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giovedì 3 aprile 2014

[Un anno dopo] Penthos: il Grande Canone

Non cronologicamente un anno dopo, ma liturgicamente sì. E anche quest'anno orme di sole in movimento, ma i volti delle icone risplendevano nel loro non esserci.

April 19, 2013 at 3:50pm

Della mia esperienza del Grande Canone (letto interamente nel mattutino del giovedì della quinta settimana di digiuno) fa parte anzitutto l'osservazione di una macchia rettangolare di luce, divisa da un'ombra cruciforme, il tutto generato dal sole ormai piuttosto basso, che passava dalla finestra collocata sulla parete di fondo della chiesa (esposta a nord ovest) e illuminava l'angolo nordorientale della stessa. Vedere questa macchia di luce muoversi lungo la parete, passar sotto san Serafino di Sarov e san Nicola di Myra, affrontare l'angolo,trasferirsi sull'iconostasi, incendiare l'icona della Trasfigurazione e lambire quella della Madre di Dio, donando riflessi intimi all'oro e profondità oscure allo sguardo, fino a dissolversi quasi all'improvviso nel grigioazzurrino del tramonto primaverile. Stava a significare, per chi la guardava, la rotazione lenta e inarrestabile del pianeta, carezzata dall'immobilità solare. Stava a significare il trascorrere di un tempo considerevole, durante il quale due chierici hanno cantato la forza poetica di queste nove Odi (e dici che bello sarebbe udirle in greco, con la forza della metrica e delle rime), mentre assieme a un gruppo di fedeli molte molte molte volte si sono inchinati fino a terra e prosternati in silenzio.

C'è un esercizio presente in quasi tutti i corsi di autostima di matrice americana: consiste nel porsi davanti a uno specchio e compiacersi di sé. Dirsi cose tipo: "you are amazing, you are good enough, you are a beautiful and wonderful person". Ecco, il Grande Canone è esattamente l'opposto. Davanti allo specchio dell'umanità perfetta del Cristo (eschatos Adam), davanti al purissimo splendore della Vergine, davanti alla trasformazione drammatica della donna di fuoco, nudità e deserto Maria Egiziaca, medianti le parole di incredibile bellezza del monaco di san Saba Andrea, futuro vescovo di Creta, ti viene fatto capire senza mezze misure che non sei affatto amazing, che non sei proprio good enough, e che sei tutt'altro che beautiful e wonderful. Nondimeno (anzi: proprio grazie a questo) alla fine ti senti in pace e libero come raramente ti accade.

Strofa dopo strofa, tropario dopo tropario, con incedere incessante, con spregiudicata spietatezza, con terribile lucidità Andrea raccoglie frammenti di storia sacra e te li pone fra le mani, e a volte sono taglienti come lame, a volte così ardenti da ustionare, a volte così spaventosi, a volte così commoventi. Ti è chiesto di comporre con questi pezzi uno specchio, e la tua immagine, che vedi a poco a poco formarsi, ti toglie il fiato. Non hai speranza. Eppure.

Adamo il progenitore, Caino il fratricida, Lamech autore del terribile canto della vendetta, l'umanità sommersa dal diluvio, Cam il parricida mediante il disonore, Esaù che svende la benedizione, Ruben l'incestuoso, i figli di Giacobbe che vendono il fratello, Efraim la tribù idolatra, Davide assassino e adultero, Salomone che preferisce le meretrici alla Divina Sapienza, Roboamo, Geroboamo, Acab, Ghiezi il bramoso servo di Eliseo, Ozia il sacrilego, colpito dalla lebbra. Questi i pezzi dello specchio: li vedi bene? Eppure tu - dice con crudo realismo Andrea di Creta - sei molto peggio. Guardati in loro e te ne accorgi.

Allora ti afferri al filo di speranza che ogni tanto affiora in quel guazzabuglio ingarbugliato di umanità ferita e colpevole. Un filo fatto di lacrime, di ripensamento, di lasciar-la-presa, e di lacrime, di cambiare strada, di chieder perdono, di combattimento, e di lacrime e di lacrime e di lacrime. "Penthos", il Grande Canone è detto di 'compunzione',  traduzione appunto di penthos, parola di origine medica, che vuol dire dolore acuto, e sensazione di mancanza di qualcosa di vitale. Penthos, che appartiene al medesimo campo semantico di pathos, e di paskhein, da cui alcuni Padri, maestri di creatività etimologica, hanno fatto derivare - pensando all'agnello immolato - 'Pasqua'.

Poi esci, e pensi che - anche se avrai dimenticato le parole - quelle tue prostrazioni nella sera saranno qualcosa che potrai ricordare, quando ti troverai davanti alla terribile Bellezza, e le ginocchia ti si piegheranno per il timore.

[nella fotografia: Sky Window, installazione permanente, Villa Panza di Biumo a Varese, 1976. Ambiente adatto alla ricerca di un 'penthos' cosmico e apofatico']




giovedì 20 marzo 2014

Finimondi di fuoco

La sala dedicata a Giuseppe Verdi - nel Conservatorio di Milano - è immensa vista dal palco. Si innalza sul fondo come un'onda azzurra di poltroncine che sembra quasi travolgerti. In questa stessa sala, seduto su uno di quegli stessi sedili, tanti anni fa - così tanti che quanti neppure ricordo - ho veduto otto dervisci appartenenti all'Ordine fondato dal Poeta, dall'Innamorato, dal Mistico Sufi Jalāl al-Dīn Rūmī celebrare il loro rito d'estasi e di incanto. Verticali, immobili, incappati di nero, un copricapo rigido e conico a simboleggiare la pietra del sepolcro: così essi si sono mostrati sul palco - dove io ora mi trovo - i dervisci della confraternita Mawlawiyya. Vicino a loro un Padre, un Anziano, un Maestro. Lentamente, uno dopo l'altro, gli otto si sono recati da lui, gli hanno baciato la mano e la spalla sinistra, si sono tolti il mantello, rimanendo con un bianco corsetto aderente sul torso, ma che diventava largo come una gonna a pieghe appena sotto la vita, e pantaloni bianchi.  Poi han cominciato a ruotare sul proprio asse, prima adagio, come pensosi, poi lentamente-e-improvvisamente (possono stare insieme, sì, come anche danza-e- immobilità, come Dio-e-uomo) aprivano le braccia con il palmo della destra rivolto verso il cielo e quello della sinistra verso la terra, inclinavano docilmente il capo su una spalla, la rotazione si faceva rapida, i volti assorti, gli abiti si aprivano come corolle di fiori. Gli uomini-pianeta per decine di minuti orbitarono attorno all'invisibile Sole che è il-Dio, o piuttosto l'-Amore, al batticuore di un tamburo. Si capiva che non erano più nel corpo, quello era abbandonato al cosmo dove tutto ruota. In una segreta cella dello spirito essi ricevevano la visita dell'Amore. Corteggiavano il jadhb, il fanāʾ, l'estinzione, la theiosis, il nirvana. Ma fu lo stesso Amore che d'un tratto - e da un altro imprevedibile versante - levò la sua voce struggente: il ney, flauto dal suono che non si dimentica mai, li chiamò da lontano: fu l'amore dell'anima - così differente da quello dello spirito - che li fece tornare nel corpo, nel mondo, nella vita-e-morte. Lentamente-e-improvvisamente la rotazione si concluse.

Adesso sul palco ci siamo noi. A, B, e io. Le nostre pietre sepolcrali - i nostri indigeribili "sassi", come direbbe A - ce li portiamo chiusi dentro. Non abbiamo il conforto di rappresentarli in un cappello da far vorticare. E la dolce e forte A adesso proverà a  mostrarli con le parole, davanti all'onda di poltroncine che ora è diventata multicolore e travolgente di giovinezza di ragazzi e di ragazze delle scuole superiori di Milano.

