.


POCO A POCO

guarisco lentamente della notte


CREPUSCOLO

L'ombra scompare
prima della luce


PROMESSA

Notte senza attesa di sole.

Al bambino nel buio
sugli scalini dell'immenso

intatta nel cielo senza lacrime
l'universo promise
la curva lieve delle stelle dell'Orsa.


[da Estenuante memoria del corpo, 1997]







lunedì 16 gennaio 2017

Silence: verità, misericordia, e putrefazione di Dio

J


Non credo che i due giovani gesuiti protagonisti di Silence, l’ultimo film di Martin Scorsese -  l’uno (Rodriguez) fulvo e della mascella volitiva, l’altro (Garrpe) scavato e già quasi nipponiforme, come plasmato dal suo desiderio, entrambi coi corpi atletici/ascetici stretti nella talare nera e il fuoco che divampa negli occhi – pensassero ai sei modi di evangelizzazione della Chiesa elencati dal Cardinal Martini in una lettera pastorale degli inizi degli anni ’90 (ossia per proclamazione, per convocazione, per attrazione, per irradiazione, per contagio, per lievitazione) quando, nelle prime scene, chiedono, pretendono e alla fine ottengono dal Provinciale Alessandro Valignano di partire dall’India per il Giappone. Sapevano che in quel paese ai confini del mondo la situazione per i cristiani era cambiata, che era in corso una feroce persecuzione, e che del loro antico e amato maestro e mentore (Ferreira) non si avevano notizie se non che forse aveva abiurato. Come segugi della fede, fiutavano odore di oriente, di avventura, di sangue, di eroismo e di martirio. Bastava.

Non credo che avesse chiare le sei modalità neanche quell’infaticabile errabondo di Dio che ebbe nome Francesco Saverio, e che cinquant’anni prima si stremò nelle Indie – tanto che il braccio gli doleva a furia di amministrar battesimi e la gola gli bruciava per le continue recitazioni del Credo ai neofiti – che si spinse poi fin nelle Molucche e nella Nuova Guinea, ma il cui vero, autentico amore fu il Giappone, furono i giapponesi, da lui ritenuti il popolo migliore del mondo, per poter predicare ai quali corteggiò nobili e principi fino al Celeste Sovrano, e al fine di rendere ancor più efficace tale annuncio – visto che i giapponesi non ritenevano potesse esistere una dottrina giusta non accolta dalla Cina – poi partì per la Cina e vi morì sfinito dalla febbre, indomito, lui a cui neppure il Padre e Maestro Ignazio riuscì a mettere briglie e finimenti, e a destinarlo a incarichi non di prima linea.

Semplicemente, questi uomini erano persuasi di portare una verità di tipo tutto speciale. Non (solo) un pacchetto di nozioni su Dio, intendiamoci: ma una verità capace di salvare l’uomo e portarlo in Cielo. Una veritas saluti necessaria, per dirla con l’Aquinate. Al fine di poterla comunicare anche a una sola anima erano pronti a andare non solo all’altro capo del mondo, ma su Marte, qualora si fosse trovato il vascello adatto, perché per quell’anima erano in gioco vita e morte (eterne): Qui crediderit et baptizatus fuerit salvus erit, qui vero non crediderit condemnabitur (Mc16,16). Poi, quando ci saranno le astronavi, la missione verso gli alieni sarà certamente più simile, invece, a quella descritta dall’olandese Michel Faber nel bellissimo libro di fantateologia Book of Strange New Things (2014), ossia problematica, dubbiosa, estenuata: ma questa è un’altra storia. Anzi: è la stessa.

Al tempo degli eventi immaginati nel film, in Giappone furoreggiava appunto la persecuzione del periodo Tokugawa. La comunità cristiana, che aveva raggiunto il ragguardevole numero di trecentomila anime, e che comprendeva anche anime illustri (si pensi che – al tempo di Toyotomi Hideyoshi, ossia pochi decenni prima, lo stesso sommo Maestro dell’arte del Tè Sen No Rikyu, vertice della raffinatissima cultura zen, fu sospettato di essere cristiano). Insomma, il cristianesimo andava abbastanza di moda, era abbastanza cool. Ma gli Shogun sospettavano i cristiani – e in particolare i gesuiti – di intrigare con l’Imperatore ai loro danni; si accorgono che Olanda, Portogallo, Inghilterra e Spagna – le ‘quattro concubine bellissime’ dell’uomo saggio Giappone – litigano fra loro per il primato e il saggio potrà cacciarle e tornare in pace: non così potrà fare con la ‘donna brutta’ ossessionata dall’amore per lui, presa in un attrazione fatale per lui, ossia il cristianesimo; quella dovrà ucciderla, per sposarsi infine con una donna del suo paese, che lo capisca. C’era inoltre stata la grande ribellione Shimabara, guidata dal giovane samurai cristiano Shiro Amakusa, e conclusasi nel massacro di oltre quarantamila convertiti.

Giunti sulle coste occidentali del Giappone meridionale, i due gesuiti vengono in contatto con comunità clandestine e catacombali di cristiani (kirishitan) di villaggio. Poverissimi e fervidissimi, i contadini si sono organizzati senza sacerdoti e quindi senza sacramenti. C’è un capo (Jisama) che amministra l’unico sacramento possibile, il battesimo, ai bimbi, ci sono dei catechisti che insegnano le pochissime parole in portoghese storpiato, ci sono riunioni di preghiera davanti a immagini sacre cesellate nel legno, c’è soprattutto la carità fraterna e la possibilità di morire in ogni momento. Per il resto è una specie di marranismo al contario: tutti pagano le tasse, onorano i Buddha nei templi, e vivono la loro vera fede soltanto nelle nebbie notturne (il film qui ha una profusione di bellissime inquadrature caravaggesche). Il loro timore è che venga un mitico inquisitore a metterli di fronte alla scelta di calpestare un’immagine sacra o essere uccisi.



