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martedì 24 giugno 2014

Si salvò chi era atteso da un amore - Frêney 1961

Non è un anniversario, che si debba parlare adesso di quanto avvenne sul pilone centrale del Frēney nel 1961. Io non ne sono stato testimone, non c’ero neppure, nessuno ancora mi aveva – come si dice – dato alla luce, oppure messo al mondo: qualcosa di me in effetti c’era, chissà se ero già io, ma qualcosa c’era, ancora invisibile nell’utero materno, e si formava già in me la prima, assiale, struttura nervosa, e i foglietti embrionali primari si dividevano, e insomma se ero io è stato di certo un periodo notevole, straordinario, aggrappato all’endometrio con rischi di precipitare ben più grandi di quelli corsi dai sette uomini appesi al granito rosso della Chandelle, e chissà se mia madre – che ancora di me non poteva saper nulla - ascoltava il giornale radio, se quella notizia l’aveva sentita, se si era emozionata, se si era commossa, lei a cui poi la montagna avrebbe strappato un figlio che allora sgambettava treenne, e come son legati i destini degli uomini forse neppure Dio lo sa. Io il Monte Bianco l’ho veduto tante volte ma non mi sono mai avvicinato, non l’ho mai amato – così diverso com’è dal Rosa –; solo una volta, con dentro una tristezza infinita, ho preso con amici la funivia che tratto dopo tratto si inerpica fino all’Aguille du Midi, e in poche occasioni mi sono sentito così desolato e spento. E poi non sono Buzzati il gran poeta e mistico delle alpi, non sono Marco Albino Ferrari che della vicenda è lo storico più competente, non Erri De Luca sono, non Emilio Fede, che – più giovane ma già con ciuffo di ordinanza – presidiava allora i fatti nella piazza di Courmayeur per l’unico canale TV, e non Fabio Fazio che più di recente accolse Bonatti nel salottino dei benpensanti (che guarda caso ha nome ‘Che tempo che fa’, e lì fu veramente tutta questione del che tempo che fece). In questi ultimi due casi, e forse tre, devo dire, per fortuna non lo sono. E allora perché mi metto a scrivere – ora – del Frēney?

Perché una settimana fa il grande, austero vegliardo è disceso dalle scale afferrandosi al corrimano e appoggiandosi a un bastone di legno ricurvo, ormai quasi cieco, e – sedutosi presso di me nella stanza dell’analisi – lui, che il Monte Bianco lo conosce benissimo e lo ha salito molte volte da più versanti, lui, conoscitore minuzioso della storia della conquista del cuore umano da parte delle cime (Come le montagne conquistarono gli uomini, titolo eccellente anche se non originale della più interessante opera di Robert McFarlane), lui, testimone oculare dei fatti, cittadino onorario di Courmayeur, frequentatore del Bar della Posta e del negozio di Toni Gobbi, lui, che ancora ogni estate vi si reca, e me lo immagino intravedere velata dagli anni, seduto silenzioso in giardino, l’immensa cupola bianca, chissà con che nomi lui la chiama, chissà con che nomi lei lo chiama, chissà come amano l’uno le rughe dell’altra, l’una le rughe dell’altro. Lui, che adesso cammina con me presso le voragini del mio dolore. Sì, ecco, lui una mattina è entrato zoppicando, si è seduto come sempre fa, che pare non possa più rialzarsi, e ha detto: Lei dovrebbe leggere qualcosa sul Frēney. E io, che non ne sapevo nulla, in pochi giorni ho letto quasi tutto.

Dunque c’è il Monte Bianco, ormai salito e risalito da mille versanti, e va bene, ma c’è ancora una via mai percorsa, che appunto si chiama pilone centrale del Frēney [classificazione SOIUSA (Suddivisione Orografica Internazionale Unificata del Sistema Alpino): Grande Parte: Alpi Occidentali; Grande Settore: Alpi Nord Occidentali; Sezione: Alpi Graie; Sottosezione: Alpi del Monte Bianco; Supergruppo: Massiccio del Monte Bianco; Gruppo: Gruppo del Monte Bianco; Sottogruppo: Contrafforti italiani del Monte Bianco; Codice: I/B-7.V-B.2.b, Coordinate geografiche: 45°48′57.16″N 6°53′06.86″E, tanto per dire che è proprio lì]. E’ l’ultimo residuo della verginità europea: violato il pilone, Qualcosa di magico e di eterno si solleverà invisibilmente dal ventaglio trinato delle Alpi, quel Qualcosa che parla di mistero e di Dio, si solleverà e se ne andrà per sempre, lasciando il posto agli spiriti smaglianti dello sport e dell’athlesis, dell’aggiunta di difficoltà (stagioni, velocità, eleganza, solitudine, fair means). Ecco, quel Qualcosa è aggrappato alle Alpi solo in questo punto: poi si potrà trovare – e per poco – sull’Himalaya o in Patagonia, e poi se ne andrà dal pianeta e migrerà nei cuori, oppure su altri pianeti, nel 1968 sarà violata tuttavia perfino la verginità lunare, ma alla fine – semplicemente – si dissolverà. 

Che in fondo neanche questo è vero, perché più tardi arrivarono i californiani, capelli lunghi, braghe corte, magliette multicolori, intenti a rollarsi canne (e forse altro), a rotolarsi in promiscuità, a prendere il sole, a schitarrare, ma poi si alzavano e facevano di slancio vie impossibili, altro che sesto grado, e le battezzavano Mescalina, Tangerine Trip, Starfighter, o Pink Panther Gets Diarrhea, lasciando inebetite e accigliate le guide dai maglioni di lana cruda grigioverdi e dai calzoni di fustagno verdegrigi, e verde e grigio di collera anche il volto del curato di san Pantaleone di Courmayeur e quello dell’abate di Saint Michel a Chamonix.  E ne avevano ben donde: perché in quel momento preciso l’alpinismo divorziava dall’etica, e non era più necessario essere un cavaliere senza macchia e senza paura per sfidare la verticalità e danzare sull’abisso. Nemmeno farsi il segno della croce. Lo si poteva fare a torso nudo o in reggiseno, con al collo una japa e biascicando un mantra. 

Ma torniamo al Frêney

Ci sono i Sette contro Tebe.
I tre italiani: la star Walter Bonatti, il migliore di tutti, guardato torvo dagli alpigiani perché non è figlio dei monti ma della pianura, viene dalla ginnastica, dalle palestre, è forza pura; il piccolo Andrea Oggioni, anche lui di pianura, di Villasanta vicino a Monza, da cui al massimo vedeva le Grigne; e il terzo addirittura milanese, l’ingegner Roberto Gallieni, borghesissimo di via Vittorio Veneto, con moglie e figli e Alfa Romeo, che andava in montagna come da un’amante, all’insaputa di tutti (e ricordatevi questa cosa dell’amante, lo vedrete, non è solo uno scontato paragone).
I quattro francesi: Pierre Mazeaud di Lione, giurista e di stirpe di giuristi, futuro giudice costituzionale e uomo politico; Pierre Kohlmann, parigino, con problemi di udito, tanto da dover utilizzare un apparecchio acustico; Robert Guillaume, parigino, pasticciere; Antoine Vieille, figlio di un Ammiraglio, anche lui militare.
I tre e i quattro si incontrano per caso al Bivacco della Fourche, il 9 luglio. I francesi sono arrivati prima, sono i primi pretendenti all’ultimo brandello di verginità alpina europea, ma dall’altra parte c’è il grandissimo Bonatti. La salita la faranno assieme. Così scrivono sul libro del bivacco: Andrea Oggioni, Roberto Gallieni, Walter Bonatti. Meta il Pilastro Centrale di Frēney. Al bivacco troviamo i colleghi francesi Pierre Mazeaud, Pierre Kohlmann, Antoine Vieille e Robert Guillaume. Discussione cordiale e costruttiva. Decidiamo di collaborare tutti insieme in sincero spirito cameratesco e alpinistico. Partiamo circa alle 24. Tempo Buono.

Ore e ore di avvicinamento. Zaini immensi e carichi di ferro. Si procede attenti fra seracchi e crepacce. Sono i più forti di tutti. Pesi sul cuore: forse. Sempre ce ne sono, prima di un’ascensione. Presentimenti? A sentir Ferrari, Oggioni, prima di lasciare la funivia, avrebbe detto: La farem sì, ma mi me la senti no. Ah, e non è l’unico cupo presagio. Una vecchina, salita con loro in funivia per vedere da vicino i ghiacciai, chiede chi sia Bonatti, e, saputolo, si avvicina e gli dice (lei che è nessuno, una vecchina, al principe delle vette): Andate a scalare il Bianco? Risponde Bonatti che non è vero, che vanno solo a fare un giro. Ma la vecchina implacabile: Signor Bonatti, sa cosa le dico? E’ tardi per fare un giro. Io vi mando tutti a letto! Risero tutti, di che riso non si sa. Eran las cinco en punto de la tarde.

[Penso al vegliardo che tace, appoggiato al suo bastone, nella stanza dell’analisi o nel suo giardino. Una volta – già vecchio – era anche lui sul terrazzo della stessa funivia, ed era sera, più tardi, verso le sette, ma ancora faceva luce. Arrivò un giovane biondiccio, vestito di nero, con scarpe da città, lo sguardo azzurro spento e gli zigomi slavi. Gli chiese, in inglese stentato, in che direzione bisognasse andare per la cima del Bianco. Sbalordito – poiché l’immensa cupola di roccia e ghiaccio sovrastava nella sua tracotante evidenza – lui indicò: per di là. E il giovanotto slavo si incamminò con le sue scarpe da città, passo dopo passo, finché non lo vide più, mai più]

11 luglio (il giorno della formazione della corda neurale da parte di quello che forse ero già io) i sette sono alle pendici di quella che verrà chiamata – da loro – la Chandelle, trecento metri verticali di granito rosso. Si sale, rapidamente si sale, si attrezzano le soste. Bonatti Gallieni Oggioni Kohlmann Mazeaud Guillaume e infine Vieille a togliere i chiodi. Quota 4400 mt.

A questo punto accade l’imprevisto. Ancora oggi i siti dei meteorologi discutono e litigano se l’imprevisto fosse o meno imprevedibile, tenendo conto dei dati e degli strumenti del tempo. I tre italiani avevano sentito la RAI e Radio Monteceneri e si erano fidati del loro istinto. Fatto sta che ora dal basso sale l’uragano.

