Translate

mercoledì 25 marzo 2015

Dicono le Trentatre - Le sventurate rispondono

L’ormai noto antefatto: Papa Francesco visita Napoli. Il duomo immenso, la navata sinistra transennata per restauri. Sul presbiterio si trovano le claustrali, che per l'occasione sono state dispensate dalla loro severa disciplina di reclusione. Gran sorrisi monastici e battimani. A un certo punto alcune di loro, in un improvviso svolazzar nero di veli, in un subitaneo lampeggiar bianco di soggoli, in un imprevisto scintillar metallico di croci e di cuordigesù, si fanno attorno al Pontefice, recando una scatola che a me sembra possa contenere una torta. Di che ordine siano non si può dire, bisognerebbe avere sottomano almeno un’edizione della Monacologia di Joannes Physiophilus, caustico settecentesco classificatore delle specie e delle sottospecie monastiche secondo lo stile della filosofia naturale del tempo. Io, che della scienza sono solo dilettante, mi azzarderei a dire che siano Passioniste. In piedi, il Cardinal Crescenzio Sepe – che si era già distinto poco prima nel meraviglioso Anche i ciechi volevano vedere il Papa, frase su cui si è abbattuta e ancora si sta abbattendo l’ironia di Spinoza.it. - le ammonisce bonariamente in vernacolo: “Oh oh oh, dopo, uè! Guard’ accà! Sorelle dopo, ja, sorelle, dopo! E cchiste so’ di clausura, figuriamoci quelle di non clausura! Aé-eh: e chille se lu mangiano n’atru poco eh! Sorelle ja, mannaggia a chille!”

Nel salottino buono della TV, più tardi, fra Fazio, il chierichetto del benpensar borghese, parla come al solito con la giullarina ufficiale Luciana Littizzetto seduta sulla sua scrivania. Lei dice: “Non si capisce se erano tutte attorno al Papa perché non avevano mai visto un Papa o perché non avevano mai visto un uomo”. Che ridere. Ma il problema viene fuori adesso.

Le Trentatre. Sissignori, proprio le Trentatre, che trentatre più non sono, eh, ma insomma, loro, che indipendentemente dal loro numero sono e rimarranno le Trentatre. Le allodole sacre che da cinquecento anni cantano dalla colombaia del Protomonastero  di Santa Maria in Gerusalemme di Napoli. Le Trentatre, proprio loro, figlie di una riforma francescana caratterizzata da un rigore folle e da un ancor più folle amore, le Trentatre Clarisse Cappuccine. Ebbene, le Trentatre pare guardassero Fazio. Già questa sola notizia basterebbe a far vacillare le fondamenta del cosmo, a sciogliere i legami fra i pianeti, altro che eclisse. Le nobili Trentatre guardavano Che tempo che fa. E hanno sentito la Littizzetto. E, siccome anche loro erano nel duomo, le Trentatre, e avevano visto la scena, pur non essendo loro le frullanti e un po’ appiccicose pasticcere, le sventurate Trentatre  rispondono. Alla Littizzetto. E dove: su Facebook. Perché le Trentatre hanno un account Facebook. E anche un website, un dominio che sa un po’ di medicale, cappuccine33. Avete capito bene: le Trentatre rispondono alla Littizzetto sul loro profilo Facebook.

E cosa rispondono, le Trentatre? Ah, la risposta va riportata integralmente. “Ci dispiace che la signora Littizzetto, che abbiamo apprezzato in altre occasioni, abbia pensato che le "represse" monache di clausura stessero aspettando il papa per abbracciare un uomo... probabilmente per fare questo avremmo scelto un altro luogo e ben altri uomini... se avessimo voluto... Non sarebbe forse il caso, cara Luciana, di aggiornare il tuo manzoniano immaginario delle monache di vita contemplativa????”. Quattro punti interrogativi, a questo punto metti anche un emoticon con la linguaccia, hai fatto trentatre fai trentaquattro, No: niente faccine. Peccato.

Dunque: gli errori delle sventurate Trentatre.

Primo, aver visto Che tempo che fa. Fossi papa Francesco, solo questo particolare mi basterebbe per esclaustrarle tutte con ignominia. 

Secondo errore: rispondere alla Littizzetto. Nel mio mondo ideale le cose sarebbero andate così. Una pia donna si reca alla ruota del Monastero per comprare della marmellata e dice alla portinaia: “Vulite sapé? La Littizzetto parlò di voi alla televisione” “Chi, brava donna?” “La Littizzetto! L’attrice!” “Qui non entrano le cose del mondo, brava donna. Ma dal momento che me lo state dicendo, offrirò in  Quaresima preghiere e dolori per quest’anima da Dio amata e cercata: e possano le intercessioni di me, indegna e povera serva, ottenere per lei grazie dall’Altissimo”

Terzo errore, il più grave. Il contenuto della risposta. Quello proprio non va. 
Dicono le Trentatre che – se avessero voluto abbracciare un uomo (scrivono "abbracciare", ma la Littizzetto aveva detto "vedere", e questo freudian slip è la parte più bella del messaggio) - avrebbero scelto un altro luogo. Si intende: rispetto a una chiesa. E quale, di grazia? Un motel con lenzuola rosse e specchi sul soffitto? Nessun posto come una chiesa è adatta a ospitare l’amore peccaminoso, perché vuoi mettere il gusto di farlo proprio lì, davanti al Padre Eterno che freme di sdegno per la sua figlia, davanti allo Sposo Eterno che muore di gelosia per la sua sposa? Vuoi mettere il gusto di farlo proprio lì, e poi affidare l’ignaro amante alla spaventosa vendetta di Dio?  
Dicono le Trentatre che – se avessero voluto abbracciare un uomo – avrebbero scelto un ben altro uomo. Hombre! E chi? Qui mi s’offende il fascinoso papa della pampa. Cioè loro avrebbero preferito veramente un quisque de tronistibus al Romano Pontefice dal soave accento spagnolesco? Una qualunque delle milf di youporn  le ritererrebbe con ragione prive di gusto.
Dicono le Trentatre che si deve aggiornare? Brutto giorno quando si aggiorna, almeno nei monasteri, fortiapache non solo di Dio, ma anche del Tempo e dell'Immutabile. Immaginario manzoniano? Magari. L’immaginario manzoniano è strepitosamente sexy, e ancor di più lo è quello verghiano di Storia di una Capinera. Leggessero, le Trentatre (magari anche su un lettore ebook), anziché guardare Fabio Fazio alla TV, media obsoleto, come donnicciole qualunque nello squallore tiepido dei loro tinelli.
Se proprio volevano. E non dovevano, no, non dovevano. Se proprio volevano rispondere, le Trentatre, potevano magari fare così. Si prendeva un calamaio vuoto e ognuna delle Trentatre vi versava un po’ di sangue vivo fatto sgorgare dal proprio polso. Poi una di esse vi intingeva il pennino e cominciava a scrivere. 
Tu non conosci il nostro Sposo, di cui noi siamo l’harem doloroso ed esultante, tu non sai come lo amiamo e quanto ci fa morire con la Sua assenza. Figlie di altissimo lignaggio, Noi Trentatre offriamo notte e giorno i nostri corpi, le nostre anime e i nostri spiriti alla sua torturante passione. La Santa del nostro Ordine – Veronica Giuliani – fin da piccola riconosceva il suo Promesso dall’odore. Soffrire per Lui era la sua via d’amore, come oggi è la nostra. Da bimba metteva le mani sulle fiamme, si coronava di spine, si pungeva fra i rovi, si caricava di pesantissime croci di legno, e altre ne disegnava sui pavimenti con la lingua. E – quando fu monaca – il suo ardore per la sofferenza amantissima si moltiplicò. Nessuna ripugnanza le rimase ignota, espose il suo corpo a ogni genere di tormento. Ricevette le stimmate, e la ‘lancia d’oro tutta infuocata’ di Gesù ‘le passò il cuore da banda a banda’. Costruiva macchine per infliggersi dolore. Dopo la morte il suo cuore venne aperto, e si riscontrarono nella sua parte interna le cicatrici fatte a forma di croce e di lancia. Noi non siam sante, ma siam sue sorelle, e la nostra via è la stessa, come pure il nostro Uomo. Lo vuoi conoscere? Vieni da noi, vieni con noi, non che non siamo gelose, anzi, siamo gelosissime, ma  che possiamo farci, Lui vuole anche te, e vuole abbracciarti nel dolore. Vieni da noi, vieni, prova, vieni con noi nelle trentatre sfumature di fuoco.

Invece no. Le Trentatre hanno risposto così, su Facebook.



venerdì 13 febbraio 2015

Mmmh. Turner e i borborigmi dell'anima


Che anche se Turner fosse un biopic, e non lo è, batterebbe alla grande almeno gli altri biopic che ho visto in questo periodo. In particolare il vecchio malmostoso di Leigh e Spall annullerebbe il giovane favoloso, il Leopardi di Martone e Germano, mostrandogli come si fa a vivere, ad amare, a creare, a soffrire e a morire senza tanti contorcimenti concupiscenti su piedini affusolati di nobildonna avvolti in scarpine di raso e senza tanto latinorum, graecorum et hebreorum assorbito nella austera Recanati. Ah no, no, qui c'è il formicaio londinese di poveracci e gentiluomini sulle sponde del Tamigi, e l'inglese lo si parla strascicato.

Eppure appunto biopic non è. Quella è solo una maschera. Non è un film su William Turner il pittore della luce e del mare. All’uscita dal cinema ci dicevamo: ti è piaciuto? Non so. Ci devo pensare. C’è qualcosa che non torna. Però belle le inquadrature di albe e tramonti. Un po’ lungo, un po’ pesante, eh. La luce bianca dava un senso di struggimento. Luce bianca? ma dove l’hai vista, io ho visto solo colori contraddittori! Mi ha lasciato tristezza, strano. E effettivamente fuori la sera era fredda e bella, con un gran vento che veniva dai Balcani – o dalla Scandinavia, non so – e c’erano tante stelle e una luna calante tutta distesa all’orizzonte, ma il filo della serenità interiore lo avevamo perduto.