Ci ha portato lì una giovane suora dai modi semplici, concreti, sbrigativi. Pochi direbbero che questa donna velata è cintura nera di judo, che ha passato infinito tempo a piedi nudi sulla pedana, tra leve e strangolamenti, e che non è andata alle Olimpiadi solo perché all'epoca il judo femminile non era specialità olimpica. Nessuno lo direbbe. Nondimeno è così. In quell'abito dimesso, scontato, color navy blue, col piccolo velo, con le calze spesse, le scarpe col leggerissimo tacco, insomma in quell’abito così da suora, c'è un corpo che ha volteggiato come un derviscio, pur dentro una diversa danza. E chissà quale judo pratica ora, ora che porta sul petto un crocifisso di metallo decorato con due cuori sbalzati: l'uno - dell'Amato - ardente e spinoso come il roveto di Mosè che rivelo il Nome che neppure Dio sa pronunciare; l'altro - il proprio - teneramente trafitto da una freccia, come quelli che gli innamorati delle storielle romantiche incidono sulle scorze degli alberi. Chissà quali leve, quali strangolamenti, quando - esausta di azione e di missione - in una cappella disadorna, l'Angelo la chiama ancora alla lotta di Giacobbe.

Nel mio intervento mi accade di parlare del fuoco: del fuoco come mediatore. Propongo la fantasia di due sconosciuti che si trovano davanti a un camino acceso. Essi silenziosamente guardano la legna. E cosa ‘fa’ la legna? Brucia. Illumina (rispettando però le ombre). Riscalda (rispettando però il freddo che, non vinto, ti tocca un po’ le spalle). Emette quei rumoretti graziosi, quegli scoppiettii, quei crepitii, il rumore del fuoco che un sondaggio inglese dichiara essere il sesto rumore più amato dopo le onde sulle rocce, la pioggia sulle finestre, i passi sulla neve, il riso dei bimbi e il canto degli uccelli (quanto affidabile sia tale sondaggio, o quanto affidabili siano gli inglesi testati, non so, dal momento che al 15° posto c’è il bacon che frigge, al 24° lo scoppio degli avvolgimenti a bolle, al 27° l’urlo della gente sull’ottovolante, al 29° la mazza da cricket che colpisce una palla da cricket, al 40° il tagliaerba, al 45° la metropolitana e al 47° il coro degli hooligans allo stadio; ma insomma). Insomma il fuoco non fa praticamente niente se non essere fuoco. E i due sconosciuti sentono affiorare intimità profonde finora mai condivise, e le condividono in questa occasione, grazie a quel fuoco che non lo saprà mai, visto che neppure conosce la sua stessa esistenza (forse). E' uno degli esempi che propongo più spesso quando voglio spiegare come i mediatori umani debbano imparare da quelli naturali a essere silenziosi, senza ego, ma densi di "presenza".

L'incontro finisce, l'onda di giovani vite si sparpaglia. Viene da me un uomo robusto che indossa l'uniforme verde dei Vigili del Fuoco, la pelle scura, lo sguardo luminoso. Fa parte del personale che per l'occasione ha prestato servizio al Conservatorio. Mi dice: "Sa, quel che lei ha detto sul fuoco mi ha molto colpito...". Penso ovviamente che si riferisca alla sua professione, e sorrido, ma lui continua: "Se lei mi permette, la userò nei sermoni." Lo guardo, sbalordito. "Sono un Pastore. Di una Chiesa Evangelica. Sì, faccio il pompiere, mi rendo conto anche io che è strano, la mia professione è spegnere, controllare il fuoco, regolarlo, mentre io desidererei che divampasse. Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso! ". Gli dico che non mi sembra affatto casuale questa familiarità con il fuoco, materiale e spirituale,:spegnere quello che distrugge, accendere quello che vivifica. "Sì certo. Ma soprattutto fare il Vigile del Fuoco è esser disposti a dare la vita".

Penso a queste vite. Agli otto dervisci tourneurs della mia memoria. Alla suora cintura nera, chiamata un giorno sul tatami da un terribile Sfidante. Al Pastore pompiere che mi ha fatto ricordare Bloy: Enfin quelques journaux racontèrent la panique histoire d'un 'inconnu', accouru avec cinquante mille curieux, qui s'était précipité, on ne savait combien de fois, dans le volcan, ramenant surtout des femmes et des enfants, arrachant à la Justice éternelle un nombre incroyable d'imbéciles, semblable à un bon pirate ou à un démon pour qui c'eut été un rafraîchissement de se baigner au milieu des flammes, et qui avait fini par y rester, comme dans "la maison de son Dieu". Quelqu'un prétendit l'avoir aperçu, la dernière fois, au centre d'un tourbillon, brûlant immobile et 'le bras croisés...

Penso dunque a queste vite. E alla mia. Che secondo l'ordine della natura volge al tramonto. Se una vita media fosse un giorno, per dire, dalle 7 alle 22, io sarei giunto alle 17.30. Se fosse d'inverno, addirittura, il sole sarebbe già tramontato.

E se l'-Amore venisse a far rotolare la pietra del sepolcro, Lazare veni foras, o meglio, se tirasse fuori la pietra del cuore e la mutasse in carne palpitante e infiammata, se squarciasse i veli, se sfondasse i muri, se facesse crollare le colonne, i templi, gli idoli, se mi guardasse ancora una volta, una volta sola, e mi facesse vorticare in estasi, e non per praticare una via, un’ascesi, una disciplina, ma proprio perché l’-Amore è tale che il corpo non si tiene, oh se mi trascinasse, derviscio straccione, vestito di lana grezza e il sudario a cingermi la fronte, solo, a baciare i Suoi passi.


Ho bisogno di un amante che / quando si levi / produca finimondi di fuoco / da ogni parte del mondo! / Voglio un cuore come inferno / che soffochi il fuoco dell'inferno /  sconvolga duecento mari / e non rifugga dalle onde. (Jalāl al-Dīn Rūmī)


lunedì 10 febbraio 2014

[Un anno dopo] Nevicata bianca: il Papa diventi monaco



11 Febbraio 2013, ore 2.32pm

Un'umida corrente giunge dall'Atlantico, e incontra i gelidi venti polari. Nevica fitto su Milano, e il vento spinge i fiocchi sui vetri delle finestre. Benedetto XVI si dimette. Nevicata bianca. Un'altra perturbazione occidentale inquietava questi cieli in quell'aprile del 2005, e un temporale si scatenava sulla città, mentre in una Roma grigia un fragile professore tedesco, appena vestito dei panni lasciati dal gigante polacco, si presentava al balcone della grande basilica come l'umile operaio della vigna del Signore. Fumata bianca.

Si scatenano i giornali, i siti. Televisioni e radio si contendono vaticanisti illustri, merce ora mediaticamente pregiata. Le Cancellerie mondiali rilasciano dichiarazioni infelucate. I social network schiumano di banalità, stupidaggini, ironie anche molto divertenti, presagi apocalittici. Morto un Papa se ne fa un altro, ma dimesso un Papa se ne fa un altro? Oppure il cadavere vivente che torna a vestirsi di nero sarà un'angoscia eccessiva per il neoeletto?

Io ho in mente alcuni ricordi. Ratisbona, e il terribile incontro scontro con l'Islam. Le sue occhiaie nere, scavate da un dolore che nessuno conosce interamente. La sua caduta silenziosa, quando una folle ragazza svizzera volle abbracciarlo, in mezzo alla basilica di san Pietro come un grande vecchissimo abete.  Il suo piegare il capo verso il Mihrab nella moschea blu.  La difesa accanita della ragione, povero dolcissimo professore teutone, 'ammalato' - come direbbe forse Umberto Eco - 'di clavicembalo ben temperato', mentre la postmodernità svelava un cosmo differente, liquido, anche se attraversato da strani bagliori. Il dolore degli scandali del clero. Il suo giungere le mani - come sottolineava qualche tempo fa un amico monaco - un po' orientale, un po' indobuddista, quando doveva salutare o rendere omaggio. Le carte sottratte, gli intrighi di curia, i corvi, i processi e le prigioni in Vaticano. Wojtila aveva l'attentatore turco, il feroce assassino, il Lupo Grigio, da visitare e perdonare, lui solo il molle ragazzone maggiordomo che rovistava nei cassetti. Otto anni come ricoperti di un mantello di inquietudine e di indecifrabilità.