Geloso della sua ultima parete inviolata, l’alpe si ricopre di nuvole come di un mantello. Fiammelle azzurre cominciano a danzare sulle mani degli uomini, sui chiodi, sui moschettoni delle soste, sulle picche, capelli e peli si drizzano e l’aria frigge (tanto che, giustamente, Erri De Luca fa notare che chi in certe discussioni parla di aria fritta forse non l’ha mai assaggiata). Le folgori si scatenano sulla cuspide del Frēney. Una di esse stende un suo terribile tentacolo fino a raggiungere l’apparecchio acustico acceso nel padiglione auricolare di Kohlmann, bruciandogli metà del viso, certo la mente e forse anche l’anima.  I sette urlano dal dolore, ma la disciplina e il rigore continuano a dirigere il loro agire. Recuperano il materiale metallico e lo calano il più possibile in basso. Su minuscole cenge non so come stendono dei tubi di tela che servono da tende e ci si rifugiano. Più in basso, coperto da teli, giace Kohlmann, provato dal dolore dello schianto. Il temporale dura fino alle nove di sera. Poi tutto si trasforma, torna la calma, nevica fitto, una breve pace. E fu sera e fu mattina: 12 luglio

Al mattino, grand beau temps. Molto stanchi, i sette – Kohlmann compreso – si ritrovano alla base del pilone. Si è deciso che questa volta andrà su Bonatti. Alle sei e mezzo è pronto a partire. Ma Oggioni, con la sua faccia tonda, guarda le nuvole: l’è minga bel. Tutto ricomincia, come e peggio del giorno precedente. Vanno avanti a biscotti e coramina. Gallieni distribuisce vitamine. Questa volta l’uragano non molla nella notte, va e torna, va e torna, concedendo brevissime illusorie tregue. Ecco che i sette sono raggiunti da presagi di morte, che a quella quota prendono forma di ricordi struggenti. Si pensa agli amori, ai figli, al Tour de France (che – come pronosticato dai sette – sarà vinto da Anquetil). Oggioni pensa alla sua Gilera nuova, bellissima, e si rammarica di aver portato con sé la chiave dopo averla chiusa. Pensa che quando sarà morto nessuno potrà aprirla e arrugginirà tutta. Spaventosa – direbbe C – la tenace sopravvivenza degli oggetti. Se si può parlare di chiarezza in una condizione del genere, nella mente di Bonatti è chiaro che tornare indietro sarebbe una follia. Mancano 120 metri, poi si può arrivare alla cima e scendere dal versante francese, oppure fino al Gonella, lungo la via normale italiana, come accadde nel ’56, sul versante della Brenva, (quando a sbagliare e a morirci furono Vincendon e Henry, rimasti a congelare nella carcassa sventrata di un elicottero venuto a soccorrerli). E un temporale estivo non può durare a lungo, si sa.  Meglio aspettare, basterebbero sei ore di tempo decente. Nelle ‘tende’ non si respira più, pur a -22° si preferisce squarciarne i teli per poter tirare il fiato, si usano i caschi come pitali per urinare quella poca urina, la fame cessa, le lingue si gonfiano e si crepano. E fu sera e fu mattina: 13 luglio. 

Ma quando passano ancora delle ore e la furia del vento e delle nubi non accenna a placarsi, anche Bonatti capisce che è finita. In una simile condizione di epuissement non possono certo salire. Devono scendere, ed è un rischio grandissimo perché il pilone si è trasformato in una spessa lastra di verglas, le soste attrezzate durante la salita. saranno coperte, forse invisibili, quasi sicuramente non utilizzabili. Ma è l’unica possibilità rimasta. Alle 3.30 del 14 agosto proprio Bonatti inizia la discesa. 

Ma in montagna non si va mai da soli. E con questo non alludo ai compagni di cordata, ma a una comunione invisibile intessuta da legami d’amore, di desiderio, di pensieri e di pena. Gli angeli, poi, chissà. Ma in quel momento preciso, proprio alle 3.30 del 14 agosto, la comunità invisibile che circondava i sette si desta allarmata. Quale precisamente degli spiriti decide di agire in modo tanto inconsueto non è facile da dire, anzi non si saprà mai. Tuttavia, Gianna – la moglie di Roberto Gallieni – riceve una telefonata nel cuore della notte, nella casa di Courmayeur, risponde, è una voce femminile, imperativa ma calma, che le dice Suo marito in questo momento si trova sul pilone centrale del Frêney, deve dare subito l’allarme, mi raccomando, non si tratta di uno scherzo! – Ma chi parla? – Non ha nessuna importanza, chiami i soccorsi! Ora, nessuno sapeva che suo marito era lì, nessuno sapeva che nessuno dei sette fosse lì (il Pilone ingolosiva molti, e serviva il segreto), se non Bianca, la compagna di Bonatti, che però aveva una voce del tutto diversa e sempre negò di aver telefonato. Fu dunque uno spirito che valicò l’abisso e si fece voce, o forse lucido sogno. Forse lo spirito di Gianna stessa, quella parte di lei che mai lasciava Roberto. Forse Gianna parlò con Gianna quella notte. Lei agisce.  Si muovono i soccorsi nella cittadina spazzata dalla pioggia. Comunque Gianna fino alla fine si chiese chi fosse, con un’ombra di gelosia dentro.

E si mobilitano le guide. E giungono i genitori di Roberto da Milano. E giungono i Ragni di Lecco, compagni di Oggioni da sempre. E giungono i giornalisti, le radio, la tivù. Mandano due guide alla Fourche, che ritornano riportando il contenuto del libro di bivacco: ora i soccorsi sono certi, sette alpinisti sono sul Pilone. E tutt’intorno la bufera. Poi accadrà che i soccorsi si attorciglieranno come le corde fanno in parete, e ci saranno i lecchesi, e i valdostani, e gli inglesi, e un’altra cordata da soccorrere, e l’accavallarsi delle idee, e il fare la voce grossa per chi deve prendere la decisione finale. Alla fine sono tutti alla capanna Gamba, distesi sul pavimento, qualcuno dorme, molti vegliano, fuori nevica. 

Intanto scendono scendono scendono i sette lungo lo strapiombo ghiacciato, e ogni sosta è una scommessa con la vita e la morte come posta. Non mangiano e non dormono da giorni, ma prendi un po’ di carne, non riesco guarda, allora un cucchiaino di marmellata, va là, mandalo giù. Si imboccano come bambini malati questi ciclopi delle montagne. Sono alla base della parete, e tutto è ancora da fare, il ghiacciaio della Brenva fa paura, la neve fresca copre i crepacci. 

Il primo a morire è Vieille. Il secondo Guillaume. Si lasciano i cadaveri coperti di teli perché i corvi non ne strazino le carni. Notte, freddo, vento, neve, disorientamento, infinita stanchezza, eppure dovrebbe essere qui vicino, vedi delle luci, no, sem propi del gatt. Incastrati da un maledetto nodo si bloccano Mazeaud e Oggioni, e siamo a poche centinaia di metri dalla salvezza. Mazeaud prova a risalire per sganciarsi, ma ricade spossato. Spira anche Oggioni, delirando della sua moto. 

Sull’ultimo declivio ne restano tre, Kohlmann, Gallieni e Bonatti. Vanno un po’ a caso verso i punti più scuri, sperando sia l’agognata Capanna, ma niente. E poiché ormai é l’ora e l’impero delle tenebre, e tutto può accadere, succede che il tempo si inverte. Kohlmann smarrisce totalmente la ragione, pensa che gli altri due vogliano ucciderli, stanco com’è si ribella, li assale, in una terribile lotta disfatta. E alla fine Bonatti e Gallieni si sciolgono da lui e lo lasciano rotolare nella neve, spacciato. Quindi Kohlmann profetava, in effetti lo hanno ucciso, lui lo aveva visto in un cortocircuito temporale, ove la causa coincide con l’effetto. Ogni orrore è possibile nel manifestarsi del caos primordiale, e non ci si innalza mai così tanto senza - prima o poi - incontrarlo.

Dentro la Capanna Gamba qualcuno scavalca i corpi distesi, si infila gli scarponi e esce a pisciare. Ne ha fatta di neve. Guarda l’ora, non conviene tornare a sdraiarsi, attendiamo la sveglia generale. E se li trova davanti, Bonatti e Gallieni. Bonatti entra nel rifugio, si accendono le lampade frontali, due sono morti – dice Bonatti – due sono bloccati là in alto, uno è proprio qui fuori. Gallieni si accascia fra le braccia della sua amica guida alpina. Si vanno a cercare gli altri, si recuperano i corpi di Oggioni e Kohlmann, Mazeaud è distrutto ma vivo. 

Al mattino fu mandato un elicottero Alouette alla Gamba. Mentre scende coi superstiti nel cerchio di attesa sfibrante, dolore cieco, curiosità mondana che è la piazza di Courmayeur, salgono già – inevitabili – le polemiche, che poi divamperanno. Bonatti, per la medesima vicenda, riceverà dai transalpini la Legion d’Onore, mentre dai cisalpini – che lo ammirarono, ma non lo amarono mai – una patente di opportunismo e di incompetenza, tanto da dover fuggire dal cimiterino di Villasanta, il giorno che vi sotterrarono Oggioni, perché volevano aggredirlo. Ma delle meschinità, che fan da triste corteggio ad ogni grande impresa, ora non voglio dire.

Voglio invece dire delle tre donne. Bianca, la donna di Bonatti, Gianna, la donna di Gallieni, e Dany, la donna di Mazeaud. Dei loro primi abbracci, in cui chi non doveva piangere pianse, e chi doveva non versò una lacrima, perché ben più ripide del pilone maledetto e incantato sono le muraglie del cuore, e quando ci si sporge su di esse non si può e non si deve capirci più niente. Ma Bonatti disse: Ci siamo salvati solo noi tre: Mazeaud, Gallieni ed io. Gli unici che avevano una donna e un amore ad aspettarli

C mi ricorda di Guillaumet. Vado a riprendere il racconto che ne fa Saint-Exupéry in Terre des Hommes. E’ un pilota che precipita sulle Ande, in pieno inverno. E che sopravvisse, camminando notti e giorni nella neve e nel gelo, quando tutti, tutti ormai lo davano per morto. E anche lui si dette per morto. Non ce la faceva più. Ma c’era un amore ad aspettarlo. «”Pensavo a mia moglie. La mia polizza di assicurazione le avrebbe risparmiato la miseria. Sì, ma le assicurazioni…” In caso di scomparsa, c’è una mora di quattro anni per la morte legale. Questo particolare ti si presentò abbagliante, cancellando le altre immagini. Ora, tu eri steso bocconi su un ripido pendio di neve. Il tuo corpo, col sopraggiungere dell’estate, sarebbe rotolato assieme alla fanghiglia verso uno dei mille crepacci delle Ande. Lo sapevi. Ma sapevi pure che una roccia emergeva, davanti a te, a cinquanta metri: “Ho pensato: se mi rialzo, forse posso raggiungerla; e, se addosso il mio corpo contro la pietra, in estate lo ritroveranno”. Una volta in piedi, camminasti per due notti e tre giorni.» E scrive ancora: «”Nella neve si perde totalmente l’istinto di conservazione. Dopo due, tre, quattro giorni che si cammina, non si desidera più altro che il sonno. Lo desideravo. Ma mi dicevo: mia moglie, se mi crede vivo, mi crede in cammino; i compagni mi credono in cammino, hanno fiducia in me, tutti quanti; e se non cammino sono un mascalzone.”»

