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martedì 12 agosto 2014

Alla ricerca del Dio Ortonimo - Sanremo il 31 luglio



Io quando vado in Liguria mi sembra di non riuscire a respirare e mi viene la faccia un po’ così e l’espressione un po’ così tutto è stretto troppo stretto e le colline avvolte da nuvolaglia sono come un’onda solida di un’antica mareggiata e l’autostrada è troppo viadotti e gallerie e ancora viadotti e il blu del cielo e del mare non consola perché sembra passato attraverso un brutto filtro di Instagram che lo rende freddo inquietante inospitale insomma fatto è che io in Liguria mi sembra di non riuscire a respirare.

Tanto più se è il 31 luglio, tanto più se fa tanto caldo, tanto più se qualcosa di oscuro ti s’è svegliato dentro, e canta - al ritmo un po’ irregolare del cuore - una canzoncina che conosci fin troppo bene.

Arrivando da est, vorrei quindi andare a sud, ma per poco, solo fino alle spiagge della Versilia, che sono invece larghe e lisce, e la sabbia fina non ti ferisce, e ci sono le mamme sulle sdraio a strisce, e c’è tutta una vita calma che fluisce; sì, in Versilia, che è sempre un po’ ferma agli anni 60, e – pensate un po’ – perfino negli anni 60 era già ferma agli anni 60. Invece no, questa volta mi tocca girare verso nord ovest , e poi ovest, e poi sud, ma un altro sud, non quello di prima: quindi levante – poi Genova al colmo dell’ansa e dell’ansia – infine ponente, laddove ciò che si leva e che si pone naturalmente è la stella Sole dall’orizzonte marino, ma un po’ innaturale rimane il doversi volgere ad est per guardare o immaginare l’Italia al di là del Tirreno.

Arrivo a Sanremo e mi sembra stranissima. Per esempio perché è dedicata a San Romolo. Ora, uno su questo potrebbe anche passarci sopra, ma poi indagando su wikipedia scopri che nelle sue origini si chiamava Matutia, e era un villaggio romano consacrato alla Mater Matuta. E la madre mattutina altra non è che Ino, figlia di Cadmo e Armonia e quindi nipote di Afrodite (che come tutti sanno ha un lato tenebroso che Botticelli e Peter Weiss (in Picnic a Hanging Rock) videro benissimo dietro l’apparente radiosa bionditudine). Altra non è che Ino, l’odiatrice dei propri figli tanto da volerli uccidere, ma tutta intenerita per il piccolo dio bambino, Dioniso, nato da adulterina relazione di Zeus (Diàus Piter – Iùpiter – Deus Pater) con la sorella Semele, così che Era la legittima furente consorte scaglia la follia su Ino e lo sposo Atamante. Questi prende un figlio per un cervo e lo assale, lei si suicida col bimbo fra le braccia gettandosi nel mare, fra gli scogli. Ma nonna Afrodite la trasforma in Leucotea, la dea bianca, patrona dei marinai, quella stessa Leucò con cui ebbe modo di dialogare Cesare Pavese, e che a Roma fu chiamata Matuta e messa a proteggere – oh proprio lei – i parti e le nascite. La Buonanima di Mussolini, nel suo delirio di restaurazione imperiale, obbligò i poveri abitanti a tornare a chiamarsi matuziani, appellativo che dopo il ventennio furono felici di abbandonare, e come non capirli. Adesso è sanremasco chi nacque da due (almeno) sanremesi, mentre è soltanto sanremese chi, nato a Sanremo, ha almeno un genitore almeno sanremese. Logica vuole che un sanremese può avere un figlio sanremasco qualora impalmi una sanremese, ma che il figlio di un sanremasco sarà ahimè solo sanremese, nel caso che per esempio si unisca a una anche soltanto di Imperia. E chissà come faranno con l'eterologa.  E chissà come diavolo il Festival della Canzone si è venuto a insediare qui, ma che Luigi Tenco si sia suicidato dopo aver cantato Ciao amore ciao (in un mondo di luci sentirsi nessuno) questo me lo spiego benissimo. Al centro di Sanremo c’è una vecchia stazione ferroviaria: coi suoi cartelli bianchi su sfondo blu, i fabbricati fine ottocento, il giornalaio, il tabaccaio, le latrine, il caffè. Niente binari. Ci passano ormai solo treni invisibili, di quelli uditi da James Duffy in Gente di Dublino, di quelli dal suono monotono che ripetono le sillabe del nome di lei. Proprio uno di quelli prese verosimilmente Luigi Tenco il 27 gennaio 1967, dopo aver lasciato il suo bagaglio biologico nella stanza 219 dell’Hotel Savoy.

La prendo larga, perdonatemi, ma qui è tutto troppo stretto. A Sanremo c’è il bilinguismo che neanche a Selva di Val Gardena / Wölkenstein. Solo che l’altra lingua è il russo. Se non ci fossero i russi... commenta sconsolato l’albergatore al momento del mio check-in, e mi dà la chiave della camera che – a giudicare dagli ospiti nella hall – immagino predisposta con letto attrezzato di asta per la flebo e catetere, nonché di poltrona elettrica che premendo un pulsante ti rimette in piedi da sola. Almeno ho la soddisfazione – sempre più rara – di abbassare l’età media di un gruppo. Se non ci fossero i russi. I russi spopolano sulle spiagge e in Corso Matteotti, bellissime donne sfolgorano di bikini in riva al mare e scintillano di Swarowsky, a bordo di tacchi dodici, alla sera nei ristoranti. Se non ci fossero i russi. E i commercianti liguri mettono sugli stabilimenti balneari la bandiera rossa bianca e blu e le matrioske nelle vetrine. Ah, ma ci sono da tempo, i russi, a Sanremo. Da più di centocinquant’anni, Amavano Parigi. Firenze, anche la Costa Azzurra. A Sanremo andò a scaldarsi dal gelo moscovita la Zarina Maria Aleksandrovna, moglie dello Zar Alessandro II, e Tolstoj ci passò il suo ultimo inverno. In particolare ci andavano i tisici a morire: tossendo, sì, ma confortati dalle palme, dai fiori, intiepiditi dal sole del sud, e quindi la cittadina risultava una specie di incrocio fra La Montagna incantata e Morte a Venezia espressi in glagolitico. Quando la rivoluzione bolscevica imminente spinse molti russi a raggiungere l’Europa occidentale per mettersi in salvo, alcuni vennero qui. E cent’anni fa costruirono una bellissima chiesa, una chiesa russa-proprio-in-stile-russo, tutta colorata e con le cupole a cipolla (una di queste è raffigurata nella foto, riflessa nel grande finestrone del Casinò adiacente). Questa chiesa ne ha passate di tutte, una bomba l’ha sfondata nel 1940, un paio di anni fa venne giù l’immensa croce centrale a tre traverse, e gli architetti pronti a dire che fu colpa dell’anima lignea ad aver ceduto, non essendo ben connessa al supporto di zinco, e altri ad accusare il vento, ma io penso piuttosto alla gelosia della Mater Matuta. Comunque sia, la chiesa è ancora ben viva, e ci abita un bel pretone imponente dalla grande barba e dagli occhi miti. Ora io in questa chiesa avrei passato molto 31 luglio e molto 1 agosto.



La liturgia ortodossa è ogni volta anche un’esperienza astronomica, nel senso che è sempre lunga a sufficienza da consentirti apprezzare cambiamenti significativi della luce esterna dovuti alla eterna danza tra il sole e la terra: non solo i passaggi dal buio alla luce, ma dalla luce meno intensa alla più intensa, dalla più intensa alla meno intensa, da un tono freddo a uno pastello o a uno saturo. Si assiste sempre almeno a una trascolorazione, che l’oro e i diversi colori delle icone riproducono, amplificano e diffrangono a seconda della posizione, delle dimensioni, della qualità, quasi le immagini si rendessero strumenti diversi per un’unica melodia luminosa. Poi c’è la questione del tempo. La liturgia non ha un vero punto di inizio e non ha una vera e propria fine. Quando un occidentale va a messa si siede silenziosamente su una panca, a un certo punto entra il prete, magari preceduto dal dindin di una campanella, e alla fine benedice, lascia l’altare e torna in sagrestia. Tutto è chiaro. Qui no. Si comincia e si finisce asintoticamente. A un certo punto ecco che ti accorgi che alcuni si danno da fare intorno all’iconostasi, e dal coro una voce parte sommessa con preghiere cantilate secondo il tono così caratteristico; candele si accendono, chierici indossano i paramenti, le porte regali si aprono e si chiudono, e infine ti trovi dentro il rito senza sapere bene da quando. Quanto alla fine, ecco, non finirà mai, è bene che lo sappia, ad imitazione di ciò che dicono accadere in cielo: per quanto tutto sembri più e più volte concluso, la voce cantilante riprenderà sempre a pregare, e qualche barbuto baritono, da dentro il santuario, le risponderà un corposo Blagosloviènno Tsàrtsvo. Lo squisito padre V, uscendo dalla chiesa nella sera trasparente, alla mia domanda su cosa stia dicendo la voce in russo risponde Non è chiaro, con olimpica vaghezza. E c’è Nona, e ci sono i Vespri, e poi il Mattutino, e poi le Lodi, e poi Prima, e Terza, e Sesta, e la Divina Liturgia, e ancora Nona, e in certi momenti puoi perfino uscire per bere un po’ di vino chiaro e per mangiare un po’ di buon pesce allo Yacht Club vicino al porto, oppure anche dormire, ma sono intervalli. Per il resto del tempo stai in piedi a veder variare la luce, a lasciarti attraversare dai suoni, dai profumi, e magari (e certamente) da qualcosa di ben più profondo che visita la tua anima, e che è una luce e un profumo e un suono, ma anche un Volto e un Nome. Se sei stanco non devi tener duro, non ce la faresti mai: devi piuttosto dimenticarti. Inutile fare lo stoico -quando ti vien sonno – inutile stringere i denti e tirar fuori le palpebre: neppure puoi alzarti perché in piedi ci sei già. Meglio cercare di assomigliare agli incorporei (che solitamente invisibili affollano le navate, adoranti e sgomenti per la trasmutazione che si sta operando, e che darebbero tutto, invece, per essere almeno un istante materiali).

Infatti, nel caso specifico di questo 31 luglio c’è che gli incorporei han deciso di mostrarsi visibilmente. Un gruppo di giovanissime orfanelle provenienti da Yaroslavl presta la sua voce al coro nella liturgia: poiché un benefattore russo ha loro finanziato una vacanza in Italia. La più piccola avrà dieci anni, la più grande diciassette. Sono tutte vestite di abiti lunghi candidi e un po’ trinati. I loro piedini bianchi sono infilati in sandali bassi e commoventi (quei piedini che miodio chissà che passi che faranno, che chissà dove le porteranno, che verso quale sorte le faranno andare, verso quale destino), sono tutte velate – alcune con uno scialle che passa sotto la gola, altre solo con un piccolo triangolo che si annoda dietro la nuca. Dai veli escono lunghissime trecce, alcune di oro giallo, altre di oro rosa e altre di oro rosso Ciascuna di loro ha un volto da Vermeer o da Rossetti, un volto talmente limpido da rendersi soglia e passaggio dell’Invisibile. Un volto da farti venire le lacrime da quanto è bello e triste. Quanto alle voci non so dir che questo: così spirituali e cristalline da essere quasi inadatte all’orecchio umano, almeno a quello contemporaneo, che le insegue senza poterle afferrare, e quindi senza poterle far proprie. Non è facile pregare appoggiandosi a suoni così puri, e quasi rimpiango la raucedine greca e carnale dei miei corsari di Mar Saba.



Ora, in queste lunghe ore trascorse in piedi nel microclima caldoumido che si è creato sotto la cupola (dal colmo della quale ti scruta l’occhio del Pantrocratore), io talvolta guardo le bambine che cantano, e sento che vorrei che uscissero, che potessero correre via, giocare sulla spiaggia, nuotare e spruzzarsi fra le onde, spalmarsi la crema sulle spalle e sulla faccia, raccontarsi sottovoce i segreti, impiastricciarsi le mani con ghiaccioli dai colori improbabili, comprarsi tatuaggi al sapore di chewingum, ascoltare con le cuffiette Adele, i Green Day o altro rock (ma attenzione che Рок (rock) in russo vuol dire fato, povere bimbe inseguite dagli dèi fin nei lettori mp3) e che non è giusto che invece siano chiuse lì, ben dritte, ben attente, a prestare la loro voce alle schiere angeliche. E anche il padre V, prete ortodosso ebreo russo dal cognome polacco - con le coppie cromosomiche pertanto avvinte in un abbraccio che è anche lotta primordiale e terribile, e che han dato origine a uno straordinario potpourri di tensioni e dolcezze, di rigore e pazienza, a un senza patria tre volte, a un esule al cubo – mi confessa di essere attirato irresistibilmente dal mare, di voler nuotare verso il largo, e com’è logico non riuscirà neppure a toccarlo, stretto come si ritrova (è in Liguria) da orari ferroviari, amici in ritardo e trolley protesico quasi fosse Sean Penn in This must be the place. Si pone e si impone quindi il problema relativo a che cosa Dio ci facciamo qui tra i simboli se fuori ci sono il mare il cielo e il resto della realtà.