E ora questo vecchio professore spiazza il mondo. Perfino la turbinante postmodernità tace e si siede ai piedi del Maestro. Con poche parole in un latino austerissimo, Benedetto ritorna Giuseppe, Giuseppe il sognatore, Giuseppe il fanciullo - with the amazing technicolor dreamcoat - Giuseppe lo sposo. Il vecchio ritorna bambino. Giovanni Paolo II aveva dato alla sua Chiesa lo spettacolo tragico e possente della sua malattia e agonia, Benedetto XVI dà alla sua Chiesa quello sommesso e mancafiato della sua stessa simbolica morte. 

Il piccolo Giuseppe dice di voler pregare. Mi piacerebbe che andasse in monastero. Magari in un monastero cistercense o certosino. Ora che è tornato giovane può sovrascrivere la vita, rivestirsi ancora di bianco, della bianca lana di san Bernardo o di san Bruno, stretta ai fianchi da una cintura di cuoio. Nevicata bianca, il Papa diventi monaco.

E contemporaneamente sarebbe bello che due Legati vaticani - come nel 'Die Erwaehlte' di Mann - giungessero in un monastero, dicendo a un monaco giovane che è tempo di diventare vecchio, di lasciare le dolci lane monastiche per le terribili, brucianti sete bianche e rosse della veste petrina. Un monaco diventi Papa. Ed evangelizzi il postmoderno.  Fumata bianca.


 

domenica 9 febbraio 2014

L'invenzione della ruota

Molte cose, in questi ultimi giorni, mi riportano con la mente a Firenze. Sarà forse un segno che prima o poi io debba tornarvi anche col corpo? Tornare ad abitare la vecchia casa sui tetti, con le tegole di cotto bagnate dalla pioggia, bruciate dal sole, talvolta un po’ sconnesse al mio passo di aspirante alpinista daumaliano?




Perché in questi giorni si parla tanto di quegli esperti che si sono riuniti a Ginevra, nel palazzo bianco delle Nazioni Unite, e guardatela questa immensa costruzione neoclassica, (“Aspice quales lapides et quales structurae!” Mc 13),  guardatela, ammiratela (An relinquetur lapis super lapidem qui non destruatur?), e dentro questo palazzo bianco si sono riuniti questi diciotto esperti, una signora del Ghana, una signora del Bahrain, una signora dell’Arabia Saudita, un signore della Spagna, una signora dell’Ecuador, un signore di Monaco, un signore della Slovacchia, una signora dell’Ungheria, una signora della Russia, un signore della Tunisia, un signore dell’Egitto, un signore dell’Etiopia, una signora della Malaysia, un signore del Brasile, una signora dell’Italia, una signora della Norvegia (che è la Presidente), una signora dello Sri Lanka, una signora dell’Austria. Ve le immaginate queste diciotto persone, signore e signori, nella sala luminosa del palazzo bianco, con l’aria condizionata alimentata dalle acque del lago di Ginevra, il riscaldamento con gas naturale, l’energia prodotta dal sole raccolto in pannelli fotovoltaici, le lampadine a basso consumo, e le toilette con il pulsante piccolo per quella cosa piccola e il pulsante grande per quella cosa grande (che a dire il vero ci sono anche all’autogrill di Lainate, ma io quando ci vado premo sempre il pulsante grande, perché non lo so il perché, sarà perché mi sembra comunque una cosa grande, e proprio adesso mi ricordo una frase di Andrej Siniavskij che ho letto a sedici anni e che diceva più o meno: “Depositiamo i nostri escrementi in coppe igieniche e crediamo di essere salvi”, ma sono certo che le signore e i signori esperti quando vanno alla toilette e fanno quella piccola usano proprio il pulsante piccolo), ve le immaginate queste persone nella loro sala con la moquette azzurrina, tutta calma e da cui magari si vedono le montagne, e queste persone sono il Committee on the Rights of Child. E in quei giorni (dal 13 al 31 gennaio) hanno esaminato i report del Congo, della Germania, della Santa Sede, del Portogallo, della Federazione Russa e dello Yemen. Non so come sia andata agli altri paesi (anche se certamente avranno ricevuto pure loro un documento con scritto “The Committee welcomes (si inizia sempre con le cose positive); the Committee notes; the Committee notes with regret; the Committee draws the State’s attention on; the Committee is deeply, seriously concerned, the Committee recommends; the Committee urges: così si esprimono le undici signore e i sette signori esperti), ma so più o meno come sia andata alla Santa Sede, e non le è andata proprio benissimo, come si può vedere scritto su tutti i giornali e su tutti i siti del mondo. Non starò certo qui a entrare nel dettaglio. Le undici signore e i sette signori, seduti nel loro palazzo bianco, rimproverano la Santa Sede per le carenze informative e educative rispetto alla sessualità, alla contraccezione, alla parità fra i sessi, all’aborto, ma soprattutto per gli abusi ai bambini compiuti dai sacerdoti.

Ora, lo strazio e la vergogna del prete pedofilo sono innegabili. Mia madre stessa – figlia di osti e baristi in un quartiere popolare e bellissimo di Firenze, e che quando apriva la finestra vedeva la facciata di Santa Maria Novella coi suoi marmi policromi, e le volute intarsiate di Leon Battista Alberti – mia madre mi raccontava che quando era adolescente un domenicano grasso coi capelli rossi torturava in confessione lei e le sue compagne con domande intollerabili, e io sentivo che questa esperienza l’aveva molto ferita. Infatti ora non ci va in chiesa, e non ci va a causa di tanti dolori (che poi è la ragione stessa per cui molti invece ci vanno, in chiesa, i dolori) ma tra essi forse anche quello subito a causa di queste domande insinuanti da parte di chi avrebbe dovuto solo esser tramite di un perdono.

Però, in questo momento, Dylan Farrow mi guarda con un visino dolce e imbronciato - un visino bianco bianco, che ben contrasta coi suoi capelli d’oro rosso – dal sito del New York Times. Sotto, la sua famosa lettera aperta con cui denuncia ancora una volta Woody Allen, per i suoi ripetuti abusi. “What’s your favorite Woody Allen movie? Before you answer, you should know: when I was seven years old…..”. Quando aveva sette anni Woody, il grande genio, la ha portata in una stanza della loro casa, che immagino desse su Central Park East, e le ha detto di sdraiarsi. Poi si è messo a giocare col trenino elettrico del fratello, un trenino semplice, di quelli che girano in cerchio. Poi la ha abusata, sussurandole che era una brava bambina, che sarebbero andati insieme a Parigi, che l’avrebbe fatta diventare una star nei suoi film. Lei guardava il trenino girare. “To this day, I find it difficult to look at toy trains” mi dice il visino di Dylan.

I sacerdoti abusanti certo non hanno il talento di Woody, il colpo di genio regressivo del trenino che gira e gira, no di certo, e magari neppure l’attico nell’Upper East Side di Manhattan, immagino piuttosto odori sgradevoli, un misto di cavolfiore cotto, aceto e piedi sudati, stanze squallide, crocifissi nudi sulle nude pareti, abbracci paterni che poi paterni non rimangono, ma ormai non ci si può più divincolare. E anche a me vien da pensare che il talento collochi in un certo senso al di sopra della morale, e ma non so se sia proprio giusto pensarla così. In ogni caso io credo che la pedofilia del clero sia una piaga dolorosissima ma circoscritta, non so, come quando una carie scopre un nervo, l’organismo complessivamente è sanissimo, ma il dolore è tale che gli viene da sbattere la testa contro il muro, se non da saltare proprio giù dal balcone e farla finita. Peraltro i Caschi Blu dell’ONU hanno stuprato anche loro, e vorrei sapere cosa avviene tra i funzionari dell’ONU e le tredicenni – non so – thailandesi o nigeriane, ma chissà se ci sono diciotto signore e signori che glielo dicono, all’ONU, quanto siano deeply and seriously concerned, e comunque, anche se glielo dicono, se questo viene rilanciato sui media di tutto il pianeta.