I nostri due sono colpiti ed edificati dal fervore di queste comunità (è deliziosa la scena in cui, dopo aver condiviso delle aringhe salate, i preti si gettano sul cibo mentre i giapponesi piamente si fanno prima il segno della croce: Benedic, Domine, nos et haec tua dona quae de tua largitate sumus sumpturi) ma è evidente che il nascondimento non soddisfa la loro sete di eroismo. L’uscire dal nascondiglio per loro preparato innescherà una serie di eventi che porteranno infine al manifestarsi del leggendario inquisitore.

Questa è – a mio avviso – la figura più riuscita. La sua fama terribile di Torquemada buddista si implementa in realtà in un vecchietto artritico, intollerante al sole, al caldo, alle mosche, e con una vocetta sfalsettante (nella versione inglese Scorsese ha usato per lui la voce dei ‘vecchietti da film western’, tipo How’dy Pa’t’ner). Alla sua crudelissima raffinatezza, fatta di spettacoli di terrificanti torture unita a dialoghi teologici sottolineati dal vibrare di ventagli di carta di riso, il film affida la trasformazione del vero protagonista, il giovane Rodriguez. L’altro, Garrpe, ha in sorte una fine tutto sommato più semplice e bella: mentre alcuni cristiani giapponesi vengono fatti salire su una barca per essere gettati in mare  legati in stuoie di paglia, riesce a sottrarsi a chi lo trattiene, si slancia in acqua, li raggiunge a nuoto, e muore annegato anche lui, abbracciato a una bambina neobattezzata con la quale si inabissa nell’azzurro. Sembra strano, ma in quel momento lo si invidia.

Quattrocento anni dopo, un Pontefice Romano di nome Benedetto (e al Pontefice Romano i gesuiti fanno voto speciale di obbedienza circa missiones) dirà che la Chiesa non fa proselitismo, ma cresce per attrazione (omelia della Messa di inaugurazione della V Conferenza generale dell’Episcopato latinoamericano, Aparecida, 13 maggio 2007). Ancora vivente Benedetto (dopo aver compiuto l’atto più postmoderno della storia, ossia dimettersi da Pater Patrum, atto che nessun padre carnale di figli carnali avrebbe mai il cuore e il diritto di fare) il suo successore Francesco radicalizzerà questa affermazione a più riprese: in interviste al laico Pontefice Scalfari dirà che il proselitismo è una solenne sciocchezza (2013, su Repubblica) e che addirittura esso è peccaminoso, è un atteggiamento peccaminoso (intervista a Ulf Jonson, in occasione del suo viaggio in Svezia). Attrazione – beninteso - è una delle sei modalità individuate dal gesuita padre Martini.

Chissà che cosa ne avrebbe pensato Garrpe mentre moriva affogando assieme alla sua neofita. Posso però dire che cosa ne penso io. E penso che il disprezzo del proselitismo non mi piace, ma è inevitabile. La verità – bongré malgré – non siede più sul trono dei beni, non è più il bene più alto. Io stesso sono pieno di orrore nel pensare a un mondo tutto romano cattolico, un luogo in cui a Roma, New York, Delhi, Beijing, Tokyo, Nairobi, Teheran, Tel Aviv tutte le mattine delle figurette vestite di rosso o di verde o di bianco salgano sull’altare a dire In nomine Patris… e innalzino piccoli dischi di pane azzimo, e che questa sia la modalità dell’esperienza religiosa di tutta l’umanità. Io non potrei vivere in un mondo dove il Signore Krsna non danzi con le pastorelle al suono incantato del suo flauto, in cui i minareti non piangano gli appelli alla preghiera all’Unico e al Più Grande, in cui monaci vestiti di zafferano non vivano secondo gli insegnamenti del Sublime Gautama, in cui misteriose forze animiche non ruggiscano nelle foreste africane, in cui fanciulle e madri non accendano al venerdì sera le due luci del santo Shabbat. Non soltanto sono d’accordo con Simone Weil quando dice che non darebbe venti soldi per un’opera missionaria e che per un uomo cambiare religione sia pericoloso quanto per uno scrittore cambiare lingua, e quando afferma l’assurdità di obbligare le persone a rinnegare ciò che per i loro padri è stato sacro per millenni e adottare come libro santo la storia di un piccolo popolo a loro sconosciuto (Lettera a un religioso, 1951), ma sono persuaso che la teodiversità sia l’unica possibilità per rendere sostenibile all’uomo l’esperienza religiosa. Ciò significa che per me, Benedetto XVI e Francesco I non avrebbe senso partire dal Portogallo per convertire un giapponese, e che anzi in qualche modo questo potrebbe perfino integrare una colpa religiosa. Ciò significa che io, Benedetto XVI e Francesco I abbiamo un’idea di verità che non corrisponde irreversibilmente più a quella che era nelle menti e dei cuori del vero Saverio e degli immaginati Garrpe e Rodriguez. Dici poco. Che la abbia io, quest’idea, non conta nulla, ovvio. Ma i due Papi. E la stragrande maggioranza dei cristiani sul pianeta. Insomma.