La bellezza è sparsa e trabocca nel cosmo – velo di Maya o rivelazione di Dio nessuno lo capirà mai - e il corpaccione di Turner/Spall, fatto per trasportare il suo occhio bovino (esaminato dal dottore, che individua i segni del male proprio lì, nell’occhio del Maestro), sì, quell’occhio tondo, per trasportarlo arrancando asimmetrico su e giù per le campagne e le scogliere purché possa vedere, altri non è che l’uomo, materia grossolana, eppure fatta per riconoscerla ed amarla. L’uomo-Turner, quello che si fa legare come Odisseo all’albero di un veliero pur di fissare l’occhio nella danza stessa di Shiva, fatta di neve, di pioggia, di schiuma, di ebbrezza, di caos. E che prova a restituirli su tele sette per tre, gettandoci sopra biacca, sputi, torli d’uovo, unghiate, rosso scarlatto e blu oltremare che viene dall’Afghanistan fin nella bottega piena di topi di un furbo droghiere che lo vende carissimo, e rabbia, e stupore, e costernazione, e angoscia, e soprattutto mmmh

Per il resto non c’è quasi niente: ovverosia, c’è tutto, ma è un tutto che è quasi niente. Mmmh. C’è un padre affettuoso con le sue manie, che si traduce e s'invera nel figlio, e che muore maledicendo, rispettando, ringraziando e ridendo (tutto insieme) della baldracca di sua moglie. Mmmh. C’è una donna arcigna e antica amante che periodicamente lo raggiunge al fine di rinfacciargli la sua trascuratezza, accompagnata dal corteggio di figlie illegittime e malate. Mmmh. C’è una serva (damsel) che fa la tragica vestale dei suoi quadri, una donna dallo sguardo vacuo e triste e buffo, perseguitata da un esantema che progressivamente le ridurrà la pelle a una piaga, come se fosse un crocefisso barocco, una che lo ama tanto con quel poco d’anima che ha, e sulla quale lui ogni tanto sfoga le sue voglie senza – come scrive Mariarosa Mancuso – sentirsi in dovere di fare conversazione. Anzi: Mmmh. Ci sono i colleghi artisti dell’Accademia: e l’Accademia – per chi un po’ la conosce oggi – non è davvero mai cambiata, misto com’era ed ancora è di grandezza e di miseria. Mmmh. Ci sono le damerine e i damerini, c’è un John Ruskin protofighetto prodigio che fa il giocoliere delle parole, c’è una giovane regina Vittoria che passa sprezzante lasciando cadere un regale ferale giudizio sui suoi quadri e così condannandoli all’esilio, presto sostituiti da smorti preraffaelliti. Mmmh. Ci sono i pescivendoli e i marinai, uno dei quali recante il peso del servizio sulle navi negriere. Mmmh. C’è la Signora Booth, sorridente e accudente, che offre, a lui che la inganna, una camera serena sul mare, un tè, la pulizia delle scarpe, e il suo corpo di vedova solida e matura, pieno di rughe ma con gli occhi accesi. Mmmh. Sì. Perché - se, come dicono neurofilosofi come John Searle - il cervello sta alla coscienza come l'intestino sta alla digestione, allora potrà anche emettere dei borborigmi. E altroché se Turner ne produce, in uno staccato che accompagna tutto il film. 

Come si rappresenta Dio? Come si scrive l'icona di Dio? Con la luce, evidentemente. Deus lux est et in eo tenebrae non sunt ullae. I sapienti bizantini lo sapevano bene però che questo nesso - ove reso assoluto -  nascondeva una trappola filosofica, la stessa che celerebbe, ove sempre assolutizzato, il pensarlo come tenebra, come è stato fatto - dopo i grandi apofatici antichi e medievali - dai grandi mistici carmelitani (En una noche oscura, con ansias en amores enflamada, ¡o dichosa ventura!) fino ai tedeschi Silesio e Eckart. Allora essi avvolgevano la veste del Trasfigurato e del Risorto in una veste dal candore sovrannaturale, ma lo sfondo derivava gradualmente verso un nucleo di blu impenetrabile. Turner cerca di dipingere Dio strappando il colore alla forma, e poi la luce al colore medesimo. Divorziando dalla forma, come viene detto anche nel film, e anticipando di molti anni l'Impression di Monet. Sul suo volto di bulldog si spalanca l'occhio a cercarla cercarla cercarla questa luce inesprimibile. 

Rimane la questione aperta della forma. Il sole è Dio dice Turner sul letto di morte. O Lux ave spes unica ? E quando - poco prima - gli viene detto dal medico che ne avrá per poco, esclama: Vuol dire, dottore, che sto per trasformarmi in una nullità? Il dottore replica: Faccio fatica a pensarla come una nullità, Maestro. Ma Turner ha ragione. Se la luce è Dio, cosa rimarrà di noi quando l'occhio definitivamente si chiude? Quella luce che per svelarsi tale ha bisogno di un ostacolo opaco?
In un film allo stesso tempo somigliantissimo e diverso (Ebbro di donne e di pittura del regista coreano Kwon-taek Im) il pittore Jang Sung-eop, contemporaneo di Turner sull'altra parte del pianeta, vive la stessa lacerazione tra materia e spirito, tra volgarità e raffinatezza (Dovevo prendere i miei colori! protesta contro quelli che lo vengono a prelevare in un rozzo bordello per riportarlo alla rarefatta corte imperiale), ma non abbandonerà mai la forma. Al contrario, la inseguirà fino alla sua purezza quintessenziale. 

Il genio del cristianesimo è la scoperta che non soltanto la forma non si oppone alla rappresentazione della luce, ma ne è la sola possibilità di manifestazione. La luce taborica avvolge il corpo del Cristo, non lo sostituisce. Una volta, tanto tempo fa, ho visto un presepe non cristiano. Mi trovavo all'eremo di Camaldoli, fra la neve delle foreste casentinesi, e un giovane novizio camaldolese - scultore - aveva realizzato quell'anno il presepe, i cui personaggi ricordavano un po' le morbide figure di Henry Moore. Sorprendentemente il Bambino non c'era, rappresentato da una candela accesa. San Giuseppe e la Madonna avevano un frammento di specchio sul petto, in cui tale luce si rifletteva. L'idea era bella e suggestiva: ma, appunto, non cristiana. E sembrava piuttosto strano che i santi monaci dalle bianche e luminose cocolle cantassero, attorno a quel presepe, il misterioso prender forma di Dio nel Natale sulle belle melodie composte del monaco californiano Thomas Matus. 

Il film, questo, lo fa capire benissimo, e sempre attraverso le prostitute, categoria che non per niente nel Vangelo riscuote da parte del Signore una speciale e singolare predilezione. Una prima volta Turner va in un bordello - per dipingere - e davanti alla ragazzina nuova che gli mandano (Elisa o Lisa, che importa in effetti il nome) così bella, così docile, così rassegnata, così abbandonata, ecco, rompe in un pianto terribile e devastato, uno dei più bei pianti che io ricordi di aver visto al cinema.  E una seconda volta quando la risacca porta sugli scogli il cadavere, bianco come un giglio, di un'altra ragazza, e lui malatissimo afferra carta e carboncino ed esce in camicia e a piedi nudi, attonito, cercando di disegnare quando dovrebbe forse invece adorare la bellezza della forma umana che in quanto tale (e non in virtù di una particolare qualità o resistenza ontologica) mai la morte potrà ridurre a nullità. Anche se cosa diventi dopo non sappiamo, e chissà se sapremo mai. 

Non si compie - almeno nel film - il mistero pasquale della forma o quello taborico della trasfigurazione. La luce non viene drappeggiata attorno al corpo umano, immagine-e-somiglianza e suprema icona. Turner continua a cercarla nel cosmo, nella natura, soprattutto nel mare e nelle marine. Eppure nella prima scena lo vediamo tornare dall'Olanda dove ha visto Vermeer e Rembrandt - che della luce e dell'uomo, qualunque cosa possa dirne Florenskij ne Le Porte Regali, certo sapeva molto. E il cosmo gli va incontro, ci prova a parlargli,  e il mare geme e soffre per sciogliere il segreto, depositandogli davanti all'occhio - come ho detto - il più tragico e incantevole dei relitti. Ma la trasformazione non si compie. 

Così la luce estenua a colpi di pennellate d'incanto la sagoma della valorosa Temeraire, mentre un fumigante rimorchiatore la trascina (e Turner, e noi con lei) verso un futuro non di Nulla (che sarebbe Nirvana, Vacuità, la forma è vuoto e il vuoto e forma del Sutra della Prajnaparamita, ogni giorno recitato nei monasteri zen), ma di nullificazione. Mmmh







venerdì 9 gennaio 2015

Fratres in Nihilo - Rue Nicolas Appert, 7 dicembre 2015

Bisognerebbe tornare a quando eravamo bambini.

Perché da bambini abbiamo vissuto tutto, il cielo e la terra, il paradiso, sì, ma anche l’inferno: che non sono luoghi – o condizioni – verso cui andiamo, piuttosto sono luoghi – o condizioni – da cui proveniamo. E quando, chissà, essi si manifesteranno al termine della nostra avventura umana, li riconosceremo, perché ci siamo già stati: in quel guazzabuglio misterioso di estasi e strazio chiamato infanzia.