Ero partito da Firenze, e vi chiederete perché, dal momento che finora non ne ho parlato. E’ che nel documento delle diciotto signore e signori, al punto 35, c’è una preoccupazione forse minore, che è passata un po’ inosservata. The Committee is concerned sulla pratica mantenuta dell’abbandono anonimo dei bambini gestita da organizzazioni cattoliche in molti paesi attraverso l’uso delle cosiddette ‘baby boxes’. E più sotto, al punto 36, the Committee urges la Santa Sede di contribuire alla cessazione della pratica dell’abbandono dei bambini favorendo la pianificazione familiare, la salute riproduttiva, un adeguato counselling e supporto sociale per impedire gravidanze non pianificate, così come l’assistenza alle famiglie in difficoltà con l’introduzione delle confidential births negli ospedali come una misura estrema per prevenire l’abbandono e/o la morte del bambino.

Ora, sarà anche giusto, più che giusto. Ma a Firenze, quando ero bambino, li miei genitori abitavano vicino a una delle più belle piazze del mondo, la Santissima Annunziata, che era anche la mia parrocchia.  E in essa, oltre alla chiesa fondata dai sette mercanti fiorentini (mercanti, cioè ben attenti alla loro convenienza, tanto da vendere tutto per comprare la Perla di inestimabile valore; ma fiorentini, quindi progettati per perdere la testa il cuore e la vita per una Donna), c’è anche lo Spedale degli Innocenti, che è uno dei primi orfanatrofi dell’Occidente. Lo Spedale fu costruito dal Brunelleschi, che prese una misura (dieci braccia fiorentine) e con essa fece tutto, la distanza tra le colonne, l’altezza delle colonne, la larghezza del portico, il raggio delle volte, e gli venne fuori un incanto d’armonia da lasciar senza fiato. E fra arco ed arco Andrea della Robbia inserì i suoi putti, sullo sfondo di quel celeste che fu il suo sempiterno segreto. Ora, sotto questi portici si apre una feritoia, che dal 1445 al 1875 accolse neonati abbandonati. Il realismo cristiano non faceva sconti a chi si avvicinava alla ruota: un affresco – che la sovrastava – riportava in cartiglio. la frase del salmo XXVII: Pater meus et mater mea derelinquerunt me, Dominus 
autem assumpsit me (Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto). La  misericordia cristiana aveva però inventato la ruota, che invenzione la ruota, e la ruota faceva in modo che non si potesse vedere il volto di quel padre e di quella madre, il volto e i suoi colori, bianco di paura o di fame, rosso di vergogna o di febbre, livido di peste o di angoscia. Ci si avvicinava salendo le scale di pietra serena, si lasciava il fagottino – talvolta con fra le fasce un oggetto spezzato, come estrema speranza di ritrovamento, alla maniera delle antiche tessere ospitali - si suonava la campanella. Uno spedalingo accorreva, raccoglieva il bimbo e lo curava. Andava così. Veniva generalmente mandato a balia in campagna. E pare che nella seconda metà del Cinquecento si fosse già pensato all’acquisto di una vacca romagnola che dava ogni giorno quattro fiaschi di latte e alla somministrazione ai bimbi “tramite certi bicchierini fatti apposta col pippio”. E quei bimbi portavano il cognome di Innocenti, o Degli Innocenti, un povero nobilissimo blasone che li associava alla famiglia dei piccoli martiri sterminati dalla ferocia di Erode, e che inconsapevoli si offersero alla spada purché il Verbo Incarnato vivesse.



E come quella ruota, ve ne erano molte altre anche solo qui in Italia, a Milano, a Napoli, a Roma (dove Innocenzo III, Papa dal mondo onirico vivacissimo, oltre a sognare di Francesco che sosteneva il Laterano, sognò neonati gettati nel Tevere e ripescati con le reti, e subito aprì una ruota a Santo Spirito in Sassia).

Haim Baharier, nel suo recentissimo libro ‘La valigia quasi vuota’, racconta uno strano episodio. Sua suocera era stata condotta ad Auschwitz, e, assieme ai passeggeri del terribile treno, fu sottoposta a selezione, e quel giorno la selezione era presieduta dal medesimo angelo della morte, Josef Mengele. La sorellina era stata messa nella fila di quelli destinati alla morte immediata, lei in quella degli utili: e tutti ben sapevano cosa sarebbe accaduto sia degli uni che degli altri. Allora la attuale suocera di Baharier uscì dalla sua fila e andò direttamente da Mengele, dicendogli che avrebbe seguito la sorte di sua sorella, pur nella consapevolezza di quale fosse. Mengele allora le disse di portare anche la sorella nella fila dei potenziali sopravviventi. “L’irrisorio di Mengele aprì la porta a nuove generazioni, inavvertitamente”. E se il gesto dell’angelo della morte, provocato da una bimba impaurita ma ardita e “più potente dei demoni” che altroché se in quel luogo vegliavano e agivano, ha dato vita a generazioni, a nomi, a figli, a biografie, quanto più dall’irrisorio dell’abbraccio di queste ruote – dove forse erano gli angeli a vegliare - sono sprigionate stirpi, gli Innocenti, i Degl’Innocenti, i Colombo, i Diotallevi, i Proietti, e quant’altri trovatelli figli di m(ater)ignota a cui la carità della Chiesa donava non solo il nome, ma il cognome, il cibo, i panni, l’educazione, ah e non dimentichiamo gli Esposito, perché senza la Santa Casa dell’Annunziata a Napoli non ci sarebbero stati gli Esposito (esposti alla misericordia della madre di Dio), e magari neppure Roberto Esposito, filosofo della communitas.

Ora le ruote non ci sono quasi più, e nei rari casi in cui vi siano hanno dentro una culla riscaldata, assistenza sanitaria immediata, eccetera. In Italia sono usate ormai poco, in altri paesi del mondo molto di più. Perché se è vero che si può partorire in modo anonimo in ospedale, molti neonati finiscono comunque nei cassonetti, magari per timore di un rimpatrio coatto.


Ma, nel loro palazzo bianco, nella loro stanza moquettata di Ginevra (secondo Andrè Frossard il diavolo abita precisamente a Ginevra: “Mi piace” dice il demonio “questa città dalle tempie grigie, il suo getto d'acqua che non battezza nessuno, il battito sotterraneo delle sue mandibole bancarie, il lieve mormorio dei suoi orologi al quarzo, che fanno sentire alle orecchie altrimenti distratte l'impercettibile gemito del tempo ridotto alla confessione cifrata della sua lentezza e della sua vanità”), i diciotto esperti, le undici signore e i sette signori del Committee, eh, loro sono deeply concerned per questa vicenda delle ruote. Oltre che per tutte le altre cose che la Chiesa fa, meritandosi le accuse di gravi violazioni alla Convenzione sui Diritti del Fanciullo. E il Committee ha chiuso i fascicoli e lasciato la sala il 31 gennaio, il giorno in cui la Chiesa di Roma festeggia san Giovanni Bosco, sacerdote, sognatore, un po’ sciamano, educatore, fondatore dei Salesiani, grazie ai quali una moltitudine di bambini ha avuto in dono il futuro. Grazie al quale in tanti pomeriggi estivi domenicali azzurri e lunghi, all’oratorio, tanti anni fa, tanti ragazzi persi nel cortile della loro adolescenza solitaria e trasognanti il treno dei loro desideri trovavano almeno un prete per chiacchierar.

mercoledì 5 febbraio 2014

Capitale divino - Povero epicedio per Eugenio Corti, brianzolo

No, questo pezzo lo scrivo così, senza pensarci, senza rileggerlo, se vengono degli errori pazienza. E sì che stamattina ho parlato di morte. L'analista, antichissimo, aveva un funerale e ha anticipato la seduta. Gli ho detto che mi dispiaceva per la sua perdita, e lui 'Eh, alla mia età, è come il gioco degli scacchi. Rimangono sempre meno pezzi sulla scacchiera, fino a che anche il Re viene 'mattato' '. 'Se è per questo' gli dico io 'ci sono delle partite in cui il Re subisce matto in poche mosse, mentre tutti i pezzi sono ancora sul tavolo: e di solito accade per mano della Regina'. Inizia un flusso associativo che non dirò, ma che ovviamente passa dal Settimo Sigillo, e dalla nota partita a scacchi contro la morte.