E tuttavia non è il relativismo religioso dell’inquisitore Inoue a trasformare Rodriguez. Egli vi resiste testardamente (e un po’ sbiaditamente, dal punto di vista teologico). Il relativismo non è la causa, ma sarà un effetto della sua trasformazione. Il giovane religioso incontra alla fine il suo antico maestro Ferreira, malinconicamente ormai integrato nella società dei letterati giapponesi: non solo ha effettivamente e formalmente abiurato più volte, ma ha moglie e figli e un nome giapponese. Passa il tempo nei templi scrivendo libri di astronomia e scienze naturali, nonché un elenco di errori del cristianesimo intitolato ‘Gengiroku’ (Inganno rivelato). E’ convinto che i fervidi contadini incontrati dai due preti all’inizio del loro incontro fossero in realtà dei superstiziosi, e che la loro devozione a immagini e parole cristiano-portoghesi fosse infinitamente distante dalla fede in Cristo. E ha visto che c’è chi muore martire per la fede, ma molto di più ve ne sono che muoiono a causa di superstizioni, nella speranza di un Parais privo di tasse, fatica, sfruttamento e signorotti. Conclude che non ne vale la pena, e rifiuta la testardaggine con cui la Chiesa si ostina a predicare il Vangelo in Giappone provocando solo il versarsi di sangue giapponese. Ma, ancora, Rodriguez resiste, non è convinto.



Il problema, per Rodriguez, è il silenzio di Gesù, il suo ostinato tacere davanti al massacro dei suoi. Come possa tacere di fronte alla bimba gettata in mare perché battezzata, al vecchio esposto per giorni alle spaventose ondate dell’oceano, al sacerdote legato al palo e cosparso di acqua bollenti con piccoli mestoli forati che ne ritardassero la morte aumentando la sofferenza delle ustioni. Questo silenzio lo strazia. L’immagine del volto di Cristo di El Greco – da lui custodito nei pensieri e negli affetti come un innamorato fa col volto dell’amata – è terribile nel suo mutismo. Vuol dire che è morto? La persecuzione giapponese come Auschwitz, lo stesso silenzio impotente, e Rodriguez si aggrega a Primo Levi e Paul Celan. Si può pensare Dio dopo Auschwitz? Siamo di fronte il problema dei problemi. Elie Wiesel se lo chiede di fronte alla prolungata agonia di un ragazzino tredicenne impiccato nel campo di sterminio, l’angelo dagli occhi tristi, si chiede dove sia Dio, e sente una risposta: “Dio sta morendo su quella forca”.

E’ il venerdì santo speculativo di Hegel, dal quale ancora non siamo affatto usciti. Non è soltanto il tragico, feroce e vitale annuncio dello Zarathustra di Nietzsche, non è solo la solenne, sognante e gotica proclamazione del Cristo morto di Jean Paul (Johann Paul Friedrich Richter) che dall’alto dell’edificio del mondo annuncia a tutti che non vi è alcun Dio (“Siamo tutti orfani, io e voi, senza Padre”), non è solo l’affilato ateismo dei filosofi analitici oxoniensi degli anni ’50 (cosa fa un padre umano se vede un figlio ammalato di cancro alla gola e potrebbe guarirlo? lo fa, altrimenti non è padre; dunque dire che Dio è padre non ha alcun senso, e se lo si dice si condanna la parola padre a non avere alcun significato, con buona pace dell’analogia), non è solo la confessione della moglie del missionario interplanetario del romanzo di Faber (“Non c’è nessun Dio che agisce in modi misteriosi, nessun Dio che persegue chissà quale sublime obiettivo… Mi sono illusa”). Non solo questo. Siamo noi che lo viviamo, il venerdì santo senza Pasqua. Davanti al puzzo della morte, di ogni morte, e davanti all’orrore del silenzio perdurante di un Dio che non può avere scuse se non perché Egli stesso morto.

E allora ci saranno le riflessioni dello stesso Wiesel, di Hans Jonas (Des Gottesbregriff nach Auschwitz), di tanta parte della teologia del novecento. La teologia dopo la morte di Dio: ma essa non basta a uscire dal terribile venerdì del pensiero. Dio è morto, va bene, ma non risorge affatto “in ciò che noi vogliamo e crediamo”, come cantavano Guccini e i Nomadi negli anni ’60. Anzi, c’è – in tutto il suo immenso, prepotente ingombrare – il suo cadaverone disteso sul mondo e sulla storia. Che ne faremo? Articoleremo un’azione sociale, un’attitudine misericordiosa, rizzeremo un ospedale da campo per i feriti del cuore e dell’anima, e tutto questo etsi deus non daretur? Intanto – come ha detto recentemente il cardinale guineano Robert Sarah – i fedeli disertano le Chiese sopraffatti dal fetore del Dio morto (io non credo che mai un’espressione più drammatica e significativa sia stata pronunciata da un’autorità religiosa cristiana dell’epoca moderna).

Una notte, nella prigione, Rodriguez sente gemere e russare. “Come fa questa guardia a russare mentre il prigioniero soffre!” si indigna. Ma nessuno russa. Sono quattro cristiani condannati alla ‘fossa’, ossia avvolti in un sacco e appesi a testa in giù in un buco, con una ferita sul collo che impedisce che il sangue alla testa li faccia svenire e in attesa di una morte lentissima e dolorosa. “Se lei abiura”, dice il carceriere giapponese “saranno immediatamente liberati”. Viene posta davanti a lui l’immagine del Cristo da calpestare. “Cosa farebbe Cristo se fosse al suo posto?”. Ferreira è al suo fianco, lo incoraggia: “Ora compirai l’atto d’amore più doloroso che sia mai stato fatto…” E – finalmente – Gesù stesso, il Gesù di El Greco, parla:”Calpesta! Calpesta! Io più di ogni altro so quale dolore prova il tuo piede. Io sono venuto al mondo per essere calpestato dagli uomini!”. E Rodriguez calpesta, in uno straordinario gesto che è anche assieme capovolgimento, prostrazione e bacio. Si crocifigge alla sua abiura nel nome della misericordia: che – compiutasi finalmente la trasformazione – siede sul trono del bene supremo, prima occupato dalla verità.