Bisognerebbe tornare a quando siamo stati bambini, e rintracciare un’esperienza in cui siamo stati derisi, oppure in cui altri hanno deriso ciò che per noi era caro. Non faremo fatica a trovarla, in qualche anfratto dei ricordi c’è sempre. Bisognerebbe far risalire l’urlo delle emozioni, riprovare la faccia che avvampa, e illividisce, e ancora avvampa, lasciare che lacrime d’odio, d’amore e di dolore scavino brucianti le nostre guance, sentire i pugnetti che si chiudono a martello e i muscoli tesi.

E’ allora che – auguriamocelo – qualcuno, uno più grande, un padre per esempio, si è seduto con noi, ci ha guardato, ci ha ascoltato, ci ha parlato, ci ha tenuto e contenuto, consentendoci di capire come le cose veramente importanti e sacre siano collocate in un luogo invulnerabile ai botoli ringhianti dell’irrisione. Rendersene conto ci ha permesso di vederli quali erano. Come nell'affresco dell’Angelico, la canaglia è già in pezzi: facce, sputi, canne, mani, tutto sospeso nel niente: mentre la maestà del Cristo rimane inviolata e inviolabile, e san Domenico può sedere in pace ai suoi piedi, studiando la Scrittura con intelligente fervore.

Auguriamoci che sia andata così. Altrimenti, forse, in quel momento abbiamo rischiato grosso. Se non ci fosse stato nessuno a darci la misura della invulnerabilità del sacro, e se la cosa a noi più cara, più cara della vita nostra e di quella degli altri, fosse rimasta in balìa dell’insulto, se addirittura ci fossimo resi conto che quella cosa cara non esisteva affatto, allora il pugnetto chiuso, diventato adulto, avrebbe potuto inserire il caricatore caratteristicamente ricurvo, pieno di munizioni calibro 7,62, nel corpo dell’Avtomat Kalašnikova 47, e poi spingere una porta e uscire nel mattino invernale di Parigi per recarsi ad un tragico appuntamento

Il rapporto tra Dio e la risata è interessante, complicato, controverso. A diciotto anni lessi Il nome della rosa. Ero sedotto e intrigato dal medioevo, e dall’ambientazione monastica. Se pure ero consapevole che quel libro racchiudesse fra le pagine un’idea inquietante, non ci facevo tanto caso: tifavo per i politicamente scorretti: il terribile inquisitore domenicano Bernardo Gui e il mistico Ubertino da Casale; mi identificavo col giovane Adso ingenuo e innamorato, mentre non amavo tanto l’eroe, lo Sherlock Holmes in saio francescano Guglielmo da Baskerville. Dunque: il dolce e conturbante Adelmo da Otranto, eccellente miniatore, lavora sulle decorazioni marginali e lascia sbizzarrire la sua fantasia creando cose ridicole, sotto il pretesto che Dio si rivela nel contrario e nel difforme, secondo la dottrina dell’Aeropagita e dell’Aquinate. Come non capirlo, lo dico da sempre che Dio predilige il cattivo gusto, il kitsch anche estremo (sulla mia scrivania, in questo momento, una statuetta di papa Francesco con testa snodabile annuisce compunta). Ma il cupo vegliardo Jorge da Burgos lo detesta, non tollerando di vedere l’asino che suona la lira, l’allocco che ara con lo scudo, i buoi che si attaccano da soli all’aratro, i fiumi che risalgono le correnti, il mare che s’incendia, il lupo che si fa eremita, non sopportando di cacciare la lepre col bue, di farsi insegnar grammatica dalle civette e che i cani morsichino le pulci, gli orbi guardino i muti e i muti domandino pane, la formica partorisca un vitello, volino i polli arrosto, le focacce crescano sui tetti, i pappagalli tengano lezione di retorica, le galline fecondino i galli, eccetera. Morirà, Adelmo, e dopo di lui un corteo di monaci, tutti quanti accomunati dall’interesse per l’ultima copia di un libro pericoloso, seppellito prima nel labirinto della Biblioteca e poi nello stomaco di Jorge: il secondo libro della Poetica di Aristotele, che tratta della commedia e del riso. Il nome della rosa parla della satira, e in particolare della satira applicata alle grandi idee umane, e ancora più specificamente a Dio.

Ah, qui nessuno vuol fare l’apologia di Jorge e della sua tetraggine. Tuttavia – bisogna ammetterlo – ridere di Dio e su Dio non è affatto scontato. Provoca sempre un brividino lungo la schiena. Qualcosa dentro di noi ci ammonisce di scherzar coi fanti e – i santi – di lasciarli stare. Ridere di Dio, irridere Dio, implica sempre una connessione con lui, e ci mette a disagio. La bestemmia rimane tale anche se si è placidamente agnostici.

Sfolgorava la Triade-Monade divina presso Mamre, recando ad Abram la promessa di una discendenza innumerevole. Ma Sara, pensando con pratico realismo al coito fra centenari e alla sua buffa improbabilità, scoppiò a ridere, provocando l’immediato corrucciarsi del Signore. Chi ride manca di fede? Forse, e nondimeno la risposta è il bimbo Yitzhaq, Isacco, risata di Dio. Eppure ci manca l’icona evangelica di Gesù sorridente, quando – almeno una volta – ce l’aspetteremmo. Ma non c’è. L’uomo-Dio piange, e spesso: ma del suo ridere nessuno ci ha raccontato. E Giovanni Crisostomo sosterrà che non lo fece mai.

Si potrebbe fare un lungo e dotto discorso sul senso antropologico e sociologico del riso. Rimando a Georges Minois e alla sua monumentale Histoire du rire e de la dérision. Io – che amo il pop – richiamerò soltanto il tenero e patetico desiderio di sorriso divino di Massimo Troisi in Scusate il ritardo. Il prete gli propone di andare a vedere una statua della Madonna che piange. Troisi/Vincenzo risponde che no, è deprimente vedere gente che piange, ma che se la Madonna ridesse lui ci andrebbe. Il buon prete si indigna, ma lui replica: Sempre miracolo è!

Insomma, non si può negare una certa tensione fra Dio e quella particolare modificazione del respiro, quelle scosse della laringe, quella contrazione tipica dei muscoli del viso. quello scoprirsi delle arcate dentarie, e nei casi più estremi quelle lacrime, quello – cioè – che viene chiamato ridere. Non a caso Freud scorge, dietro la maschera della risata, il volto tremendo delle pulsioni sessuali nel loro acrobatico tentativo di rendersi presentabile in società (Der Witz und seine Beziehung zum Unbewußten). Tensione, non assenza. Con rispetto per il Crisostomo e per il monaco Jorge, infatti, un filo ridente percorre tutta la storia cristiana: dall’usanza del risus paschalis, per cui tutti erano chiamati a ridere, anche se tristi, per l’evento della Resurrezione – e per ottenere questo i predicatori erano autorizzati anche a raccontare barzellette sconce – alle messe goliardiche, licenziose e avvinazzate solennemente celebrate dai clerici vagantes in osteria, a san Francesco, a san Filippo Neri. Non parliamo dell’ebraismo, un ebreo che non sa ridere è una mostruosità quasi inconcepibile. Ma anche il Profeta Mohammed rideva e incoraggiava a ridere, e Allah, nel Corano, fra le centinaia di nomi meravigliosi di cui si orna, ha anche Colui che assicura il riso e il pianto.

Io credo che il fondamento e la radice di tutto questo, la ragione per cui i figli di Abramo possono ridere, sia l’ottenuta familiarità con Dio. In fondo il coraggio di Abramo è questo: accettare la familiarità col Dio dei deserti, degli spazi infiniti, delle stelle e delle schiere angeliche. E’ grazie a questa familiarità che l’haredì può abbracciare il rotolo della Torah come fosse la sua sposa, più che se fosse la sua sposa, è grazie ad essa che il derviscio vortica in estatica danza, è grazie ad essa che si imbandisce pane nutriente e vino inebriante sulla mensa eucaristica.

Fuori da tale familiarità non c’è spazio per ridere. Non c’è nulla da ridere. Nulla. Il nichilismo non fa ridere affatto. E effettivamente come possiamo ridere, noi, a cui questa intimità è stata tolta per sempre

I simpatici vignettisti di Charlie Hebdo– con le loro belle facce tonde e i maglioncini girocollo color pastello - non sono dei nuovi miniatori medioevali [come Adelmo da Otranto,che poteva disegnare quel che voleva nei suoi marginalia, poteva essere l’amante del vice bibliotecario Berengario, poteva perfino gettarsi dal torrione dell’Edificio, perché allora si viveva comunque tutto dentro quella familiarità] Charb, Cabu, Wolinski, Tignous e Honoré si mettevano al lavoro sulle loro sciagurate, orribili, disgustose vignette a maggior gloria del Nulla. Erano il ghigno sterile, feroce, corrosivo più che irridente, erano la smorfia spaventosa di quel gatto del Cheshire che è oggi l’Europa stanca, esausta: solo la derisione senza niente intorno. L’ebreo bisunto, la trinità che s’inchiappetta, il profeta a culo di fuori: questo usciva dalle loro matite e dai loro colori. Sapevano solo sporcare tutto. Quel che non sapevano è che, se con Dio se ne può ridere, col Nulla – di cui pure erano figli – non si può scherzare

E fu così che altri figli del Nulla, altri servi del Nulla, altri forse inconsapevoli devoti del Nulla chiusero i pugni offesi, derisi, indignati sui caricatori ricurvi dei loro Kalashnikov, coprirono le loro facce avvampanti d’odio con le lane di passamontagna neri, e andarono al numero 10 di rue Nicolas Appert, XI Arondissement, quello della Bastiglia. E entrarono.