Per farti andare avanti ci vuole qualcuno che sai che pensa: Se è vivo, sta camminando, sta venendo qui. Qualcuno davanti al cui amore devi rispondere, altrimenti sei un mascalzone, e forse da questo universa Lex pendet et Prophetae. Mi vengono in mente le innumerevoli ‘piazze di Courmayeur’ che sono le sale di attesa delle rianimazioni e dei reparti tragici, nelle quali ciò che si attende è l’esito delle imprese dei poveri esploratori obbligati del dolore, appesi come sono alla più vertiginosa verticalità che è un letto, quel letto  [classificazione: Azienda Sanitaria Locale: ASL numero X della città Tale; Presidio Ospedaliero: Policlinico Tale; Dipartimento: Emergenza e Accettazione; Unità Operativa Complessa: Rianimazione e Terapia Intensiva; Padiglione: Talaltro; Letto: Letto numero Y, tanto per dire che potrebbe essere così]. Poveri esploratori che se ne vanno tanto lontano, equipaggiati non con tessuti tecnici colorati ma con un pigiamino mesto di flanella magari bordò, e il bianco della neve è il bianco dei lenzuoli, ma il pallore e il rossore dei volti è il medesimo; e non sono legati a corde e a moschettoni, ma a cannule di fleboclisi e ad elettrodi, e le tempeste sono le febbri, gli arresti, gli edemi, ma identico è l’ansimare; e i compagni, ah i compagni li senti gemere e lottare accanto, proprio come in parete; e i bollettini meteo sono le analisi che arrivano, le tac, le lastre; e i soccorritori sono vestiti di camici bianchi o verdi o azzurri, ma uguale è il tentativo trepidante degli amici e dei parenti di decifrare una speranza nell’espressione dei loro volti. Anche Bonatti, che mai fu malato, dovette ormai piuttosto anziano affrontare quella terribile ascesa. Rossana, che gli fu accanto per trentacinque anni, lei che fu pin up e interpretò Nausicaa e Elena nei film sword and sandal, surclassando Liz Taylor e Ava Gardner, lei che la prima volta gli dette appuntamento all’Ara Coeli e lui andò all’Altare della Patria, e che razza di esploratore sei che non trovi l’Ara Coeli – gli disse – che razza di esploratore sei se non mi trovi, e lui fu perso e preso che neanche sul Petit Dru, ecco Rossana in quell'occasione fu mandata via perché non era ufficialmente la moglie, tantum potuit ius suadere malorum, perché non credo che la religio quella volta c’entrasse. Ma nessuno poteva aspettarlo nella piazza di Courmayeur sala d’attesa. E allora Bonatti, anziché scendere, salì ancora più in alto.



martedì 27 maggio 2014

L'ultima lezione di Teologia

Era un mite dopopranzo quando, nel 1998, sono salito per la prima volta sulla cattedra di un’aula dell’Università Cattolica del Sacro Cuore per la mia prima lezione di Teologia. Fuori un sole estivo, ancora non era ottobre. Fra gli studenti, un amico e un compagno di ricerca, M, silenzioso, verticale, immobile, concentrato, con gli occhi chiusi. Come ero arrivato fino a quel punto io non lo sapevo allora, e ancora non lo so. Eppure un centinaio di studentesse e di studenti mi stavano ascoltando. Ricordo che iniziai – ex abrupto, senza neppure presentarmi, con una citazione del mio Maestro, Luigi Lombardi Vallauri, che parlava dell’etica come discendente da uno sguardo colmo di meraviglia per l’Essere.

E in una sera altrettanto mite, ieri, 2014, sono salito per l’ultima volta sulla cattedra di un’aula dell’Università Cattolica per la mia ultima lezione di Teologia. Fuori un cielo primaverile, intrecciato di nuvole e di azzurro, ancora non è giugno. Fra gli studenti, due amici e due compagni di ricerca, A e P, la prima con un sorriso dolce e gli occhi chiari e lucidi, il secondo serio e un po’ scuro in volto, attento, con suo immancabile laptop sulle ginocchia. Ho concluso con una fiaba di Karen Blixen, suggeritami da C.

Io sono forse abbastanza bravo nel nascere e nel ri-nascere, ma – quando lo faccio – generalmente mi dimentico di morire, prima. Meglio: non me ne dimentico, mi fa solo paura. Ed è per questo che ci sono in giro tanti miei fantasmi, tanti miei me che a morire non si decidono, e coloro che li incontrano pensano che sia io, e si spaventano. Chissà se uno di loro continuerà a girare fra questi ambulacri, entrando nelle aule Bisleti, Duns Scoto, Lombardo, Vito, Salvadori, Giovanni XXIII, e stupendosi di trovarci un altro, alla cattedra, che manovra una presentazione in Power Point.

Devo però dire che l’Alma Mater si era preparata bene, sfigurandosi di cantieri nelle strade adiacenti e perfino dentro, nei chiostri, avvolgendo le belle arcate di sudari bianchi. Entro nella Cappella, affidata a una Madre che anch’essa ho lasciato. Suonano le otto le campane di sant’Ambrogio. Ecco, ecco, entro in aula, è proprio oggi, è proprio ora la mia ultima volta.

Questa non è la prima ultima lezione, ne avevo fatto precedentemente un’altra ‘ultima’ (del corso triennale), e una carissima studentessa si è presa la briga di – come si dice in linguaggio studentesco – sbobinarla, ed è grazie a lei che posso ora trascriverla qui. Incontro proprio lei nell’ambulacro, la ringrazio, le chiedo se per caso volesse assistere all’ultima-ultima lezione. Si schermisce, dice di no.
Quel che segue è – più o meno – il testo della mia ultima lezione.

***
Cari, io vi auguro che la persona che incontrerete come docente di teologia, magari nel corso  della Laurea Specialistica, sia molto differente da me: che per esempio sia più sistematico, più tradizionalmente teologico, più responsabile, perché questo corso ha avuto, per il modo in cui lo svolto, la grande limitazione di non avervi dato una struttura. Abbiamo fatto come surf su delle onde, delle parole, dei climi interiori o concettuali, in particolare il desiderio, ma anche altri. Io mi auguro che chi mi succederà potrà dire la teologia non è solo questo: che è anche sistema, è anche pensiero chiaro e distinto, è anche – nel caso di questo Corso di Teologia Morale a Economia – l’analisi e il commento dei documenti della Dottrina Sociale della Chiesa. Io ho preferito un altro stile e in un certo senso ho potuto permettermelo, forse anche perché è l’ultimo corso di Teologia che terrò in questo Ateneo. Abbiamo aperto dei sentieri che poi non abbiamo percorso, dei sentieri interrotti, Holzwege, come direbbe Heidegger. Come avremmo potuto completarne anche uno solo? Ho potuto segnalarne l’inizio, poi a ciascuno di voi starà il desiderio, la voglia, la responsabilità, l’intraprendenza nell’inoltrarsi almeno in uno di essi.

Ora io sento il bisogno di dirvi delle ultime cose concernenti l’esistenza umana e quindi anche l’etica. Vi chiedo in anticipo perdono se queste cose avranno un tono forse un po’ enfatico, un po’ patetico però sono come gli ultimi consigli che uno sente di dover dare prima di andar via, prima prendere commiato, prima di dirsi ad Dio

Ecco, prima di congedarmi da voi io vorrei dirvi una cosa fondamentale: una verità che tutti sanno, banale, però ce lo siamo detti spesso: una cosa è sapere e un’altra realizzare . La verità è questa: c’è un aspetto tragico nell'esistenza: la vita si può mancare. Accade, non è qualcosa di fragoroso, di eclatante, non succedono delle cose particolari, degli eventi straordinari. La vita si manca in modo impercettibile ed è quasi una cospirazione (scriveva Rilke: Tutto cospira a tacere di noi) a cui la società collabora perché è nel suo interesse, è l’interesse di quella rete di poteri il non avere dinanzi, di fronte, di rimpetto, delle esistenze compiute, delle vite riuscite, ma delle disperate  machines désirantes, secondo la bella espressione di Deleuze. Sì, la vita si può mancare, e non ci sono sintomi particolari, non viene una grande febbre, non sopraggiungono dei grandi dolori per cui uno non può non accorgersi di star male (sto parlando evidentemente di dolori anche psicologici). Semplicemente, a poco a poco, impercettibilmente, si chiudono dei varchi, degli squarci, e alla fine la realtà diventa una specie di scontatezza. In queste condizioni, quando tutto è così, quando non ci sono più ferite, come se l’esistenza non avesse nessun taglio (non ci sono più tagli come quelli sulla tela di Fontana), quando c’è una specie di compattezza omogenea color pastello tutto intorno a noi, anche se non ci succede niente di straordinario, niente di particolarmente devastante, la vita è lentamente mancata e giunge alla sua fine in un sospiro. E’ drammatico: sarebbe meglio, per una vita così, subire uno sconvolgimento terribile, una malattia, una perdita, una disgrazia, l’imminenza della morte, sì, della morte, perché è l’unica possibilità rimasta per avere un sussulto di vita. Io ne conosco tante di queste vite, vite che silenziosamente si stanno mancando, si stanno chiudendo, esprimono null’altro che una banalità che non incontra più abissi, picchi, spaventi, terrori, amori, fascinazioni, i misteri, gli slanci, le passioni. 

Progressivamente scompaiono tutte queste cose che hanno il potere di condurre l’uomo fuori dal proprio ovile banale dentro cui si innesta la terribile ritualità quotidiana dell’abitudine (che cosa sono infatti le abitudini – così diverse dalla disciplina per esempio monastica - se non dei riti rassicuranti che servono a rendere tollerabile la banalizzazione dell’esistenza?) e alla fine uno non se ne accorge nemmeno più: la grande promessa che è una vita, ogni vita, ogni giovinezza, non viene mantenuta, finisce così. 