Diventato un secondo Ferreira, con nome giapponese, moglie e figli, abiurerà ancora molte volte con meno drammaticità e più scioltezza. Verrà utilizzato dai giapponesi per evitare che le navi europee introducano in Giappone oggetti cristiani. E, dopo la morte, sarà cremato da buddista, anche se la moglie farà segretamente scivolare fra le sue mani un crocifissino di legno intagliato e a lui donato dai primi – superstiziosi – contadini cristiani.

Ci sarebbe anche da dire della figura niente affatto secondaria del debole Kichijiro, a tutti gli effetti un Giuda seriale che tradisce e poi chiede perdono e poi tradisce e poi chiede perdono e poi ancora e ancora. Chissà, forse è la vera soluzione del tragico enigma del film.

Ah, comunque, il gesuita Hubert Cieslik, in Monumenta Nipponica (1974) sostiene che il personaggio ‘vero’ della storia, padre Cristovao Ferreira, abbia alla fine della sua vita ritrovato la fede, l’abbia confessata pubblicamente e sia morto martire. A Nagasaki. Dove, 312 anni dopo, per una questione meteo che impediva la visibilità della città di Kokura, fu dirottato (in qualità di obiettivo secondario) il B29 americano che vi sganciò sopra The Fat Man, il grassone, nome dato alla bomba contenente 6,4 chili di plutonio-239, e che sterminò quasi centomila persone – tra cui alcuni sopravvissuti al bombardamento di Hiroshima. E anche in quel caso non sembra che gli dèi (d’oriente e d’occidente) abbiano alzato la loro voce.

Sono andato a vedere Silence non appena il film è uscito nelle sale, ossia il venerdì 13 alle 14.50 al cinema Odeon di Milano. Pensavo ci fosse folla, invece eravamo una ventina. Tutti solitari, tutti senza un compagno o una compagna di visione. Accanto a me: a sinistra era seduta una signora che riceve una telefonata prima che inizino le anteprime e sussurra concitata di essere al lavoro e di non avere tempo per parlare, e che alla fine mi ha chiesto Le è piaciuto il film? e io le ho detto Non tanto; a destra una ragazza bruna con i capelli lisci e lunghi, che succhiava un chupa chups, e che non ha mai cessato – durante tutto il film – di guardare il suo Iphone, nascondendone la luce rosata sotto il cardigan bianco di pizzo e creando un effetto niente affatto spiacevole da paralume liberty. Uscito all’aria aperta mi accolgono da un negozio di Corso Vittorio Emanuele le parole di una canzone dell’ultimo album dei Baustelle:

Betty / ha provato di morire / sulla circonvallazione / prima ancora di soffrire / era già in putrefazione / un bellissimo mattino / senza alcun dolore / senza più dolore.


Un bellissimo mattino senza più dolore.

sabato 30 gennaio 2016

Aniconostasi. Storia di cartongesso e di sguardi divini.

Detesto l’indignazione. E’ un sentimento che io non conosco, e che negli altri mi irrita. Presuppone forse l’avere una dignità da difendere, e io non credo di disporne: ma anche negli indignati – mi si perdoni – questa è spesso presunta, auto conferita, se-dicente, se-urlante.
Detesto l’indignazione: quanto più è collettiva, condivisa, più la detesto. Mi indigna l’indignazione.

Ora, in questi giorni un’indignazione sta mettendo d’accordo tutti: dal Manifesto al Foglio, dai Radicali ai Fratelli d’Italia, e in mezzo tutto il benpensare, il benstampare, il benpostare, il benparlare,  il bentwittare, il bengridare. Hanno coperto con grigi pannelli di cartongesso le statue nude del Museo Capitolino in occasione della visita del Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran Hassan Rohani. I mondi reali e virtuali sogghignano, e in Italia si scarica il barile, ci si libera della patata bollente, si scarta la Peppa tencia, si passa l’uomo nero: Il Presidente del Consiglio, il Ministro dei Beni Culturali, i responsabili del protocollo italiani e iraniani; si smarca con eleganza lo stesso Rohani. Cadrà alla fine una testa di chissà chi, ecco che cade, è già caduta, a soddisfazione di coloro che hanno visto in questo gesto un inizio di soumission, di coloro che hanno subodorato il subordinare la cultura agli affari, di coloro che comunque così non si fa, che sourtout pas trop de zéle.

Chissà cosa rappresenta per voi l’Iran, la favolosa Persia. A me viene in mente una scaturigine di luce, uno sprigionarsi di vita e di avventure umane. Sospetto che quasi tutto quel che sono venga da lì, con lo spargersi nel mondo degli arii, i nomadi guerrieri bianchi recanti nell’anima l’idea del Sacrificio, del Sole, del Fuoco. Non perdonerò mai a un caro amico di avere visitato l’Iran prima e senza di me; gli perdono invece, perché mi portò tanti bei racconti, compreso quello della sua interiore adesione al Mazdeismo, che lo conquistò – mentre il sole gli faceva fiammeggiare attorno l’aria - ai piedi delle Torri del Silenzio: dove i corpi dei fedeli venivano esposti al cielo e agli avvoltoi, non potendo gettare la morte nel Fuoco, che è vita e purezza. Questo è l’Iran: una sorgente da cui in tempi immemorabili, sotto un cielo limpido e astratto, è sgorgata la goccia che sono.