(nader noster qui es in coelis, nadallahu akbar, shemà nadonai elohenu)

Chissà se in quel momento si sono guardati, chissà se hanno realizzato – assassini e morituri– di avere lo stesso Padre, di condividere la spaventosa vuota radice. Chissà se in un momento hanno intuito che a tenere la matita e a premere il grilletto erano mani guidate dalla violenza dell’Assente.

Mentre ovunque si leva, fastidiosa, la lagna e il compianto dei charlieri, chierichetti del Nulla, che si affrettano a canonizzare di santità civica i morti coi cadaveri ancora caldi, e plaudono alle vignette come se fossero il frutto più alto del libero pensiero - io penso al Patriarca Abramo.
Che ebbe anche lui la sua tentazione nichilistica. Fu quando, mascherandosi da Nulla, Iddio gli richiese il sacrificio del figlio. E Abramo andò sul monte Moria, come si andrebbe al numero 10 di rue Nicolas Appert. Finché le mani dell’angelo non si chiusero sulla sua armata di coltello, confermandolo e confortandolo nella familiarità divina, e rendendogli impossibile calare la lama su Yitzhaq, risata di Dio.

Fu sulla pietra, su quella pietra, che ora è chiusa in un ottagono di maioliche splendenti dei mille colori della coda del pavone, e coperta da una cupola d’oro puro che il sole accende la sera e al mattino, tra i canti e le campane e le preghiere della Città santa. Una pietra che non ho mai potuto toccare, essendo prigioniera di altri figli del Nulla, miei simili, miei fratelli.



sabato 1 novembre 2014

Le Moire - Dedicato a Brittany Maynard

Questa pagina era dedicata a Brittany Maynard, e voleva essere come un suo epitaffio, prima che la vita – e, chissà, forse la Vita – bussasse alla porta del suo giovane cuore e le facesse intendere che ci sono ancora carezze, sguardi, baci, parole, lacrime che attendono di giocare con lei, fin quando sarà sarà. Certo: con la possibilità di uscire dal mondo in ogni momento, perché così si può fare nell’Oregon / ouragan / huracàn / Huracan, dio Maya delle tempeste.
La pubblico ugualmente, felice di dedicarla invece alla sua ancora-imperterrita-vita, e non dimenticandomi però degli ignoti che, nello stato dedicato al dio Huracan e altrove, hanno varcato il confine. In questa sera: la vigilia, dolce e mesta, dei morti.



Che le Moire (le Parche, le Norme, le Fatae) siano tre è noto a tutti, e molti conoscono i loro nomi, Cloto, Lachesi e Atropo: sono esse le divine tricoteuses che siedono presso la ghigliottina della umana sorte, figlie di Zeus e di Temi, oppure della Notte, oppure della Necessità. Ma chi scrive aveva pochi anni quando le vide per la prima volta, e ne vide quattro, dipinte sul vaso François, davanti al quale era stato condotto insieme agli altri scolari. Rimane da capire cosa vide Klitias l’ateniese quando appunto quattro le dipinse sul cratere, dove il vino avrebbe dovuto essere mescolato con l’acqua (per hujus aquae et vini mysterium…)
Che questo scritto sia un pallido e meschino tentativo di imitare quel grande che veramente dialogò con gli Dèi, non è neppure da segnalare, se non per la vergogna.


Cloto
Non lo avrei mai immaginato, sorella. Da giorni il farmaco è nella sua casa. Accanto alle vitamine, accanto alla crema per il contorno degli occhi. Sì, proprio nell’armadietto del bagno. Questo è ciò che più mi strazia. Se lo avessi saputo, Lachesi, forse non avrei neppure cominciato a filarle la vita.

Lachesi
Non è una novità. E’ sempre successo. Cesare, che parlò di noi, e che scrisse le sue ultime parole sul bianco delle pagine in cui dialogava con Bianca, e col nero dell’inchiostro disse che la morte sarebbe venuta e avrebbe avuto i suoi occhi, Cesare dico – e com’è strano questo nome da vincitore su una vita sconfitta – aveva da tempo in tasca le dodici bustine, ben prima di registrarsi all’albergo Roma in quella fine d’agosto. D’altra parte Roma in qualche modo doveva essere presente, alla morte di un Cesare.

Cloto
Cesare, dici. Ricordo quando iniziai a filare la sua sorte, mi sgorgava così viva e tagliente tra le dita, e fosti tu che la tingesti di scarlatto d’amore. Cesare: ma di lui sapevamo tutte come sarebbe andata. Morire così non fu un vero morire: e appunto, quando Atropo tagliò, lui previde e poi vide gli occhi verdi di Constance. Ma lei. Lei, quali occhi vedrà?

Lachesi
Accade continuamente, e lo sai. Accade nelle stanze pulite e anonime in riva al lago, dopo aver salutato i cari e gli amici con un abbraccio triste e stanco. Accade silenziosamente e forse più ferocemente negli ospedali di ognidove. E non da adesso, da sempre. Si gettavano sulle spade. E quando Lucio si tagliò le vene dei polsi, e poi delle caviglie, perché era così vecchio e il sangue viscoso non sprizzava, nessuno si stupì: Non enim vivere bonum est, sed bene vivere: fu lui a dirlo. Accade ovunque. Ovunque si spezza il filo ben prima che sia nostra sorella a tagliarlo.

Cloto
Accade continuamente, Lachesi, e lo so. Ti dispiace però se parlo ancora un poco di lei?

Lachesi
Non mi distrae. Mi aiuta, anzi, perché filare i suoi ultimi momenti non è facile, occorre trovare colori adeguati da intrecciare.

Cloto
E’ che ne parlano prima. Questa è una differenza. Lei si affaccia alle finestre di tutto il mondo, di tutte le case, così, col suo volto sorridente e meraviglioso. Si affaccia e parla con loro, e loro ne parlano, ne discutono. E ci sono le medicine – si possono chiamare così? – nell’armadietto del bagno. La sua bellezza è un oltraggio alla morte, questa è una delle ragioni. In generale sono tutti pieni di ammirazione per il suo coraggio, come se invece adagiarsi fra le braccia del mondo, riempire le lenzuola di sudore, di lacrime, di dolore e d’amore, accettare di perdere tutto fuorché la pena, attendere il fato, come se questo non fosse coraggioso.

Lachesi
Non avrei filato molto per lei ancora, in ogni caso: ma in effetti quei colori, quelli che tu dici, ce li avrei messi. Però coraggiosa lo è davvero.

Cloto
Ci vuol cuore per rubare le forbici ad Atropo, riporle nel bagno, e sfidare il mondo. Rifiutare il dono del figlio di Giapeto.

Lachesi
Parli di Prometeo il Filantropo.

Cloto
Di lui parlo, che suscitò l’ira di Zeus. Non fu tanto il fuoco il vero dono, no, ma quella benda che pietosamente stese sugli occhi degli uomini – come disse il poeta - a impedire loro di vedere quanto filo resta sul nostro aspo. Lei si è strappata quel velo. Conosce l’ora, il minuto.

Lachesi
Furono i medici a strapparlo, sorella. Ormai hanno modo di conoscere. Che importa l’ora, il minuto. Quando ti vien detto che non vedrai la prossima primavera, che per te questo sarà il vero autunno, quello di cui ogni altro è stato figura, ecco, è tutto, è già tutto.

Cloto
No, non è tutto. Sei mesi è pur sempre un chissà. Certo, la sua sorte le fu dischiusa, ma rimaneva comunque custodita in altre mani, nelle nostre, Cloto. Ora invece è un segno sul calendario. Anche ai criminali vien nascosta la data, se non quando il patibolo è ormai rizzato sulla piazza, o quando nel penitenziario è già illuminata la stanza gelida, con la bianca croce di cuscini e gli aghi pronti. E anche lì, mordono voraci fino all’ultimo la speranza della grazia. Lei no. Lei lo ha deciso. E’ insieme colei che dà la morte, e colei che la riceve, e colei che decide il quando, il dove, il come. Non vi sarà grazia possibile per chi è il re, il giudice, il boia, il suppliziato assieme.

Lachesi
Ne parli come se fosse una di noi. Come se fosse una dèa. Ma è una mortale. Vedi: il suo filo è fra le mie dita, solo è difficile trovare le tinte giuste. E Atropo potrebbe ancora sorprenderla, compiendo subito la sua opera. I farmaci rimarrebbero nel piccolo armadio bianco.

Cloto
So bene che non è una dèa. Il fato pesa su di lei con una mano di ferro. Non che il fato non ci riguardi, ma per noi tutto è un gioco, non può essere che un gioco. Talvolta invidiamo il loro affondare pesanti nella sorte.

Lachesi
Anche questa non sarebbe una novità: tanti mortali si son sognati dèi, tanti dèi si son sognati mortali. Quando ciò accade, sempre ne deriva il male.

Cloto
Non è una dèa, no. Ma è al servizio di una divinità molto potente, Lachesi.

Lachesi
Più potente di noi, che filiamo i destini degli uomini?

Cloto
Sì, sorella.

Lachesi
Più potente degli Olimpi? Di Zeus celeste padre?

Cloto
Più potente anche di lui. Del celeste padre, e di tutti i nomi che essi gli danno. Quella Libertà che serra loro il collo più fortemente di quanto mai fece Necessità. Quella Libertà che impedisce loro di seguire le voci divine, le nostre, che pur li chiamiamo, che fa loro chiudere gli occhi e avanzare soli nel mondo terribile, e varcare soglie oltre le quali non vi è ritorno.