Quando ho iniziato a insegnare teologia avevo a che fare con persone molto giovani, con ragazze e ragazzi appena ventenni, al primo anno di università. Una delle cose che proponevo loro di fare era la cosiddetta time capsule. Chiedevo: Vi interesserebbe sentir parlare di un morto? Generalmente mi guardavano stupiti e annuivano, confidando probabilmente in un’iniziazione all’occulto. Ma io dicevo: “Oh, è abbastanza semplice: prendete un foglio di carta e scrivete una lettera a voi stessi in cui dite con verità quali sono i vostri desideri, le vostre aspettative, i vostri sogni, i vostri slanci, le vostre passioni, ciò in cui credete, ciò che temete; poi prendete questa lettera, la mettete dentro un guscio resistente e la seppellite sotto una quercia: però dovete tentare di dimenticarla.  Dovreste avere uno strumento che trent’anni dopo vi ricordasse di andare a disseppellire questo tesoro. I ragazzi avevano 22 anni, e io mi immaginavo un 52enne che andava davvero sotto quella quercia a scavare, che davvero tirava fuori la lettera e sentiva parlare un morto, perché quel ventiduenne non c’è più, è veramente morto. Potrebbe essere scioccante, incredibile: Eppure ero io! sono irriconoscibile! dove sono andato? Questa è la prova del fatto che l’esistenza si può mancare. Ah certamente, uno può invece trovarsi a dire: Ero un ragazzetto sciocco, ero un’ochetta da nulla a 18 anni e adesso che ne ho 60 sono Premio Nobel per la medicina! Credo che sia più raro mi permetto di dire che è più raro, ma è anche possibile. In generale c’è una specie di enorme promessa che quasi mai viene mantenuta e la vita è questo quotidiano non mantenere, questo inconsapevole scivolamento nel tepore della scontatezza. Dice l’Apocalisse di san Giovanni: Tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca (3, 15b-16). Dio sembra più vicino a chi si perde del tutto che con la banalità del bene. La vita perduta è diversa, e preferibile, rispetto alla vita mancata, anche all’interno della cornice cristiana. Quando Gesù dice: Le prostitute e i pubblicani vi precedono nel regno di Dio (Mt 21), non credo che stia facendo un’iperbole, un paradosso, credo che stia descrivendo una verità,  e cioè che la vita perduta è preferibile alla  vita mancata e che il rischio mortale, il peccato mortale, non è quel clamoroso abisso del male in cui si cade, e da cui quasi irresistibilmente Dio è mosso per recuperarci, come la pecora perduta per cui si lasciano tutte le altre. Tutti ricordate la celebre parabola dei due figli (Lc 15) in cui è descritto l’itinerario di una vita perduta: il figlio uccide simbolicamente il padre, chiedendogli appunto la parte di eredità e sperpera quei beni vivendo dissolutamente. Ma quando torna il padre gli va incontro e lo abbraccia, lo riveste, gli mette l’anello al dito e i sandali ai piedi e uccide per lui il vitello ingrassato. Con ciò suscita l’invidia dell’altro fratello che non si è perduto, ma ha mancato la vita. Ha chiesto al padre solo un capretto per una festicciola con gli amici a casa del papà, una trasgressioncina controllata, moderata, assicurata. E quindi, no, non gli viene dato neppure quel capretto. Il peccato del figlio maggiore è l’accontentarsi di poco, di non rischiare la vita perdendola per ritrovarla, di ritornare carico di esperienze per l’abbraccio rigeneratore. 

Beninteso, questa non è un’esortazione all’immoralità. Non è solo la vita perduta che si differenzia dalla vita mancata. C’è anche la vita riuscita: e la vita riuscita è quella  capace di integrare queste dimensioni non domestiche dentro una cornice armonica,  di trasformare quei suoni possenti e delicati di corno, di violino, di timpani ,in una sinfonia è per questo che tutte le sapienze, dagli stoici, ai cristiani, agli orientali, a Goethe, parlano della necessità di fare questo con la propria vita. Perché certamente, il talento nessuno se lo può dare, è un dono immeritato (ricordiamo il Mozart di Amadeus?), inutile pretendere che io diventi un musicista o un calciatore, posso appena essere un ascoltatore di musica o un tifoso, perché questi talenti io non li ho. Ma fare della propria vita un’opera d’arte, questo è compito di tutti. Sono stati messi a punto proprio degli esercizi, delle strategie per far sì che il rischio della rimarginazione del tessuto della realtà - perché il rischio che corriamo è che le ferite si rimarginino e non lascino più intravedere ciò che c’è dentro e dietro -  sia meno grave meno possibile.

Ci sono tanti antidoti: uno per esempio è decidere di frequentare ogni tanto gli abissi e guardarli. A partire dall’abisso per eccellenza, che è il divino.

Una volta ho paragonato Dio alla vetta di una montagna, e le religioni ai campi base che stanno alle pendici di questa montagna.  Vorrei provare a darvi un’altra immagine, visto che siete tutti invitati – tra qualche giorno – a un tè filosofico (o meglio tèologico).  Dio è come il tè. Bere il tè dalla teiera è difficile perché ci si ustiona: c’è bisogno di una coppa. I cammini spirituali, le religioni, sono come queste coppe: esse servono a bere il tè, possono essere coppe più meno adeguate, più o meno belle, più o meno decorate, perfino più o meno pulite, ma hanno la funzione di rendere accessibile ciò che per sua propria natura è inaccessibile. Se qualcuno vuole avvicinarsi direttamente alla teiera può provare: meglio che si ustioni piuttosto che rinunci a bere. Le religioni sono quel mezzo a volte inadeguato che consente di nutrirsi di ciò che di per sé sarebbe inavvicinabile. Il divino è l’inavvicinabile per eccellenza ma dentro una coppa può essere perfino bevuto. Quanto alla coppa fate voi, non credo che il divino se ne preoccupi poi tanto, può anche venire il momento in cui questa coppa può e deve venir gettata via, non è impossibile, però prima di gettare ciò che vi consente di avvicinare l’inavvicinabile ci penserei un po’.  

Tornando alla montagna, io vi auguro di trovare una buona Guida, un buon Maestro, perché la salita non è facile e ci sono molte insidie. Almeno qualche compagno di cordata cercate di averlo. Le amicizie nate per la ricerca, non quindi in un semplice intrecciarsi di sentimenti e di affinità – le amicizie nate perché si riconosce l’altro come qualcuno che condivide questa aspirazione verso il compimento della vita, ecco, queste amicizie sono un vero antidoto, perché se uno è da solo, lo abbiamo visto, non si accorge, ma dentro un’amicizia se sono spossato c’è un altro che mi aiuta e che mi solleva, e io sono responsabile dei miei compagni di ricerca, e loro sono responsabili di me.

Un altro suggerimento è quello di cambiare ogni tanto cielo:  non solo in senso geografico, certo.  Però è vero che più spesso uno viaggia anche fisicamente, e incontra altri pianeti e altri mondi, culturali ma anche geografici, meno probabile è che tutto si richiuda nel banale. Se potete fate alpinismo, fate navigazione solitaria, tuffatevi dalle scogliere, fate anche delle cose bizzarre, eccentriche, strane, siate dei risk takers, prendetevi dei rischi: anche questa è una strategia. Siamo la società del fattore-di-protezione-50 e dell’assicurazione e della legge 626. 

Un'altra cosa è esser pronti a rispondere quando si è visitati da un’occasione. Spesso esiste una falsa idea di responsabilità, una responsabilità rispetto alla propria banalità e non rispetto alla propria profondità. Dico di no a ciò che potrebbe trasformarmi perché devo studiare, laurearmi, sposarmi, lavorare, guadagnare, fino a che ormai, fino a che – come dice Silvano Petrosino – ora-mai.  Questa è una falsa responsabilità e un inganno e il suggerimento è quello di essere preparati a cogliere questi momenti di visitazione, quando qualcosa di più grande bussa alla porta dell’esistenza. Molti hanno vissuto assieme a Gesù, e neppure se ne sono accorti. A volte Lui irrompe a porte chiuse, sfonda la porta, ti strappa al meschino, come si vede nella vocazione di san Matteo del Caravaggio o al male, come nel disarcionamento di san Paolo dello stesso autore. Ma è preferibile essere pronti ad aprirla, quella porta. A dire: eccomi, come il padre Abramo. Anche se la salvezza non viene, voglio esserne degno a ogni istante – scrive l’ebreo Kafka. Meglio essere pronti ad accogliere la visita del mistero, che chiama ad andare dove non è dato sapere. Se lo si sa già, non partite nemmeno, non accettate viaggi con destinazione precostituita, non sono viaggi, sono anelli, e arrivi dove sei partito. 

Per concludere vorrei leggervi una fiaba della scrittrice danese Karen Blixen.
Un uomo viveva in una casupola tonda [disegno un cerchio sulla lavagna] con una finestra tonda [disegno un cerchietto dentro il cerchio più grande] e un giardinetto a triangolo [lo disegno]. Non lontano da quella casupola c’era uno stagno pieno di pesci [lo disegno, i pesci come piccoli trattini dentro una figura oblunga]. Una notte l’uomo fu svegliato da un rumore tremendo e uscì di casa per vedere cosa fosse accaduto. E nel buio si diresse subito verso lo stagno. Prima l’uomo corse verso sud [secondo le indicazioni della Blixen io disegno le strade percorse dall’uomo sulla lavagna mentre leggo], ma inciampò in un gran pietrone nel mezzo della strada; poi, dopo pochi passi, cadde in un fosso; si levò; cadde in un altro fosso, si levò, cadde in un terzo fosso e per la terza volta si rimise in piedi. Allora capì di essersi sbagliato e rifece di corsa la strada verso nord. Ma ecco che gli parve di nuovo di sentire il rumore a sud e si buttò a correre in quella direzione. Prima inciampò in un gran pietrone nel bel mezzo della strada, poi dopo pochi passi si levò, cadde in un fosso, si levò, cadde in un altro fosso, si levò, cadde in un terzo fosso e per la terza volta si rimise in piedi. Il rumore, ora lo avvertiva distintamente, proveniva dall’argine dello stagno. Si precipitò e vide che avevan fatto un grande buco, da cui usciva tutta l’acqua insieme con i pesci [disegno il fluire dell’acqua con i pesci con lunghi tratti di gesso]. Si mise subito al lavoro per tappare la falla, e solo quando ebbe finito se ne tornò a letto. La mattina dipoi affacciandosi alla finestrella tonda, che vide? Una cicogna! Son contenta – commenta la Blixen, e lo leggo – che mi abbiano raccontato questa fiaba. Al momento giusto mi sarà d’aiuto. L’avevano imbrogliato, l’ometto, e gli avevano messo tra i piedi tutti quegli ostacoli: “Quanto mi toccherà correre su e giù?” si sarà detto. “Che nottata di disdetta!” E si sarà chiesto il perché di tante tribolazioni: non lo poteva sapere davvero che quel perché era una cicogna. Ma con tutto ciò non perse mai di vista il suo proposito, non ci fu verso che cambiasse idea e se ne tornasse a casa, tenne duro fino in fondo. Ed ebbe la sua ricompensa: la mattina dopo vide la cicogna. Che bella risata si dovette fare. Questo buco dove mi muovo appena, questa fossa buia in cui giaccio, è forse il tallone di un uccello? Quando il disegno della mia vita sarà completo, vedrò, o altri vedranno, una cicogna? ‘Infandum, Regina, jubes renovare dolorem’. Troia in fiamme, sette anni di esilio, tredici navi perdute. E il risultato? Eleganza insuperabile, imponenza maestosa, e tenerezza toccante. A leggere il secondo paragrafo del Credo cristiano, c’è da restare perplessi: fu crocifisso, morto e sepolto, discese all’inferno, il terzo giorno risuscitò da morte, salì al Cielo, da dove tornerà sulla terra. Quante corse su e giù, terribili come quelle dell’uomo della favola. E il risultato? Il secondo paragrafo del Credo di metà del mondo.


