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martedì 3 dicembre 2013

Indechiffrable - Una storia perversa

Questa è una storia in cui chi indossa l’armatura è più vulnerabile di chi ha solo un golfino. E’ una storia in cui le immagini dicono il contrario delle parole, ma tutte e due dicono in fondo la medesima cosa. E’ una storia in cui le labbra parlano in un modo ma baciano in un altro. E’ una storia in cui corpi, intenzioni, speranze vivono capovolte e muoiono dritte. E’ una storia in cui Ares e Afrodite si scambiano le parti, ma la loro prole rimane sempre la stessa. E’ una storia in cui per comprendere il comportamento di una contestatrice ventenne bisogna chiedere a un vecchio rabbino chassidico del settecento. E’ una storia in cui uno stolto mercante vende per pochi soldi il Fiore di ogni Fiore e alla fine guadagna ciò che nessun altro ha avuto mai. E’ una storia perversa.

“Quel che hai scritto è orribile, sì, orribile. Disgustoso. E, se proprio devo dirla tutta, anche un po’ perverso.” Perverso? dico pensando al mio cinguettio serale, e ora sono le tre di notte. “Perverso. Un gesto è fatto per esprimere un sentimento e viene usato per dire il suo opposto: e questo, anziché respingerti, ti eccita. Sì, perverso. Ti sarebbe piaciuto anche il bacio di Giuda.” Fingo di prendermela ma sotto-sotto gongolo. E’ perverso gongolare quando ti viene detto che sei perverso?

[Mi sarebbe piaciuto anche il bacio di Giuda. Vero, mi piace. Mi piace che non abbia usato uno schiaffo per far capire alla canaglia quale fosse il Maestro. Mi piace perché è uno che non sa fare buoni affari, baciando. Judas, mercator pessimus / osculo petiit Dominum / ille ut agnus innocens / non negavit Judae osculum. Giuda, pessimo mercante, chiese un bacio al Signore, ed egli – agnello innocente – quel bacio non glielo negò. Non gli ha negato il bacio, Da nessun altro il Signore fu baciato, se non i piedi, da Maria. Mi piace perché alla fine, pur mercator pessimus, guadagna quel bacio, come  la donnina qualunque (ma ottima mercantessa) che con un bacio al matto ottiene un disegno di Antonio Ligabue – guardatelo su http://www.youtube.com/watch?v=B5kAhWA-Bko da 8.35 in poi, anche se non c’è l’audio – ed è diverso e forse opposto ma sempre questione di baci estorti e doni immeritati.]

L’accusa di perversione trova il suo fondamento su un mio tweet. Un commento alla foto in cui la ragazza militante no-tav cerca di baciare il poliziotto in equipaggiamento antisommossa, e il commento diceva: Solo io trovo più sexy il "bacio d'odio" che il bacio pacifista? Come ormai tutti sappiamo, lei non era una figlia dei fiori, non aveva forse mai sentito la canzone dei Giganti (Mettete dei fiori nei vostri cannoni perché non vogliamo mai nel cielo / molecole malate, ma note musicali che formano gli accordi / per una ballata di pace) e non voleva portare a compimento quanto accaduto a Washington nel 1967, a Isfahan nel 1979, a Seul nel 1987, ancora a Seul nel 1993, a Giakarta nel 1998, a Seattle nel 1999, ancora a Washington e a Montréal nel 2000, ad Halifax nel 2002, a Losanna e a Cancun nel 2003, a Kiev e a Brunswick nel 2004 a Baku e a Beirut nel 2005, a Lione nel 2006, a Rostock e a Islamabad nel 2007, in Minnesota e a Atene nel 2008, a Londra nel 2009, a Roma e a Toronto nel 2010, a Madrid e a Sanaa nel 2011, tutto un dolce rosario di fiori colorati infilati nelle canne dei fucili, cosparsi sui caschi e sugli elmetti e inghirlandati attorno alle bandoliere e alle baionette, no, non voleva superare tutti in un Valdisusa 2013 offrendo il fiore della propria bocca. Voleva al contrario esprimere disprezzo e odio. Almeno così ha dichiarato lei. E giù centinaia e centinaia di battute di commentatori e cronisti e corsivisti a dire che peccato, che tristezza, che delusione, come sarebbe stato più bello, più giusto, meno perverso – appunto - se.