Lachesi
Dunque c’è questa dèa dalla voce potente, mentre i nostri richiami sono sussurri nell’ombra, nella nebbia, sono come echi, sono come vertigini. Invece lei grida. Guai a noi, sorella, se è così. Ecco, vedi, sono giunta alla fine, poche fibre rimangono sulla conocchia, poche fibre, poche ore. Tutto è compiuto: vedi, le medicine sono state tolte dall’armadietto. Sua madre è andata a prenderle, con gli occhi lucidi, e gliele porta, ed è giusto che sia lei che le portò anche la vita. Facciamo silenzio adesso, se vuoi. Io devo tingere gli ultimi momenti con i colori della nuova dèa. Eppure…

Cloto
Non dire niente, sorella. Facciamo silenzio, come tu hai detto. Io il mio compito l’ho terminato. No, non dire più nulla, mi fa paura fin quel che pensi.

(lungo silenzio)

Lachesi
Devo parlare ancora. Non andartene, Cloto.

Cloto
Ho fra le mani la sua rocca vuota. Non dar voce ai tuoi pensieri, non farlo. Ti scongiuro.

Lachesi
Devo, sorella. Il mio compito non è ancora concluso. Tra le dèe, noi siamo le più vicine all’avventura dei mortali. A furia di filare, abbiamo un’idea del loro tempo, noi che nel tempo non viviamo. Ma come alcuni di loro sono stati capaci di avvicinarsi a noi, di conoscerci, di amarci, perfino di sedurci, e hanno così ottenuto in qualche modo l’idea di com’è vivere nell’eterno, noi sappiamo nelle dita il tempo cosa sia per loro.

Cloto
Sorella. Non me lo domandare, non farlo.

Lachesi
Devo. Il mio compito non è ancora concluso. Da quanto tempo non udiamo la voce di Atropo, nostra sorella? Intendo il tempo dei mortali. Lo chiedo, a bassa voce lo chiedo: quando fu l’ultima volta?

Cloto
Nondimeno i mortali seguono docili la loro sorte. Della maggior parte di loro è ancora Atropo che decide quando tagliare il filo.

Lachesi
Rispondimi. Il mio compito non è ancora concluso. Ho trovato il colore denso e violento della Libertà, ma restano ancora alcuni pollici di filato non tinto. E lei ha ora preso le sue medicine. Qualcuno piange nella stanza, altri si abbracciano, c’è musica dolce e un bastoncino d’incenso fiorisce di fumo sul comodino. Fuori dalla casa la gente canta e prega. Rispondimi.

Cloto
Sorella, l’ultima volta che Atropo parlò stava recidendo la vita di due ladri. E aveva in mano un altro filo, che… Ma non è cosa per noi, Lachesi. Ora basta. Non ne parliamo. Non alzare la testa, il nostro compito è tenerla china sul destino che scorre fra le nostre mani.

Lachesi
Atropo: la sto guardando. E’ lei e non è lei. No: è lei, ma c’è un’altra con lei.

Cloto
Abbassa lo sguardo.

Lachesi
Non posso più. Ora la riconosco, è proprio lei, eppure no, adesso il suo volto mi sembra un mistero, sembra perfino che non sia sola, che le sia accanto una che le assomiglia, o uno, non so, perché ecco, egli appare come nel vigore di una fresca e quasi rude virilità.

Cloto
Abbassa lo sguardo. Non è per noi quel che immagini di vedere.

Lachesi
Sorella! Egli rompe il filo con tenerezza, come se spezzasse del pane per i suoi figli. E lei – perché a volte sembra lei - lo raccoglie nel suo grembo. E i suoi, i loro occhi, Cloto. Sono come l’oro del mezzogiorno e il rosso del mare risonante: ma così scuri che nessuna notturna civetta potrebbe penetrarli. E’ il colore con cui tingerò con le mie dita queste ultime dita del filo. Avrà i suoi occhi. Cesare aveva visto ancora di più di quanto pensassimo.

Cloto
Hai visto troppo, Lachesi. Noi siamo solo dèe. Tessiamo le sorti dei mortali, null’altro. A noi non è dato di levare lo sguardo su ciò che ci sovrasta. Siamo rimaste sole, lo sai. Gli Olimpi sono andati via da tempo, solo noi restiamo. Hai visto troppo.

Lachesi
Ma ho visto, sorella.

Cloto
Non hai visto niente. Tutto è pieno di sogni, a forza di filarli li sogniamo anche noi. Scorderai tutto. Torna al tuo lavoro, Lachesi.

Lachesi
Non potrà essere come prima.

Cloto
Non c’è nessun prima, nessun dopo, lo sai. Torna al tuo lavoro.


[Nell’immagine le Moire – quattro – effigiate sul cratere detto vaso François, custodito al Museo Archeologico di Firenze, attribuito al ceramografo Kleitias]


lunedì 6 ottobre 2014

Non sta in piedi. Critica interna alle Sentinelle

La coscienza di un uomo talvolta suole avvertire / più che sette sentinelle collocate in alto per spiare (Siracide 37,14)

Per quel che mi riguarda, io sto con i corsari, e aspetto soltanto la consumazione dei tempi e – se ci sarà– la rivelazione che ne seguirà. 

Non che speri più di assistere al Grande Botto, quello Universale, ora che anche i Maya mi hanno deluso e neppure mi sento di confidare in Socci, che sembra dire - nel suo ultimo libro - che quando due Papi si incontrano si genera una singolarità spazio-temporale che potrebbe far saltare tutto. Magari qualche asteroide potrebbe pure arrivare, ma insomma, non ci faccio affidamento. Per quel che mi riguarda, la consumazione dei tempi però non sarà lontana: supponiamo che l’attesa media di vita per un maschio sia di settantotto anni: ne ho vissuti cinquantadue, me ne restano ventisei. Ventisei anni che sono 9490 giorni, che sono 227760 ore, che sono 13 milioni e 665600 minuti, che sono grossomodo un miliardo e venticinque milioni di battiti cardiaci e 246 milioni di respiri. Nella migliore delle ipotesi, eh, perché su nessuno di questi si può contare davvero. Dum dum dum batte il cuore nel petto la danza cannibale – come dice argutamente Fabrice Hadjadj – dum dum dum e quando il tamburo cesserà di battere sarà il momento del sacrificio, e la vittima sarò io. O, sempre nella migliore delle ipotesi, cesserà il toctoctoc del simandron di carne pulsante e andrò sonnolento alla celeste liturgia, che tuttavia sarà pur sempre e ancora un brancolare nel buio, per quanto gioioso, verso Dio. Un paio di centinaia di milioni di respiri, breathing in, breathing out, e qualcuno sarà emesso correndo, e qualcuno amando, e qualcuno – consapevole – meditando, e qualcuno pregando, e qualcuno baciando scivolerà nella bocca di un’altra, e qualcuno parlando, e qualcuno piangendo, e qualcuno soffrendo, e qualcuno salendo montagne (spero), e qualcuno trattenuto immergendomi sott’acqua (spero), e qualcuno mozzato in gola dalla bellezza (spero), e tanti e tanti sonnando e sognando, e gli ultimi poi saranno quelli dell’agonia. Ne ho visti, di ultimi respiri, proprio di ultimi ne ho visti. So come sono. Come vengono e come vanno via, come si diradano. e ecco non c’è più il respiro, e è tutto. Per quel che mi riguarda, quindi, il grande botto è vicinissimo. 
Per quel che mi riguarda. Il Corsaro Russo di Mar Saba sarebbe d’accordo. “L’Apocalisse? Per me e per te è vicinissima…” mi diceva mentre ci inerpicavamo sui tetti rotondi del monastero, fra le croci di ferro battuto, intelaiature di vele invisibili al vento notturno, mentre le silence éternel de ceux espaces infinis nous nous effrayons. In tutta la mia vita la galassia avrà ruotato poco più di un decimillesimo di grado. 
Per quel che mi riguarda, e – sono felice o mi dispiace di dirvelo – anche per quel che ‘vi’ riguarda.

Aber weil Hiersein viel ist, und weil uns scheinbar 
alles das Hiesige braucht, dieses Schwindende, das 
seltsam uns angeht. Uns, die Schwindendste
Rilke, Neunte Duineser Elegie

D’altra parte essere qui è molto. Le cose ci sollecitano. Noi, i più effimeri. Non soltanto per sentirle, le cose, ma anche per pensarle, per comprenderle. Nel frattempo, infatti, c’è la vita, c’è l’alzarsi al mattino, le vent se léve, il faut tenter de vivre. Apocalittico, non integrato: ma ciò non mi autorizza alla diserzione.

Qui si firma per la vita! Qui si firma contro l’aborto! Per i fiorentini certe cose straordinarie sono talmente normali che neppure le notano, e si perdono tutto. Tipo giocare a nascondino sotto la loggia dei Lanzi,  intitolata a quelle ghigne luterane (ma devote a Maria, tanto da pregarla in canto – Unser Liebe Fraue, oppure era Unser’ Lieben Frauen, e cioè le donne amate o piuttosto le vivandiere che le seguivano - al fine di avere un po’ di caldo e non morire di gelo, che poi fosse per grazia divina o per la condivisione del pagliericcio non penso abbia poi avuto grande importanza) Lanzi che vi sostarono prima di andare a saccheggiare Roma e chissà che il mio cognome non venga proprio da quelli là. Nascondersi dietro il Ratto delle Sabine del Giambologna e fare bomba sotto il Patroclo e Menelao: a me è accaduto, e a chissà a quanti altri bimbi. Oppure fare politica utilizzando come gazebo (ah…) un’altra loggia, quella gotica del Bigallo, l’eleganza delle cui arcate ispirò forse il Brunelleschi, quella loggia dalla quale il predicatore Pietro da Verona, col segno della santa Croce, mise in fuga il nero cavallo indemoniato che calpestava la folla al mercato, quella loggia sotto cui, avvolto nelle ruvide lane delle Compagnie, il cuore di generazioni e generazioni di fiorentini pulsò di carità e si rese capace di fronteggiare la peste, la morte, l’abbandono: a me anche questo è accaduto. Perché fu sotto quella loggia che nel 1980 mettemmo un tavolino con un cancelliere dietro, o un notaio, non so, e noi giovani distribuivamo volantini che ciclostilavamo a mano e con un grosso megafono bianco invitavamo: Qui si firma per la vita! Qui si firma contro l’aborto! E sotto la loggia ci urlavano contro in tanti, proprio in tanti, e io avevo diciotto anni, e la mia fidanzatina sedici, e fu lei che dovetti accompagnare all’ospedale per essere stata colpita da un sasso in faccia, e immaginate quanto le poche stille di sangue che versò mi mandassero in estasi, coniugando (o meglio cortocircuitando) il desiderio col martirio, e l’etica con l’intimità, e alla fine Dio con l’amore, riproducendo in sedicimiliardesimo l’esperienza di Caterina da Siena e Nicolò di Tuldo (l’anima mia si riposò in tanto odore di sangue, che io non potevo sostenere di levarmi il sangue, che mi era venuto addosso, di lui). Che sembran paroloni, in effetti, ma se non li si pensa a diciotto anni quando li si deve pensare, che ci saranno poi tanti decenni da dedicare alle paroline, alla stipsi del significato. Perché era tanto bello lottare, allora, e militare, e studiare diritto per saper confutare, e andare a sentire Luigi Lombardi Vallauri che ci leggeva i testi di sant’Ireneo di Lione per mostrarci quanto splendore potesse esserci nella vita umana, oh mio Maestro, anche tu, dove sei ora?