* * *


Solo, forse, quando sarà conclusa vedremo se la nostra vita, con le sue cadute e i suoi drammi e i suoi slanci – avrà generato un disegno compiuto. Forse Dio è un artista e usa le nostre vite come pennelli viventi per tracciare misteriosi ideogrammi che – letti dall’alto – compongono il poema umano. Il nostro compito – come quello dell’ometto della fiaba – è tener duro, è resistere, è essere responsabili dinanzi al proprio destino.

Questo è il vero viaggio dell’esistenza quel viaggio che non ha una destinazione precostituita, vissuto dentro quella attitudine fondamentale dell’essere umano che vi auguro sempre, e che si chiama avventura.


Si esce, e piove dolcemente. Infandum, Regina, iubes renovare dolorem – era la citazione dell’Eneide proposta dalla Blixen. Virgilio continua: et iam nox umida caelo / praecipitat suadentque cadentia sidera somnos, ormai scende la notte, e le stelle del tramonto invitano al sonno. Passando accanto ai cantieri provo una curiosità inedita, e sento le mani intrecciarsi dietro la schiena. Oddio, mi sto trasformando in pensionato? E’ questo il destino? P, davanti all’ingresso centrale, mi chiede spiegazioni, ma quelle che gli do non gli bastano. Sono ancora incerto – mi dice – non so se hai fatto una scelta sublime o una cazzata sublime. Rispondo che mi terrò stretto l’aggettivo. Poi andiamo al bar Magenta, A, P e io, a parlare un po’ di noi, ma senza patetismi. Io prendo un Long Island Iced Tea. Sembra tè, ma è vodka, tequila, rum, triple sec e gin: lo bevo come un simbolo e un augurio.


giovedì 3 aprile 2014

[Un anno dopo] Penthos: il Grande Canone

Non cronologicamente un anno dopo, ma liturgicamente sì. E anche quest'anno orme di sole in movimento, ma i volti delle icone risplendevano nel loro non esserci.

April 19, 2013 at 3:50pm

Della mia esperienza del Grande Canone (letto interamente nel mattutino del giovedì della quinta settimana di digiuno) fa parte anzitutto l'osservazione di una macchia rettangolare di luce, divisa da un'ombra cruciforme, il tutto generato dal sole ormai piuttosto basso, che passava dalla finestra collocata sulla parete di fondo della chiesa (esposta a nord ovest) e illuminava l'angolo nordorientale della stessa. Vedere questa macchia di luce muoversi lungo la parete, passar sotto san Serafino di Sarov e san Nicola di Myra, affrontare l'angolo,trasferirsi sull'iconostasi, incendiare l'icona della Trasfigurazione e lambire quella della Madre di Dio, donando riflessi intimi all'oro e profondità oscure allo sguardo, fino a dissolversi quasi all'improvviso nel grigioazzurrino del tramonto primaverile. Stava a significare, per chi la guardava, la rotazione lenta e inarrestabile del pianeta, carezzata dall'immobilità solare. Stava a significare il trascorrere di un tempo considerevole, durante il quale due chierici hanno cantato la forza poetica di queste nove Odi (e dici che bello sarebbe udirle in greco, con la forza della metrica e delle rime), mentre assieme a un gruppo di fedeli molte molte molte volte si sono inchinati fino a terra e prosternati in silenzio.

C'è un esercizio presente in quasi tutti i corsi di autostima di matrice americana: consiste nel porsi davanti a uno specchio e compiacersi di sé. Dirsi cose tipo: "you are amazing, you are good enough, you are a beautiful and wonderful person". Ecco, il Grande Canone è esattamente l'opposto. Davanti allo specchio dell'umanità perfetta del Cristo (eschatos Adam), davanti al purissimo splendore della Vergine, davanti alla trasformazione drammatica della donna di fuoco, nudità e deserto Maria Egiziaca, medianti le parole di incredibile bellezza del monaco di san Saba Andrea, futuro vescovo di Creta, ti viene fatto capire senza mezze misure che non sei affatto amazing, che non sei proprio good enough, e che sei tutt'altro che beautiful e wonderful. Nondimeno (anzi: proprio grazie a questo) alla fine ti senti in pace e libero come raramente ti accade.

Strofa dopo strofa, tropario dopo tropario, con incedere incessante, con spregiudicata spietatezza, con terribile lucidità Andrea raccoglie frammenti di storia sacra e te li pone fra le mani, e a volte sono taglienti come lame, a volte così ardenti da ustionare, a volte così spaventosi, a volte così commoventi. Ti è chiesto di comporre con questi pezzi uno specchio, e la tua immagine, che vedi a poco a poco formarsi, ti toglie il fiato. Non hai speranza. Eppure.

Adamo il progenitore, Caino il fratricida, Lamech autore del terribile canto della vendetta, l'umanità sommersa dal diluvio, Cam il parricida mediante il disonore, Esaù che svende la benedizione, Ruben l'incestuoso, i figli di Giacobbe che vendono il fratello, Efraim la tribù idolatra, Davide assassino e adultero, Salomone che preferisce le meretrici alla Divina Sapienza, Roboamo, Geroboamo, Acab, Ghiezi il bramoso servo di Eliseo, Ozia il sacrilego, colpito dalla lebbra. Questi i pezzi dello specchio: li vedi bene? Eppure tu - dice con crudo realismo Andrea di Creta - sei molto peggio. Guardati in loro e te ne accorgi.

Allora ti afferri al filo di speranza che ogni tanto affiora in quel guazzabuglio ingarbugliato di umanità ferita e colpevole. Un filo fatto di lacrime, di ripensamento, di lasciar-la-presa, e di lacrime, di cambiare strada, di chieder perdono, di combattimento, e di lacrime e di lacrime e di lacrime. "Penthos", il Grande Canone è detto di 'compunzione',  traduzione appunto di penthos, parola di origine medica, che vuol dire dolore acuto, e sensazione di mancanza di qualcosa di vitale. Penthos, che appartiene al medesimo campo semantico di pathos, e di paskhein, da cui alcuni Padri, maestri di creatività etimologica, hanno fatto derivare - pensando all'agnello immolato - 'Pasqua'.

Poi esci, e pensi che - anche se avrai dimenticato le parole - quelle tue prostrazioni nella sera saranno qualcosa che potrai ricordare, quando ti troverai davanti alla terribile Bellezza, e le ginocchia ti si piegheranno per il timore.

[nella fotografia: Sky Window, installazione permanente, Villa Panza di Biumo a Varese, 1976. Ambiente adatto alla ricerca di un 'penthos' cosmico e apofatico']




giovedì 20 marzo 2014

Finimondi di fuoco

La sala dedicata a Giuseppe Verdi - nel Conservatorio di Milano - è immensa vista dal palco. Si innalza sul fondo come un'onda azzurra di poltroncine che sembra quasi travolgerti. In questa stessa sala, seduto su uno di quegli stessi sedili, tanti anni fa - così tanti che quanti neppure ricordo - ho veduto otto dervisci appartenenti all'Ordine fondato dal Poeta, dall'Innamorato, dal Mistico Sufi Jalāl al-Dīn Rūmī celebrare il loro rito d'estasi e di incanto. Verticali, immobili, incappati di nero, un copricapo rigido e conico a simboleggiare la pietra del sepolcro: così essi si sono mostrati sul palco - dove io ora mi trovo - i dervisci della confraternita Mawlawiyya. Vicino a loro un Padre, un Anziano, un Maestro. Lentamente, uno dopo l'altro, gli otto si sono recati da lui, gli hanno baciato la mano e la spalla sinistra, si sono tolti il mantello, rimanendo con un bianco corsetto aderente sul torso, ma che diventava largo come una gonna a pieghe appena sotto la vita, e pantaloni bianchi.  Poi han cominciato a ruotare sul proprio asse, prima adagio, come pensosi, poi lentamente-e-improvvisamente (possono stare insieme, sì, come anche danza-e- immobilità, come Dio-e-uomo) aprivano le braccia con il palmo della destra rivolto verso il cielo e quello della sinistra verso la terra, inclinavano docilmente il capo su una spalla, la rotazione si faceva rapida, i volti assorti, gli abiti si aprivano come corolle di fiori. Gli uomini-pianeta per decine di minuti orbitarono attorno all'invisibile Sole che è il-Dio, o piuttosto l'-Amore, al batticuore di un tamburo. Si capiva che non erano più nel corpo, quello era abbandonato al cosmo dove tutto ruota. In una segreta cella dello spirito essi ricevevano la visita dell'Amore. Corteggiavano il jadhb, il fanāʾ, l'estinzione, la theiosis, il nirvana. Ma fu lo stesso Amore che d'un tratto - e da un altro imprevedibile versante - levò la sua voce struggente: il ney, flauto dal suono che non si dimentica mai, li chiamò da lontano: fu l'amore dell'anima - così differente da quello dello spirito - che li fece tornare nel corpo, nel mondo, nella vita-e-morte. Lentamente-e-improvvisamente la rotazione si concluse.

Adesso sul palco ci siamo noi. A, B, e io. Le nostre pietre sepolcrali - i nostri indigeribili "sassi", come direbbe A - ce li portiamo chiusi dentro. Non abbiamo il conforto di rappresentarli in un cappello da far vorticare. E la dolce e forte A adesso proverà a  mostrarli con le parole, davanti all'onda di poltroncine che ora è diventata multicolore e travolgente di giovinezza di ragazzi e di ragazze delle scuole superiori di Milano.

Ci ha portato lì una giovane suora dai modi semplici, concreti, sbrigativi. Pochi direbbero che questa donna velata è cintura nera di judo, che ha passato infinito tempo a piedi nudi sulla pedana, tra leve e strangolamenti, e che non è andata alle Olimpiadi solo perché all'epoca il judo femminile non era specialità olimpica. Nessuno lo direbbe. Nondimeno è così. In quell'abito dimesso, scontato, color navy blue, col piccolo velo, con le calze spesse, le scarpe col leggerissimo tacco, insomma in quell’abito così da suora, c'è un corpo che ha volteggiato come un derviscio, pur dentro una diversa danza. E chissà quale judo pratica ora, ora che porta sul petto un crocifisso di metallo decorato con due cuori sbalzati: l'uno - dell'Amato - ardente e spinoso come il roveto di Mosè che rivelo il Nome che neppure Dio sa pronunciare; l'altro - il proprio - teneramente trafitto da una freccia, come quelli che gli innamorati delle storielle romantiche incidono sulle scorze degli alberi. Chissà quali leve, quali strangolamenti, quando - esausta di azione e di missione - in una cappella disadorna, l'Angelo la chiama ancora alla lotta di Giacobbe.