Fossi in loro ci andrei piano con una che si chiama Nina De Chiffre, e come tale fin nel nome è indechiffrable.

E’ la situazione tutta ad essere indechiffrable. Un jackpot di simboli, a partire dal trivellone che sventra la montagna, uno stupro geologico. Il potere maschile romano contro la fiera dolcezza valsusina, occitana, provenzale, montanara; il cantiere contro le montagne innevate, le ruspe contro la Sacra di san Michele e l’abbazia di Novalesa; i camion contro l’aria pura di montagna.

Poi c’è questa ragazza di vent’anni, ninadechiffre in arte Jasper Baol, che nel suo profilo Facebook pubblica foto belle e intriganti, e tra di esse una in cui, nuda, esce dalla spuma marina (aphros): tanto per dichiarare ufficialmente e quasi anagraficamente che è una dea, e quale dea. Si avvicina a un poliziotto venticinquenne dal volto angelico e mite, alto, immobile, catafratto di nero e di blu. Prova a baciarlo, e non riuscendoci a causa della celata, si inumidisce le dita di saliva e – passando sotto la visiera – gli bagna le labbra. Lui chiude gli occhi. E anche lei li ha chiusi. Perché in certi momenti, lo sappiamo bene tutti, gli occhi si devono chiudere.

Ma questa è la prima parte: che dice di un gesto che, per sé, sarebbe imparentato con tutti gli altri gesti floreali, da Washington a Sanaa, solo un po’ più intimo. Ce n’è una seconda. Fatta di parole sibilanti, perfide. Può anche essere che la ragazza si sia pentita del suo trasporto, un po’ troppo ad alta velocità, visto che è di trasporti che si parla e si contesta. Io però non credo. Le parole cattive sono solo l’altra faccia della caccia d’amore, servono a creare quella differenza di potenziale tra i poli perché possa scoccare la folgore erotica. Il bene puro non è amore, è ideologia

[Quando fu vecchio, Rabbi Moshe Haim Efraim (che era niente di meno uno dei figli di Israel ben Eliezer aka Baal Shem Tov, fondatore del Chassidismo) decise di lasciare la città di Sedilkow e di trasferirsi a Mesbiz. Per non farlo andare via i preposti decisero, durante un'assemblea, di aumentargli lo stipendio. Quando lo seppe, egli disse: "Vi ringrazio, perché so che in questo modo voi volete fare una cosa buona per me. Il mio principio però è quello di accettare il bene solo se a esso è legato anche un po' di male. Questo perché al mondo non vi è vero bene, se assieme non c'è anche un po' di male. Ditemi, c'è del male in ciò che avete deciso di fare? " I preposti non trovarono niente di negativo. In seguito a ciò, Rabbi Moshe Efraim andò ad abitare a Mesbiz.]