Poi, tornato a casa, apprendo che ieri, in una serata brianzola piovosa, una di quelle serate brianzole scure e piovose che sono proprio così brianzole, ossia così comuni, così adatte a stordirsi di vino, a assopirsi di treno, a ammazzarsi di lavoro o a chiedere in ginocchio il senso e la verità di Tutto, in una serata brianzola che Virzì non ha mai visto, essendo così comune, Eugenio Corti è morto, a Besana Brianza, proprio magari mentre passavo io tornando dal lavoro.

Io il Cavallo Rosso - che è un Guerra e Pace italiano - non l'ho letto in Brianza. L'ho letto nella bassa milanese, nelle stanze di una vecchia cascina fatta monastero benedettino dall'energia di un vecchio monaco e di un pugno di ragazzi.. Era tanti anni fa, ancora si poteva stare nelle grandi stanze adibite a celle, e in ogni cella c'era un Congdon, e la cosa strana e bella è che non è che c'era solo un Congdon in ogni stanza, ma se andavi in cappella c'era proprio Congdon, il grande artista, coi suoi occhi luminosi, e lo potevi salutare, e ti sorrideva, parlarci non tanto perché era molto silenzioso. Un mio amico, uno dei più cari, nato a Napoli ma più brianzolo di tutti i brianzoli che io abbia mai conosciuto, tanto da aver fatto innamorare con disperata tenacia una donna che della Brianza è una vera incarnazione, ecco, questo mio amico mi ha dato quel librone, lui naturalmente lavorava nella cella, si era portato uno dei primi PC trasportabili, bianco, enorme, un bestione, con un monitor piccolo piccolo a fosfori verdi, però lo sapeva che io invece non studiavo, e per dare una stampella al mio divagare, credo, mi ha dato il Cavallo Rosso.

E io ho letto quella grande epopea sdraiato sotto al Congdon che c'era nella mia stanza, fra le rogge tra Buccinasco e Binasco. L'ho letto così, tutto d'un fiato, tra un Ora Terza e un Vespro, tra un Mattutino e una Messa, tra una camminata fra i campi di soia conversando con un monaco (brianzolo) che mi raccontava della sua vocazione, e di quando andò in montagna sapendo che era l'ultima volta che ci andava, e godendola proprio perché l'ultima, e io gli dicevo invece che se mi fossi tuffato in mare sapendo che era l'ultima volta che ci nuotavo sarei come morto, sarebbe stata proprio una morte, ma lui mi rispondeva che nelle giornate limpide era tanto contento di vedere le Grigne e il Resegone, anche se da lontanissimo.

L'ho letto, e mi era piaciuto tanto, però non proprio tantissimo, non perché si vedeva che Corti odiava i toscani ( perché saccenti ma stupidi, spacconi nella vita ma codardi in battaglia, e ignobilmente bestemmiatori), ci mancherebbe, non per quello, anzi per quello io lo condivido. Ma perché i suoi personaggi erano tutto bene e tutti Bene, non peccavano mai, neppure nell'amore peccavano, neppure nella guerra peccavano, neppure nella ritirata di Russia o nelle camminate sulla spiaggia con la fidanzata che sono pericolose e difficili uguale, anche se più corte di solito, ma puoi morirci lo stesso di fuoco e di gelo, e io mi dicevo che era impossibile, come facevano a essere così integri, così retti, e infatti ero e sono un toscano. Eugenio Corti aveva questa idea dentro, un'idea d'ordine, un'aspirazione alla rettitudine, non sopportava la rivolta, il grido, la bestemmia, per questo non potevo rispecchiarmi in Michele, in Stefano o in Manno, anche se avrei voluto, Dio lo sa se avrei voluto. Infatti l'unica volta che l'ho visto, Corti, lui era vecchissimo, io mi sono presentato come ex soldato e docente della Cattolica, ma ho taciuto sull'origine toscana. Eugenio Corti diceva "Dopo anni di scemenze dei fascisti, nel dopo-guerra ci hanno proposto come modello il Partigiano, invece dell’Alpino. E’ stato un peccato. Intendiamoci, in sé non era un modello negativo, ma era un ribelle. Ma una volta ristabilita la democrazia, a cosa bisognava ribellarsi? Non a caso, di lì in avanti, ci si ribellò a scuola, famiglia, genitori… Un insieme di pensiero e di condotta non positivo. Invece, l’Alpino…". Ecco: un toscano a queste cose non può crederci, un toscano è partigiano prima ancora di avere un'idea, e spesso anche senza mai averne una.

Se ne vanno i pezzi della scacchiera della giovinezza. Eccoti Eugenio Corti alla tua personale apocalisse, ora hai incontrato anche l'ultimo dei Quattro Cavalieri. Ma la Brianza rimane grigia e indaffarata, pochi magari si sono accorti che sei andato via, con l'archivio immenso dei tuoi ricordi. Chissà se è avvenuto anche per te quel capovolgimento e quegli incontri che hai descritto alla fine del tuo librone letto in un'estate di un milione di anni fa - tra campi, monaci, trattori, canti gregoriani, amici veri e un futuro tutto da scrivere - da un Leonardo che più non esiste, se pure è esistito mai. Quella ultima pagina, quando Alma, la moglie del protagonista Michele, che poi saresti tu Eugenio Corti, precipita in auto dalla strada che porta da Lecco a Sondrio, piombando nel lago.