Ci sarà pure una ragione se nei templi indiani non si entra, ma ci si può salire sopra, mentre le cattedrali eran fatte per starci dentro, almeno prima della costruzione di ascensori per portare i turisti a vedere da vicino la Madonnina. in generale i templi d’Oriente sono santuari attorno a cui si deve camminare, dando possibilmente la destra al luogo sacro. Poi c’è pure la nicchia chiusa con lo Shivalingam cosparso di burro fuso, incenso e petali di fiori, ma insomma, in generale sono molto aperti. Arunachala è una montagna-tempio, così come il Kailas o il lago Manasarovar. E anche i templi greci o romani. E anche il tempio di Gerusalemme. Insomma, è la divinità o il suo eidolon ad abitare una cella, i fedeli stanno all’interno di confini sacri, di temenoi, ma ben esposti alle nuvole e alle stelle. Sembra invece che il cristianesimo tema l’aperto, si difenda da esso chiudendosi dentro un edificio per celebrare i misteri. Il grande filosofo della religione nonché autodefinitosi spiritual entertainer Alan Watts (che fu tra le altre cose uno fra i maestri di Eugene Dennis Rose, colui che diventerà il santo monaco Seraphim di Platina) centra perfettamente questo punto doloroso e cruciale. Dopo aver citato una poesia di John Betjelman:

Messali miniati, guglie, ampie
balaustre, cantorie istoriate: tutto
amavo, ed in ginocchio ringraziavo
me stesso per averlo conosciuto,
mentre passava il sole del mattino
tra le ricche vetrate vittoriane
e, nell’aria tinta d’ombre colorate,
genuflesso pensavo: Dio c’è.
Ora, disteso in questa bruma triste
so bene che il Signore non esiste.

scrive: “Mi sono sentito cristiano solo in luoghi chiusi. Appena esco all’aria aperta , mi distacco completamente da qualsiasi cosa possa avvenire in una chiesa, compresi il culto e la teologia. Non che non mi piaccia stare in chiesa. Al contrario, ho trascorso gran parte della mia infanzia sul sagrato e nei chiostri di una delle più nobili cattedrali europee e non mi sono mai sottratto al suo incantesimo. (…) Ma tutto ciò si trova in un compartimento stagno, o piuttosto in un santuario chiuso, dove la luce del cielo aperto giunge soltanto filtrata dalla ricca simbologia delle vetrate istoriate. (…) Ho sempre avuto l’impressione  che ci fosse una profonda e straordinaria incompatibilità tra l’atmosfera del cristianesimo e l’atmosfera del mondo naturale. Mi sembrava pressoché impossibile associare Dio Padre, Gesù Cristo, gli angeli e i santi all’universo in cui effettivamente vivevo. Contemplando gli alberi e le rocce, il cielo con le sue nubi e le sue stelle, , il mare, o la nudità del corpo umano, mi trovo in un mondo in cui la religione semplicemente non si adatta- (…) Eppure, se Dio ha creato questo mondo, com’è possibile che si percepisca tanta differenza tra il Dio della chiesa e dell’altare, con tutto il suo splendore, e il mondo del cielo aperto? A nessuno verrebbe in mente di attribuire un paesaggio di Sesshu a Constable, né una sinfonia di Hindemith a Haydn. Allo stesso modo, io ho trovato impossibile identificare con l’autore della religione cristiana l’autore dell’universo fisico. E questo non è evidentemente un giudizio di valore sui meriti dei due diversi stili. E’ la semplice constatazione che non sono opera della stessa mano.”

Ora, è indiscutibile che qualunque persona seria questa bizzarria l’avverta. Il grande enigma, il grande koan, la sfida alla quale ogni cristiano è chiamato, consiste precisamente di conoscere l’Ortonimo dietro gli Eteronimi: il Dio del tempio e il Dio dell’aperto, Colui che è Padre delle sue quattro Figlie, le Quattro Supreme Interazioni, l’Interazione Forte, l’Interazione Elettromagnetica, L’Interazione Debole e l’Interazione Gravitazionale e mediante Esse governa e regge l’Universo, e Colui che si fa bagnare i piedi di lacrime e se li fa asciugare coi capelli di una donna sulla crosta di un nanoscopico frammento di polvere cosmica rotante attorno a una delle 300 miliardi di stelle appartenenti a una fra le 100 miliardi di galassie che sembrano esistere, l’Impassibile e il Patetico, il Big Bang e la carezza del Nazareno. Un Dio che per esistere indossa le maschere, come Pessoa utilizzava il nichilista Alvaro de Campos, il medico Ricardo Reis, il contadino Alberto Caeiro, l’impiegato metafisico Bernardo Soares, e molti altri. Senza maschere non esisterebbe, perché un Dio esistente è già un Dio mascherato d'Essere. Lo dico arrossendo dalla vergogna ma mi sento all’opposto del Pascal del Memoriale. Il Dio dei filosofi è un eteronimo di Dio al pari del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Se, come già a Dostoevskij, venisse posta la domanda su che cosa sceglierei fra Cristo e la verità, qualora fosse dimostrato che sono in direzioni diverse, io sceglierei entrambi anche sapendo che sono contraddittori, anzi: soprattutto perché lo sono perché questa contraddizione affascinante è l’unica modalità che ci è data per avvertire direttamente la vibrante presenza dell’Ortonimo.
Risponderei quindi all’intelligente obiezione di Alan Watts che sì, io condivido la sensazione che il Dio dell’aperto non sia lo stesso del Dio del tempio, esattamente come potrebbe non essere possibile pensare che vi sia un’unica mano dietro Soares e dietro Reis. La soluzione, però, non è che la verità (altro eteronimo, appunto) sia solo dalla parte del Dio dell’aperto, ma che [esiste] un Dio Pessoa: che è la pace di questo conflitto.

C’è nella Bibbia la lotta del D-o terribile del deserto, con se stesso e con l’uomo, per farsi e non farsi addomesticare. Clibanus fumans et lampas ignis, forno fumante e fiaccola ardente che passa fra gli animali divisi in Genesi 15, e poi colonna di fuoco e nube, e poi tuoni e fulmini e poi l’Arca di Mosè e poi il Santuario, Qodesh haQodashim, povero Dio delle galassie chiuso in un cubo di 10 metri di lato, e il sibilus aurae tenuis di Elia e poi finalmente e gloriosamente uomo, quindi con un volume di circa 65 litri e un peso di 70 chili e un’altezza, non so, di 180 centimetri. Forse Dio è più basso di me.

Commuove C fino alle lacrime questo tentativo struggente di costruire una casina a Dio. Irrita invece il mio Maestro L, devoto dell’eteronimo delle galassie. C sovrainterpreta il poeta Yehuda Amichai (Square letters want to stay / closed; each letter a closed house, / to stay and to close yourself in / and to sleep inside it, forever) facendogli dire, nel suo rammemorare trasognato, che ogni lettera quadrata dell’alfabeto ebraico è come un piccolo Sancta Sanctorum per ospitare il D-o di Israele. L non darebbe mai credito a un dio tribale che tifa per gli ebrei contro i delicati egiziani che amavano la luce e la raffinatezza e il grande fiume nutritore.

A me anche il linguaggio sembra materiale per mascheramento, quindi non posso che dire che anche l’Ortonimo, laddove lo si nomini e lo si dica, come sto facendo io, altro non diventa che l’ennesimo Eteronimo, so what we cannot talk about we must pass over in silence, come suggerisce Wittgenstein.

Però certamente ricordo, da bambino, la lettura dei libri di Salgari sotto il letto, con la pila a illuminare, come un’esperienza di assoluto aperto, e forse il linguaggio allora serve a tenere insieme gli eteronimi. Forse le ragazzine di Yaroslavl sono entrate nella chiesa così. L’eteronimo delle galassie lo si adora col silenzio, con l’audacia dell’esporsi; quello delle carezze infilandosi dentro un microcosmo misterioso e aprendo i sensi alle immagini e ai canti e il cuore allo slancio d’amore.

Ma N mi ricorda una poesia di Aleksandr Blok (la riporto in mia traduzione dall’inglese):

Una fanciulla cantava in un coro di chiesa
per tutti i viandanti in contrade straniere
per tutte le navi smarrite nelle tempeste
per tutti coloro che avevano perso la gioia.

Si innalzava la sua voce fino alla cupola
e un raggio incendiava le sue candide spalle
e ognuno nel buio guardava e ascoltava
mentre lei cantava, circonfusa di luce.

E sembrava che la gioia fosse tornata
che tutte le navi avessero raggiunto i loro porti
che tutti gli stanchi, che tutti gli esausti
avessero trovato la gioia e il riposo.

E la voce era dolce, e il raggio sottile;
solo più in alto, presso le Porte Regali
un bimbo, iniziato al Mistero, piangeva
perché nessuno sarebbe mai tornato.


Perché nonostante tutto la tragedia permane e guai ad accettare le consolazioni, anche se offerte da questi angeli bianchi. Serve restar lì sanguinando, piangendo, gridando, nel Tempio e nell’Aperto, finché Qualcuno finalmente venga e ti dica e ti prenda e ti baci.

domenica 13 luglio 2014

[Due anni dopo] Fort Silence: piccola introduzione alla mostra di Bill Viola

Questa nota risale al 14 luglio 2012. Ma Fort Silence esiste ancora, e (fra le sue mura chiare, sotto i suoi archi armoniosi e misteriosi, fra l'ìncanto rigoroso e di una classicità - così impossibilmente classica da trascendere nel romantico - dei suoi giardini) ospita ancora in questo luglio una formidabile iniziazione antropologica: Aisthesis, Robert Irwin e James Turrell.

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Fort Silence - Forte Silenzio. Forte non nel senso di 'forte' (strong), ma 'Forte' come Fort Apache, costruzione militare isolata, circondata da mura e da mistero. 'Forte' come la Fortezza Bastiani, allucinata da Buzzati. Il Conte Panza di Biumo, collezionista d'arte contemporanea, vero Guggenheim italiano, ha reso tale la sua villa, gioiello gentilizio settecentesco, collocata nei pressi di una Varese che non sono mai riuscito a conoscere, e quindi neppure ad amare. L'ha resa uno spazio cosmico e interiore, ornandola in permanenza con i monocromi di Phil Sims, il corridoio di Dan Flavin, le stanze dell'anima di Robert Irwin e di James Turrell. Solo per questo bisognerebbe andare a Fort Silence: per abitare un poco questo luogo e lasciarsi invadere dalla densità delle presenze che ospita.

Fort Silence, però, in questi mesi ospita anche Bill Viola e la sua Reflections (ed è proprio dalla parola Reflections, che, anagrammando alla rabbinica, mi è venuto in mente Fort Silence). Le sue videoinstallazioni trovano posto al primo piano e nelle scuderie. Tra l'uno e le altre, l'attraversamento di stanze da sogno e da estasi. Fuori, il giardino all'inglese arde sotto il sole di luglio.

Le opere di Bill Viola non si concedono allo sguardo rapace dell'intenditore d'arte. Bussano invece ai cuori pazienti e agli sguardi aperti di coloro che sono abbastanza innamorati o abbastanza infelici o abbastanza sapienti da potersi sedere davanti a loro e accettarne il ritmo lentissimo, eppure implacabile. Si negano al frettoloso - che subito sente ticchettare qualcosa di angosciante dentro, che gli preme nel cuore, nella testa e nelle gambe ed è costretto ad alzarsi e andar via - ma anche al faustiano incantato e incatenante che vorrebbe rendere eterno ciò che passa (Augenblick, verweile doch, du bist so schoen!). Tutto è molto lento, ma non si ferma mai. Come il respiro, come la vita.

Ecco, si entra e tre donne ci vengono incontro (Three Women, 2008). Sono parvenze grigie nel grigio, si avvicinano. Al centro forse una madre, alla sua destra un'adolescente, una bimba alla sinistra. Si sfrange il grigio e si comprende che il velo d'acqua che le separava da noi si sta rompendo ed esse appaiono alla luce del senso (de aqua et per aquam consistentes, Dei verbo). La madre è la prima, essa trae all'essere forse le sue due figlie. Ma è solo un attimo, perché come sono tutte e tre al di qua della barriera, subito qualcosa di inevitabile sembra chiamare da dietro la madre che viene riassorbita dall'indistinto. La figlia grande la segue, la bimba indugia ancora alla luce, non vuole andare, il braccio della sorella riattraversa la soglia per condurla con gesto fermo e dolce, anche lei è ripresa, ora sono tutte dietro, nuovamente grigie, volgono le spalle e ci lasciano. 'Ma chi ci ha rigirati così / che qualsia quel che facciamo / è sempre come fossimo nell'atto di partire? Come / colui che sull'ultimo colle che gli prospetta per una volta ancora / tutta la sua valle, si volta, si ferma, indugia - così viviamo per dir sempre addio.' RM Rilke, Ottava Elegia di Duino.