E infatti il cristianesimo, rispetto a questo punto, un po’ a rischio lo è. Io sono molto grato a quegli evangelisti che ci hanno narrato – per esempio – di quando Gesù si commuove (Iesus ergo fremuit spiritu et turbavit se ipsum, dice quando si trova davanti alla tomba dell’amico Lazzaro: che va onorato non in quanto risorto, ma in quanto pro-vocatore del pianto divino). Oppure di quando si arrabbia (Iesus, cum fecisset quasi flagellum de funicoli, omnes eiecit de templo). Commozione turbamento collera. Meno male. Sperimentando e agendo queste emozioni, le divinizza: quod non est assumptum, non est sanatum, secondo quanto insegnano i Padri a partire da Massimo il Confessore. Occhio al Gesù troppo buono, perché non salva un sacco di cose. Il Buddha di certo non è un bonaccione, ma non si commuove e non si arrabbia, è empatico senza scomporsi, e in effetti trovo il Buddha theravada un po’ a tinte pastello per i miei gusti; il buddismo ah lo preferisco contaminato con l’induismo hard boiled, in cui i Bodhisattva appaiono anche terribili, incazzatissimi, zannuti e unghiuti e danzano furibondi sui cadaveri nudi degli amanti. Mi pare fosse Lanza del Vasto a dire che un dio indiano se non sbrana, se non sbudella, se non taglia un po’ di teste, se non fa qualcosa di splatter, insomma, non può aspettarsi che la gente lo veneri e lo onori e cosparga di burro fuso, fiori e zafferano il suo lingam. Brahma, che pure è il principio cosmico supremo, non ha templi da nessuna parte. Non ha fatto nulla, a parte essere appunto il principe e amarsi narcisisticamente, tanto si ama da farsi spuntare millanta teste per guardarsi (la più alta della quale verrà appunto mozzata dal buon Shiva, dio invece amatissimo e veneratissimo).

Ma torniamo alla nostra indechiffrable Afrodite no-tav.
Ascolto un’intervista alla radio, un programma condotto da due giornalisti da battaglia, bravi a rendere pulp tutto quello che toccano. Lei no però, non ce la fanno. Lei è molto più pulp di loro.
“ Come sta?”
“Questo non è affar suo”, risponde, e la sua voce è veramente di carta vetrata.
“Lei ha detto: Nessun messaggio di pace, anzi questi porci schifosi li appenderei solo a testa in giù, dopo quello che è successo a Marta, la mia compagna molestata e picchiata
“Vero. E quindi? Ad appenderli per il dritto morirebbero.”
“E invece a testa in giù?” cerca di stare al gioco l’interlocutore.
“C’era un riferimento, ma non mi aspetto che lei lo capisca”
“Come Mussolini a piazzale Loreto…”
Silenzio prolungato. Non ha capito nulla. Eppure il giornalista appartiene al popolo ermeneutico per eccellenza, quello stesso del Baal Shem Tov per intenderci. Piazzale Loreto? Ma questo lo penserebbero tutti. E poi a piazzale Loreto mica vengono appesi vivi, i due. Andiamo. Io sarei andato a cercare piuttosto nella Philosophie du Boudoir. Avrei immaginato una pratica di bondage estremo. Perché ridurre subito una magnifica risposta (ad appenderli per il dritto morirebbero) a ideologia? Ma si sa, io sono perverso.
“Precisamente” sbadiglia alla fine lei. Ha ragione: non ha senso sprecare queste perle. Sia dato al cretino quel che vuole. Comportarsi come una sex worker? Ma se lo sanno tutti, fin dai tempi di Pretty Woman, che le sex workers fanno qualunque cosa except kissing on the mouth.

Poi certo, ci sarà anche stata veramente un po’ di voglia di morte. L’ indechiffrable è Afrodite, ma Afrodite Areia, sposa di Ares, guerriera anch’essa. E si sa come si chiamano i figli: Phobos (paura), Deimos (terrore) e secondo alcuni anche l’iti-mega-fallico Priapo. Poi anche Armonia.

Inoltre il povero ragazzo è in armatura. “Alle dame si consiglia – dice Agilulfo, il Cavaliere Inesistente di Calvino – come la più sublime emozione dei sensi, l’abbracciarsi a un guerriero in armatura.” (Every woman adores a Fascist, / The boot in the face, the brute / Brute heart of a brute like you  direbbe in altro modo – non fiabesco e terribile – la poetessa Sylvia Plath) “Bravo” continua in Calvino la vedova Priscilla “lo vieni a insegnare a me!” poi si arrampica su di lui e prova uno dopo l’altro tutti i modi in cui un’armatura può essere abbracciata. E quando l’intrepida Bradamante se ne innamora a sua volta, e i commilitoni la pigliano in giro “Ma se lo spogli nudo, poi, che acchiappi?” lei ribatte “E non credete che io sia talmente donna da far fare a qualsiasi uomo ciò che deve fare?