"La donna udì lo stridore del metallo contro i ritti di pietra del parapetto e urtò in pari tempo con terribile violenza il capo. Dopo di che non si accorse più di niente; non si accorse che la macchina, sfondato il parapetto, precipitava nell'acqua nera. Ebbe solo una lontana, lontanissima percezione di freddo, e fu la sua ultima percezione quaggiù.
Sulla sua anima, come due falchi, piombarono ad ali chiuse i due angeli: il suo e quello di Michele, pronti all'ultima difesa contro eventuali insidie all'ingresso del mondo degli spiriti. Ma non ci furono insidie.
Mentre, rotolando lentamente sott'acqua, la macchina col corpo ormai senza vita d'Almina precipitava giù giù verso il fondo del lago, la sua anima e i due angeli affiorarono insieme nell'aldilà, nel mondo per noi inimmaginabile perché fatto unicamente di spirito. Sorridendole senza sorridere, e parlandole senza parlare, gli angeli - splendide creature a mezzo tra raggi di luce e soldati - diedero il benvenuto ad Alma: <Sei qui, gattino di marmo?> la accolse all'incirca, con molta familiarità, il suo (e chi mai aveva avuto con quella creatura più costante familiarità di lui, l'angelo invisibile, messole accanto da Dio ancor prima che nascesse?) Scorgendo negli occhi non più materiali di lei la domanda: <E Michele? Cosa ne sarà di Michele senza di me?> l'angelo accentuò il sorriso in modo incoraggiante. <Verrà anche il suo momento> le rispose con piglio più soldatesco l'altro angelo: <questione solo di poche decine di anni, per chi sta qui lo stesso che niente.>
In un ultimo residuo di comportamento terreno, Alma sospirò.
Intanto intorno a lei cominciavano a configurarsi altre presenze spirituali: si accorse anzi che una di queste le stava venendo incontro. Era lo spirito d'una donna di incomparabile bellezza. Almina spalancò i suoi occhi nuovi: <Marietta!> esclamò: <Oh, Marietta, sei tu?>
Era proprio Marietta 'delle spole', che tante e tante volte aveva accompagnata Alma infante in chiesa o a passeggio lungo le strade acciottolate di Nomana, tenendola per mano. Non aveva più i capelli repulsivi né la faccia gialla né le gambe storte, aveva invece ancora - se pure non più fatti di materia - i begli occhi d'agnello che sulla terra sembravano così fuori posto nel suo povero viso: ma non erano fuori posto qui, dopo che tutto il resto della sua figura - pur senza propriamente cambiare - si era per così dire adeguato ad essi.
<Benvenuta Almina> la salutò con gioia Marietta: <Benvenuta.>
<Nessuno, a pensarci bene, era più degno di te del paradiso> mormorò estatica Alma.
<Oh, se è per questo siamo qui in tanti, in tanti> disse Marietta con voce angelica (ma che ricordava ancora in qualche modo la sua voce sempre un po' spaventata d'una volta) <perché non uno di quelli per cui Cristo è morto si perde, Alma cara, non uno; se non vuole. Vedrai tuo cugino Manno, e Giustina, e Stefano, col loro padre Ferrante, vedrai il Foresto, e suor Candida, e Romualdo, e anche il Praga d'Incastigo che - grazie alle preghiere instancabili di don Mario - il demonio non è riuscito a tenere soggiogato fino alla fine.>
A questo punto l'angelo di Michele fece un gesto circolare di saluto: <Beh, io devo tornar giù> disse con un mezzo sospiro, <il mio posto è ancora là>, e schiuse le ali per lanciarsi nel tragico mondo degli uomini."

E questa è la fine del tuo Cavallo Rosso, Eugenio Corti, la pagina 1274, e dico 1274. Ti auguro un paradiso così, semplice così, povero così, con gli angeli col cappello con la piuma degli alpini e i beati tutti del paese e delle cascine brianzole, e con lo spirito celeste che sospirando - o piuttosto bofonchiando - dice <Beh> (avete letto? dice proprio <Beh>), saluta e torna a laurà. Te lo auguro in questo post, scritto ma non rivisto dall'autore (toscano: pigro e codardo come quelli della sua terra).



giovedì 30 gennaio 2014

Bassa di Passaggio


Prima: alba con striscia di vivido arancio verso la pianura, e dall'altra parte l'oscurità delle alpi. Poi: montagne da ogni parte, cielo più chiaro, il punto luminoso di Venere al colmo dell'eclittica, la falce di Luna. Il treno percorre la val di Susa, assieme al sorgere di un giorno chiaro. [Quella valle l'ho sognata qualche giorno fa, proprio quelle ripide pareti di roccia, e incontravo il Dalai Lama che fuggiva dai cinesi]. Bevo tè caldo, ascolto musica (Chopin, i Baustelle, la Terza di Beethoven, i Winterreise di Schubert, Leonard Cohen, le Advaitic Songs degli Om e praticamente l'opera omnia di Joan Baez). Tutto tranquillo. Trovo scritto "le mancanze possono trovare uno spazio più grande, meno compresso; gli spostamenti, da soli, sono come un interstizio di libertà del cuore e dell'anima". Ed è proprio così che si sentono le mie mancanze, così, su questo treno quieto che se ne va, emettendo appena un flebile ronzio, a Parigi, e che mi depositerà per pranzo sotto il tetto in ferrovetro della Gare de Lyon.

Al confine, tra Bardonecchia e Modane, un terzetto di poliziotti in blu, sorridenti e assonnati, fingono di controllare i documenti. Io non estraggo neppure il mio, non mi viene chiesto. Il confine è ormai formale, nel senso che permangono solamente alcune formalità residuali di segnalarne il passaggio. Ma il treno lo attraversa in un sospiro, senza che i passeggeri quasi se ne accorgano.

Mentre scrivo - proprio in questo istante – siamo fermi a un'altra Gare de Lyon, cioè proprio alla stazione di Lyon / Saint Exupery, e all'inizio mi sembra molto strano aver dato questo nome a una sosta per treni e non a un posatoio per aeroplani. In realtà è la stazione interna all'aeroporto. Quella della città si chiama Part-Dieu, tanto per dire.

C'è un pensiero che da ieri mi insegue, ma delicatamente. Potrei dire che mi accompagna, ma il verbo non darebbe conto di una certa mia voglia di liberarmene, ed è forse per questo che scrivo, per liberarmene, pur sapendo che forse nessuno potrà comprendere. Lo prendano, se vogliono, come una fiaba, anche se fiaba non è.

Ho rivisto un'amica, un'amica del cuore, dell'anima, dell'esistenza. Forse più per vocazione che per scelta propria, un'esploratrice di territori misteriosi e terribili. Una donna che conosce gli scoscendimenti della paura, le vertigini del dolore, le voragini delle separazioni, le paludi dell'impotenza, le vette del coraggio. Con una sua certa allegria di naufragi spesso punteggiata da risate esplosive, con un suo certo lento ma inarrestabile procedere (proprio come è stata lenta e inarrestabile la rotazione della terra quando stamattina ha offerto il suo fianco alla luce proveniente dalla stella Sole), con un suo certo understatement romanesco, con un suo certo buonsenso materno, insomma con un'autoironia che spesso la nasconde e la difende e ci difende, la mia amica ne ha viste di tutte. Non è mai stata da sola, però. Una fiducia rocciosa, un affidamento tenace, un docile quotidiano confidare: tutto questo la legava come una corda da alpinismo alla sua Guida, al suo Maestro. Che l'ha sempre 'tenuta' nei momenti critici, e solo Dio sa se ve ne sono stati.

Fatto è che la mia amica, questa volta, si è spinta lontano. Tanto lontano. Proprio tanto lontano. Fino a quel Confine oltre il quale davvero nessuno sa cosa ci sia. Mentre si trovava in un luogo circondato da quegli alti monti che furono l'amore di Buzzati, lontana da casa e dai passi di danza dell'abitudine, qualcosa - improvvisamente, sorprendentemente, forse imprudentemente - la convinse ad andare a vederlo, quel Grande Confine. Non era certo se per attraversarlo o no. Quanto a lei, non che facesse una grande differenza. Una tipa così non è che perde tempo ed energie ad aver paura. Annodò la corda alla sua Guida e, come sempre, si mise in cammino. Accadde però che - proprio quando il Confine già si intravedeva - sentì la corda cedere la sua tensione: la Guida, il Maestro, se ne era andato. O piuttosto era lì, ma non per lei. L'aveva lasciata sola. Proprio allora, proprio ora. Non posso dire - perché non mi sono state descritte - le sue reazioni in quel momento di inconsueto abbandono. Conoscendola, posso solo immaginarle. Fece tesoro delle mille e mille ascese e discese compiute, delle mille e mille escursioni e incursioni, replicò, nel buio del cuore, le parole e i gesti noti, si comportò come se la Guida ci fosse, come se la sostenesse, come se la guardasse (e lei sotto il suo sguardo poteva far tutto), agì esattamente nello stesso modo. 

E così fu che la mia amica ritornò dal Grande Misterioso Confine. Per un certo tempo si tenne un po' in disparte. Le persone andavano a visitarla, la accarezzavano, la vezzeggiavano, e magari qualcuno si è spinto a chiederle qualche parola su quella terra terribile. Lei, così stanca, rispondeva calma. Nessuno poteva capire che aveva fatto esperienza di qualcosa di più tremendo ancora del Grande Confine oltre il quale nessuno sa. Che anzi quasi non si ricordava più di quel che aveva visto: mentre invece era ancora viva in lei la sensazione di quel che non aveva visto, di quello, cioè, che non aveva "più" visto. Del suo Maestro. Che aveva sciolto la corda, lasciandola - forse per la prima volta - sola. E c'era dentro di lei confusione. E c'era dentro di lei desolazione. E la ferita sul cuore. E forse c'era anche delusione, e un po' di rabbia.