Nella stessa sala, due adolescenti, un ragazzo e una ragazza, emergono lentamente dalla barriera d'acqua (The Innocents, 2007). Lei, siccome è donna, è sacerdotessa, perché il sacerdozio di questi mutamenti è femminile (il maschio può esser solo sacerdote dell'eterno) quindi ha gesti solenni, di potere. Lui è più spaurito e più solo. Struggimento, bellezza, qualcuno fermi questa immagine! vien voglia di dire, e non è neanche Faust che parla, ma lo strazio di chi ha la sua giovinezza alle spalle e vorrebbe che per loro due così non fosse. Vanno, invece.

A queste due opere credo sia giusto associare la celeberrima 'Emergence' (2002). Ispirata esplicitamente a un affresco quattrocentesco di Masolino da Panicale, sconvolge e chiama a una comprensione più profonda. Due donne (una madre e un'amante) attendono sui gradini di un sepolcro, o di un pozzo, costruito nello stile apparentemente armonico del rinascimento italiano - ma che qui svela l'inquietudine di cui sempre è intessuto. D'un tratto si increspa la superficie liquida superiore del sepolcro, e un giovane nudo, il corpo bianco come la neve, emerge ad occhi chiusi dal basso, mentre l'acqua si riversa sui gradini, scuote le due donne che si slanciano, e l'innamorata  è piena di meraviglia, prende incredula la mano del giovane e gliela bacia. Ma a poco a poco questa resurrezione è come se abortisse, il corpo bianco si piega come un fiore, no, non ce la fa a risorgere, (le donne forse lo hanno trattenuto? Mê mou haptou!), ricade fra le braccia della madre, la resurrezione si trasforma in una deposizione piena di tenerezza: e la donna più giovane copre il corpo, che non è riuscito a risorgere, con il velo. La deposizione 'dopo' una resurrezione incompiuta? E' dunque una negazione? Ad un livello psicologico: vince veramente sempre la madre, sempre la morte, sempre l'Uno? Non si nasce, non si ri-nasce mai? Si è sempre trattenuti? Ad uscire da questo dilemma, credo che bisognerebbe dedicare mattutini e lacrime a contemplare l'icona bizantina del Nymphios, che, senza spiegare, tutto chiarifica, anche l'inversione del vettore del tempo.

Un'intera stanza dedicata all'apparire della luce dietro un albero bellissimo e regale, dalle infinite ramificazioni vibranti di foglie (The Darker Side of Dawn, 2005). Un'ora di durata. Dal buio totale alla luce del sole che appare da dietro, sorge, illumina, e tutto diventa nitido e meraviglioso, e l'albero è maestoso e presente davanti a noi, ma la luce continua a crescere, erode il tronco stesso, satura i colori che virano verso un colore livido, nuovamente si perde l'immagine (assorbita, questa volta, non dall'oscurità ma dall'eccesso di luce) e l'intero schermo - che occupa un'intera parete - diventa bianco. Siamo fatti per condizioni di mezzo, troppa luce e troppo buio ci impediscono di vedere, siamo abitanti del crepuscolo da-sempre-e-per-sempre "Non vi stupì sulle attiche stele, la discrezione / del gesto umano? E come posa lieve / sulle spalle Amore e Addio, come se fosse / d'altro che da noi? Rammentate le mani, / come posano senza peso, e sì che nei tronchi c'è vigore. / Questi maestri della misura sapevano: noi arriviamo fin qui, / 'questo' è nostro, di toccarci 'così', più forte / ci gravano gli Dei. Ma è cosa degli Dei" (RM Rilke, Seconda Elegia di Duino)

Poem B (The Guest House) (2006). Piccolo trittico, al centro un volto di donna. L'anima come ostello di ricordi frammentati. C'è un cielo pieno di stelle cadenti che si rivela essere una pozzanghera di un parcheggio illuminato da luci notturne. Onde marine. A un certo punto appare un volto d'uomo. Una candela. C'è una casa distrutta, ci sono decorazioni di festa o di natale. Sullo schermo centrale il dolore di lei, il cui cuore è premuto da queste memorie che appaiono per subito scomparire, senza che si crei un senso.

Soglia tra vita e morte. ma questa volta il tuffo è invertito. Sembra di cadere ma si è attratti verso l'alto. Anche qui il capovolgimento di un vettore, quello dello spazio stavolta (in Emergence, quello del tempo). Viene in mente Florenskij. "Forse che in questo mondo capovolto, in questo mondo ontologicamente riflesso in uno specchio, non riconosciamo il piano immaginario, anche se è piuttosto immaginario questo nostro mondo per coloro che si sono capovolti su se stessi, che si sono rovesciati, giungendo al centro del mondo spirituale che è più autenticamente reale di loro stessi". Eternal Return, 2000.

La più bella, almeno per me: Passage into Night (2005). In un deserto così luminoso che l'aria è come acqua, è un ariaacqua, fluida, tremante, densa, viene, eternamente viene, incessantemente viene-incontro una figura, chè è l'amata, la morte, la notte, il Messia. Non si capisce per molto tempo (durata: 50 minuti) se si stia avvicinando o si allontani. Poi si capisce che viene, ma viene lentamente, inesorabilmente ma lentamente, non puoi correrle incontro, viene, "verrà quasi perdono di quanto fa morire" (Rebora), e poco a poco si impone la sua presenza, occupa l'intero spazio, e vorresti vederne il volto ma non puoi, non ti è dato. Il blu profondo della sua veste, il blu quasi nero del centro delle icone teofaniche, il grembo misterioso delle cose, in questo sì, ti è concesso di entrare.

Ablutions (2005). N'tilat Yadaym, una mitzvah preliminare ad ogni gesto di senso. L'acqua - asse del corpo umano, suo rachide. Le mani, l'agire umano, hanno il compito di perturbare quest'asse primordiale, di scomporlo, di diffrangerlo, esso si ricompone incessantemente nella sua limpida verticalità.

Inaccessibiltà e intimità del sonno. Nei bianchi bidoni pieni d'acqua schermi che riproducono volti dormienti. Inquietudine da reparto di terapia intensiva dell'anima. Sensazione di violazione, i quasi inviolabilità del sonno. Appare in alcuni il sogno, in altri la resa. Per qualcuno è già il volto dell'agonia. 'The Sleepers' (1992)

Uno stagno-piscina quadrato in mezzo a un bosco, si avvicina un uomo, teso in una presa di decisione drammatica. D'un tratto balza, un grido, e tutto si congela, lui rimane sospeso, immobile, raccolto come un feto nell'aria. Solo la paziente riflessione dell'acqua della piscina continua a muoversi, riflette il cielo e le foglie, appaiono delle onde, si vedono delle presenze camminare sul bordo. Solo la superficie si oscura, è notte, passano misteriose luci. Cerchi concentrici, come se un sasso vi cadesse dentro. Lo spazio di sopra è fisso, solo il feto adulto sospeso perde consistenza, e alla fine non si vede più, confuso fra le fronde degli alberi. Riemerge più tardi, nudo, dall'acqua che mai è stata ferma. Superamento della pietrificazione esistenziale attraverso l'incessante rispecchiamento del qui-e-ora. Così il lavoro del mediatore, sulle relazioni congelate dal conflitto. 'The Reflecting Pool' (1977-1979)

Per ulltimo ci attende la straordinaria esperienza del 'Nantes Triptych' (1992). Una parete contiene tre grandi immagini: a sinistra quella di un parto, a destra quella di un'agonia e di una morte, al centro una figura vestita fluttuante in un ambiente acquoreo, grigionero, tridimensionale. Si tratta di un vero parto (amici di Viola) e di una vera agonia (la madre stessa di Viola). Il parto è glorioso, la donna è frontale, seduta, con le ginocchia raccolte al petto e le gambe aperte, un abito azzurro che la copre fino al grembo teso; dietro di lei il padre, a torso nudo, a piedi nudi, che la sostiene roccioso, senza emozioni vistose, ma comunicando fortezza, solidità totale, imperturbabilità fin sorprendente. Compaiono talvolta le mani e le teste di due ostetriche, che tergono i liquidi, appoggiano le mani sul ventre, verificano la dilatazione con le dita, con gesti caravaggeschi quanto al realismo totale e alla poeticità. La vecchia donna morente è distesa, un po' contratta, su un letto di ospedale, è intubata, alle sue spalle alcune prese elettriche. Il respiro è un rantolo, ogni tanto apre gli occhi e sbatte le palpebre. Anche qui c'è il suo sposo, seduto vicino a lei, le tiene la mano sotto il lenzuolo-sindone bianco, con il dito le umidifica le labbra. Mi viene fatto notare che le due donne (la madre e la morente) si assomigliano molto. Al centro la figura fluttuante rispecchia quel che sta accadendo nel ventre della madre e forse nella mente della morente. Il bimbo appare dalla matrice dilatata, e viene estratto con una certa violenza; deposto fra le braccia della madre, subito tende una mano verso il suo volto, con un gesto di incredibile e struggente tenerezza, da Maestà di Duccio, di Giotto o di Simone Martini. Si schiudono dopo poco gli occhi in uno sguardo che non si sa se veda. Anche la morente apre gli occhi, e anche il suo sguardo - dolcissimo in quel momento - non si sa se veda. Interruzione. Il bimbo adesso è stato lavato, ha gli occhi aperti e una sua fisionomia compiuta sembra potersi riconoscere: ha un volto da saggio. La donna è morta, la bocca disarticolata dell'agonia, il figlio adulto vicino compie gli ultimi atti di cura. La figura fluttuante scompare verso il basso, i tre schermi si spengono, prima quello al centro, poi quello a destra, infine quello a sinistra.

Scrive Chris Townend in un suo saggio su Bill Viola: "Si può almeno affermare con certezza che l'arte di Viola sia un'arte di emozione. E' raro, almeno nel tipo di musei e gallerie che frequento abitualmente, vedere qualcuno che piange davanti a un'opera d'arte. In quasi tutte le mostre di Viola che ho visitato, invece, ho sempre visto qualcuno in lacrime o almeno così profondamente commosso che, considerate le convenzioni sociali che limitano il pianto in Europa, avrebbe potuto esserlo."

Lascio Fort Silence. Che fino alla fine di ottobre accoglie fra le sue mura questa grande iniziazione al mistero dell'uomo.

(14/07/2012)


venerdì 11 luglio 2014

[Quattro anni dopo] G: un incontro

Ho scritto questa breve nota quattro anni fa. Quattro giri della terra intorno al sole, ma - spiritualmente - una vita fa; esistenzialmente - se fosse possibile - più d'una. Narra dell'incontro casuale - ma sono casuali gli incontri umani, o c'è Chi segretamente li tesse e se ne delizia pensando alla bellezza dell'opera conclusa? - con una strana figura di prete. G sta per Gino, ora lo posso dire: perché quest'uomo è morto. Don Gino Piccio. Un tipo assolutamente eccentrico, bizzarro - e questo mi piaceva. Quanto alle sue idee, non ne condividevo neppure una. Ma l'evidenza della vita sovrasta le legittime differenze di pensiero e anche di spirito.

Allora, quattro anni e non so quante vite fa - non conoscevo, se non per sentito dire, la categoria dei folli in Cristo, che la Chiesa d'Oriente (soprattutto russa)  ha ben presto creato, osando così ricoprire di luce - e perfino offrire alla venerazione di tutti - la stessa pazzia. "Si quis videtur inter vos sapiens esse in hoc saeculo stultus fiat ut sit sapiens", ammonisce l'Apostolo in 1 Corinzi. Adesso questi uomini e queste donne sono compagni quotidiani di viaggio, e i loro occhi folli ardono nell'oro delle sante icone.

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Ottiglio è un pugno di anime – non più di seicento – perdute nel basso Monferrato, e quindi già esse perdute per quasi tutti. Eppure G vive in un luogo tale che appare perduto per gli stessi abitanti di Ottiglio.

G ha novant’anni. Non è vero, la sua età andrebbe detta in francese, quatre-vingt-dix, quattro volte venti e dieci. Perché G ha vissuto almeno cinque vite, rinascendo ogni volta sulle ceneri della precedente.