E poi trent’anni dopo ci fu sempre l’aborto a mobilitarmi, per quanto malinconicamente, e m’imbrancai con Giuliano Ferrara a sostegno di una Lista Pazza che raggranellò non lo zero-virgola, ma lo zero-virgola-zero-qualcosa alle elezioni del 2008. E ricordo una serata davanti al Rosetum a Milano, che dentro parlava Ferrara, e io ero fuori e una vecchia orribile mi si parò davanti, infilò la mano adunca in un sacchetto della spesa e mi gettò sul viso un bolo di basilico umidiccio, come a dire: tu sostieni le mammane, vuoi la morte delle donne negli scantinati, trafitte dai ferri da calza, e magari ci credeva veramente, la vecchia, che io lo volessi, e magari ci credeva veramente, la vecchia, che l’aborto fosse una conquista civile.

Oggi prendo il libro Voglio la mamma, del simpaticissimo giocatore di poker Marione Adinolfi. Guardo l’indice dei ‘falsi miti di progresso’: matrimonio omosessuale, aborto, omogenitorialità, eutanasia, ideologia transgender, etc., con una serie seria di argomenti critici da sinistra. Resta poi ovviamente la parte cattolica, restano le Costanze Miriano, i padri Botta, i Camilli Langone, I Marii Schicchitano. Restano tuttavia anche fior di intellettuali, filosofi, teologi, giuristi, a combattere la buona battaglia nelle sedi accademiche e scientifiche. C’è la Manif pour Tous, ci sono le Sentinelle in Piedi, c’è stato il Family Day e forse ce ne saranno ancora altre edizioni. Insomma c’è gente che lotta, e con gran cuore. E il Foglio, anche se meno frontalmente, continua giorno dopo giorno la sua vigilanza culturale e informativa. Sono soprattutto laici, perché la tendenza Francesco – per quanto rispettosa sui contenuti – tende a privilegiare altri campi di battaglia su cui impiantare l’ospedale da campo della Chiesa, e ormai le gerarchie nicchiano a sentir parlare di valori non negoziabili. Proprio in questi giorni circa duecentocinquanta uomini vestiti di porpora, di claretto, di nero, con sottane e buffi copricapi, e quasi tutti i duecentocinquanta caratterizzati dal non avere – almeno ufficialmente – una famiglia, sono in Vaticano a parlare proprio di famiglia, all’ombra di quel Gesù che la famiglia non sembrava poi amarla tanto: Lui che perché mi cercavate, non sapete che devo occuparmi delle cose del Padre mio (additando il cielo, adolescente), Lui che venne per separare il figlio dalla madre, la figlia dal padre, la nuora dalla suocera (oddio forse non è esattamente così ma è un lapsus da psicoanalisi che mi piace lasciare), Lui che chi ama padre e madre più di me non è degno di me,  Lui che chi non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo, Lui che chi è mia madre, chi sono i miei fratelli? chi fa la volontà del Padre mio (che è nei Cieli) è mio fratello, sorella e madre, Lui che seppellire tuo padre? lascia che i morti seppelliscano i loro morti, tu vieni e seguimi, Lui che mai si sposò per restar libero e errante e volle così i suoi strappandoli ai loro focolari e ai loro giacigli caldi di troppa quiete e di meste abitudini, Lui che, perfino mentre moriva, perfino agonizzando sulla croce, vero letto di nozze, volle sbarazzarsi del legame materno e disse a Lei straziata che il vero figlio non era Lui, ma Giovanni, straziandola e straziandola ancora. E i duecentocinquanta usciranno dall’Aula del Sinodo tutti abbastanza contenti, avendo ancora tentato la mediazione tra lo Zeitgeist e lo Heiligegeist, (ma il primo sorride sornione perché sa che ha dalla sua parte il Desiderio: che sfonda le porte di qualunque precetto).

Ieri, da Aosta a Viterbo, le Sentinelle in piedi hanno manifestato in cento piazze, da Aosta a Viterbo. Ritti, silenti e fermi vegliamo per la libertà d’espressione e per la tutela della famiglia naturale fondata sull'unione tra uomo e donna, recita il loro sito. Io non sono andato, no. Mi sono chiesto perché, dal momento che la mia vita è stata in parte spesa in difesa e a servizio dei medesimi valori.

1. Per prima cosa, mi sono accorto dell’esistenza del bigottismo 2.0. Apparentemente è molto diverso dal bigottismo tradizionale. Per prima cosa il bigotto 2.0 non si incarna idealtipicamente in una vecchietta nerovestita e velata che si trascina biascicando preghiere da cappella a cappella, toccandone gli altari (ungendoli, come si dice a Firenze) e accendendo candele, non si incarna nella donna sola e triste che passa il tempo seduta nel banco a sentir messe su messe, non si incarna nel prete collo torto e sottanone, dalla vocetta tenue e femminea. No. Il bigotto 2.0 è tecnologicamente up-to-date, unge non gli altari ma le bacheche dei vari opinion makers, di tanti altri non volti-di-santi ma profili-di-scrittori o giornalisti, lasciando non fiori secchi o preghierine, ma commenti: commenti che vi inviterei una volta a leggere perché indescrivibili sono (salvo rare eccezioni) la violenza, l’arroganza, il giudizio in essi contenuti. Frequentano anche la bacheca di sant’Antonio (Socci), ma io credo che quest’ultimo, per singolare segno di predilezione, il Signore lo abbia lasciato fuggire nella follia, nell’allucinazione e nel delirio (tutte cose che io amo da pazzi: e credo che in certi casi quos vult Deus salvare dementat prius). Il bigotto 2.0 veste trendy, fa la maratona sotto le tre ore e venti, se è prete ha il volto aperto, l’occhio arguto, il collo fiero e largo nel colletto romano, se è donna pubblica in rete foto delle sue mani affusolate con unghie smaltate di un colore che fa perfetto pendant a quello del rosario che le si avvolge al polso. Il bigotto 2.0 è talvolta anche sexy, o almeno così vuole apparire. In genere è prolifico ma anche no, talvolta è perfino un sedicente tombeur de femmes. Il bigotto 2.0 è trasversale: ce ne sono di pro F, di pro BXVI, di pro CVII, di anti CVII, perfino di sedevacantisti. Il bigotto 2.0 non compulsa libricini piccoli, logori, bisunti e neri con sbiadito taglio dorato, preferisce definirsi cintura nera di novene, i libri non so se li legge ma certo li scrive, li pubblica e li vende benissimo. Il bigotto 2.0 semplifica e detesta chi – ostaggio volontario della complessità – ammette di non saper che dire e che fare. Non ci sarò, purtroppo, ma vorrei esserci quando Costanza Miriano incontrerà san Paolo in paradiso, e lui dirà a lei – nel suo stile abbastanza acceso – cosa ne pensa della riduzione in folk psychology (per quanto moralmente ineccepibile) della sua teologia sul matrimonio. Insomma il bigotto 2.0 è un aggiornamento, ma la radice orribile rimane: quella di chi ultimamente non sopporta che san Giovanni abbia detto che Dio è amore senza aver specificato che è il veeeero amore, e che lo stesso san Giovanni non abbia specificato la direzione di provenienza e di destinazione dello Spirito sulla rosa dei venti, ma abbia detto che soffia dove vuole e non si sa dove venga e dove vada. Ora, tra le Sentinelle in piedi non vi sono certo solo neobigotti: ma credo sia indiscutibile che esista una contiguità culturale.

2. Trovo che i maitres à penser delle Sentinelle compiano un errore anche rispetto alle loro intenzioni. Che nella migliore delle ipotesi interpretino la parte patetica degli ultimi giapponesi che credono ancora che sia in corso la seconda guerra mondiale, nella peggiore sfruttino questa nicchia di retroguardia per esercitare un’influenza, per scavarsi uno spazio di visibilità, per vendere qualche libro. Possibile che non si rendano conto che non c’è più nulla da fare? Che – anche a voler usare solo l’intelligenza calcolante – sarebbe molto più efficace mollare la presa su tutto: famiglia, vita, nascita, morte, educazione, tutto. Lasciar bere al mondo il calice della libertà libertaria fino in fondo. Fino in fondo, però: io voglio che mi sia consentito di fidanzarmi con Siri (come mi si dice che vorrebbe un personaggio di The Big Bang Theory), di adottare un computer, di avere settecento mogli e trecento concubine come il re Salomone (magari di specie differenti, anche infraumane e non organiche), di abolire in molti casi il reato di pedofilia (se un minore può decidere di morire, perché non può decidere di far sesso con chi gli pare e piace) e così via. La libertà è un vino inebriante ma ha un fondo amarissimo che la contemporaneità potrebbe utilmente assaporare. Occorre agire all’orientale, lasciando che lo stesso slancio libertario, portato fino alle sue estreme conseguenze, faccia perdere l’equilibrio all’umanità, le consenta di cadere, farsi male e pensare a come rialzarsi. Il mio antico professore di Metafisica, padre Alberto Boccanegra OP, diceva che solo dopo l’avvento di una onnipervasiva neosofistica sarà possibile veder apparire un nuovo Socrate.