Ecco, “talmente donna da far fare a qualsiasi uomo ciò deve fare” E cosa deve fare un uomo? Per prima cosa, naturalmente, esistere. Indechiffrable così tanto donna – a dispetto delle e grazie alle sue parole anche ostili -ha reso esistente il Cavaliere Inesistente. E contemporaneamente l’ha spogliato. Insomma gli ha restituito il corpo.

Qualche giorno dopo sono andato a vedere la mostra di Rodin a Palazzo Reale, quei marmi liquidi e luminosi. C’è il celeberrimo Bacio. Quei due, sospesi tra esitazione e travolgimento, sprigionano il loro splendore sulla soglia della dannazione. E, se il Dante poeta vien meno di pietade, il Dante teologo (come direbbe il De Sanctis) li spedisce all’Inferno.

C’è un po’ tutto in quel bacio, in ogni bacio, a saperlo sentire. Tutto un concilio di dèi gloriosi, dispettosi, solenni, feroci, malandrini, terribili, languidi, misteriosi, splendenti, tutto un concilio di dèi, specie quando viene convocato da due ragazzi bellissimi messi dai divini giochi di Dio su parti avverse a far scoccare scintille. Di vita, di morte, di miracoli.




lunedì 25 novembre 2013

[Un anno dopo] Eros in esametri ultraortodossi - "La sposa promessa"

November 25, 2012 at 4:32pm

Tel Aviv non si vede mai. Se non si sapesse che si è lì, non si capirebbe. Potrebbe essere un quartiere di ebrei hassidici di dovunque nel mondo: a Parigi, a Chicago, a Gerusalemme. Tel Aviv, la città della spensieratezza israeliana, del lungomare, della musica, della cultura d'avanguardia, dell'amore, e del tentativo di dimenticarsi che si è ebrei, non si vede mai. Una volta si sente: quando, dalle finestre aperte sulla strada, entra il rumore dei woofer e delle risate di Purim. No, Tel Aviv non si vede mai, ma non per questo non c'è, anzi, ciò che non si vede e si cerca di non vedere è inevitabilmente rimosso destinato a ritornare: laddove chi vive a Tel Aviv è forse più 'ebreo' degli ebrei di Gerusalemme.

La diciottenne Shira vive nell'enclave hassidica di Tel Aviv, appunto, dove se una ragazza a ventun anni non è sposata sia lei che il padre si cominciano a preoccupare seriamente. Non essere sposate, non essere state 'prese' da qualcuno, è un'umiliazione che si sconta ogni giorno: ed è il caso della cugina Frieda, bella ragazza dai capelli rossi (che, essendo non sposata, non copre col tichel), un 'diamante' di tenerezza che però nessuno sembra volere: ciò scava di giorno in giorno sotto i suoi occhi delle rughe di sofferenza (ad ogni festa tutti le dicono 'che tu sia la prossima' e non accade mai), e che alla fine però sarà presa anche lei da un anziano vedovo dallo sguardo buono. In quel quartiere gli uomini indossano lunghi cappotti neri, tallit con tzittzit e gli shtreimel, caratteristici cappelli di pelo di certi askhenaziti oppure larghi borsalini neri, mentre le donne hanno calze spesse e coprenti e gonne a pieghe ben sotto il ginocchio, e camminano cinque passi dietro agli uomini. Tutto orbita attorno al rapporto con un D-o onnipresente e incomprensibile, che pervade le esistenze suscitando una devozione folle e danzante che però è chiamata ad esprimersi attraverso osservanze letterali e apparentemente nevrotiche. Proprio questa è, a mio parere, la chiave del film. Una passione travolgente può essere declinata nella metrica rigorosissima delle osservanze hassidiche. Eros non soltanto non è cacciato, ma assume precisamente quel ritmo per cantare il suo canto. Nonostante i colbacchi, i veli, i cernecchi, nonostante le prescrizioni, nonostante le famiglie invasive fino all'assolutamente inverosimile.