Nel mio intervento mi accade di parlare del fuoco: del fuoco come mediatore. Propongo la fantasia di due sconosciuti che si trovano davanti a un camino acceso. Essi silenziosamente guardano la legna. E cosa ‘fa’ la legna? Brucia. Illumina (rispettando però le ombre). Riscalda (rispettando però il freddo che, non vinto, ti tocca un po’ le spalle). Emette quei rumoretti graziosi, quegli scoppiettii, quei crepitii, il rumore del fuoco che un sondaggio inglese dichiara essere il sesto rumore più amato dopo le onde sulle rocce, la pioggia sulle finestre, i passi sulla neve, il riso dei bimbi e il canto degli uccelli (quanto affidabile sia tale sondaggio, o quanto affidabili siano gli inglesi testati, non so, dal momento che al 15° posto c’è il bacon che frigge, al 24° lo scoppio degli avvolgimenti a bolle, al 27° l’urlo della gente sull’ottovolante, al 29° la mazza da cricket che colpisce una palla da cricket, al 40° il tagliaerba, al 45° la metropolitana e al 47° il coro degli hooligans allo stadio; ma insomma). Insomma il fuoco non fa praticamente niente se non essere fuoco. E i due sconosciuti sentono affiorare intimità profonde finora mai condivise, e le condividono in questa occasione, grazie a quel fuoco che non lo saprà mai, visto che neppure conosce la sua stessa esistenza (forse). E' uno degli esempi che propongo più spesso quando voglio spiegare come i mediatori umani debbano imparare da quelli naturali a essere silenziosi, senza ego, ma densi di "presenza".

L'incontro finisce, l'onda di giovani vite si sparpaglia. Viene da me un uomo robusto che indossa l'uniforme verde dei Vigili del Fuoco, la pelle scura, lo sguardo luminoso. Fa parte del personale che per l'occasione ha prestato servizio al Conservatorio. Mi dice: "Sa, quel che lei ha detto sul fuoco mi ha molto colpito...". Penso ovviamente che si riferisca alla sua professione, e sorrido, ma lui continua: "Se lei mi permette, la userò nei sermoni." Lo guardo, sbalordito. "Sono un Pastore. Di una Chiesa Evangelica. Sì, faccio il pompiere, mi rendo conto anche io che è strano, la mia professione è spegnere, controllare il fuoco, regolarlo, mentre io desidererei che divampasse. Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso! ". Gli dico che non mi sembra affatto casuale questa familiarità con il fuoco, materiale e spirituale,:spegnere quello che distrugge, accendere quello che vivifica. "Sì certo. Ma soprattutto fare il Vigile del Fuoco è esser disposti a dare la vita".

Penso a queste vite. Agli otto dervisci tourneurs della mia memoria. Alla suora cintura nera, chiamata un giorno sul tatami da un terribile Sfidante. Al Pastore pompiere che mi ha fatto ricordare Bloy: Enfin quelques journaux racontèrent la panique histoire d'un 'inconnu', accouru avec cinquante mille curieux, qui s'était précipité, on ne savait combien de fois, dans le volcan, ramenant surtout des femmes et des enfants, arrachant à la Justice éternelle un nombre incroyable d'imbéciles, semblable à un bon pirate ou à un démon pour qui c'eut été un rafraîchissement de se baigner au milieu des flammes, et qui avait fini par y rester, comme dans "la maison de son Dieu". Quelqu'un prétendit l'avoir aperçu, la dernière fois, au centre d'un tourbillon, brûlant immobile et 'le bras croisés...

Penso dunque a queste vite. E alla mia. Che secondo l'ordine della natura volge al tramonto. Se una vita media fosse un giorno, per dire, dalle 7 alle 22, io sarei giunto alle 17.30. Se fosse d'inverno, addirittura, il sole sarebbe già tramontato.

E se l'-Amore venisse a far rotolare la pietra del sepolcro, Lazare veni foras, o meglio, se tirasse fuori la pietra del cuore e la mutasse in carne palpitante e infiammata, se squarciasse i veli, se sfondasse i muri, se facesse crollare le colonne, i templi, gli idoli, se mi guardasse ancora una volta, una volta sola, e mi facesse vorticare in estasi, e non per praticare una via, un’ascesi, una disciplina, ma proprio perché l’-Amore è tale che il corpo non si tiene, oh se mi trascinasse, derviscio straccione, vestito di lana grezza e il sudario a cingermi la fronte, solo, a baciare i Suoi passi.


Ho bisogno di un amante che / quando si levi / produca finimondi di fuoco / da ogni parte del mondo! / Voglio un cuore come inferno / che soffochi il fuoco dell'inferno /  sconvolga duecento mari / e non rifugga dalle onde. (Jalāl al-Dīn Rūmī)


lunedì 10 febbraio 2014

[Un anno dopo] Nevicata bianca: il Papa diventi monaco



11 Febbraio 2013, ore 2.32pm

Un'umida corrente giunge dall'Atlantico, e incontra i gelidi venti polari. Nevica fitto su Milano, e il vento spinge i fiocchi sui vetri delle finestre. Benedetto XVI si dimette. Nevicata bianca. Un'altra perturbazione occidentale inquietava questi cieli in quell'aprile del 2005, e un temporale si scatenava sulla città, mentre in una Roma grigia un fragile professore tedesco, appena vestito dei panni lasciati dal gigante polacco, si presentava al balcone della grande basilica come l'umile operaio della vigna del Signore. Fumata bianca.

Si scatenano i giornali, i siti. Televisioni e radio si contendono vaticanisti illustri, merce ora mediaticamente pregiata. Le Cancellerie mondiali rilasciano dichiarazioni infelucate. I social network schiumano di banalità, stupidaggini, ironie anche molto divertenti, presagi apocalittici. Morto un Papa se ne fa un altro, ma dimesso un Papa se ne fa un altro? Oppure il cadavere vivente che torna a vestirsi di nero sarà un'angoscia eccessiva per il neoeletto?

Io ho in mente alcuni ricordi. Ratisbona, e il terribile incontro scontro con l'Islam. Le sue occhiaie nere, scavate da un dolore che nessuno conosce interamente. La sua caduta silenziosa, quando una folle ragazza svizzera volle abbracciarlo, in mezzo alla basilica di san Pietro come un grande vecchissimo abete.  Il suo piegare il capo verso il Mihrab nella moschea blu.  La difesa accanita della ragione, povero dolcissimo professore teutone, 'ammalato' - come direbbe forse Umberto Eco - 'di clavicembalo ben temperato', mentre la postmodernità svelava un cosmo differente, liquido, anche se attraversato da strani bagliori. Il dolore degli scandali del clero. Il suo giungere le mani - come sottolineava qualche tempo fa un amico monaco - un po' orientale, un po' indobuddista, quando doveva salutare o rendere omaggio. Le carte sottratte, gli intrighi di curia, i corvi, i processi e le prigioni in Vaticano. Wojtila aveva l'attentatore turco, il feroce assassino, il Lupo Grigio, da visitare e perdonare, lui solo il molle ragazzone maggiordomo che rovistava nei cassetti. Otto anni come ricoperti di un mantello di inquietudine e di indecifrabilità.

E ora questo vecchio professore spiazza il mondo. Perfino la turbinante postmodernità tace e si siede ai piedi del Maestro. Con poche parole in un latino austerissimo, Benedetto ritorna Giuseppe, Giuseppe il sognatore, Giuseppe il fanciullo - with the amazing technicolor dreamcoat - Giuseppe lo sposo. Il vecchio ritorna bambino. Giovanni Paolo II aveva dato alla sua Chiesa lo spettacolo tragico e possente della sua malattia e agonia, Benedetto XVI dà alla sua Chiesa quello sommesso e mancafiato della sua stessa simbolica morte. 

Il piccolo Giuseppe dice di voler pregare. Mi piacerebbe che andasse in monastero. Magari in un monastero cistercense o certosino. Ora che è tornato giovane può sovrascrivere la vita, rivestirsi ancora di bianco, della bianca lana di san Bernardo o di san Bruno, stretta ai fianchi da una cintura di cuoio. Nevicata bianca, il Papa diventi monaco.

E contemporaneamente sarebbe bello che due Legati vaticani - come nel 'Die Erwaehlte' di Mann - giungessero in un monastero, dicendo a un monaco giovane che è tempo di diventare vecchio, di lasciare le dolci lane monastiche per le terribili, brucianti sete bianche e rosse della veste petrina. Un monaco diventi Papa. Ed evangelizzi il postmoderno.  Fumata bianca.


 

domenica 9 febbraio 2014

L'invenzione della ruota

Molte cose, in questi ultimi giorni, mi riportano con la mente a Firenze. Sarà forse un segno che prima o poi io debba tornarvi anche col corpo? Tornare ad abitare la vecchia casa sui tetti, con le tegole di cotto bagnate dalla pioggia, bruciate dal sole, talvolta un po’ sconnesse al mio passo di aspirante alpinista daumaliano?




Perché in questi giorni si parla tanto di quegli esperti che si sono riuniti a Ginevra, nel palazzo bianco delle Nazioni Unite, e guardatela questa immensa costruzione neoclassica, (“Aspice quales lapides et quales structurae!” Mc 13),  guardatela, ammiratela (An relinquetur lapis super lapidem qui non destruatur?), e dentro questo palazzo bianco si sono riuniti questi diciotto esperti, una signora del Ghana, una signora del Bahrain, una signora dell’Arabia Saudita, un signore della Spagna, una signora dell’Ecuador, un signore di Monaco, un signore della Slovacchia, una signora dell’Ungheria, una signora della Russia, un signore della Tunisia, un signore dell’Egitto, un signore dell’Etiopia, una signora della Malaysia, un signore del Brasile, una signora dell’Italia, una signora della Norvegia (che è la Presidente), una signora dello Sri Lanka, una signora dell’Austria. Ve le immaginate queste diciotto persone, signore e signori, nella sala luminosa del palazzo bianco, con l’aria condizionata alimentata dalle acque del lago di Ginevra, il riscaldamento con gas naturale, l’energia prodotta dal sole raccolto in pannelli fotovoltaici, le lampadine a basso consumo, e le toilette con il pulsante piccolo per quella cosa piccola e il pulsante grande per quella cosa grande (che a dire il vero ci sono anche all’autogrill di Lainate, ma io quando ci vado premo sempre il pulsante grande, perché non lo so il perché, sarà perché mi sembra comunque una cosa grande, e proprio adesso mi ricordo una frase di Andrej Siniavskij che ho letto a sedici anni e che diceva più o meno: “Depositiamo i nostri escrementi in coppe igieniche e crediamo di essere salvi”, ma sono certo che le signore e i signori esperti quando vanno alla toilette e fanno quella piccola usano proprio il pulsante piccolo), ve le immaginate queste persone nella loro sala con la moquette azzurrina, tutta calma e da cui magari si vedono le montagne, e queste persone sono il Committee on the Rights of Child. E in quei giorni (dal 13 al 31 gennaio) hanno esaminato i report del Congo, della Germania, della Santa Sede, del Portogallo, della Federazione Russa e dello Yemen. Non so come sia andata agli altri paesi (anche se certamente avranno ricevuto pure loro un documento con scritto “The Committee welcomes (si inizia sempre con le cose positive); the Committee notes; the Committee notes with regret; the Committee draws the State’s attention on; the Committee is deeply, seriously concerned, the Committee recommends; the Committee urges: così si esprimono le undici signore e i sette signori esperti), ma so più o meno come sia andata alla Santa Sede, e non le è andata proprio benissimo, come si può vedere scritto su tutti i giornali e su tutti i siti del mondo. Non starò certo qui a entrare nel dettaglio. Le undici signore e i sette signori, seduti nel loro palazzo bianco, rimproverano la Santa Sede per le carenze informative e educative rispetto alla sessualità, alla contraccezione, alla parità fra i sessi, all’aborto, ma soprattutto per gli abusi ai bambini compiuti dai sacerdoti.