3. Giudicare, non so più. Non certamente per virtù, forse per stanchezza, o per età. Oppure perché quando vedo una cosa e mi sembra così, subito mi sembra che possa essere anche cosà, come la brutta copia dell’Ulrich di Musil, e finisco sempre per assomigliare di più a quel giudice ebreo che ascoltava una parte e diceva ‘ha ragione!’, poi ascoltava la controparte e diceva ‘ha ragione!’, e, quando un terzo si alzava, obiettando che due proposizioni contraddittorie non possono essere giuste entrambe, ammetteva pensieroso che aveva ragione anche lui. Questa attitudine titubante sulle conclusioni ed eccessivamente analitica nelle premesse non è che il versante freddo, anziano, disincantato, del carattere che si oppone per porsi, tipico dei cromosomi toscani. Giudicare, non so più, non riesco più: e le Sentinelle mi sembrano insopportabili ditini alzati ad ammonire. Poi non saprei cosa leggere. Esiste qualcosa di letterariamente significativo che non includa almeno un po’ di trasgressione? In questo momento sto (ri)leggendo Il Dottor Živago. Avrei potuto leggerlo in piedi, fra le Sentinelle? Perché è tutta una serie di amori che sconvolgono le regole. Scartando titoli tipo Sposalo e sottomettiti, Sposala e muori, Obbedisci che è meglio – perché ridacchiare in piazza non starebbe bene – potrei virare sulla saggistica, sulla teologia, sul documento ecclesiale, sull’enciclica. Ma non sono un quadrupede, e di addormentarmi in piedi non son capace.

4. Nella mia Chiesa si sta in piedi sempre, e tanto. Dritti in piedi per ore, col freddo e col caldo, nel buio e nella luce, uomini donne e spesso anche vecchi e bambini. Dritti in piedi mentre il prete chiama e chiama l’invisibile realissimo a farsi visibile irrealtà. Quindi tutto sommato la Sentinella la faccio sempre, e per di più a digiuno. E – se avessi la stoffa umana, che invece chiarissimamente non ho – vorrei starci ancor di più, in piedi. Fare come Arsenio, padre del deserto, che quando il sole tramontava si voltava verso est e rimaneva in piedi, immobile, silenzioso, intento, attento, contento, finché il sole non sorgeva dall’altra parte del pianeta. Questa la preghiera, solo questa vorrei che fosse. La stessa idea di Dio caduta a terra delicatamente, e un po’ accartocciata come una foglia secca. Figuriamoci i precetti morali dove li avrebbe già portati il vento.




giovedì 25 settembre 2014

La Montagna e la Tigre. Non-resoconto da Agion Oros

Torno dalla Santa Montagna, accendo il telefono, e guardo il sito del Corriere. C’è il solito Renzi che pasticcia con l’inglese, i problemi strutturali dell’IPhone 6, un arcivescovo polacco arrestato fra le mura leonine, le immagini nere e verdi degli attacchi aerei americani in medio oriente. C’è la foto di una tigre immobile e attenta davanti a un giovane indiano schiacciato contro un muretto e tremante: mi soffermo su questa. Pare che, quando il giovanotto – per motivi fotografici – è caduto nel fossato dello zoo, il bianco, bellissimo felino si sia avvicinato placidamente. In perfetta immobilità, ha quindi contemplato con attenzione l’uomo per oltre un quarto d’ora, prima di sbranarlo. Provo ad immaginare come dev’essere stato il quarto d’ora dell’essere umano, alla presenza di quello sguardo meraviglioso, fatale, indecifrabile.

Torno dalla Santa Montagna con la memoria e il taccuino giallo pieni di ricordi che mi piacerebbe condividere qui. Momenti intensi, discussioni significative, visioni mozzafiato, incontri importanti, stati di luce e di buio interiori ed esteriori, falesie scoscese su mare virginale color cobalto, pervinca, pavone e fiordaliso, cupole di stelle con le pleiadi gocce d’argento allo zenit, cittadelle monastiche fortificate di una Grecia in odor di Balcani fuori delle quali, la notte, ululano sfalsettando perfino gli sciacalli, canti, baci di rugose mani di vecchi e di icone, brancolar nel buio verso Dio nelle lunghe liturgie, volti volti volti. Ma questa volta il taccuino giallo resterà chiuso, e non ne condividerò il contenuto.

E’ perché da quando ho messo piede sulla Santa Montagna ho avvertito l’impulso interiore e presuntuoso di essere da Lei guardato. Per un po’ di tempo Lei non ha voluto. Faceva di tutto per iscapolarsene, come Proteo dalle mani di coloro che volevano farlo vaticinare per forza (Promessi Sposi, capitolo VI). E’ stato in effetti come lottare con Proteo (il marino vecchion che mai non mente, come traduce il Pindemonte). Proteo prole di Oceano, uno dei tre grandi vecchi del mare. Pastore del gregge di foche di Poseidone, al meriggio si riposa all’ombra degli scogli: se vuoi sapere il tuo destino devi lottare con lui, che non vorrebbe dirtelo, che quindi può mutar forma per fuggirti – per questa caratteristica è entrato nel linguaggio comune – ma alla fine cede, ridiventa lui stesso, ridiventa il vecchio, e implacabilmente risponde il vero alle tue domande.  Proprio così si è comportata la Santa Montagna con me. All’inizio non cedeva e mutava forma e luogo e ragioni. I miei amici, più saggi, mi sconsigliavano con delicatezza. Lascia perdere, dicevano. Ma io no, testardo, orgoglioso, ho lottato con tutte le mie forze.

E alla fine la Vecchia, Santa Montagna ha ceduto. Ha aperto i Suoi occhi antichissimi su di me. Mi ha guardato, mi ha visto, mi ha giudicato, nel modo che solo Lei conosce.

Dopo essere stati visti da Lei, vi giuro, non si ha più voglia di scrivere di mare, di cielo, di notti, di giorni, di bellezza, di silenzio, di canto, o di come profumavano e splendevano di rosso e oro i pomodori nei poveri piatti di ferro. Non si ha più voglia, non si può più. Il temerario giovanotto indiano non pensa più a fotografare, ora che è davanti allo sguardo silenzioso della tigre bianca.

I monaci dell’Athos vengono chiamati alla preghiera, alla mensa, agli atti comuni, con il simandron, uno strumento antico, una grossa asse di legno dalle estremità arrotondate che viene percossa da un martello secondo un ritmo che quando lo senti non lo dimentichi più. TOCtactactac TOCtactactac TOCtac TOCtac TOCtactactac. La tradizione dice che fosse il richiamo con cui Noè attirava gli animali nell’Arca, prima del Grande Diluvio. TOCtactactac TOCtactactac TOCtac TOCtac TOCtactactac. Ho scoperto che il cuore è anch’esso un simandron: TOCtactactac TOCtactactac TOCtac TOCtac TOCtactactac. Ecco, sentite: ora chiama. A qualcosa che non so.


venerdì 29 agosto 2014

Je décalque l'invisible. Ida, film in bianco e nero su una vetrata

Pur se il cinema è centrale, la cassiera – in vestaglia e occhialetti da portinaia vecchia Milano – è assolutamente marginale. E anche la sala non concede quasi nulla allo spettatore, come si direbbe in cinelinguaggio. Niente nomi suggestivi, come Urania o Truffaut o Daphne o Fellini. Fuori: Milano da pre-ferragosto con cielo tra sole e temporale, adattissimo ai cacciatori di arcobaleni. Dentro: A ed io attendiamo l’inizio della proiezione di Ida, film di Pawel Pawlikowski. 80 minuti di bianco e nero sulla storia di una suora nella Polonia degli anni 60. Non ho con me le lamette, e per giunta - circostanza assai rara - non ho neppure sonno. Devo dire che A, mentre ancora le luci della sala sono debolmente accese, mi consegna il dono da lei preso per me in India: un meraviglioso set di merchandising di un sedicente asceta jaina digambara (vestito di vento, quindi nudo) chiamato Acharya Sukumalnandi, consistenti in n°1 poster adesivo stile Bollywood (capelli scolpiti e denti di un bianco extraterrestre), n°1 biglietto da visita con fotina della testa retroilluminata da aureola a dodici meravigliosi raggi, n° 1 microfoto di lui benedicente e inscritto in un trono a forma di mandorla d’oro e d’argento, n°2 segnalibri tipo clip di plastica bianca col volto radioso d’amore, e n°1 quaderno di appunti con l’asceta – questa volta più severo - che benedice con la mano sinistra due braccia con maniche di giacca e camicia che si stringono la mano, sullo sfondo una specie di bandiera navale giapponese arancione e rosso. La vera, verissima. kitschissima India. Da piangere per la commozione. Però, aprendo il quaderno, vi trovo un’unica frase in inglese – tutto il resto è in hindi – che l’asceta si attribuisce (le grandi frasi hanno sempre molti padri): No pains no gains. Effettivamente al plurale non l’avevo mai ancora letta. Che alluda a ciò che stiamo per vedere?