Fatto è (sì: "fatto", fatto è), che qualcuno - sorprendentemente, improvvisamente, forse imprudentemente - valicò il Grande Confine in senso contrario, utilizzando chissà quale Bassa di Passaggio (*), chissà se mandato da altri o piuttosto senza autorizzazione alcuna. Fatto è che le fece visita discreta, un po' sperduto - immagino - nella grande città. E fatto è che questo qualcuno io ben lo conosco, ed è un qualcuno così giovane e così ormai vecchio da esser quasi ormai nessuno, chissà perché lui proprio, ma certi legami chi li conosce, e sa il Cielo se li conosceremo mai. Da quando se ne andò io non lo rividi mai. Anche lui partì quando era fra i monti, con la corda slacciata: un breve fatale volo e il Confine fu passato in un sospiro. Ebbene, questa volta lui raggiunse la mia amica e rimase un po' con lei. Quel che si son detti lo ignoro. Credo vi sia stata una condivisione di tecniche di alpinismo ed esplorazione esistenziale, con magari qualche accenno alle particolarità di quel territorio specifico, e al senso - più che alle ragioni - di attraversarlo in arrampicata libera e non assicurata. I due sono tipi concreti, e il tempo concesso non era forse molto. La lasciò: più quieta, più consolata, almeno così lei mi ha raccontato.

Fatto è che - con tranquillo pudore - la mia amica e io abbiamo parlato di tutto questo, nell'anticamera di una grande casa rossa, che è poi uno di quei posti come Bet-El già Luz, in cui Dio poggia le sue scale perché gli angeli possano scendere e salire. E che questo pensiero mi segue, e ha attraversato insieme a me un confine inesistente a bordo di un treno veloce e silenzioso, che ora mostra dal finestrino la terra delle Cattedrali. Parigi non può essere lontana. Non è però a Parigi che vado, ma in un altro luogo di quelli dove gli angeli scendono e salgono. Terribili questi luoghi, case di Dio e porte del Cielo (Terribilis est locus, domus Dei et porta Caeli, Gn 28, 17).



(*) La Bassa di Passaggio, nel gergo dei soldati, è quel documento che autorizza il trasferimento da un Reparto all’altro. Cesare Musatti, padre della psicoanalisi italiana, ricorda in un suo scritto – intitolato appunto Bassa di Passaggio – di come al fronte, in quanto Ufficiale di Artiglieria, gli fosse stata assegnata una mula. Ai muli venivano dati dei nomi presi a caso dal vocabolario italiano: quella che toccò a lui si chiamava “Inibizione”.

giovedì 16 gennaio 2014

Scusate Brianza. Nota su "Il capitale umano" di Paolo Virzì

Un giorno di solicello settembrino, in una bara polverosa trasportata da un furgone Mercedes metallizzato, tra i timidi applausi di alcuni ammiratori in sandali, Lucio Battisti fuggì finalmente dalla sua Brianza velenosa. Non però per una Nuovissima Zelanda, ma soltanto per Rimini. Riposava a Molteno, in un cimitero che ben conosco e che si raggiunge perfettamente a piedi dal luogo dove lavoro. Un cimitero da cui si vedono Resegone e Grigne e gli altri monti sorgenti dall’acque ed elevati al cielo. Villa Battisti, a Dosso di Coroldo, è in abbandono e verrà venduta. La famiglia ora insiste perché venga distrutta anche la cappella vuota di spoglie, il cenotafio, ancora frequentato da qualche residuale fan brianzolo e per questo velenoso: non deve rimanere niente di lui in terra di Brianza, neppure l’impronta della bara.



Sogno il mio paese infine dignitoso 
e un fiume con i pesci vivi a un'ora dalla casa 
di non sognare la Nuovissima Zelanda 
Per fuggire via da te Brianza velenosa

Ma che colore ha una giornata uggiosa 
ma che sapore ha una vita mal spesa

La canzone gliela scrisse Mogol, pensando a giornate uggiose e citando l’ ICMESA. Io conosco bene l’uggia, altrimenti detta akedia. E’ il sentimento che conosco meglio. Mi sento un vero e proprio sommelier delle ugge possibili e impossibili, di tutte le immaginabili e inimmaginabili impazienze del corpo, del cuore, dell’anima e dello spirito, ne riconosco l’annata, la provenienza, il sapore, il retrogusto. La mia stabile dimora interiore è il voler essere altrove. Sono della stessa razza dei Captifs de Longjumeau descritti magistralmente da Leon Bloy. Come quella dei coniugi Fourmi, anche la mia casa è piena di mappamondi e planisferi, di atlanti in ogni lingua e perfino di una mappa della Luna, di libri di viaggio, di storie di navigatori, di riviste di società geografiche e di racconti di esploratori. Come loro, divorato dall’uggia, sono sempre sul punto di partire per l’India, per la Russia, per l’America, per la Nuova Zelanda, per la Micronesia e soprattutto per l’Altro Mondo, che mi sembra più nuovo e più facile da raggiungere rispetto al Nuovo Mondo. Come loro, non sono veramente partito mai, non dovevo e non potevo. Les atomes et les molécules se coalisaient pour me tirer en arrière. Io non vivo a Longjumeau, vivo a Milano in periferia, un quarto piano sull’infinito, come direbbe Pessoa di Rua dos Douradores. Ma potrei vivere in Brianza. E in effetti credo che la Brianza sia popolata da captifs, e che i suoi stradoni siano visitati e percorsi incessantemente da ugge di ogni tipo.

Ma nessuna di queste ugge compare nel film di Virzì, nessuno di quei captifs fa capolino dalle mansarde o dalle tavernette delle villette a schiera. Mi capita spesso di addormentarmi al cinema, e non è necessariamente indicazione che il film non mi piaccia: il brutto irrita, non assopisce, il brutto fa male e tiene svegli, se un film ti aiuta a farti una bella dormita tanto brutto non è di sicuro. Più raramente mi capita di agitarmi, smaniare sulla poltroncina di velluto, pensare e ripensare ora-mi-alzo-e-vado-via, rarissimamente mi capita in effetti di alzarmi e andar via [e anche questo non è in senso assoluto un cattivo segno, l’ho fatto per esempio con Le onde del destino di Lars von Trier, ed era perché mi rovistava troppo nel profondo, mi afferrava le viscere e le stritolava con le sue immateriali mani di luce]. Ma non mi era ancora mai accaduto di afferrare il braccio della mia vicina di posto – in questo caso l’incolpevole D – e addentarlo per disperazione. Ebbene è successo verso la fine de Il Capitale Umano.

Io avevo quattordici anni e Firenze era ancora per poco una città profumata di glicini, quando l’ICMESA vomitò 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina. La famigerata nube tossica si levò sulla Brianza. Tragiche ne furono le conseguenze. Nella consapevolezza della teratogenicità della diossina, con l’autorizzazione di Andreotti, furono eseguiti in deroga alla legge alcuni aborti spacciati per terapeutici, ma in realtà eugenetici. Contro questa decisione insorsero invano le voci del Cardinal Colombo e di Indro Montanelli, della sensibilità e dell’autorevolezza religiosa e laica lombarde. La clinica Mangiagalli iniziò così la sua carriera di luogo dove si va – spesso – a non nascere. I poveri resti dei feti non mostrarono alcuna malformazione. Le altre gravidanze in atto, portate a termine, consegnarono al mondo figli perfetti.