G è nato contadino, ha fatto le scuole elementari e poi è stato mandato nei campi. Analfabeta di ritorno, G aveva un’innamorata. Ma G – chissà perché – vuole studiare, e per i poveri l’unico modo per studiare, negli anni trenta, è andare in seminario. G tuttora non riesce a capire come ha fatto a superare le scuole medie e il liceo classico, eppure fu così che andò. Divenne prete, alla fine, ed aveva ventotto anni, un’età per quell'epoca assai avanzata. Lo convinse un direttore spirituale dicendogli che un prete ha tra le mani i carboni ardenti, anche se dentro muore di freddo. G prova a inserirsi nella diocesi, e non ci riesce: allora diventa un predicatore di missioni popolari, e passa alcuni anni nei paesini sul pulpito e in confessionale. Però G preferisce andare nelle strade e incontrare le persone direttamente. G non ce la fa più. E fu sera e fu mattina: prima vita.

G va a visitare le mondine, donne contemporaneamente libere e schiave, libere moralmente e schiave fisicamente, che lo accolgono irridendolo, tenendosi a braccetto e cantando Bandiera Rossa. G ora ricorda con tristezza che, se avessero bestemmiato, lo avrebbero ferito molto di meno. Eppure resta da loro, e condivide con loro la durezza di una vita in cui la sera ciascuna ha in mano un ramo di salice da agitare per cacciare gli insetti, e poi, mentre si dorme come si può sul tetto di un fienile, a turno si tiene acceso un braciere fumigante: che soffoca ma è l’unico modo per tenere un po’ lontane le zanzare. Poi G non ce la fa più. E fu sera e fu mattina: seconda vita.

Nella terza vita G è un prete operaio, il secondo in Italia. Condivide la vita della fabbrica e ovviamente è guardato storto dagli altri preti. Ha una piccola casa di due locali in affitto dalla fabbrica stessa. Passano alcuni anni di semplice e duro lavoro da operaio. Poi G non ce la fa più, si licenzia di punto in bianco e porta al padrone le chiavi della casa. E fu sera e fu mattina: terza vita.

Nella quarta vita G è un clochard, un mendicante, gira per le strade chiedendo l'elemosina, chissà se si ricorda ancora di essere un prete. A un certo punto però G si scopre, si vede, mentre sorride per farsi dare la monetina o la carità, e questo suo sorriso ammiccante lo disgusta. Non ce la fa più. E fu sera e fu mattina: quarta vita.

Alcuni amici di G gli danno in affitto simbolico un rudere di pietra di tufo, con la maggior parte delle stanze senza la parete di fronte, in pratica una facciata su cui si aprono delle grotte. In queste grotte vive da quasi quarant’anni. Nel frattempo ha non si sa come incontrato gente del calibro di Milani, Mazzolari, Freire o Lanza del Vasto. Lui vive nelle grotte di questa casa in rovina, fra zanzare, topi, vipere e insetti di ogni tipo, e chiunque può andare lì e starci. G non chiede nulla a nessuno e non impone a chi si autoinvita alcuna regola. Ama incondizionatamente, e sostiene che questa sia l’unica cosa che conta nel cristianesimo. Se - per dire - qualcuno va lì, si ubriaca, si droga e tiene uno stereo acceso tutta la notte a tutto volume, G non dice niente. Ama senza porre alcuna condizione. Al limite se ne va a dormire un po’ lontano, se non riesce a prendere sonno.

G ha costruito una cappella con quattro lastre di lamiera ondulata per la messa, non beve acqua ma solo vino, ha la barba lunga e l’occhio furbo, e mangia di gusto quel che trova. Ha una camicia a quadrettini e delle grosse bretelle bordò. I preti della diocesi lo guardano con affetto e con compassione, e alcuni lo trovano folle. Dice di essere sempre andato d’accordo col suo vescovo. “Io gli obbedisco sempre. Purché non mi comandi, però, perché altrimenti sono costretto a disobbedire. Ma se non mi comanda gli obbedisco, eh…” rivela G compunto, regalandoci un meraviglioso koan. “Però faccio sempre yoga al mattino!” Yoga? “Sì, yoga, nel senso che mi alzo, vengo qui sull’aia e faccio quel che il corpo mi chiede”.

Siamo andati a trovarlo in tre. Due uomini e una donna. G racconta storie in piemontese, e ci fa bere un liquore alla genziana che distilla di persona. G è la prima volta che ci vede, eppure dice senza pudore di amarci. Fissa negli occhi la donna e le dice: Vedi, io ti amo come se fossi mia moglie. Poi guarda l’uomo: Io ti amo come amo il mio migliore amico, esattamente così. Rimango io. Mi guarda. Lo guardo. Silenzio da duello western. Ci pensa. Magari non mi ama, stai a vedere che questo ama tutti tranne me. No, invece no. Mi ama. Ti amo come se fossi mio fratello mi dice G, ma subito aggiunge Però guarda che di fratelli non ne ho ‘ne manco’ uno, perché sono figlio unico! . Lui ridacchia, io non capisco se mi è andata bene o male.

Ce ne andiamo, le zanzare ci uccidono e non c'è neppure il braciere fumigante, ma lui dice di non esserne toccato, è totalmente indifferente al freddo, al caldo, agli insetti. Lo lasciamo al tavolo. Leggerà fino a mezzanotte, poi dormirà un poco.

Un bel giorno passerà l'angelo della morte. G lo guarderà, lo amerà, lo farà sedere all'aperto. Porterà il liquore alla genziana e berranno assieme un bicchierino. Poi l'angelo della morte si alzerà per andarsene, e questa volta G lo seguirà, lasciando la casa aperta come sempre. E sarà sera e sarà mattina: vita eterna.


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L'angelo della morte è poi passato, quest'anno, il 12 marzo. Ma non hanno bevuto assieme. In piena notte (dum médium siléntium tenérent ómnia, et nox in suo cursu médium iter habéret) si è avvicinato e lo ha baciato sulla fronte. G, senza neppure svegliarsi, si è svegliato.

martedì 24 giugno 2014

Si salvò chi era atteso da un amore - Frêney 1961

Non è un anniversario, che si debba parlare adesso di quanto avvenne sul pilone centrale del Frēney nel 1961. Io non ne sono stato testimone, non c’ero neppure, nessuno ancora mi aveva – come si dice – dato alla luce, oppure messo al mondo: qualcosa di me in effetti c’era, chissà se ero già io, ma qualcosa c’era, ancora invisibile nell’utero materno, e si formava già in me la prima, assiale, struttura nervosa, e i foglietti embrionali primari si dividevano, e insomma se ero io è stato di certo un periodo notevole, straordinario, aggrappato all’endometrio con rischi di precipitare ben più grandi di quelli corsi dai sette uomini appesi al granito rosso della Chandelle, e chissà se mia madre – che ancora di me non poteva saper nulla - ascoltava il giornale radio, se quella notizia l’aveva sentita, se si era emozionata, se si era commossa, lei a cui poi la montagna avrebbe strappato un figlio che allora sgambettava treenne, e come son legati i destini degli uomini forse neppure Dio lo sa. Io il Monte Bianco l’ho veduto tante volte ma non mi sono mai avvicinato, non l’ho mai amato – così diverso com’è dal Rosa –; solo una volta, con dentro una tristezza infinita, ho preso con amici la funivia che tratto dopo tratto si inerpica fino all’Aguille du Midi, e in poche occasioni mi sono sentito così desolato e spento. E poi non sono Buzzati il gran poeta e mistico delle alpi, non sono Marco Albino Ferrari che della vicenda è lo storico più competente, non Erri De Luca sono, non Emilio Fede, che – più giovane ma già con ciuffo di ordinanza – presidiava allora i fatti nella piazza di Courmayeur per l’unico canale TV, e non Fabio Fazio che più di recente accolse Bonatti nel salottino dei benpensanti (che guarda caso ha nome ‘Che tempo che fa’, e lì fu veramente tutta questione del che tempo che fece). In questi ultimi due casi, e forse tre, devo dire, per fortuna non lo sono. E allora perché mi metto a scrivere – ora – del Frēney?

Perché una settimana fa il grande, austero vegliardo è disceso dalle scale afferrandosi al corrimano e appoggiandosi a un bastone di legno ricurvo, ormai quasi cieco, e – sedutosi presso di me nella stanza dell’analisi – lui, che il Monte Bianco lo conosce benissimo e lo ha salito molte volte da più versanti, lui, conoscitore minuzioso della storia della conquista del cuore umano da parte delle cime (Come le montagne conquistarono gli uomini, titolo eccellente anche se non originale della più interessante opera di Robert McFarlane), lui, testimone oculare dei fatti, cittadino onorario di Courmayeur, frequentatore del Bar della Posta e del negozio di Toni Gobbi, lui, che ancora ogni estate vi si reca, e me lo immagino intravedere velata dagli anni, seduto silenzioso in giardino, l’immensa cupola bianca, chissà con che nomi lui la chiama, chissà con che nomi lei lo chiama, chissà come amano l’uno le rughe dell’altra, l’una le rughe dell’altro. Lui, che adesso cammina con me presso le voragini del mio dolore. Sì, ecco, lui una mattina è entrato zoppicando, si è seduto come sempre fa, che pare non possa più rialzarsi, e ha detto: Lei dovrebbe leggere qualcosa sul Frēney. E io, che non ne sapevo nulla, in pochi giorni ho letto quasi tutto.

Dunque c’è il Monte Bianco, ormai salito e risalito da mille versanti, e va bene, ma c’è ancora una via mai percorsa, che appunto si chiama pilone centrale del Frēney [classificazione SOIUSA (Suddivisione Orografica Internazionale Unificata del Sistema Alpino): Grande Parte: Alpi Occidentali; Grande Settore: Alpi Nord Occidentali; Sezione: Alpi Graie; Sottosezione: Alpi del Monte Bianco; Supergruppo: Massiccio del Monte Bianco; Gruppo: Gruppo del Monte Bianco; Sottogruppo: Contrafforti italiani del Monte Bianco; Codice: I/B-7.V-B.2.b, Coordinate geografiche: 45°48′57.16″N 6°53′06.86″E, tanto per dire che è proprio lì]. E’ l’ultimo residuo della verginità europea: violato il pilone, Qualcosa di magico e di eterno si solleverà invisibilmente dal ventaglio trinato delle Alpi, quel Qualcosa che parla di mistero e di Dio, si solleverà e se ne andrà per sempre, lasciando il posto agli spiriti smaglianti dello sport e dell’athlesis, dell’aggiunta di difficoltà (stagioni, velocità, eleganza, solitudine, fair means). Ecco, quel Qualcosa è aggrappato alle Alpi solo in questo punto: poi si potrà trovare – e per poco – sull’Himalaya o in Patagonia, e poi se ne andrà dal pianeta e migrerà nei cuori, oppure su altri pianeti, nel 1968 sarà violata tuttavia perfino la verginità lunare, ma alla fine – semplicemente – si dissolverà. 

Che in fondo neanche questo è vero, perché più tardi arrivarono i californiani, capelli lunghi, braghe corte, magliette multicolori, intenti a rollarsi canne (e forse altro), a rotolarsi in promiscuità, a prendere il sole, a schitarrare, ma poi si alzavano e facevano di slancio vie impossibili, altro che sesto grado, e le battezzavano Mescalina, Tangerine Trip, Starfighter, o Pink Panther Gets Diarrhea, lasciando inebetite e accigliate le guide dai maglioni di lana cruda grigioverdi e dai calzoni di fustagno verdegrigi, e verde e grigio di collera anche il volto del curato di san Pantaleone di Courmayeur e quello dell’abate di Saint Michel a Chamonix.  E ne avevano ben donde: perché in quel momento preciso l’alpinismo divorziava dall’etica, e non era più necessario essere un cavaliere senza macchia e senza paura per sfidare la verticalità e danzare sull’abisso. Nemmeno farsi il segno della croce. Lo si poteva fare a torso nudo o in reggiseno, con al collo una japa e biascicando un mantra. 

Ma torniamo al Frêney

Ci sono i Sette contro Tebe.
I tre italiani: la star Walter Bonatti, il migliore di tutti, guardato torvo dagli alpigiani perché non è figlio dei monti ma della pianura, viene dalla ginnastica, dalle palestre, è forza pura; il piccolo Andrea Oggioni, anche lui di pianura, di Villasanta vicino a Monza, da cui al massimo vedeva le Grigne; e il terzo addirittura milanese, l’ingegner Roberto Gallieni, borghesissimo di via Vittorio Veneto, con moglie e figli e Alfa Romeo, che andava in montagna come da un’amante, all’insaputa di tutti (e ricordatevi questa cosa dell’amante, lo vedrete, non è solo uno scontato paragone).
I quattro francesi: Pierre Mazeaud di Lione, giurista e di stirpe di giuristi, futuro giudice costituzionale e uomo politico; Pierre Kohlmann, parigino, con problemi di udito, tanto da dover utilizzare un apparecchio acustico; Robert Guillaume, parigino, pasticciere; Antoine Vieille, figlio di un Ammiraglio, anche lui militare.
I tre e i quattro si incontrano per caso al Bivacco della Fourche, il 9 luglio. I francesi sono arrivati prima, sono i primi pretendenti all’ultimo brandello di verginità alpina europea, ma dall’altra parte c’è il grandissimo Bonatti. La salita la faranno assieme. Così scrivono sul libro del bivacco: Andrea Oggioni, Roberto Gallieni, Walter Bonatti. Meta il Pilastro Centrale di Frēney. Al bivacco troviamo i colleghi francesi Pierre Mazeaud, Pierre Kohlmann, Antoine Vieille e Robert Guillaume. Discussione cordiale e costruttiva. Decidiamo di collaborare tutti insieme in sincero spirito cameratesco e alpinistico. Partiamo circa alle 24. Tempo Buono.