Gli ottanta minuti passano – c’è perfino un intervallo ma senza gelataio in giacca bianca e distintivo illuminato – e riemergo con una strana sensazione. Non mi sembra di aver visto nulla di straordinario, eccetto dei meravigliosi grigi, caldi e intensi, e la particolarità dell’aspect ratio (nozione compresa da noi non cineintenditori solo dopo la visione di Grand Budapest Hotel, ossia il rapporto tra la larghezza e l’altezza dell’immagine, e che Wes Anderson varia continuamente facendone una modalità espressiva essenziale del suo magico racconto) di 4/3, ossia volutamente retrò. La storia non mi ha detto niente. Suor Anna, una novizia ex orfanella, un gelido convento sotto la neve, la madre superiora che – proprio alla vigilia dei voti perpetui – anziché tenerla in ritiro la manda a visitare la sua unica parente, Wanda, una zia per metà sanguinario magistrato e per metà alcolizzata, fumatrice e sciupa maschi. Senza l’ombra di un convenevolo la zietta le rivela chi l’orfana è davvero (e cioè Ida Lebenstein, la figlia di una famiglia ebrea uccisa durante la guerra), qual è il suo paese e che Dio forse non c’è. Poi le due donne vanno al villaggio, la novizia prega, la zia inquisisce, beve e si dà da fare con omarelli raccolti al bar, recuperano assieme i resti dei genitori della novizia, li seppelliscono al cimitero ebraico di Lublino. Nel frattempo, in albergo, incontrano un sassofonista che suona in una band Guarda che luna di Fred Buscaglione e Con ventiquattromilabaci di Celentano, ma in segreto si strugge con John Coltrane. La monaca torna al convento, la zia alla sua casa: per poco entrambe. La zia sfratta dalle lenzuola il suo ultimo omino, mette sul giradischi la sinfonia Jupiter di Mozart (che, per Woody Allen, è una di quelle cose per cui vale la pena vivere, e detto da lui…), si accende la sigaretta, gira a piedi nudi per la stanza, poi spegne la sigaretta, apre la finestra e si getta di sotto. La giovane novizia, avvisata, lascia nuovamente il monastero – mentre le altre sue consorelle prendono i sacri voti incoronate di fiori – va a casa della zia, si toglie il velo e si scioglie i capelli, indossa un tubino sexy nero e le scarpe a tacco alto della zia, va a trovare il sassofonista belloccio, danza con lui, torna con lui a casa e ci va a letto. Al mattino si svegliano, lui le dice Andiamo a Danzica. Vuoi venire?, lei: Perché?, lui: C’è il mare, hai mai visto il mare?, lei: Non ho visto niente., lui: Andremo in spiaggia, lei: E poi?, lui: E poi ci sposiamo, compriamo una casa, facciamo dei bambini, lei (bellissima, appoggiata sul gomito): E poi?, lui: E poi cominciano i problemi. Logico che lei aspetti che lui si riaddormenti, logico che quindi si alzi, indossi nuovamente il suo abito di novizia e torni in tutta fretta al monastero. Per far cosa non si sa, finale aperto. Bene. A me come storia non sembra granché. Esco un po’ deluso.

Poi passa una notte silenziosa e i ricordi maturano nel sonno e nei sogni, così che al risveglio il mio giudizio si è completamente rovesciato. I personaggi di Ida non hanno praticamente alcuna psicologia. Il volto della monaca è di slavità assolutamente indecifrabile, quello della zia è intenso ma fisso come una maschera tragica. Se l’attesa – e probabilmente era la mia – si collocava al livello della psicologia, il film non poteva se non risultare deludente. Tanto da avermi fatto pensare che la storia altro non fosse che un pretesto per sciorinare bellissimi bianchi, neri accesi e un infinità di gradazioni perlacee. C'è però chi mi ha fatto notare che in realtà le due protagoniste sono molto differenti, anche dal punto di vista psicologico.  Pur essendo praticamente 'nata' nella gelida e iperessenziale nudità del monastero, Anna/Ida sa stare nelle circostanze che le capitano in modo adeguato e fluido.  Sa accogliere l'impensabile, sa aprirsi all'avventura, sa scavare nella terra umida, sa avvolgere - come una tra le tante Antigoni della storia - il cranio dei genitori in un foulard per dare loro sepoltura, sa innamorarsi, sa andar via, sa vestirsi da donna, sa svenire di libertà ruotando come un derviscio dentro una tenda di tulle, sa far l'amore e sa porre domande radicali. Wanda, pur con la sua età e il suo savoir vivre, è invece sempre sbilanciata, sghemba, instabile: deve aggrapparsi ogni volta a qualcosa o a qualcuno, un amante, una sigaretta, una bottiglia.


Tuttavia a me pare che le due donne siano esistenzialmente più simili che diverse. Lo sono nel verificare lucidamente come la vita, e Dio, tutto fanno fuorché mantenere le promesse di pienezza, di bellezza e di bene. Lo verifica Wanda rispetto all'ideologia rivoluzionaria e socialista, alla libertà sessuale, alle zeppe consolatorie di cui si circonda. Lo verifica Anna/Ida rispetto al Gesù di gesso, al pupazzo senza vita portato nella neve al centro del chiostro in una scena iniziale mozzafiato, all'innamoramento, alla giovinezza. Ed entrambe traggono le conseguenze: darsi la morte, buttandosi da una finestra o tornando in convento. Perché - evidentemente - sono due suicidi.

Eppure, nel profondo di ogni vita, c’è almeno un momento in cui gratuitamente, graziosamente, inaspettatamente, il più grande che attendiamo si rivela, e ti parla, a te, a te, oh proprio a te. Solo un istante magari. Una ferita sulla trama dell’ovvio. Un varco montaliano, prima che il frangente ripulluli sulla famosa balza che scoscende. Il film, questo momento, delicatamente, intensamente, magistralmente, ce lo mostra. Per le due donne esso passa da un padre o un fratello che – con la dolente e struggente sapienza dei figli di Israele – aveva allestito, nella tetraggine del paesaggio piatto e gelato, una vetrata da cattedrale per consolare le mucche nella stalla. E la zia si domanda: Chissà perché. Tutto questo lavoro per una stalla, per due mucche. Ora, io ho la fortuna di avere un amico così tanto caro che le vetrate le fa, e che un po’ mi ha fatto conoscere l’infinita pazienza che richiede, e la mobilitazione del cuore, degli occhi, delle mani, e la potenza del calore dei forni, e l’astronomia per l’orientamento, perché una vetrata è fatta per la luce, per essere mediatrice tra la luce e l’occhio umano. Wanda rovistando nel suo passato con il suo rammemorare amaro, Anna/Ida entrando nella stalla ed essendo colpita da un raggio di sole trasfigurato e diffratto in colori, che il bianco e nero rende più evidenti, perché quella scena è riempita e saturata dai colori contenuti nei ricordi dello spettatore, entrambe ricevono da quella vetrata da stalla il dono del rimando all’Oltre. Per la ragazza è quasi un’Annunciazione, lei che guarda incantata quella fragile bellezza che si è mantenuta integra, nonostante le guerre, le rivoluzioni, i tradimenti, gli omicidi, e tutto il dolore e il freddo e il fango della vita. Poi è vero: la vita, o Dio, non mantengono le promesse e può valer la pena suicidarsi o farsi suora. Ma tenacemente la fragile vetrata continua ad alludere al più in là, per citare ancora Montale.



Questo tema è anche – e profondamente – rilkiano. E concludo trascrivendo una sua poesia mesta eppure dolcissima.

Nonnen-Klage (Lamento di una monaca)

Gesù Signore – piegati /a una come tante. / Tu sei ricco e possiedi / i più splendidi ammanti / del cielo su di te.
Le donne che ti sei scelte / un giorno, a te sono rese: / puoi leggere con loro / e giocare, e a Teresa / mostrare le tue stanze.
Tua madre in cielo ora / è una dama e fiorisce / il suo nome regale /dalle nostre preghiere,
qui, da questi giardini / d'inverno, dove a volte / tu guardi, e strani cespi / trai dalle nostre voci.
Gesù Signore - hai tutte / le donne che tu ami. / Il mio grido che importa / se si perda o ti chiami?
Si perde in un lamento / e lo spazio lo strema. / Altre voci tu senti; / non ti ingannare: appena
dal mio cuore mi accosto / al mio viso che canta. / E vorrei farti male, / Signore, ma mi manca
l'animo:  se sollevo / verso te la mia pena / subito ricade mite / e fredda come la neve.
Fuori fossi rimasta / dove ho cominciato, / il giorno sarebbe angoscia / e la notte peccato.
Forse mi avrebbe presa / un uomo, e sarei sola, / e un altro sarebbe venuto / e la mia bocca ancora
soffrirebbe dei baci. / E un terzo a piedi l'avrei / seguito, ma, Signore, / per averne pietà;
e per stanchezza e paura / a un quarto mi sarei data / per non giacere più sola / e abbracciare una creatura.
Ma se nessuno ha dormito / accanto a me, tu mi salvi? / Dov'eri quando cantavo? / Chi chiamo nei nostri salmi?
La mia vita è lontana -/ Gesù, dimmi: è con te? / L'hai tu vista venire? / E sono in te, Signore? / E sono in te, Gesù?
Pensa: così finisce / nel rumore del giorno. / Ciascuno la rinnega, / nessuno più conosce / la mia vita, Gesù-
Ed era la mia vita, / Gesù Signore, sei certo? / Non un'altra in cui pure / nessun morso abbia aperto / un suo segno, Gesù?
O la mia vita forse / non è con te, ma langue / spezzata, e intanto piove, / piove e l'acqua la bagna, / e gela dentro, Gesù.