Aryamehr, Luce degli Ariani, era uno dei titoli di cui si fregiava il Re di Persia, shah an shah, il Re dei Re. Contro di lui si levò il Segno di Dio (Ayat Allah) Ruhollāh Mostafāvī Mōsavī Khomeynī, il terribile, e terribile era: ma il popolo seguì quel segno. Fu la grande Rivoluzione iraniana. Qui da noi accadeva un’altra rivoluzione, fatta di giovinezza, di languidi sogni, di rovesciamento di regole, di fantasia al potere, di libero amore, di esilio delle verità, anche se non mancarono certo il piombo e la morte. Ma in Iran il vecchio imam dagli occhi incredibili divenne voce di un dio giovane e sanguigno che, da lui evocato, piombò sulla Persia, fece impazzire le menti e incendiò i cuori. Si lasciò dietro una lunga scia di sangue: le anime belle e bellissime possono anche protestare, ma questo accade sempre quando le giovani divinità si scaraventano nel mondo degli uomini. Chiedetelo al cananeo, quando si vide venire contro l’Arca dell’Alleanza circondata dall’ululato degli shofarim. Chiedetelo al sassone, quando vide levarsi la spada lampeggiante e cristiana di Carlo il franco. Beninteso, il dio, di queste cose, non sa nulla: cosa vuoi che conti una vita umana per colui che gioca con le galassie. Lui è come un puledro, fresco di sudore sui muscoli guizzanti, al galoppo nei prati: non si cura certo dell’insetto che finisce calpestato sotto i suoi zoccoli. Gli dicessero: “Sei malvagio!” si stupirebbe, morte e vita per lui pari son, come piacere e dolore, luce e tenebra, bene e male: sono i passi della sua danza. Ma ciò che è ilare e giocondo per il dio si muta in tetra follia nell’uomo: il vecchio imam tradusse con parole morte un vortice di vita, trasformò in leggi costrittive e spietate un richiamo di libertà. E tuttavia la folla follemente amò il feroce mediatore: quando morì tale fu l’impeto della devozione che la bara cadde cinque volte, tante quanti sono i tempi della preghiera, e altrettante volte fu sbalzato cadavere dalla bara lui, che la sua gente non voleva lasciare involarsi nel firdaws.

Fatto è che da quei giorni, in Persia, cessò di sfolgorare più il Sole degli arii, ma scintillò la lama lunare del Profeta e del giovane dio, Il-Dio.

Nel frattempo – e da tanto tempo – i nostri vecchi dèi già prendevano congedo. E fra loro metto anche il Dio-Uomo, il Cristo, che veniva chiamato dai poeti “la troppo umana favola”.  HaShem se ne era andato da un bel pezzo. Come gli elfi di Tolkien, essi passavano il mare occidentale, silenziosi, sorridenti appena, malinconici forse, per andare dove non-si-sa. Lasciarono una terra disseminata di immagini, di architetture, di canti a loro dedicati, commoventi e bellissimi. Lasciarono una civiltà ben compaginata, come si produce quando gli dèi incanutiscono e ingentiliscono. Lasciarono una multicolore tavolozza di valori. Lasciarono talmente tanti doni che noi non ci accorgemmo che loro – i donatori – se ne erano ormai andati. Non credemmo più. Anche quelli che credevano, non cedettero, e quelli che oggi credono, non credono in effetti: tutto fu e rimane solo storytelling. Jean Paul il sognatore ci narrò in gotico romantico di come il Cristo stesso, dopo aver errato per i cieli e visitato tutti i mondi, dichiarò gli uomini costitutivamente orfani, che non c’era alcun Padre, che la sete di infinito non sarebbe mai stata saziata. E la morte di Dio ce l’annunciò proprio l’iranico Zoroastro, Zarathustra, per il tramite del tragico pensatore teutone che lo incontrò sul lago di Silvaplana. Ah, è rimasta certo la bontà, la saggezza, la giustizia. E’ così sempre: quando il dio Nilo è vivo, collerico, giovane e presente, egli distrugge le case, devasta i campi, annega gli uomini; ma quando, stanco, si ritira nel suo letto lascia una terra nera e fertile, pronta ad essere coltivata. E questa terra fragrante di valori noi la coltivammo, seppure – ingegnosi– ci inventammo utensili e aratri meccanici che la sfruttarono fino a violarla forse, tanto da farci pensare che forse la tecnica ci stava prendendo la mano e ci interrogammo (ci interroghiamo) sul da farsi. Essendo il cielo vuoto, però, non sappiamo a chi chiedere, e ci arrangiamo da soli. Facciamo del nostro meglio. Fuori the night is dark and full of terrors e noi due orfani ci stringiamo nel letto e facciamo ipotesi sui misteriosi rumori («Io sento rodere, appena... » «Sarà forse un tarlo... » «Fratello, l'hai sentito ora un lamento lungo, nel buio?» «Sarà forse un cane... » «C'è gente all'uscio... » «Sarà forse il vento... »); rimpiangiamo la luce rassicurante della stanza materna, anche se «noi siamo ora più buoni... » «ora che non c'è più chi si compiace di noi... » «che non c'è più chi ci perdoni». Scriviamo la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, proteggiamo le minoranze, istituiamo il welfare, la sanità malgrado tutto è buona e l’attesa di vita aumenta. Ma il rodere interiore che sentiamo, sarà forse un tarlo?, noi non lo sappiamo. Non lo sapremo più. E comunque meglio stare in pace, non essendoci più chi possa perdonarci.