Ora, lo strazio e la vergogna del prete pedofilo sono innegabili. Mia madre stessa – figlia di osti e baristi in un quartiere popolare e bellissimo di Firenze, e che quando apriva la finestra vedeva la facciata di Santa Maria Novella coi suoi marmi policromi, e le volute intarsiate di Leon Battista Alberti – mia madre mi raccontava che quando era adolescente un domenicano grasso coi capelli rossi torturava in confessione lei e le sue compagne con domande intollerabili, e io sentivo che questa esperienza l’aveva molto ferita. Infatti ora non ci va in chiesa, e non ci va a causa di tanti dolori (che poi è la ragione stessa per cui molti invece ci vanno, in chiesa, i dolori) ma tra essi forse anche quello subito a causa di queste domande insinuanti da parte di chi avrebbe dovuto solo esser tramite di un perdono.

Però, in questo momento, Dylan Farrow mi guarda con un visino dolce e imbronciato - un visino bianco bianco, che ben contrasta coi suoi capelli d’oro rosso – dal sito del New York Times. Sotto, la sua famosa lettera aperta con cui denuncia ancora una volta Woody Allen, per i suoi ripetuti abusi. “What’s your favorite Woody Allen movie? Before you answer, you should know: when I was seven years old…..”. Quando aveva sette anni Woody, il grande genio, la ha portata in una stanza della loro casa, che immagino desse su Central Park East, e le ha detto di sdraiarsi. Poi si è messo a giocare col trenino elettrico del fratello, un trenino semplice, di quelli che girano in cerchio. Poi la ha abusata, sussurandole che era una brava bambina, che sarebbero andati insieme a Parigi, che l’avrebbe fatta diventare una star nei suoi film. Lei guardava il trenino girare. “To this day, I find it difficult to look at toy trains” mi dice il visino di Dylan.

I sacerdoti abusanti certo non hanno il talento di Woody, il colpo di genio regressivo del trenino che gira e gira, no di certo, e magari neppure l’attico nell’Upper East Side di Manhattan, immagino piuttosto odori sgradevoli, un misto di cavolfiore cotto, aceto e piedi sudati, stanze squallide, crocifissi nudi sulle nude pareti, abbracci paterni che poi paterni non rimangono, ma ormai non ci si può più divincolare. E anche a me vien da pensare che il talento collochi in un certo senso al di sopra della morale, e ma non so se sia proprio giusto pensarla così. In ogni caso io credo che la pedofilia del clero sia una piaga dolorosissima ma circoscritta, non so, come quando una carie scopre un nervo, l’organismo complessivamente è sanissimo, ma il dolore è tale che gli viene da sbattere la testa contro il muro, se non da saltare proprio giù dal balcone e farla finita. Peraltro i Caschi Blu dell’ONU hanno stuprato anche loro, e vorrei sapere cosa avviene tra i funzionari dell’ONU e le tredicenni – non so – thailandesi o nigeriane, ma chissà se ci sono diciotto signore e signori che glielo dicono, all’ONU, quanto siano deeply and seriously concerned, e comunque, anche se glielo dicono, se questo viene rilanciato sui media di tutto il pianeta.

Ero partito da Firenze, e vi chiederete perché, dal momento che finora non ne ho parlato. E’ che nel documento delle diciotto signore e signori, al punto 35, c’è una preoccupazione forse minore, che è passata un po’ inosservata. The Committee is concerned sulla pratica mantenuta dell’abbandono anonimo dei bambini gestita da organizzazioni cattoliche in molti paesi attraverso l’uso delle cosiddette ‘baby boxes’. E più sotto, al punto 36, the Committee urges la Santa Sede di contribuire alla cessazione della pratica dell’abbandono dei bambini favorendo la pianificazione familiare, la salute riproduttiva, un adeguato counselling e supporto sociale per impedire gravidanze non pianificate, così come l’assistenza alle famiglie in difficoltà con l’introduzione delle confidential births negli ospedali come una misura estrema per prevenire l’abbandono e/o la morte del bambino.

Ora, sarà anche giusto, più che giusto. Ma a Firenze, quando ero bambino, li miei genitori abitavano vicino a una delle più belle piazze del mondo, la Santissima Annunziata, che era anche la mia parrocchia.  E in essa, oltre alla chiesa fondata dai sette mercanti fiorentini (mercanti, cioè ben attenti alla loro convenienza, tanto da vendere tutto per comprare la Perla di inestimabile valore; ma fiorentini, quindi progettati per perdere la testa il cuore e la vita per una Donna), c’è anche lo Spedale degli Innocenti, che è uno dei primi orfanatrofi dell’Occidente. Lo Spedale fu costruito dal Brunelleschi, che prese una misura (dieci braccia fiorentine) e con essa fece tutto, la distanza tra le colonne, l’altezza delle colonne, la larghezza del portico, il raggio delle volte, e gli venne fuori un incanto d’armonia da lasciar senza fiato. E fra arco ed arco Andrea della Robbia inserì i suoi putti, sullo sfondo di quel celeste che fu il suo sempiterno segreto. Ora, sotto questi portici si apre una feritoia, che dal 1445 al 1875 accolse neonati abbandonati. Il realismo cristiano non faceva sconti a chi si avvicinava alla ruota: un affresco – che la sovrastava – riportava in cartiglio. la frase del salmo XXVII: Pater meus et mater mea derelinquerunt me, Dominus 
autem assumpsit me (Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto). La  misericordia cristiana aveva però inventato la ruota, che invenzione la ruota, e la ruota faceva in modo che non si potesse vedere il volto di quel padre e di quella madre, il volto e i suoi colori, bianco di paura o di fame, rosso di vergogna o di febbre, livido di peste o di angoscia. Ci si avvicinava salendo le scale di pietra serena, si lasciava il fagottino – talvolta con fra le fasce un oggetto spezzato, come estrema speranza di ritrovamento, alla maniera delle antiche tessere ospitali - si suonava la campanella. Uno spedalingo accorreva, raccoglieva il bimbo e lo curava. Andava così. Veniva generalmente mandato a balia in campagna. E pare che nella seconda metà del Cinquecento si fosse già pensato all’acquisto di una vacca romagnola che dava ogni giorno quattro fiaschi di latte e alla somministrazione ai bimbi “tramite certi bicchierini fatti apposta col pippio”. E quei bimbi portavano il cognome di Innocenti, o Degli Innocenti, un povero nobilissimo blasone che li associava alla famiglia dei piccoli martiri sterminati dalla ferocia di Erode, e che inconsapevoli si offersero alla spada purché il Verbo Incarnato vivesse.



E come quella ruota, ve ne erano molte altre anche solo qui in Italia, a Milano, a Napoli, a Roma (dove Innocenzo III, Papa dal mondo onirico vivacissimo, oltre a sognare di Francesco che sosteneva il Laterano, sognò neonati gettati nel Tevere e ripescati con le reti, e subito aprì una ruota a Santo Spirito in Sassia).

Haim Baharier, nel suo recentissimo libro ‘La valigia quasi vuota’, racconta uno strano episodio. Sua suocera era stata condotta ad Auschwitz, e, assieme ai passeggeri del terribile treno, fu sottoposta a selezione, e quel giorno la selezione era presieduta dal medesimo angelo della morte, Josef Mengele. La sorellina era stata messa nella fila di quelli destinati alla morte immediata, lei in quella degli utili: e tutti ben sapevano cosa sarebbe accaduto sia degli uni che degli altri. Allora la attuale suocera di Baharier uscì dalla sua fila e andò direttamente da Mengele, dicendogli che avrebbe seguito la sorte di sua sorella, pur nella consapevolezza di quale fosse. Mengele allora le disse di portare anche la sorella nella fila dei potenziali sopravviventi. “L’irrisorio di Mengele aprì la porta a nuove generazioni, inavvertitamente”. E se il gesto dell’angelo della morte, provocato da una bimba impaurita ma ardita e “più potente dei demoni” che altroché se in quel luogo vegliavano e agivano, ha dato vita a generazioni, a nomi, a figli, a biografie, quanto più dall’irrisorio dell’abbraccio di queste ruote – dove forse erano gli angeli a vegliare - sono sprigionate stirpi, gli Innocenti, i Degl’Innocenti, i Colombo, i Diotallevi, i Proietti, e quant’altri trovatelli figli di m(ater)ignota a cui la carità della Chiesa donava non solo il nome, ma il cognome, il cibo, i panni, l’educazione, ah e non dimentichiamo gli Esposito, perché senza la Santa Casa dell’Annunziata a Napoli non ci sarebbero stati gli Esposito (esposti alla misericordia della madre di Dio), e magari neppure Roberto Esposito, filosofo della communitas.

Ora le ruote non ci sono quasi più, e nei rari casi in cui vi siano hanno dentro una culla riscaldata, assistenza sanitaria immediata, eccetera. In Italia sono usate ormai poco, in altri paesi del mondo molto di più. Perché se è vero che si può partorire in modo anonimo in ospedale, molti neonati finiscono comunque nei cassonetti, magari per timore di un rimpatrio coatto.