Shira, accompagnata dalla madre Rivka (campionessa mondiale del double binding e del ricatto affettivo), intra-vede il suo promesso sposo mentre sceglie uno yogurt in un supermarket kasher. E' un bel giovane biondo, dai lunghi payot ben arricciati. I grandi occhi della ragazzina si illuminano, e la madre è contenta. Solo il padre temporeggia. Fatto è, che l'Onnipervasivo ha altri progetti. Ester, la sorella maggiore di Shira muore dando alla luce il piccolo Mordechai. I parenti siedono in lutto, le comunità li visita e gli augura Hamakom y'nachem etkhem b'tokh sha'ar avelei tziyon viyrushalayim, [L'Onnipresente vi conforti fra i dolenti di Sion e di Gerusalemme], mamma Rivka si spupazza il neonato e se ne innamora. Il lutto finisce, e il contesto preme perché Yochai - il padre del bimbo - si risposi. Si fa strada l'idea che sposi una antica sua conoscenza e vada ad abitare in Belgio. Trema la nonna alla sola prospettiva di perdere il nipotino, e pur di evitarla farebbe tutto, sacrificherebbe tutto. In questo caso la vittima è pronta e vicina: proprio Shira, che viene proposta al più maturo Yochai.

Più oltre non spingo il racconto, perché non c'è. C'è invece - appunto - un magistrale cogliere la trama delle passioni sull'ordito delle osservanze, l'accadere del desiderio, della paura, del subbuglio, delle farfalle nello stomaco, dello slancio, della ritrosia, della tristezza, della solitudine, della separazione, della distanza e della vicinanza: e tutto secondo passi di danza tassativamente regolati. Ogni tanto qualche perla. Shira che suona la fisarmonica per far danzare i bambini in un asilo, e, smarritasi improvvisamente nel sentire il dolore, vira senza accorgersene in una melodia struggente. Un vecchio Rebbe dalla barba bianca, a cui la famiglia si rivolge per dirimere la questione, e che cita Nachman di Breslav ove dice che il Signore id D-o si compiace se nell'arco di una vita un uomo riesce a dire una parola autentica, e che lascia ad attendere tutti per dare consigli a una vedova a proposito del numero dei fuochi e dell'altezza di una cucina che deve comperare.

Poi finalmente le nozze, tremante la sposa vestita di pessimo gusto, affranto lo sposo sostenuto dagli anziani, attorno canti che non si sa siano di gioia o di pianto. perché così è per gli ebrei, non si capisce mai, l'una cosa vira sempre nell'altra e forse per questo sono il Popolo amato dall'Altissimo.

Ultima, straordinaria, brevissima, necessaria scena. I due sposi entrano in casa, lei si toglie il soprabito, lui appende lo shtreimel all'attaccapanni. Si guardano dagli angoli della stanza. Ancora  l'accadere del desiderio, della paura, del subbuglio, delle farfalle nello stomaco, dello slancio, della ritrosia, della tristezza, della solitudine, della separazione, della distanza e della vicinanza. Ma questa volta non cornici di famiglie o di riti a difendere e a indicare i passi da danzare. Solo, forse, D-o. L'Onnipresente onniassente.




sabato 23 novembre 2013

[Un anno dopo] Dannata Firenze (note su 'Salviamo Firenze' di Luca Doninelli)

Venezia 22 novembre 2012, 11.52

Premetto che il libro di Doninelli è bellissimo, e regala a fiorentini e non una prospettiva straordinariamente acuta e originale su Firenze, le sue origini, il suo presente, la sua sorte. Lo fa - inoltre - utilizzando un genere letterario in qualche modo unico, che incrocia il saggio con il romanzo, la poesia, l'autobiografia, la dichiarazione d'amore, l'invettiva, l'assurdo, che in qualche modo mi ha ricordato 'La scomparsa di Israele' di Alessandro Schwed. Altro fiorentino, guardacaso. Sì, è un libro bellissimo, e io l'ho letto tutto a Venezia, e anche questo ha il suo perché. Leggevo di Firenze, che è la mia città, da Venezia, che è per diverse e indicibili e intimissime ragioni ancor più profondamente mia, mia di me
naturalizzato milanese, e che ora vive a Milano solo col corpo, perché mente, passioni, anima e spirito sono tutti in Israele, in Russia, in Birmania, altrove, chissadove.