Ci piace, e ci consola, la bellezza. Ascoltiamo i Vespri della Beata Vergine di Monteverdi sulle poltrone rosso-vellutate dei teatri, ammirandone la polifonia arditissima, le acrobazie vocali dei sette solisti, ma non pensando certo alla Beata Vergine. Ci delizia la raccolta, languida e tonica assieme, rotondità delle forme della Venere Capitolina di Prassitele, ma non offriamo libagioni alla terribile dea, né certo fremiamo di indignazione nello spirito alla vista dell’idolo, come san Paolo in Atene, tantomeno lo sfidiamo ordalicamente come avrebbe fatto il profeta Elia.

La Venere Capitolina, appunto. Avevo cominciato con l’indignazione. Dunque: uno dei successori dell’imam terribile arriva a Roma in visita ufficiale, accolto dal Papa in una sala bellissima piena di affreschi di nudo, poi dalle Autorità civili. Tra i mille modi possibili per evitare imbarazzi all’ospite – che, a torto o a ragione, ma probabilmente a torto, qualcuno ritenne insofferente all’esibizione della nudità dei corpi umani - lo si fa transitare in corridoi piene di statue nude. Chissà chi ha deciso di impedirne la vista all’ospite con dei pannelli grigi. Non si sa. E’ come se si fossero materializzati da soli a miracol velare. Le vesti si stracciano – senza però arrivare alla nudità – e tutti gridano alla piaggeria, allo scandalo, al ridicolo, alla fobia del corpo e ai valori supremi dell’Occidente, svenduti per un pugno di contratti con l’Iran disincagliato, disincanaglito da Obama.

Io vedo in questo avvenimento un gioco d’eros e di cortesia divino, e forse quei pannelli davanti alla Venere li ha piazzati davvero l’anima di Prassitele, inviata allo scopo da Afrodite tessitrice di inganni. Perché noi siamo la gente del tramonto, die Aberland (spenglerianamente) untergeht, e spinti da pulsioni faustiane cambiamo il mondo con frenesia: ma sono gli spasmi disarmonici del moribondo. Cosa abbiamo a che fare, noi, con quell’Occidente che scolpì la Venere? Nulla di più che l’aver calcato la medesima parte del pianeta. Ho la sventura di essere nato e di aver vissuto in una città d’arte, soprattutto rinascimentale. Davanti alla Galleria dell’Accademia, dove è custodito il David di Michelangelo, lì, in via Ricasoli – quella che va da san Marco al Duomo – le bancarelle vendono ai turisti grembiuli da cucina, spillette, cartoline e altri gadget, tutti col pisello della statua in brutta vista, diventato ben più del giglio il logo lubrico della città, e effettivamente sua perfetta e completa espressione. Questa è dunque la qualità del nostro sguardo, l’esito grottesco della nostra civiltà. E quindi trovo assolutamente spiegabile che, avvicinandosi il rappresentante del Padre senza-forma e anti-forma, la dea abbia voluto coprirsi. Svillaneggiata in mille modi, percorsa da sguardi indifferenti alla sua natura divina, Afrodite di certo non si coprirebbe più per il turista o per il politico. Ma non appena ha sentito approssimarsi uno sguardo vero (ostile, certo, ma vero e capace di riconoscerla, come san Paolo, come Elia) ha sentito il bisogno di proteggersi: come una prostituta nuda, esposta sempre allo sguardo bavoso della marmaglia, che però arrossirebbe, afferrerebbe i suoi stracci e si rivestirebbe se d’improvviso, inaspettatamente, il cliente le confessasse di amarla. In questo senso il suo coprirsi è anche un appello: a noi, che ogni giorno la vediamo senza vederla; un appello senza speranza alla qualità di sguardo che non possederemo più.


Ecco dunque apparire l’aniconostasi di cartongesso. Come – nelle chiese orientali – un pannello cosparso di icone (quindi di forme divine) protegge l’indescrivibile, l’ineffabile, l’incircoscrivibile, l’inosservabile, l’irrappresentabile dagli sguardi che presumerebbero di contenerlo, così - in questo caso - una superficie totalmente aniconica vela di senza-forma la forma bellissima di Lei agli occhi del Padre solo spirito e odiatore di forme. Se fossimo degni di custodirla, l’Afrodite di Prassitele, ce lo lasceremmo, quel pannello, e entreremmo nel santuario della dea solo dopo esserci preparati e purificati. Ma siamo solo dei nani lussuriosi. Per questo un giorno, stanca di questi sguardi, la dea chiamerà dall’Alba un portatore ancor più terribile e rude di follia paterna: a lui chinerà docilmente il suo marmoreo collo di cigno, e si lascerà fare a pezzi. In ognuno di questi frammenti, forse, ci riconosceremo.


lunedì 18 gennaio 2016

Pesci in faccia. Note sulla Settimana per l'Unità dei Cristiani

Venuto da molto lontano
a convertire bestie e gente
non si può dire non sia servito a niente
perché prese la terra per mano
vestito di sabbia e di bianco
alcuni lo dissero santo
per altri ebbe meno virtù…