Poi naturalmente la Brianza si nutrì di altri veleni, questa volta morali. La ricchezza malvagia e arrogante, il potere corrotto, il libertinismo sfrenato di Arcore, che subito si trasformò in Hardcore nella bocca dei simpaticoni. Insomma Berlusconi e la sua villa, triste corte trash con stalliere mafioso annesso. Ricchezza e potere: ma la Brianza rimane – come scrive Maurizio Crippa – periferia esistenziale. Rimane colpevole di rotonde, di fioriere e di acciottolati che non le vorrebbero manco a Tblisi, colpevole di villette a schiera di orribili geometri, di pizzerie da frastuono di pesci fritti e di Averna ghiacciato, povera periferia esistenziale del mondo, non certo centro storico. Virzì, sdraiato sul divano del centro storico e morale, prova a maramaldeggiare, ora che il Caimano è moribondo, con una radunata d’attori celebri (due Valerie – Bruni Tedeschi e Golino, due Fabrizi – Bentivoglio e Gifuni – e Luigi Lo Cascio). Ma la decima musa è vigile e attenta. E forse anche i santi patroni della Brianza. Perché, guardacaso, il film risulta uno schifo sesquipedale, in cui l’unica cosa che si salva è proprio la Brianza e la sua gente.

Bentivoglio è una ridicola macchietta al cui confronto Giacomo e Giovanni – nell’episodio del Conte Dracula in “Tre uomini e una gamba” (Ma quell' li, l'è Toto Schillaci, el gran visir de tùch i terun!) hanno una profondità e uno spessore che levati. La Bruni Tedeschi – bellissima, va detto – miagola dall’inizio alla fine come una miliardaria gatta stretta all’uscio (toscanismo, Virzì capirebbe), ma soprattutto quando il pateticissimo intellettualoide Lo Cascio la intorta con il tradimento dell’arte per il soldo. Lei ovviamente miagolando se lo scoperà, dopo aver subito una squallida paesana manomorta, senza peraltro dare grande soddisfazione allo spettatore. Andrà su e giù senza pathos, illuminata dal videoproiettore che riproduce Salomè di Carmelo Bene, quando il Tetrarca viene sedotto al suono del mantra tiperdono tiperdono tiperdono; poi: stacco su sigaretta accesa postcoitale da siciliano doc. Non so se volontaria o meno, c’è anche una citazione della mitica pubblicità dei Ferrero Rocher: lei sul sedile posteriore dell’auto che dice all’autista vaiqui vailì nomeglioqui, hocambiatoideavailà, e lui che le risponde impassibile, professionale, verticale, con una voce di basso profondo: Signora, le ricordo che il suo programma prevede per le dieci il massaggio shiatzu. Valeria Golino noiosissima e superflua. Il migliore, per me, è Gifuni. Complessivamente, un film che non riesce neppure ad essere a 2D: solo una, quello del più frusto pregiudizio.

Tornando a casa discuto appassionatamente con D, la quale si trova su una posizione del tipo sì-non-è-certo-un-capolavoro-ma. D sostiene che personaggi del genere esistono veramente. Sarà benissimo: e allora? Il cinema è necessariamente più povero della vita, non contiene tutte le ridondanze in cui ognuno di noi – e perfino un brianzolo – vive immerso, e quindi, se si deve rappresentare qualcosa o qualcuno, occorre un taglio di sguardo particolare che gli dia senso. In caso contrario l’esito è appunto una stupidità grottesca. Sfido pubblicamente D a sostenere che la riunione del consiglio di amministrazione del teatro che sta per chiudere e che la triste miliardaria vuol salvare, divorata com’è dai sensi di colpa (consiglio composto da lei, Lo Cascio professoretto in giacchetta di vellutetto e occhialetti di tartarughetta attraverso i quali getta di sguardetti da pescetto alla suindicata riccona, la giornalista figadilegno che si occupa di cultura per la Prealpina (ah, giornale varesotto, mica brianzolo), il venerabile teatrante in piena demenza senile dalla lunga barba bianca e dal mantello nero e che non si lava la mano da quando gliela ha stretta Pirandello, l’assessore leghista con capelli unti / cravatta verde / suoneria del telefonino con Va’ pensiero e proposta di cori padani, bene, sfido D a sostenere che questa accolita sia più verosimile del Consiglio di Elrond Mezzoelfo, con elfi, uomini, gobbi e nani, oppure del bar di Star Trek, con Klingon, Ferengi e Vulcaniani. D è intellettualmente onesta – anche se ha frequentato il Gregorio XIV (ops, o era un altro Papa?)  – e quindi dirà che no, non si può sostenere. Elfi e Klingon sono molto più veri, perché rappresentano aspetti veri del profondo o dell’immaginario, come gli dèi – che sono specchi meravigliosi della nostra bellezza e del nostro orrore. Invece, uscire dal cinema dicendo fra sé e sé: certa gente è proprio così, oppure - meno spesso - siamo proprio così è un pessimo segno: vuol dire che il film non ha aperto alcuna fessura sugli stereotipi che ci portiamo dentro, ma li ha vellicati, confermati, magari esagerandoli. Come quando il compagnone fa l’imitazione di Mike Bongiorno (allegria! la uno, la due o la trèh? ahi ahi ahi signora Longari) e tutti gli altri a dire ma è uguale! Insomma occorre considerare l’infinita differenza che c’è tra un imitatore (è uguale!) e un attore, differenza che – chissà – magari costò la vita a Alighiero Noschese. Flaiano – polemizzando con Duchamp e il suo L.O.O.Q – diceva di detestare chi faceva i baffi alla Gioconda, ma di non aver nulla da dire a chi la prendeva a pugnalate. Virzì mette i baffetti alla Brianza. A pugnalarla con tragico amore ci ha già pensato Testori.

Dentro un film orribile, squarci di una Brianza forse gelida, forse ostile, forse minacciosa, forse pretenziosa, illusoria, deludente, sontuosa, invalicabile, una Brianza di cui Virzì – alla ossessiva ricerca del briantopitecus SUVnormalis da svergognare nel suo circo Barnum – ignora e ignorerà per sempre il mistero struggente e l’incanto uggioso, anche se ne mostra involontariamente la neve, i prati, il cielo così bello quando è bello, così splendido, così in pace.

Io però in qualche modo la mia vita la devo  davvero alla Brianza. Non ai personaggi di Eugenio Corti, ai suoi brianzoli cristiani e concreti, d’industria, di moschetto, di preghiera e di carità, di Angelus Domini e di rigore morale. Non ho fatto in tempo a conoscerli, quelli. La devo piuttosto a un bambino che veniva portato dalla mamma (brianzola del tipo ‘cortiano’, quindi a me ignoto) a messa a Desio mentre era ancora notte, e da lei veniva istruito sulla bellezza del mondo e sulla grandezza di Dio, certo: ma che poi, crescendo, ha conosciuto l’uggia, sì, l’uggia, la mia stessa terribile uggia. E l’ha affrontata da uomo, con la sua voce roca, con Dostoevskij e Leopardi, Schubert e Chopin. Con Gesù, domandandolo, domandandolo, domandandolo dal profondo di quell’uggia. E così facendo è diventato padre. In  simplicitate cordis sui laetus obtuli universa. Nella semplicità del suo cuore, lieto, mi ha dato tutto. Tutto: cioè la possibilità di sperare nell’infuriare estenuante dell’uggia. Senza quell’uomo, l’uggia mi avrebbe già ucciso. Quindi è mio padre, anche se io non sono fra i suoi figli. E il suo sguardo, e la sua voce in me, voce e sguardo indimenticabili.

E, come si fa con un un padre, ogni tanto vado a trovarlo al cimitero. Prendo dei fiori semplici e tristi, fiori belli da morto. E passo le mani sul suo sepolcro, fatto di pietra dei monti magari della Brianza, pietra rugosa, irregolare, piacevole al tatto ma che può anche ferire. La accarezzo in silenzio. Qualche volta ci poggio sopra la fronte.