Però devo ritrattare il mio primo moto d'esultanza: quando, avendo letto le prime righe, ho pensato che il mio odio per Firenze avesse trovato il suo 'autore'. Non è così: Doninelli non odia Firenze. La ama disperatamente, ahimé. Scagliandole addosso giudizi pesantissimi, come ogni innamorato deluso, ma la ama. Dovevo accorgermene dal titolo, esortativo, che chiama a salvare Firenze, come se fosse ancora possibile. Come se Dio non avesse provato a distruggerla in modo onorevole con l'Alluvione del '66 (e io avevo quattro anni, la mia casa fu interamente sommersa dalle acque nere, e molti ricordi mi restano), ma essendo intervenuti gli angeli del fango (uno dei quali fu Pierluigi Bersani, oddio, che ora rivendica e sbandiera la sua azione salvifica dicendo che alla stessa età il suo attuale contendente fiorentino giocava con Mike alla Ruota della Fortuna e comprava le vocali), essendo intervenuti gli angeli del fango, dicevo, - e si sa, Thomas Mann lo dice molto chiaramente, gli angeli, anche quelli cosiddetti buoni, non sono mai andati tanto d'accordo con il Signore Iddio - ha portato a compimento la sua sentenza mediante lo squallore. Non c'è più niente da salvare, Doninelli. Firenze è morta. Rest In Peace.

Non basta, per resuscitarla, applicare la scossa elettrica defibrillante delle tue idee geniali e bizzarre (in ordine: abolire il sottopasso tra le due Sante Marie Novelle, realizzare un Museo della Città, commissionare a un'archistar il rifacimento di piazza della Repubblica, affidare a un giovane architetto la facciata di san Lorenzo, cedere il David di Michelangelo al Louvre (non ci crederete, ho dovuto correggere, avevo scritto: a Lourdes), cedere palazzo Strozzi alla Apple, acquistare il teschio di diamanti di Damien Hirst e installarlo permanentemente sul tabernacolo dell'altar maggiore del Duomo, e per finire con il trasformare la città in un'immensa casa di riposo per intellettuali dolcemente affetti da demenza senile, che a colpi di scalpello e martello potrebbero distruggere il Corridoio Vasariano). No. Come nei telefilm di medici di pronto soccorso, il corpaccione di Firenze certo sussulterebbe, scosso dalle scosse, ma ricadrebbe inerte sulla barella. Perché non 'la stiamo perdendo', Firenze. L'abbiamo già persa. Non c'è ER, non c'è Doctor Home (ehm, House) che tenga. E Doninelli non se ne fa una ragione.

Una delle idee forza del libro è che Firenze non è la culla del Rinascimento, ma la madre dei Rinascimenti (passati, presenti e futuri). "Una madre è il contrario di una culla", scrive. "Una madre può disconoscere il figlio, ucciderlo, oppure semplicemente non comprenderlo. Una madre può impedire al proprio figlio di diventare quello che è, può rovinarne il volto reale a furia di volerlo sostituire con il volto che lei si immagina."
[e mi chiedo, non è questo divorare il Figlio da parte della Madre, impedirgli di avere un volto compiuto e autonomo, ciò che Michelangelo ha espresso, novantenne, nella Pietà Rondanini?]
Continua Doninelli: "Una madre è responsabile, perché sa che il figlio, una volta nato, si allontanerà da lei, e se vorrà mantenersi prossima a lui dovrà trattarlo come si tratta un altro, come un 'io' in faccia a un altro 'io'. Il figlio è tale perché è fuori dalla madre. La culla, viceversa, è una temperatura, è un microclima che avvolge chi è nato piegandosi su di lui, come un prolungamento del ventre materno,così che il nato viene sempre richiamato da questa parte della nascita, quasi risucchiato nell'inazione, nel calduccio adatto al riposo, dove non si sa in quale punto finisca la madre e cominci il figlio, dove 'tu' e 'io' si confondono in una generale sonnolenza. La culla mantiene l'essere in questa sospensione, in questa non-nascita, in questa negazione dell'altro. E' al posto di madre che Firenze deve aspirare"