Ma, nel loro palazzo bianco, nella loro stanza moquettata di Ginevra (secondo Andrè Frossard il diavolo abita precisamente a Ginevra: “Mi piace” dice il demonio “questa città dalle tempie grigie, il suo getto d'acqua che non battezza nessuno, il battito sotterraneo delle sue mandibole bancarie, il lieve mormorio dei suoi orologi al quarzo, che fanno sentire alle orecchie altrimenti distratte l'impercettibile gemito del tempo ridotto alla confessione cifrata della sua lentezza e della sua vanità”), i diciotto esperti, le undici signore e i sette signori del Committee, eh, loro sono deeply concerned per questa vicenda delle ruote. Oltre che per tutte le altre cose che la Chiesa fa, meritandosi le accuse di gravi violazioni alla Convenzione sui Diritti del Fanciullo. E il Committee ha chiuso i fascicoli e lasciato la sala il 31 gennaio, il giorno in cui la Chiesa di Roma festeggia san Giovanni Bosco, sacerdote, sognatore, un po’ sciamano, educatore, fondatore dei Salesiani, grazie ai quali una moltitudine di bambini ha avuto in dono il futuro. Grazie al quale in tanti pomeriggi estivi domenicali azzurri e lunghi, all’oratorio, tanti anni fa, tanti ragazzi persi nel cortile della loro adolescenza solitaria e trasognanti il treno dei loro desideri trovavano almeno un prete per chiacchierar.

mercoledì 5 febbraio 2014

Capitale divino - Povero epicedio per Eugenio Corti, brianzolo

No, questo pezzo lo scrivo così, senza pensarci, senza rileggerlo, se vengono degli errori pazienza. E sì che stamattina ho parlato di morte. L'analista, antichissimo, aveva un funerale e ha anticipato la seduta. Gli ho detto che mi dispiaceva per la sua perdita, e lui 'Eh, alla mia età, è come il gioco degli scacchi. Rimangono sempre meno pezzi sulla scacchiera, fino a che anche il Re viene 'mattato' '. 'Se è per questo' gli dico io 'ci sono delle partite in cui il Re subisce matto in poche mosse, mentre tutti i pezzi sono ancora sul tavolo: e di solito accade per mano della Regina'. Inizia un flusso associativo che non dirò, ma che ovviamente passa dal Settimo Sigillo, e dalla nota partita a scacchi contro la morte.

Poi, tornato a casa, apprendo che ieri, in una serata brianzola piovosa, una di quelle serate brianzole scure e piovose che sono proprio così brianzole, ossia così comuni, così adatte a stordirsi di vino, a assopirsi di treno, a ammazzarsi di lavoro o a chiedere in ginocchio il senso e la verità di Tutto, in una serata brianzola che Virzì non ha mai visto, essendo così comune, Eugenio Corti è morto, a Besana Brianza, proprio magari mentre passavo io tornando dal lavoro.

Io il Cavallo Rosso - che è un Guerra e Pace italiano - non l'ho letto in Brianza. L'ho letto nella bassa milanese, nelle stanze di una vecchia cascina fatta monastero benedettino dall'energia di un vecchio monaco e di un pugno di ragazzi.. Era tanti anni fa, ancora si poteva stare nelle grandi stanze adibite a celle, e in ogni cella c'era un Congdon, e la cosa strana e bella è che non è che c'era solo un Congdon in ogni stanza, ma se andavi in cappella c'era proprio Congdon, il grande artista, coi suoi occhi luminosi, e lo potevi salutare, e ti sorrideva, parlarci non tanto perché era molto silenzioso. Un mio amico, uno dei più cari, nato a Napoli ma più brianzolo di tutti i brianzoli che io abbia mai conosciuto, tanto da aver fatto innamorare con disperata tenacia una donna che della Brianza è una vera incarnazione, ecco, questo mio amico mi ha dato quel librone, lui naturalmente lavorava nella cella, si era portato uno dei primi PC trasportabili, bianco, enorme, un bestione, con un monitor piccolo piccolo a fosfori verdi, però lo sapeva che io invece non studiavo, e per dare una stampella al mio divagare, credo, mi ha dato il Cavallo Rosso.

E io ho letto quella grande epopea sdraiato sotto al Congdon che c'era nella mia stanza, fra le rogge tra Buccinasco e Binasco. L'ho letto così, tutto d'un fiato, tra un Ora Terza e un Vespro, tra un Mattutino e una Messa, tra una camminata fra i campi di soia conversando con un monaco (brianzolo) che mi raccontava della sua vocazione, e di quando andò in montagna sapendo che era l'ultima volta che ci andava, e godendola proprio perché l'ultima, e io gli dicevo invece che se mi fossi tuffato in mare sapendo che era l'ultima volta che ci nuotavo sarei come morto, sarebbe stata proprio una morte, ma lui mi rispondeva che nelle giornate limpide era tanto contento di vedere le Grigne e il Resegone, anche se da lontanissimo.

L'ho letto, e mi era piaciuto tanto, però non proprio tantissimo, non perché si vedeva che Corti odiava i toscani ( perché saccenti ma stupidi, spacconi nella vita ma codardi in battaglia, e ignobilmente bestemmiatori), ci mancherebbe, non per quello, anzi per quello io lo condivido. Ma perché i suoi personaggi erano tutto bene e tutti Bene, non peccavano mai, neppure nell'amore peccavano, neppure nella guerra peccavano, neppure nella ritirata di Russia o nelle camminate sulla spiaggia con la fidanzata che sono pericolose e difficili uguale, anche se più corte di solito, ma puoi morirci lo stesso di fuoco e di gelo, e io mi dicevo che era impossibile, come facevano a essere così integri, così retti, e infatti ero e sono un toscano. Eugenio Corti aveva questa idea dentro, un'idea d'ordine, un'aspirazione alla rettitudine, non sopportava la rivolta, il grido, la bestemmia, per questo non potevo rispecchiarmi in Michele, in Stefano o in Manno, anche se avrei voluto, Dio lo sa se avrei voluto. Infatti l'unica volta che l'ho visto, Corti, lui era vecchissimo, io mi sono presentato come ex soldato e docente della Cattolica, ma ho taciuto sull'origine toscana. Eugenio Corti diceva "Dopo anni di scemenze dei fascisti, nel dopo-guerra ci hanno proposto come modello il Partigiano, invece dell’Alpino. E’ stato un peccato. Intendiamoci, in sé non era un modello negativo, ma era un ribelle. Ma una volta ristabilita la democrazia, a cosa bisognava ribellarsi? Non a caso, di lì in avanti, ci si ribellò a scuola, famiglia, genitori… Un insieme di pensiero e di condotta non positivo. Invece, l’Alpino…". Ecco: un toscano a queste cose non può crederci, un toscano è partigiano prima ancora di avere un'idea, e spesso anche senza mai averne una.

Se ne vanno i pezzi della scacchiera della giovinezza. Eccoti Eugenio Corti alla tua personale apocalisse, ora hai incontrato anche l'ultimo dei Quattro Cavalieri. Ma la Brianza rimane grigia e indaffarata, pochi magari si sono accorti che sei andato via, con l'archivio immenso dei tuoi ricordi. Chissà se è avvenuto anche per te quel capovolgimento e quegli incontri che hai descritto alla fine del tuo librone letto in un'estate di un milione di anni fa - tra campi, monaci, trattori, canti gregoriani, amici veri e un futuro tutto da scrivere - da un Leonardo che più non esiste, se pure è esistito mai. Quella ultima pagina, quando Alma, la moglie del protagonista Michele, che poi saresti tu Eugenio Corti, precipita in auto dalla strada che porta da Lecco a Sondrio, piombando nel lago.

"La donna udì lo stridore del metallo contro i ritti di pietra del parapetto e urtò in pari tempo con terribile violenza il capo. Dopo di che non si accorse più di niente; non si accorse che la macchina, sfondato il parapetto, precipitava nell'acqua nera. Ebbe solo una lontana, lontanissima percezione di freddo, e fu la sua ultima percezione quaggiù.
Sulla sua anima, come due falchi, piombarono ad ali chiuse i due angeli: il suo e quello di Michele, pronti all'ultima difesa contro eventuali insidie all'ingresso del mondo degli spiriti. Ma non ci furono insidie.
Mentre, rotolando lentamente sott'acqua, la macchina col corpo ormai senza vita d'Almina precipitava giù giù verso il fondo del lago, la sua anima e i due angeli affiorarono insieme nell'aldilà, nel mondo per noi inimmaginabile perché fatto unicamente di spirito. Sorridendole senza sorridere, e parlandole senza parlare, gli angeli - splendide creature a mezzo tra raggi di luce e soldati - diedero il benvenuto ad Alma: <Sei qui, gattino di marmo?> la accolse all'incirca, con molta familiarità, il suo (e chi mai aveva avuto con quella creatura più costante familiarità di lui, l'angelo invisibile, messole accanto da Dio ancor prima che nascesse?) Scorgendo negli occhi non più materiali di lei la domanda: <E Michele? Cosa ne sarà di Michele senza di me?> l'angelo accentuò il sorriso in modo incoraggiante. <Verrà anche il suo momento> le rispose con piglio più soldatesco l'altro angelo: <questione solo di poche decine di anni, per chi sta qui lo stesso che niente.>
In un ultimo residuo di comportamento terreno, Alma sospirò.
Intanto intorno a lei cominciavano a configurarsi altre presenze spirituali: si accorse anzi che una di queste le stava venendo incontro. Era lo spirito d'una donna di incomparabile bellezza. Almina spalancò i suoi occhi nuovi: <Marietta!> esclamò: <Oh, Marietta, sei tu?>
Era proprio Marietta 'delle spole', che tante e tante volte aveva accompagnata Alma infante in chiesa o a passeggio lungo le strade acciottolate di Nomana, tenendola per mano. Non aveva più i capelli repulsivi né la faccia gialla né le gambe storte, aveva invece ancora - se pure non più fatti di materia - i begli occhi d'agnello che sulla terra sembravano così fuori posto nel suo povero viso: ma non erano fuori posto qui, dopo che tutto il resto della sua figura - pur senza propriamente cambiare - si era per così dire adeguato ad essi.
<Benvenuta Almina> la salutò con gioia Marietta: <Benvenuta.>
<Nessuno, a pensarci bene, era più degno di te del paradiso> mormorò estatica Alma.
<Oh, se è per questo siamo qui in tanti, in tanti> disse Marietta con voce angelica (ma che ricordava ancora in qualche modo la sua voce sempre un po' spaventata d'una volta) <perché non uno di quelli per cui Cristo è morto si perde, Alma cara, non uno; se non vuole. Vedrai tuo cugino Manno, e Giustina, e Stefano, col loro padre Ferrante, vedrai il Foresto, e suor Candida, e Romualdo, e anche il Praga d'Incastigo che - grazie alle preghiere instancabili di don Mario - il demonio non è riuscito a tenere soggiogato fino alla fine.>
A questo punto l'angelo di Michele fece un gesto circolare di saluto: <Beh, io devo tornar giù> disse con un mezzo sospiro, <il mio posto è ancora là>, e schiuse le ali per lanciarsi nel tragico mondo degli uomini."

E questa è la fine del tuo Cavallo Rosso, Eugenio Corti, la pagina 1274, e dico 1274. Ti auguro un paradiso così, semplice così, povero così, con gli angeli col cappello con la piuma degli alpini e i beati tutti del paese e delle cascine brianzole, e con lo spirito celeste che sospirando - o piuttosto bofonchiando - dice <Beh> (avete letto? dice proprio <Beh>), saluta e torna a laurà. Te lo auguro in questo post, scritto ma non rivisto dall'autore (toscano: pigro e codardo come quelli della sua terra).