Ore e ore di avvicinamento. Zaini immensi e carichi di ferro. Si procede attenti fra seracchi e crepacce. Sono i più forti di tutti. Pesi sul cuore: forse. Sempre ce ne sono, prima di un’ascensione. Presentimenti? A sentir Ferrari, Oggioni, prima di lasciare la funivia, avrebbe detto: La farem sì, ma mi me la senti no. Ah, e non è l’unico cupo presagio. Una vecchina, salita con loro in funivia per vedere da vicino i ghiacciai, chiede chi sia Bonatti, e, saputolo, si avvicina e gli dice (lei che è nessuno, una vecchina, al principe delle vette): Andate a scalare il Bianco? Risponde Bonatti che non è vero, che vanno solo a fare un giro. Ma la vecchina implacabile: Signor Bonatti, sa cosa le dico? E’ tardi per fare un giro. Io vi mando tutti a letto! Risero tutti, di che riso non si sa. Eran las cinco en punto de la tarde.

[Penso al vegliardo che tace, appoggiato al suo bastone, nella stanza dell’analisi o nel suo giardino. Una volta – già vecchio – era anche lui sul terrazzo della stessa funivia, ed era sera, più tardi, verso le sette, ma ancora faceva luce. Arrivò un giovane biondiccio, vestito di nero, con scarpe da città, lo sguardo azzurro spento e gli zigomi slavi. Gli chiese, in inglese stentato, in che direzione bisognasse andare per la cima del Bianco. Sbalordito – poiché l’immensa cupola di roccia e ghiaccio sovrastava nella sua tracotante evidenza – lui indicò: per di là. E il giovanotto slavo si incamminò con le sue scarpe da città, passo dopo passo, finché non lo vide più, mai più]

11 luglio (il giorno della formazione della corda neurale da parte di quello che forse ero già io) i sette sono alle pendici di quella che verrà chiamata – da loro – la Chandelle, trecento metri verticali di granito rosso. Si sale, rapidamente si sale, si attrezzano le soste. Bonatti Gallieni Oggioni Kohlmann Mazeaud Guillaume e infine Vieille a togliere i chiodi. Quota 4400 mt.

A questo punto accade l’imprevisto. Ancora oggi i siti dei meteorologi discutono e litigano se l’imprevisto fosse o meno imprevedibile, tenendo conto dei dati e degli strumenti del tempo. I tre italiani avevano sentito la RAI e Radio Monteceneri e si erano fidati del loro istinto. Fatto sta che ora dal basso sale l’uragano.

Geloso della sua ultima parete inviolata, l’alpe si ricopre di nuvole come di un mantello. Fiammelle azzurre cominciano a danzare sulle mani degli uomini, sui chiodi, sui moschettoni delle soste, sulle picche, capelli e peli si drizzano e l’aria frigge (tanto che, giustamente, Erri De Luca fa notare che chi in certe discussioni parla di aria fritta forse non l’ha mai assaggiata). Le folgori si scatenano sulla cuspide del Frēney. Una di esse stende un suo terribile tentacolo fino a raggiungere l’apparecchio acustico acceso nel padiglione auricolare di Kohlmann, bruciandogli metà del viso, certo la mente e forse anche l’anima.  I sette urlano dal dolore, ma la disciplina e il rigore continuano a dirigere il loro agire. Recuperano il materiale metallico e lo calano il più possibile in basso. Su minuscole cenge non so come stendono dei tubi di tela che servono da tende e ci si rifugiano. Più in basso, coperto da teli, giace Kohlmann, provato dal dolore dello schianto. Il temporale dura fino alle nove di sera. Poi tutto si trasforma, torna la calma, nevica fitto, una breve pace. E fu sera e fu mattina: 12 luglio

Al mattino, grand beau temps. Molto stanchi, i sette – Kohlmann compreso – si ritrovano alla base del pilone. Si è deciso che questa volta andrà su Bonatti. Alle sei e mezzo è pronto a partire. Ma Oggioni, con la sua faccia tonda, guarda le nuvole: l’è minga bel. Tutto ricomincia, come e peggio del giorno precedente. Vanno avanti a biscotti e coramina. Gallieni distribuisce vitamine. Questa volta l’uragano non molla nella notte, va e torna, va e torna, concedendo brevissime illusorie tregue. Ecco che i sette sono raggiunti da presagi di morte, che a quella quota prendono forma di ricordi struggenti. Si pensa agli amori, ai figli, al Tour de France (che – come pronosticato dai sette – sarà vinto da Anquetil). Oggioni pensa alla sua Gilera nuova, bellissima, e si rammarica di aver portato con sé la chiave dopo averla chiusa. Pensa che quando sarà morto nessuno potrà aprirla e arrugginirà tutta. Spaventosa – direbbe C – la tenace sopravvivenza degli oggetti. Se si può parlare di chiarezza in una condizione del genere, nella mente di Bonatti è chiaro che tornare indietro sarebbe una follia. Mancano 120 metri, poi si può arrivare alla cima e scendere dal versante francese, oppure fino al Gonella, lungo la via normale italiana, come accadde nel ’56, sul versante della Brenva, (quando a sbagliare e a morirci furono Vincendon e Henry, rimasti a congelare nella carcassa sventrata di un elicottero venuto a soccorrerli). E un temporale estivo non può durare a lungo, si sa.  Meglio aspettare, basterebbero sei ore di tempo decente. Nelle ‘tende’ non si respira più, pur a -22° si preferisce squarciarne i teli per poter tirare il fiato, si usano i caschi come pitali per urinare quella poca urina, la fame cessa, le lingue si gonfiano e si crepano. E fu sera e fu mattina: 13 luglio. 

Ma quando passano ancora delle ore e la furia del vento e delle nubi non accenna a placarsi, anche Bonatti capisce che è finita. In una simile condizione di epuissement non possono certo salire. Devono scendere, ed è un rischio grandissimo perché il pilone si è trasformato in una spessa lastra di verglas, le soste attrezzate durante la salita. saranno coperte, forse invisibili, quasi sicuramente non utilizzabili. Ma è l’unica possibilità rimasta. Alle 3.30 del 14 agosto proprio Bonatti inizia la discesa. 

Ma in montagna non si va mai da soli. E con questo non alludo ai compagni di cordata, ma a una comunione invisibile intessuta da legami d’amore, di desiderio, di pensieri e di pena. Gli angeli, poi, chissà. Ma in quel momento preciso, proprio alle 3.30 del 14 agosto, la comunità invisibile che circondava i sette si desta allarmata. Quale precisamente degli spiriti decide di agire in modo tanto inconsueto non è facile da dire, anzi non si saprà mai. Tuttavia, Gianna – la moglie di Roberto Gallieni – riceve una telefonata nel cuore della notte, nella casa di Courmayeur, risponde, è una voce femminile, imperativa ma calma, che le dice Suo marito in questo momento si trova sul pilone centrale del Frêney, deve dare subito l’allarme, mi raccomando, non si tratta di uno scherzo! – Ma chi parla? – Non ha nessuna importanza, chiami i soccorsi! Ora, nessuno sapeva che suo marito era lì, nessuno sapeva che nessuno dei sette fosse lì (il Pilone ingolosiva molti, e serviva il segreto), se non Bianca, la compagna di Bonatti, che però aveva una voce del tutto diversa e sempre negò di aver telefonato. Fu dunque uno spirito che valicò l’abisso e si fece voce, o forse lucido sogno. Forse lo spirito di Gianna stessa, quella parte di lei che mai lasciava Roberto. Forse Gianna parlò con Gianna quella notte. Lei agisce.  Si muovono i soccorsi nella cittadina spazzata dalla pioggia. Comunque Gianna fino alla fine si chiese chi fosse, con un’ombra di gelosia dentro.

E si mobilitano le guide. E giungono i genitori di Roberto da Milano. E giungono i Ragni di Lecco, compagni di Oggioni da sempre. E giungono i giornalisti, le radio, la tivù. Mandano due guide alla Fourche, che ritornano riportando il contenuto del libro di bivacco: ora i soccorsi sono certi, sette alpinisti sono sul Pilone. E tutt’intorno la bufera. Poi accadrà che i soccorsi si attorciglieranno come le corde fanno in parete, e ci saranno i lecchesi, e i valdostani, e gli inglesi, e un’altra cordata da soccorrere, e l’accavallarsi delle idee, e il fare la voce grossa per chi deve prendere la decisione finale. Alla fine sono tutti alla capanna Gamba, distesi sul pavimento, qualcuno dorme, molti vegliano, fuori nevica. 

Intanto scendono scendono scendono i sette lungo lo strapiombo ghiacciato, e ogni sosta è una scommessa con la vita e la morte come posta. Non mangiano e non dormono da giorni, ma prendi un po’ di carne, non riesco guarda, allora un cucchiaino di marmellata, va là, mandalo giù. Si imboccano come bambini malati questi ciclopi delle montagne. Sono alla base della parete, e tutto è ancora da fare, il ghiacciaio della Brenva fa paura, la neve fresca copre i crepacci. 

Il primo a morire è Vieille. Il secondo Guillaume. Si lasciano i cadaveri coperti di teli perché i corvi non ne strazino le carni. Notte, freddo, vento, neve, disorientamento, infinita stanchezza, eppure dovrebbe essere qui vicino, vedi delle luci, no, sem propi del gatt. Incastrati da un maledetto nodo si bloccano Mazeaud e Oggioni, e siamo a poche centinaia di metri dalla salvezza. Mazeaud prova a risalire per sganciarsi, ma ricade spossato. Spira anche Oggioni, delirando della sua moto. 

Sull’ultimo declivio ne restano tre, Kohlmann, Gallieni e Bonatti. Vanno un po’ a caso verso i punti più scuri, sperando sia l’agognata Capanna, ma niente. E poiché ormai é l’ora e l’impero delle tenebre, e tutto può accadere, succede che il tempo si inverte. Kohlmann smarrisce totalmente la ragione, pensa che gli altri due vogliano ucciderli, stanco com’è si ribella, li assale, in una terribile lotta disfatta. E alla fine Bonatti e Gallieni si sciolgono da lui e lo lasciano rotolare nella neve, spacciato. Quindi Kohlmann profetava, in effetti lo hanno ucciso, lui lo aveva visto in un cortocircuito temporale, ove la causa coincide con l’effetto. Ogni orrore è possibile nel manifestarsi del caos primordiale, e non ci si innalza mai così tanto senza - prima o poi - incontrarlo.

Dentro la Capanna Gamba qualcuno scavalca i corpi distesi, si infila gli scarponi e esce a pisciare. Ne ha fatta di neve. Guarda l’ora, non conviene tornare a sdraiarsi, attendiamo la sveglia generale. E se li trova davanti, Bonatti e Gallieni. Bonatti entra nel rifugio, si accendono le lampade frontali, due sono morti – dice Bonatti – due sono bloccati là in alto, uno è proprio qui fuori. Gallieni si accascia fra le braccia della sua amica guida alpina. Si vanno a cercare gli altri, si recuperano i corpi di Oggioni e Kohlmann, Mazeaud è distrutto ma vivo. 

Al mattino fu mandato un elicottero Alouette alla Gamba. Mentre scende coi superstiti nel cerchio di attesa sfibrante, dolore cieco, curiosità mondana che è la piazza di Courmayeur, salgono già – inevitabili – le polemiche, che poi divamperanno. Bonatti, per la medesima vicenda, riceverà dai transalpini la Legion d’Onore, mentre dai cisalpini – che lo ammirarono, ma non lo amarono mai – una patente di opportunismo e di incompetenza, tanto da dover fuggire dal cimiterino di Villasanta, il giorno che vi sotterrarono Oggioni, perché volevano aggredirlo. Ma delle meschinità, che fan da triste corteggio ad ogni grande impresa, ora non voglio dire.