La culla non muore. La madre a un certo punto muore, è morta, va sepolta. Non si può convivere col cadavere della madre, come si legge talvolta di qualche pazzo in un trafiletto di nera. Si smontino i monumenti, dal battistero alla stazione di Michelucci, pietosamente, fra le lacrime si smontino. Si collochino smontati in un caveau immenso predisposto, non so, nel deserto nel Nuovo Messico o dell'Arizona. Si mettano al loro posto delle copie di cartongesso, realizzate da una azienda giapponese o cinese, tanto per dare agli occhi il contentino di ciò che han già visto. E si trasformi "Firenze" nel più grande outlet village del pianeta. I fiorentini, vedrete, saranno contenti.

"Mostruoso è chi è nato dalle viscere di una donna morta. E io, feto adulto, mi aggiro più moderno di ogni moderno a cercare fratelli che non sono più." (Pasolini)

martedì 12 novembre 2013

[Un anno dopo] Atman e Brahman - Tiziano a Venezia

7 novembre 2012. ore 14.26

Da fiorentino – come spesso ho detto – detesto Firenze e la rinnego, e potesse scendere un fuoco dal cielo e consumarla con tutti i suoi figli, quelli residenti e quelli dispersi sul pianeta, incluso me stesso, certo, ma per ultimo, perché per favore voglio almeno assistere. Ah come godrei nel vederla lì distesa, tra i colli di Fiesole e il Valdarno, trasformata in un calderone ardente e fumante e bestemmiante, come mi gusterei – appena prima di intizzonirmi felice me medesimo – quel piccolo e povero dayafter provinciale, e saiquantomenefregherebbe degli Uffizi, del belsanGiovanni, dell’Angelico, di Michelangelo. Crepino i fiorentini e crepitino nelle fiamme i monumenti. Cenere cenere cenere.

Invece Venezia – in sé, ovvio, altrettanto banale e in quanto tale meritevole di fuoco, o meglio di annegamento (e ci sarà pure e certamente un confratello apocalittico veneziano che lo desidera e che prega per questo) - è per me soggettivamente sempre incanto e meraviglia, mistero miraggio miracolo mistica mimesi miele minaccia mirabolanti visioni. E’ sempre iniziazione. E’ sempre spalancamento. E’ sempre stravedamento.
E a Venezia lunedì c’era tanto sole, e c’era ancora un poco di acqua alta, e i veneziani se ne andavano tranquilli con i loro stivaloni ascellari, e i turisti invece si affollavano sulle passerelle piazzate lì dai netturbini, e l’acqua ricopriva il pavimento dei ristoranti cinesi e dei negozietti di maschere, e diligentemente e rassegnatamente e rispettosamente e quasi gentilmente veniva scopata fuori: l’acqua del mare, l’acqua della laguna verdecupo, scopata fuori lei che è la vera Signora.