Nel Concilio di Gerusalemme 0 (Lc 24), tenutosi nel Cenacolo e presieduto dal Cristo risorto medesimo, con gli Undici e altri padri o madri conciliari (vi si trovavano infatti congregatos undecim et eos qui cum ipsis erant) il problema dell’unità dei cristiani non era all’ordine del giorno. Non che non ci fossero discussioni, anzi: dum haec autem loquuntur, mentre parlavano, è scritto: e l’argomento pare fosse la sparizione di Gesù nei pressi di Emmaus. Non che non vi fossero dubbi, anzi: apparso il Cristo in mezzo a loro (non si capisce come ma certo non sembra che sia entrato dalla porta) conturbati vero et conterriti existimabant se spiritum videre, quindi ragionavano, e il paradosso era che la spiegazione parapsicologica della loro esperienza sembrava quella più convincente, essendone l’alternativa una vertigine senza fine. Il Cristo li libera dai dubbi spiritici in modo piuttosto terra-terra, mostrando i piedi e le mani (palpate et videte, quia spiritus carnem et ossa non habet, sicut me videtis habere e a me questo palpate et videte piace molto), poi si fa portare una porzione di pesce arrostito, apparentemente il cibo prediletto dal Risorto, tanto che se lo prepara anche da solo sulla riva del lago in Gv 21,9. C’erano discussioni e c’erano dubbi, come in tutti i Concili che si rispettano, ma di unità dei cristiani non si parlò, così come non si parlò di divisione, visto che non risultano agli atti delle proposizioni solennemente condannate, anatemizzate, tacciate di eresia.

A me l’unità/uniformità dei cristiani – lo dico - non piacerebbe: e, almeno per una volta, credo che la storia andrà d’accordo con la mia preferenza mantenendoli disuniti: certamente fino alla fine della mia vita, ma sperabilmente anche fino alla fine del mondo.

E così il Rabbi girava per le strade di Palestina, trascinando l’ombra cruciforme del proprio mistero. Sapeva di sé, non sapeva di sé, intrasapeva probabilmente, comunque chiedeva agli altri chi fosse, e non credo fosse soltanto un espediente per estorcere da tali altri confessioni di fede (vos autem quem me esse dicitis? Mt 16,15 e //). Era un’anfibolia errante. La gente lo guardava, lo ascoltava, ne era intimorita, affascinata, talora guarita, alcuni lo seguivano. Formulavano delle ipotesi a suo riguardo. Da quella familiar-castrante: “Ma sì, lo conosciamo benissimo quello lì” degli abitanti di Nazareth (nonne hic est fabri filius? nonne mater eius dicitur Maria, et fratres eius Iacobus et Ioseph et Simon et Iudas? Mt 13) a quella solenne e densissima “Oddio tu sei proprio quello lì” (tu es Christus Filius Dei vivi! Mt 16) – che a ben vedere sono due forme di conoscenza dagli esiti opposti, perché non sempre sapere è un vantaggio – tutte le ipotesi sono state proposte. A ognuno egli riservò uno sguardo, una parola, un gesto. Chi ebbe il suo rimproverò e si sentì chiamare sepolcro imbiancato o vipera; chi fu afferrato dal regno dei morti in cui abitava da quattro giorni; chi si arrampicò su un albero per vederlo e invece fu visto lui; chi prima senti l’umido del suo sputo sugli occhi e poi vide per la prima volta; chi provò la forza della sua frusta sulle spalle mentre metteva in salvo le carabattole nel Tempio, chi invece fu lui a fustigarlo con la benedizione del procuratore romano; chi fu mondato dalla lebbra e non seppe trattenersi dal cantarlo; chi ricevette pane in abbondanza tratto da minuscole ceste; chi reclinò il capo sul suo petto; chi flirtò con lui al pozzo quando lo vide stanco e assetato; chi lo vide accendersi di maestà divina su un monte; chi fu preso mentre andava a casa per portargli il patibolo fino al luogo dell’esecuzione; chi lo vide fresco di resurrezione nel giardino, e lo scambiò per l’ortolano, poi lo riconobbe e danzò con lui la danza del noli me tangere; chi lo tradì per trenta denari di sconforto; chi fu strappato al padre e alla barca; chi unse i suoi piedi con unguento prezioso, li bagnò con le lacrime e li asciugò coi capelli; chi lo ebbe ospite grato e misterioso alle proprie nozze; chi depose doni regali alla sua culla e poi scomparve per sempre in Oriente; chi ne ebbe paura e gli fu ostile; chi fu liberato dai demoni; chi fu preso dal sonno mentre lui schiumava sangue d’agonia; chi fu rialzata con tocco gentile e come una giovane gazzella appena ritta sulle gambe fu da lui portata a nutrirsi; chi, scaltra, approfittò della folla per rubargli una potenza guaritrice; chi lo mise al mondo senza aver conosciuto uomo; chi – l’uomo che avrebbe dovuto presto conoscerla – straziato, prestò fede ai sogni, chi lo rinnegò presso un fuoco, tradito dal proprio accento provinciale, chi gli piantò den den den i chiodi nei polsi; e chi, infine chi, unico in tutto il racconto, lui guardandolo amò – e mai si dice di nessun’altro in modo così diretto, puntuale e definito, Iesus autem intuitus eum dilexit eum.

Che fine hanno fatto queste parole, questi sguardi, questi gesti, raccolti della narrazione quadrimorfa e in cento altre più segrete e maliziose? Che fine hanno fatto quelli che non sono stati raccolti e che – ove scritti – il mondo stesso con tutte le sue librerie e i suoi server non basterebbe a contenere (Sunt autem et alia multa, quae fecit Iesus, quae - si scribantur per singula - nec ipsum arbitror mundum capere eos qui scribendi sunt libros)? Eppure un giorno lui si spogliò della forma del suo corpo – che nascose in una nube – e portò l’essenza del suo corpo fin nel profondo di ogni atomo dell’universo, rendendo questo “umano” fin nelle più devastanti esplosioni stellari, fin nei più vorticosi buchi neri. Prigionieri dei sensi esterni, siamo rimasti soli. Nell’antico rito latino, nel giorno dell’Ascensione, il cero pasquale viene malinconicamente tolto dallo spazio sacro: non spento, ma occultato.