Voglio invece dire delle tre donne. Bianca, la donna di Bonatti, Gianna, la donna di Gallieni, e Dany, la donna di Mazeaud. Dei loro primi abbracci, in cui chi non doveva piangere pianse, e chi doveva non versò una lacrima, perché ben più ripide del pilone maledetto e incantato sono le muraglie del cuore, e quando ci si sporge su di esse non si può e non si deve capirci più niente. Ma Bonatti disse: Ci siamo salvati solo noi tre: Mazeaud, Gallieni ed io. Gli unici che avevano una donna e un amore ad aspettarli

C mi ricorda di Guillaumet. Vado a riprendere il racconto che ne fa Saint-Exupéry in Terre des Hommes. E’ un pilota che precipita sulle Ande, in pieno inverno. E che sopravvisse, camminando notti e giorni nella neve e nel gelo, quando tutti, tutti ormai lo davano per morto. E anche lui si dette per morto. Non ce la faceva più. Ma c’era un amore ad aspettarlo. «”Pensavo a mia moglie. La mia polizza di assicurazione le avrebbe risparmiato la miseria. Sì, ma le assicurazioni…” In caso di scomparsa, c’è una mora di quattro anni per la morte legale. Questo particolare ti si presentò abbagliante, cancellando le altre immagini. Ora, tu eri steso bocconi su un ripido pendio di neve. Il tuo corpo, col sopraggiungere dell’estate, sarebbe rotolato assieme alla fanghiglia verso uno dei mille crepacci delle Ande. Lo sapevi. Ma sapevi pure che una roccia emergeva, davanti a te, a cinquanta metri: “Ho pensato: se mi rialzo, forse posso raggiungerla; e, se addosso il mio corpo contro la pietra, in estate lo ritroveranno”. Una volta in piedi, camminasti per due notti e tre giorni.» E scrive ancora: «”Nella neve si perde totalmente l’istinto di conservazione. Dopo due, tre, quattro giorni che si cammina, non si desidera più altro che il sonno. Lo desideravo. Ma mi dicevo: mia moglie, se mi crede vivo, mi crede in cammino; i compagni mi credono in cammino, hanno fiducia in me, tutti quanti; e se non cammino sono un mascalzone.”»

Per farti andare avanti ci vuole qualcuno che sai che pensa: Se è vivo, sta camminando, sta venendo qui. Qualcuno davanti al cui amore devi rispondere, altrimenti sei un mascalzone, e forse da questo universa Lex pendet et Prophetae. Mi vengono in mente le innumerevoli ‘piazze di Courmayeur’ che sono le sale di attesa delle rianimazioni e dei reparti tragici, nelle quali ciò che si attende è l’esito delle imprese dei poveri esploratori obbligati del dolore, appesi come sono alla più vertiginosa verticalità che è un letto, quel letto  [classificazione: Azienda Sanitaria Locale: ASL numero X della città Tale; Presidio Ospedaliero: Policlinico Tale; Dipartimento: Emergenza e Accettazione; Unità Operativa Complessa: Rianimazione e Terapia Intensiva; Padiglione: Talaltro; Letto: Letto numero Y, tanto per dire che potrebbe essere così]. Poveri esploratori che se ne vanno tanto lontano, equipaggiati non con tessuti tecnici colorati ma con un pigiamino mesto di flanella magari bordò, e il bianco della neve è il bianco dei lenzuoli, ma il pallore e il rossore dei volti è il medesimo; e non sono legati a corde e a moschettoni, ma a cannule di fleboclisi e ad elettrodi, e le tempeste sono le febbri, gli arresti, gli edemi, ma identico è l’ansimare; e i compagni, ah i compagni li senti gemere e lottare accanto, proprio come in parete; e i bollettini meteo sono le analisi che arrivano, le tac, le lastre; e i soccorritori sono vestiti di camici bianchi o verdi o azzurri, ma uguale è il tentativo trepidante degli amici e dei parenti di decifrare una speranza nell’espressione dei loro volti. Anche Bonatti, che mai fu malato, dovette ormai piuttosto anziano affrontare quella terribile ascesa. Rossana, che gli fu accanto per trentacinque anni, lei che fu pin up e interpretò Nausicaa e Elena nei film sword and sandal, surclassando Liz Taylor e Ava Gardner, lei che la prima volta gli dette appuntamento all’Ara Coeli e lui andò all’Altare della Patria, e che razza di esploratore sei che non trovi l’Ara Coeli – gli disse – che razza di esploratore sei se non mi trovi, e lui fu perso e preso che neanche sul Petit Dru, ecco Rossana in quell'occasione fu mandata via perché non era ufficialmente la moglie, tantum potuit ius suadere malorum, perché non credo che la religio quella volta c’entrasse. Ma nessuno poteva aspettarlo nella piazza di Courmayeur sala d’attesa. E allora Bonatti, anziché scendere, salì ancora più in alto.



martedì 27 maggio 2014

L'ultima lezione di Teologia

Era un mite dopopranzo quando, nel 1998, sono salito per la prima volta sulla cattedra di un’aula dell’Università Cattolica del Sacro Cuore per la mia prima lezione di Teologia. Fuori un sole estivo, ancora non era ottobre. Fra gli studenti, un amico e un compagno di ricerca, M, silenzioso, verticale, immobile, concentrato, con gli occhi chiusi. Come ero arrivato fino a quel punto io non lo sapevo allora, e ancora non lo so. Eppure un centinaio di studentesse e di studenti mi stavano ascoltando. Ricordo che iniziai – ex abrupto, senza neppure presentarmi, con una citazione del mio Maestro, Luigi Lombardi Vallauri, che parlava dell’etica come discendente da uno sguardo colmo di meraviglia per l’Essere.

E in una sera altrettanto mite, ieri, 2014, sono salito per l’ultima volta sulla cattedra di un’aula dell’Università Cattolica per la mia ultima lezione di Teologia. Fuori un cielo primaverile, intrecciato di nuvole e di azzurro, ancora non è giugno. Fra gli studenti, due amici e due compagni di ricerca, A e P, la prima con un sorriso dolce e gli occhi chiari e lucidi, il secondo serio e un po’ scuro in volto, attento, con suo immancabile laptop sulle ginocchia. Ho concluso con una fiaba di Karen Blixen, suggeritami da C.

Io sono forse abbastanza bravo nel nascere e nel ri-nascere, ma – quando lo faccio – generalmente mi dimentico di morire, prima. Meglio: non me ne dimentico, mi fa solo paura. Ed è per questo che ci sono in giro tanti miei fantasmi, tanti miei me che a morire non si decidono, e coloro che li incontrano pensano che sia io, e si spaventano. Chissà se uno di loro continuerà a girare fra questi ambulacri, entrando nelle aule Bisleti, Duns Scoto, Lombardo, Vito, Salvadori, Giovanni XXIII, e stupendosi di trovarci un altro, alla cattedra, che manovra una presentazione in Power Point.

Devo però dire che l’Alma Mater si era preparata bene, sfigurandosi di cantieri nelle strade adiacenti e perfino dentro, nei chiostri, avvolgendo le belle arcate di sudari bianchi. Entro nella Cappella, affidata a una Madre che anch’essa ho lasciato. Suonano le otto le campane di sant’Ambrogio. Ecco, ecco, entro in aula, è proprio oggi, è proprio ora la mia ultima volta.

Questa non è la prima ultima lezione, ne avevo fatto precedentemente un’altra ‘ultima’ (del corso triennale), e una carissima studentessa si è presa la briga di – come si dice in linguaggio studentesco – sbobinarla, ed è grazie a lei che posso ora trascriverla qui. Incontro proprio lei nell’ambulacro, la ringrazio, le chiedo se per caso volesse assistere all’ultima-ultima lezione. Si schermisce, dice di no.
Quel che segue è – più o meno – il testo della mia ultima lezione.

***
Cari, io vi auguro che la persona che incontrerete come docente di teologia, magari nel corso  della Laurea Specialistica, sia molto differente da me: che per esempio sia più sistematico, più tradizionalmente teologico, più responsabile, perché questo corso ha avuto, per il modo in cui lo svolto, la grande limitazione di non avervi dato una struttura. Abbiamo fatto come surf su delle onde, delle parole, dei climi interiori o concettuali, in particolare il desiderio, ma anche altri. Io mi auguro che chi mi succederà potrà dire la teologia non è solo questo: che è anche sistema, è anche pensiero chiaro e distinto, è anche – nel caso di questo Corso di Teologia Morale a Economia – l’analisi e il commento dei documenti della Dottrina Sociale della Chiesa. Io ho preferito un altro stile e in un certo senso ho potuto permettermelo, forse anche perché è l’ultimo corso di Teologia che terrò in questo Ateneo. Abbiamo aperto dei sentieri che poi non abbiamo percorso, dei sentieri interrotti, Holzwege, come direbbe Heidegger. Come avremmo potuto completarne anche uno solo? Ho potuto segnalarne l’inizio, poi a ciascuno di voi starà il desiderio, la voglia, la responsabilità, l’intraprendenza nell’inoltrarsi almeno in uno di essi.

Ora io sento il bisogno di dirvi delle ultime cose concernenti l’esistenza umana e quindi anche l’etica. Vi chiedo in anticipo perdono se queste cose avranno un tono forse un po’ enfatico, un po’ patetico però sono come gli ultimi consigli che uno sente di dover dare prima di andar via, prima prendere commiato, prima di dirsi ad Dio

Ecco, prima di congedarmi da voi io vorrei dirvi una cosa fondamentale: una verità che tutti sanno, banale, però ce lo siamo detti spesso: una cosa è sapere e un’altra realizzare . La verità è questa: c’è un aspetto tragico nell'esistenza: la vita si può mancare. Accade, non è qualcosa di fragoroso, di eclatante, non succedono delle cose particolari, degli eventi straordinari. La vita si manca in modo impercettibile ed è quasi una cospirazione (scriveva Rilke: Tutto cospira a tacere di noi) a cui la società collabora perché è nel suo interesse, è l’interesse di quella rete di poteri il non avere dinanzi, di fronte, di rimpetto, delle esistenze compiute, delle vite riuscite, ma delle disperate  machines désirantes, secondo la bella espressione di Deleuze. Sì, la vita si può mancare, e non ci sono sintomi particolari, non viene una grande febbre, non sopraggiungono dei grandi dolori per cui uno non può non accorgersi di star male (sto parlando evidentemente di dolori anche psicologici). Semplicemente, a poco a poco, impercettibilmente, si chiudono dei varchi, degli squarci, e alla fine la realtà diventa una specie di scontatezza. In queste condizioni, quando tutto è così, quando non ci sono più ferite, come se l’esistenza non avesse nessun taglio (non ci sono più tagli come quelli sulla tela di Fontana), quando c’è una specie di compattezza omogenea color pastello tutto intorno a noi, anche se non ci succede niente di straordinario, niente di particolarmente devastante, la vita è lentamente mancata e giunge alla sua fine in un sospiro. E’ drammatico: sarebbe meglio, per una vita così, subire uno sconvolgimento terribile, una malattia, una perdita, una disgrazia, l’imminenza della morte, sì, della morte, perché è l’unica possibilità rimasta per avere un sussulto di vita. Io ne conosco tante di queste vite, vite che silenziosamente si stanno mancando, si stanno chiudendo, esprimono null’altro che una banalità che non incontra più abissi, picchi, spaventi, terrori, amori, fascinazioni, i misteri, gli slanci, le passioni. 

Progressivamente scompaiono tutte queste cose che hanno il potere di condurre l’uomo fuori dal proprio ovile banale dentro cui si innesta la terribile ritualità quotidiana dell’abitudine (che cosa sono infatti le abitudini – così diverse dalla disciplina per esempio monastica - se non dei riti rassicuranti che servono a rendere tollerabile la banalizzazione dell’esistenza?) e alla fine uno non se ne accorge nemmeno più: la grande promessa che è una vita, ogni vita, ogni giovinezza, non viene mantenuta, finisce così. 

Quando ho iniziato a insegnare teologia avevo a che fare con persone molto giovani, con ragazze e ragazzi appena ventenni, al primo anno di università. Una delle cose che proponevo loro di fare era la cosiddetta time capsule. Chiedevo: Vi interesserebbe sentir parlare di un morto? Generalmente mi guardavano stupiti e annuivano, confidando probabilmente in un’iniziazione all’occulto. Ma io dicevo: “Oh, è abbastanza semplice: prendete un foglio di carta e scrivete una lettera a voi stessi in cui dite con verità quali sono i vostri desideri, le vostre aspettative, i vostri sogni, i vostri slanci, le vostre passioni, ciò in cui credete, ciò che temete; poi prendete questa lettera, la mettete dentro un guscio resistente e la seppellite sotto una quercia: però dovete tentare di dimenticarla.  Dovreste avere uno strumento che trent’anni dopo vi ricordasse di andare a disseppellire questo tesoro. I ragazzi avevano 22 anni, e io mi immaginavo un 52enne che andava davvero sotto quella quercia a scavare, che davvero tirava fuori la lettera e sentiva parlare un morto, perché quel ventiduenne non c’è più, è veramente morto. Potrebbe essere scioccante, incredibile: Eppure ero io! sono irriconoscibile! dove sono andato? Questa è la prova del fatto che l’esistenza si può mancare. Ah certamente, uno può invece trovarsi a dire: Ero un ragazzetto sciocco, ero un’ochetta da nulla a 18 anni e adesso che ne ho 60 sono Premio Nobel per la medicina! Credo che sia più raro mi permetto di dire che è più raro, ma è anche possibile. In generale c’è una specie di enorme promessa che quasi mai viene mantenuta e la vita è questo quotidiano non mantenere, questo inconsapevole scivolamento nel tepore della scontatezza. Dice l’Apocalisse di san Giovanni: Tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca (3, 15b-16). Dio sembra più vicino a chi si perde del tutto che con la banalità del bene. La vita perduta è diversa, e preferibile, rispetto alla vita mancata, anche all’interno della cornice cristiana. Quando Gesù dice: Le prostitute e i pubblicani vi precedono nel regno di Dio (Mt 21), non credo che stia facendo un’iperbole, un paradosso, credo che stia descrivendo una verità,  e cioè che la vita perduta è preferibile alla  vita mancata e che il rischio mortale, il peccato mortale, non è quel clamoroso abisso del male in cui si cade, e da cui quasi irresistibilmente Dio è mosso per recuperarci, come la pecora perduta per cui si lasciano tutte le altre. Tutti ricordate la celebre parabola dei due figli (Lc 15) in cui è descritto l’itinerario di una vita perduta: il figlio uccide simbolicamente il padre, chiedendogli appunto la parte di eredità e sperpera quei beni vivendo dissolutamente. Ma quando torna il padre gli va incontro e lo abbraccia, lo riveste, gli mette l’anello al dito e i sandali ai piedi e uccide per lui il vitello ingrassato. Con ciò suscita l’invidia dell’altro fratello che non si è perduto, ma ha mancato la vita. Ha chiesto al padre solo un capretto per una festicciola con gli amici a casa del papà, una trasgressioncina controllata, moderata, assicurata. E quindi, no, non gli viene dato neppure quel capretto. Il peccato del figlio maggiore è l’accontentarsi di poco, di non rischiare la vita perdendola per ritrovarla, di ritornare carico di esperienze per l’abbraccio rigeneratore. 

Beninteso, questa non è un’esortazione all’immoralità. Non è solo la vita perduta che si differenzia dalla vita mancata. C’è anche la vita riuscita: e la vita riuscita è quella  capace di integrare queste dimensioni non domestiche dentro una cornice armonica,  di trasformare quei suoni possenti e delicati di corno, di violino, di timpani ,in una sinfonia è per questo che tutte le sapienze, dagli stoici, ai cristiani, agli orientali, a Goethe, parlano della necessità di fare questo con la propria vita. Perché certamente, il talento nessuno se lo può dare, è un dono immeritato (ricordiamo il Mozart di Amadeus?), inutile pretendere che io diventi un musicista o un calciatore, posso appena essere un ascoltatore di musica o un tifoso, perché questi talenti io non li ho. Ma fare della propria vita un’opera d’arte, questo è compito di tutti. Sono stati messi a punto proprio degli esercizi, delle strategie per far sì che il rischio della rimarginazione del tessuto della realtà - perché il rischio che corriamo è che le ferite si rimarginino e non lascino più intravedere ciò che c’è dentro e dietro -  sia meno grave meno possibile.

Ci sono tanti antidoti: uno per esempio è decidere di frequentare ogni tanto gli abissi e guardarli. A partire dall’abisso per eccellenza, che è il divino.

Una volta ho paragonato Dio alla vetta di una montagna, e le religioni ai campi base che stanno alle pendici di questa montagna.  Vorrei provare a darvi un’altra immagine, visto che siete tutti invitati – tra qualche giorno – a un tè filosofico (o meglio tèologico).  Dio è come il tè. Bere il tè dalla teiera è difficile perché ci si ustiona: c’è bisogno di una coppa. I cammini spirituali, le religioni, sono come queste coppe: esse servono a bere il tè, possono essere coppe più meno adeguate, più o meno belle, più o meno decorate, perfino più o meno pulite, ma hanno la funzione di rendere accessibile ciò che per sua propria natura è inaccessibile. Se qualcuno vuole avvicinarsi direttamente alla teiera può provare: meglio che si ustioni piuttosto che rinunci a bere. Le religioni sono quel mezzo a volte inadeguato che consente di nutrirsi di ciò che di per sé sarebbe inavvicinabile. Il divino è l’inavvicinabile per eccellenza ma dentro una coppa può essere perfino bevuto. Quanto alla coppa fate voi, non credo che il divino se ne preoccupi poi tanto, può anche venire il momento in cui questa coppa può e deve venir gettata via, non è impossibile, però prima di gettare ciò che vi consente di avvicinare l’inavvicinabile ci penserei un po’.  

Tornando alla montagna, io vi auguro di trovare una buona Guida, un buon Maestro, perché la salita non è facile e ci sono molte insidie. Almeno qualche compagno di cordata cercate di averlo. Le amicizie nate per la ricerca, non quindi in un semplice intrecciarsi di sentimenti e di affinità – le amicizie nate perché si riconosce l’altro come qualcuno che condivide questa aspirazione verso il compimento della vita, ecco, queste amicizie sono un vero antidoto, perché se uno è da solo, lo abbiamo visto, non si accorge, ma dentro un’amicizia se sono spossato c’è un altro che mi aiuta e che mi solleva, e io sono responsabile dei miei compagni di ricerca, e loro sono responsabili di me.

Un altro suggerimento è quello di cambiare ogni tanto cielo:  non solo in senso geografico, certo.  Però è vero che più spesso uno viaggia anche fisicamente, e incontra altri pianeti e altri mondi, culturali ma anche geografici, meno probabile è che tutto si richiuda nel banale. Se potete fate alpinismo, fate navigazione solitaria, tuffatevi dalle scogliere, fate anche delle cose bizzarre, eccentriche, strane, siate dei risk takers, prendetevi dei rischi: anche questa è una strategia. Siamo la società del fattore-di-protezione-50 e dell’assicurazione e della legge 626. 

Un'altra cosa è esser pronti a rispondere quando si è visitati da un’occasione. Spesso esiste una falsa idea di responsabilità, una responsabilità rispetto alla propria banalità e non rispetto alla propria profondità. Dico di no a ciò che potrebbe trasformarmi perché devo studiare, laurearmi, sposarmi, lavorare, guadagnare, fino a che ormai, fino a che – come dice Silvano Petrosino – ora-mai.  Questa è una falsa responsabilità e un inganno e il suggerimento è quello di essere preparati a cogliere questi momenti di visitazione, quando qualcosa di più grande bussa alla porta dell’esistenza. Molti hanno vissuto assieme a Gesù, e neppure se ne sono accorti. A volte Lui irrompe a porte chiuse, sfonda la porta, ti strappa al meschino, come si vede nella vocazione di san Matteo del Caravaggio o al male, come nel disarcionamento di san Paolo dello stesso autore. Ma è preferibile essere pronti ad aprirla, quella porta. A dire: eccomi, come il padre Abramo. Anche se la salvezza non viene, voglio esserne degno a ogni istante – scrive l’ebreo Kafka. Meglio essere pronti ad accogliere la visita del mistero, che chiama ad andare dove non è dato sapere. Se lo si sa già, non partite nemmeno, non accettate viaggi con destinazione precostituita, non sono viaggi, sono anelli, e arrivi dove sei partito. 

Per concludere vorrei leggervi una fiaba della scrittrice danese Karen Blixen.
Un uomo viveva in una casupola tonda [disegno un cerchio sulla lavagna] con una finestra tonda [disegno un cerchietto dentro il cerchio più grande] e un giardinetto a triangolo [lo disegno]. Non lontano da quella casupola c’era uno stagno pieno di pesci [lo disegno, i pesci come piccoli trattini dentro una figura oblunga]. Una notte l’uomo fu svegliato da un rumore tremendo e uscì di casa per vedere cosa fosse accaduto. E nel buio si diresse subito verso lo stagno. Prima l’uomo corse verso sud [secondo le indicazioni della Blixen io disegno le strade percorse dall’uomo sulla lavagna mentre leggo], ma inciampò in un gran pietrone nel mezzo della strada; poi, dopo pochi passi, cadde in un fosso; si levò; cadde in un altro fosso, si levò, cadde in un terzo fosso e per la terza volta si rimise in piedi. Allora capì di essersi sbagliato e rifece di corsa la strada verso nord. Ma ecco che gli parve di nuovo di sentire il rumore a sud e si buttò a correre in quella direzione. Prima inciampò in un gran pietrone nel bel mezzo della strada, poi dopo pochi passi si levò, cadde in un fosso, si levò, cadde in un altro fosso, si levò, cadde in un terzo fosso e per la terza volta si rimise in piedi. Il rumore, ora lo avvertiva distintamente, proveniva dall’argine dello stagno. Si precipitò e vide che avevan fatto un grande buco, da cui usciva tutta l’acqua insieme con i pesci [disegno il fluire dell’acqua con i pesci con lunghi tratti di gesso]. Si mise subito al lavoro per tappare la falla, e solo quando ebbe finito se ne tornò a letto. La mattina dipoi affacciandosi alla finestrella tonda, che vide? Una cicogna! Son contenta – commenta la Blixen, e lo leggo – che mi abbiano raccontato questa fiaba. Al momento giusto mi sarà d’aiuto. L’avevano imbrogliato, l’ometto, e gli avevano messo tra i piedi tutti quegli ostacoli: “Quanto mi toccherà correre su e giù?” si sarà detto. “Che nottata di disdetta!” E si sarà chiesto il perché di tante tribolazioni: non lo poteva sapere davvero che quel perché era una cicogna. Ma con tutto ciò non perse mai di vista il suo proposito, non ci fu verso che cambiasse idea e se ne tornasse a casa, tenne duro fino in fondo. Ed ebbe la sua ricompensa: la mattina dopo vide la cicogna. Che bella risata si dovette fare. Questo buco dove mi muovo appena, questa fossa buia in cui giaccio, è forse il tallone di un uccello? Quando il disegno della mia vita sarà completo, vedrò, o altri vedranno, una cicogna? ‘Infandum, Regina, jubes renovare dolorem’. Troia in fiamme, sette anni di esilio, tredici navi perdute. E il risultato? Eleganza insuperabile, imponenza maestosa, e tenerezza toccante. A leggere il secondo paragrafo del Credo cristiano, c’è da restare perplessi: fu crocifisso, morto e sepolto, discese all’inferno, il terzo giorno risuscitò da morte, salì al Cielo, da dove tornerà sulla terra. Quante corse su e giù, terribili come quelle dell’uomo della favola. E il risultato? Il secondo paragrafo del Credo di metà del mondo.


* * *


Solo, forse, quando sarà conclusa vedremo se la nostra vita, con le sue cadute e i suoi drammi e i suoi slanci – avrà generato un disegno compiuto. Forse Dio è un artista e usa le nostre vite come pennelli viventi per tracciare misteriosi ideogrammi che – letti dall’alto – compongono il poema umano. Il nostro compito – come quello dell’ometto della fiaba – è tener duro, è resistere, è essere responsabili dinanzi al proprio destino.

Questo è il vero viaggio dell’esistenza quel viaggio che non ha una destinazione precostituita, vissuto dentro quella attitudine fondamentale dell’essere umano che vi auguro sempre, e che si chiama avventura.


Si esce, e piove dolcemente. Infandum, Regina, iubes renovare dolorem – era la citazione dell’Eneide proposta dalla Blixen. Virgilio continua: et iam nox umida caelo / praecipitat suadentque cadentia sidera somnos, ormai scende la notte, e le stelle del tramonto invitano al sonno. Passando accanto ai cantieri provo una curiosità inedita, e sento le mani intrecciarsi dietro la schiena. Oddio, mi sto trasformando in pensionato? E’ questo il destino? P, davanti all’ingresso centrale, mi chiede spiegazioni, ma quelle che gli do non gli bastano. Sono ancora incerto – mi dice – non so se hai fatto una scelta sublime o una cazzata sublime. Rispondo che mi terrò stretto l’aggettivo. Poi andiamo al bar Magenta, A, P e io, a parlare un po’ di noi, ma senza patetismi. Io prendo un Long Island Iced Tea. Sembra tè, ma è vodka, tequila, rum, triple sec e gin: lo bevo come un simbolo e un augurio.


giovedì 3 aprile 2014

[Un anno dopo] Penthos: il Grande Canone

Non cronologicamente un anno dopo, ma liturgicamente sì. E anche quest'anno orme di sole in movimento, ma i volti delle icone risplendevano nel loro non esserci.