Rimasti soli, desiderammo che tornasse presto, più che presto: subito. Ma ci accorgemmo che non tornava e, sempre più soli, cominciammo a pensare. Come morì e risorse, prima. Cosa fece, poi. Che cosa disse, infine, e fin qui. Ma poi cominciò l’indagine, quella che devasta i cuori, come dice Gozzano in un canto che celebra un mistico analfabeta. Prima bastava andare da lui, cercarlo, guardarlo. La sua divinità, la sua natura, il suo volere, non se ne discuteva: il pensiero inizia dove cessa la vita. Uno sguardo sguarda, non chiede consenso. Su una definizione si può essere o meno d’accordo. Ovviamente i disaccordi scoppiarono: prima la condanna delle grandi eresie docetismo, cerintianesimo, modalismo, adozionismo, marcionismo, montanismo, manicheismo, novazianismo, donatismo, arianesimo, apollinarismo, priscillianesimo, pelagianesimo, monofisismo, nestorianesimo, monotelismo, abelianismo, adelofagismo, macedonianismo, ma ci furono anche gli artioriti (che offrivano a Dio pane e formaggio), gli Ofiti (che veneravano il serpente dell’Eden, inviato secondo loro da Sophia per iniziare l’umanità ai livelli profondi e divini), i circoncellioni (che giravano attorno alle tombe, bastonavano di santa ragione chi in loro si imbatteva, e si suicidavano, spesso dicendo al povero passante: ‘se non mi ammazzi, ti ammazzo io’) e si potrebbe andare avanti all’infinito, poi il grande scisma ovest / est (con la separazione dei latini), poi il grande scisma sud / nord (con la riforma protestante) e poi ancora divisioni e lotte e scismi più o meno sommersi. Ora, leggendo nomi che ci sembrano strampalati (ma per cui qualcuno ha dato la vita), proviamo a pensare a quel suo sguardo al cospetto del quale riposava ogni domanda, rimanendo domanda, tuttavia, e mai venendo uccisa da una definizione.

Pace sulle Chiese. Chi è in pace è anche unito. Ma mi rattristerebbe l’uniformità. Se ci fosse un artiorita in giro lo proteggerei meglio di un panda, altro che otto per mille. Figuriamoci un circoncellione, e dovrei anche affrettarmi prima che si suicidi. Penso che gli sguardi di Gesù siano stati raccolti e mai dimenticati, e che ogni dottrina su Cristo abbia la sua radice ultima – ritorta, contorta, distorta che sia - nell’esperienza di uno di quegli sguardi. Se tale dottrina venisse meno, perderemmo quel frammento, saremmo più poveri e più soli ancora. In reti aride di parole e di concetti, infatti, abbiamo raccolto i pesci vivi e guizzanti dei suoi sguardi, e li abbiamo tratti a riva. Per potercene nutrire i pesci sono morti di asfissia, e poi sono stati arrostiti alla rossa brace delle nostre filosofie. Forse è stato necessario. Meglio che niente: però sarei per la teodiversità, non per la dieta a base di una sola specie ittica. Pace sulle Chiese, ma che le nostre reti peschino nel subbuglio iridescente e multiforme del mare dei tropici (senza escludere le prede dalle stranissime e buffe forme) non nelle tetre vasche in cui vengono allevati pesci del color del cemento. Fino al momento delizioso in cui, lo speriamo, i pesci morti salteranno vivi di nuovo del mare profondissimo dei suoi occhi, fino a che le nostre definizioni si muteranno di nuovo in domande, vive, (in)saziabili presso l’abisso della sua Presenza.

Anche in quella Chiesa che custodisce trepidando uno sguardo profondissimo di lui, uno sguardo sfolgorante, estatico, pieno di bellezza e di verità, in questa Chiesa – dico – che si chiama Ortodossa, ho spesso, direi sempre, a che fare con ortodossisti (è un espressione del grandissimo teologo Christos Yannaras). Gli ortodossisti, per me, possono essere anche patriarchi o metropoliti, vescovi, preti, monaci o anche martiri: ma non sono ortodossi. Tutti ricordiamo il celebre appunto di Dostoevskij (Se mi si dimostrasse che Cristo non è nella verità, e se fosse dimostrato matematicamente che la verità non è in Cristo, preferirei comunque restare in Cristo che con la verità). Gli ortodossisti preferiscono sempre e comunque la verità a Cristo. In generale sospettano del pesce vivo: uno morto è più controllabile. E poi deve trattarsi di quella specie di pesce che hanno in mente, e solo di quella, altrimenti è peggio che veleno: e quel pesce corrisponde alla verità dogmatica. Io vorrei abbracciare Dostoevskij, e dirgli che certamente Cristo non è nella verità (come può la verità contenere il suo Creatore?), mentre la verità è sì in Cristo, come anche l’errore, come ogni cosa, come tutte le parallele che all’infinito si incontrano – visto che parla di matematica – e Cristo è proprio l’infinito. E’ di lui che parla il profeta Eraclito (gli uomini ritengono giusta una cosa, ingiusta l’altra: per il dio tutto è bello, buono e giusto). Mentre idolatrare la verità – come fanno gli ortodossisti – è, a propria volta (grazie a Dio) un errore.

E morì come tutti si muore
Come tutti cambiando colore
non si può dire  sia servito a molto
perché il male dalla terra non fu tolto
Ebbe forse un po' troppe virtù,
ebbe un volto ed un nome: Gesù.
Di Maria dicono fosse il figlio

sulla croce sbiancò come un giglio. (Fabrizio De André)