April 19, 2013 at 3:50pm

Della mia esperienza del Grande Canone (letto interamente nel mattutino del giovedì della quinta settimana di digiuno) fa parte anzitutto l'osservazione di una macchia rettangolare di luce, divisa da un'ombra cruciforme, il tutto generato dal sole ormai piuttosto basso, che passava dalla finestra collocata sulla parete di fondo della chiesa (esposta a nord ovest) e illuminava l'angolo nordorientale della stessa. Vedere questa macchia di luce muoversi lungo la parete, passar sotto san Serafino di Sarov e san Nicola di Myra, affrontare l'angolo,trasferirsi sull'iconostasi, incendiare l'icona della Trasfigurazione e lambire quella della Madre di Dio, donando riflessi intimi all'oro e profondità oscure allo sguardo, fino a dissolversi quasi all'improvviso nel grigioazzurrino del tramonto primaverile. Stava a significare, per chi la guardava, la rotazione lenta e inarrestabile del pianeta, carezzata dall'immobilità solare. Stava a significare il trascorrere di un tempo considerevole, durante il quale due chierici hanno cantato la forza poetica di queste nove Odi (e dici che bello sarebbe udirle in greco, con la forza della metrica e delle rime), mentre assieme a un gruppo di fedeli molte molte molte volte si sono inchinati fino a terra e prosternati in silenzio.

C'è un esercizio presente in quasi tutti i corsi di autostima di matrice americana: consiste nel porsi davanti a uno specchio e compiacersi di sé. Dirsi cose tipo: "you are amazing, you are good enough, you are a beautiful and wonderful person". Ecco, il Grande Canone è esattamente l'opposto. Davanti allo specchio dell'umanità perfetta del Cristo (eschatos Adam), davanti al purissimo splendore della Vergine, davanti alla trasformazione drammatica della donna di fuoco, nudità e deserto Maria Egiziaca, medianti le parole di incredibile bellezza del monaco di san Saba Andrea, futuro vescovo di Creta, ti viene fatto capire senza mezze misure che non sei affatto amazing, che non sei proprio good enough, e che sei tutt'altro che beautiful e wonderful. Nondimeno (anzi: proprio grazie a questo) alla fine ti senti in pace e libero come raramente ti accade.

Strofa dopo strofa, tropario dopo tropario, con incedere incessante, con spregiudicata spietatezza, con terribile lucidità Andrea raccoglie frammenti di storia sacra e te li pone fra le mani, e a volte sono taglienti come lame, a volte così ardenti da ustionare, a volte così spaventosi, a volte così commoventi. Ti è chiesto di comporre con questi pezzi uno specchio, e la tua immagine, che vedi a poco a poco formarsi, ti toglie il fiato. Non hai speranza. Eppure.

Adamo il progenitore, Caino il fratricida, Lamech autore del terribile canto della vendetta, l'umanità sommersa dal diluvio, Cam il parricida mediante il disonore, Esaù che svende la benedizione, Ruben l'incestuoso, i figli di Giacobbe che vendono il fratello, Efraim la tribù idolatra, Davide assassino e adultero, Salomone che preferisce le meretrici alla Divina Sapienza, Roboamo, Geroboamo, Acab, Ghiezi il bramoso servo di Eliseo, Ozia il sacrilego, colpito dalla lebbra. Questi i pezzi dello specchio: li vedi bene? Eppure tu - dice con crudo realismo Andrea di Creta - sei molto peggio. Guardati in loro e te ne accorgi.

Allora ti afferri al filo di speranza che ogni tanto affiora in quel guazzabuglio ingarbugliato di umanità ferita e colpevole. Un filo fatto di lacrime, di ripensamento, di lasciar-la-presa, e di lacrime, di cambiare strada, di chieder perdono, di combattimento, e di lacrime e di lacrime e di lacrime. "Penthos", il Grande Canone è detto di 'compunzione',  traduzione appunto di penthos, parola di origine medica, che vuol dire dolore acuto, e sensazione di mancanza di qualcosa di vitale. Penthos, che appartiene al medesimo campo semantico di pathos, e di paskhein, da cui alcuni Padri, maestri di creatività etimologica, hanno fatto derivare - pensando all'agnello immolato - 'Pasqua'.

Poi esci, e pensi che - anche se avrai dimenticato le parole - quelle tue prostrazioni nella sera saranno qualcosa che potrai ricordare, quando ti troverai davanti alla terribile Bellezza, e le ginocchia ti si piegheranno per il timore.

[nella fotografia: Sky Window, installazione permanente, Villa Panza di Biumo a Varese, 1976. Ambiente adatto alla ricerca di un 'penthos' cosmico e apofatico']




giovedì 20 marzo 2014

Finimondi di fuoco

La sala dedicata a Giuseppe Verdi - nel Conservatorio di Milano - è immensa vista dal palco. Si innalza sul fondo come un'onda azzurra di poltroncine che sembra quasi travolgerti. In questa stessa sala, seduto su uno di quegli stessi sedili, tanti anni fa - così tanti che quanti neppure ricordo - ho veduto otto dervisci appartenenti all'Ordine fondato dal Poeta, dall'Innamorato, dal Mistico Sufi Jalāl al-Dīn Rūmī celebrare il loro rito d'estasi e di incanto. Verticali, immobili, incappati di nero, un copricapo rigido e conico a simboleggiare la pietra del sepolcro: così essi si sono mostrati sul palco - dove io ora mi trovo - i dervisci della confraternita Mawlawiyya. Vicino a loro un Padre, un Anziano, un Maestro. Lentamente, uno dopo l'altro, gli otto si sono recati da lui, gli hanno baciato la mano e la spalla sinistra, si sono tolti il mantello, rimanendo con un bianco corsetto aderente sul torso, ma che diventava largo come una gonna a pieghe appena sotto la vita, e pantaloni bianchi.  Poi han cominciato a ruotare sul proprio asse, prima adagio, come pensosi, poi lentamente-e-improvvisamente (possono stare insieme, sì, come anche danza-e- immobilità, come Dio-e-uomo) aprivano le braccia con il palmo della destra rivolto verso il cielo e quello della sinistra verso la terra, inclinavano docilmente il capo su una spalla, la rotazione si faceva rapida, i volti assorti, gli abiti si aprivano come corolle di fiori. Gli uomini-pianeta per decine di minuti orbitarono attorno all'invisibile Sole che è il-Dio, o piuttosto l'-Amore, al batticuore di un tamburo. Si capiva che non erano più nel corpo, quello era abbandonato al cosmo dove tutto ruota. In una segreta cella dello spirito essi ricevevano la visita dell'Amore. Corteggiavano il jadhb, il fanāʾ, l'estinzione, la theiosis, il nirvana. Ma fu lo stesso Amore che d'un tratto - e da un altro imprevedibile versante - levò la sua voce struggente: il ney, flauto dal suono che non si dimentica mai, li chiamò da lontano: fu l'amore dell'anima - così differente da quello dello spirito - che li fece tornare nel corpo, nel mondo, nella vita-e-morte. Lentamente-e-improvvisamente la rotazione si concluse.

Adesso sul palco ci siamo noi. A, B, e io. Le nostre pietre sepolcrali - i nostri indigeribili "sassi", come direbbe A - ce li portiamo chiusi dentro. Non abbiamo il conforto di rappresentarli in un cappello da far vorticare. E la dolce e forte A adesso proverà a  mostrarli con le parole, davanti all'onda di poltroncine che ora è diventata multicolore e travolgente di giovinezza di ragazzi e di ragazze delle scuole superiori di Milano.

Ci ha portato lì una giovane suora dai modi semplici, concreti, sbrigativi. Pochi direbbero che questa donna velata è cintura nera di judo, che ha passato infinito tempo a piedi nudi sulla pedana, tra leve e strangolamenti, e che non è andata alle Olimpiadi solo perché all'epoca il judo femminile non era specialità olimpica. Nessuno lo direbbe. Nondimeno è così. In quell'abito dimesso, scontato, color navy blue, col piccolo velo, con le calze spesse, le scarpe col leggerissimo tacco, insomma in quell’abito così da suora, c'è un corpo che ha volteggiato come un derviscio, pur dentro una diversa danza. E chissà quale judo pratica ora, ora che porta sul petto un crocifisso di metallo decorato con due cuori sbalzati: l'uno - dell'Amato - ardente e spinoso come il roveto di Mosè che rivelo il Nome che neppure Dio sa pronunciare; l'altro - il proprio - teneramente trafitto da una freccia, come quelli che gli innamorati delle storielle romantiche incidono sulle scorze degli alberi. Chissà quali leve, quali strangolamenti, quando - esausta di azione e di missione - in una cappella disadorna, l'Angelo la chiama ancora alla lotta di Giacobbe.

Nel mio intervento mi accade di parlare del fuoco: del fuoco come mediatore. Propongo la fantasia di due sconosciuti che si trovano davanti a un camino acceso. Essi silenziosamente guardano la legna. E cosa ‘fa’ la legna? Brucia. Illumina (rispettando però le ombre). Riscalda (rispettando però il freddo che, non vinto, ti tocca un po’ le spalle). Emette quei rumoretti graziosi, quegli scoppiettii, quei crepitii, il rumore del fuoco che un sondaggio inglese dichiara essere il sesto rumore più amato dopo le onde sulle rocce, la pioggia sulle finestre, i passi sulla neve, il riso dei bimbi e il canto degli uccelli (quanto affidabile sia tale sondaggio, o quanto affidabili siano gli inglesi testati, non so, dal momento che al 15° posto c’è il bacon che frigge, al 24° lo scoppio degli avvolgimenti a bolle, al 27° l’urlo della gente sull’ottovolante, al 29° la mazza da cricket che colpisce una palla da cricket, al 40° il tagliaerba, al 45° la metropolitana e al 47° il coro degli hooligans allo stadio; ma insomma). Insomma il fuoco non fa praticamente niente se non essere fuoco. E i due sconosciuti sentono affiorare intimità profonde finora mai condivise, e le condividono in questa occasione, grazie a quel fuoco che non lo saprà mai, visto che neppure conosce la sua stessa esistenza (forse). E' uno degli esempi che propongo più spesso quando voglio spiegare come i mediatori umani debbano imparare da quelli naturali a essere silenziosi, senza ego, ma densi di "presenza".

L'incontro finisce, l'onda di giovani vite si sparpaglia. Viene da me un uomo robusto che indossa l'uniforme verde dei Vigili del Fuoco, la pelle scura, lo sguardo luminoso. Fa parte del personale che per l'occasione ha prestato servizio al Conservatorio. Mi dice: "Sa, quel che lei ha detto sul fuoco mi ha molto colpito...". Penso ovviamente che si riferisca alla sua professione, e sorrido, ma lui continua: "Se lei mi permette, la userò nei sermoni." Lo guardo, sbalordito. "Sono un Pastore. Di una Chiesa Evangelica. Sì, faccio il pompiere, mi rendo conto anche io che è strano, la mia professione è spegnere, controllare il fuoco, regolarlo, mentre io desidererei che divampasse. Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso! ". Gli dico che non mi sembra affatto casuale questa familiarità con il fuoco, materiale e spirituale,:spegnere quello che distrugge, accendere quello che vivifica. "Sì certo. Ma soprattutto fare il Vigile del Fuoco è esser disposti a dare la vita".

Penso a queste vite. Agli otto dervisci tourneurs della mia memoria. Alla suora cintura nera, chiamata un giorno sul tatami da un terribile Sfidante. Al Pastore pompiere che mi ha fatto ricordare Bloy: Enfin quelques journaux racontèrent la panique histoire d'un 'inconnu', accouru avec cinquante mille curieux, qui s'était précipité, on ne savait combien de fois, dans le volcan, ramenant surtout des femmes et des enfants, arrachant à la Justice éternelle un nombre incroyable d'imbéciles, semblable à un bon pirate ou à un démon pour qui c'eut été un rafraîchissement de se baigner au milieu des flammes, et qui avait fini par y rester, comme dans "la maison de son Dieu". Quelqu'un prétendit l'avoir aperçu, la dernière fois, au centre d'un tourbillon, brûlant immobile et 'le bras croisés...

Penso dunque a queste vite. E alla mia. Che secondo l'ordine della natura volge al tramonto. Se una vita media fosse un giorno, per dire, dalle 7 alle 22, io sarei giunto alle 17.30. Se fosse d'inverno, addirittura, il sole sarebbe già tramontato.

E se l'-Amore venisse a far rotolare la pietra del sepolcro, Lazare veni foras, o meglio, se tirasse fuori la pietra del cuore e la mutasse in carne palpitante e infiammata, se squarciasse i veli, se sfondasse i muri, se facesse crollare le colonne, i templi, gli idoli, se mi guardasse ancora una volta, una volta sola, e mi facesse vorticare in estasi, e non per praticare una via, un’ascesi, una disciplina, ma proprio perché l’-Amore è tale che il corpo non si tiene, oh se mi trascinasse, derviscio straccione, vestito di lana grezza e il sudario a cingermi la fronte, solo, a baciare i Suoi passi.


Ho bisogno di un amante che / quando si levi / produca finimondi di fuoco / da ogni parte del mondo! / Voglio un cuore come inferno / che soffochi il fuoco dell'inferno /  sconvolga duecento mari / e non rifugga dalle onde. (Jalāl al-Dīn Rūmī)