Girovagando per il sestiere Castello, per il solito caso e per la solita necessità, serendipicamente mi trovo nel palazzo Grimani di santa Maria Formosa. C’è la temporanea esposizione di una tela restaurata di Tiziano, appartenente al ‘trittico’ della sacrestia della Salute: tre conflitti, Caino e Abele, il legamento di Isacco e questo appunto: Davide e Golia. Ma prima è imposto al visitatore un percorso – e dico ‘al visitatore’ non usando un gergo da guida turistica, ma perché questa volta c’ero in pratica solo io – un percorso, dico, sorprendente, inquietante e bellissimo. Si passa per stanze prevalentemente vuote, dai muri bianchi e dai soffitti deliziosamente decorati. Ogni tanto capolavori. Non si può non iniziare con l’atto di hybris che commise Psyche lasciandosi onorare come una dea, e che le costò la gelosia di Afrodite, ma infine anche l’amore di Amore, e in aggiunta dolori e cammino e compimento e oscurità e luce;  poi c’è la stanza di Callisto, che è una stanza dedicata alla trasmutazione, ove la ninfa amata da Zeus – che per poterla amare si muta in Artemide  la signora delle belve –  si trasforma in Orsa, la costellazione che mai tramonta. E poi la tribuna, che è un delirio classico, un sogno geometrico, e letteralmente sospeso nel cielo e tra la luce che discende dalla cupola ecco Ganimede, giovanetto anch’esso amato dall’infaticabilmente erotico Giove, ghermito e portato in alto dall’Aquila divina. E la misteriosa frammentata Nuda del Giorgione. E i pannelli di Hyeronimus Bosch, visioni gnostiche di inferni dai sinistri bagliori e paradisi in cui Dio è puro abisso di luce – l’’occhio liquido, rotante’ di Luzi nella sua Dormitio Virginis, e alla fine la stanza del Davide e Golia.

Golia è immenso, nudo, rovesciato, a braccia aperte, e se non fosse per la possanza dei muscoli potrebbe sembrare il Cristo mentre viene confitto sulla croce. Ma la grossa testa è spiccata dal busto, e il collo mozzato e sanguinante è ben definito. Il capo reciso, livido, dalla fronte ferita e corrucciata, dal grosso naso, dal mento forte, giace a terra nel sangue. Quasi cavalcando il gigantesco braccio sinistro del Filisteo, Davide più che giovinetto, Davide bimbo, la veste sollevata dal vento, è come un tuffo verso l’alto, è una freccia viva e senza volto, il cui bersaglio è il Numinoso, appena squarciatosi di luce. Dominus, qui eruit me de manu leonis et de manu ursi, ipse liberabit me. I due sono, sembrano, un'unica cosa. Cade felicemente la testa corrugata dell’uomo vecchio, balza fuori il puer aeternus e spicca il volo, atman che si riunisce al brahman, atman è la freccia, bersaglio il Brahman da colpirsi senza distrazione, come dicono le Upanisad. Più che una vittoria sembra l’uscita da un carcere, soma e sema, corpo-tomba e lo spirito se ne affranca non senza dolore.

Riesco fra sole e acqua. A duecento metri dal Palazzo degli incantesimi, nella Cattedrale di san Giorgio dei Greci, stanno, sereni, seri, solenni, il Figlio e la Madre. Con gli incorporei che li onorano occupando le vuote stassidie, i due siedono quieti, nel silenzio e nella luce d’oro.

domenica 3 novembre 2013

Blue(tooth) is the coldest colour. Commento a "Vita di Adele"

“Oddio! Oddio!”

La silhouette di una signora magra con i capelli lunghi si staglia contro lo schermo luminoso del cinema. Rispetto a me è (diciamo) a ore due. Nella battaglia navale della sala, io (diciamo)  sono H9, lei potrebbe essere E4. “Oddio!” grida balzando in piedi, e si leva poco più di un brusio di commento.
Mie ipotesi: 1. ha visto un topo, oppure un grosso insetto ronzante le si è posato sulla spalla. Oddio! 2. la persona che le siede accanto si sta sentendo male, o magari è morta, lei si è voltata e ha visto il capo reclinato e il bianco degli occhi rigirati. Oddio! 3. ecco, tre è proprio quanto sta accadendo. La signora, non so come, ha scoperto che il suo vicino di posto è intento in pratiche onanistiche. Oddio! Ma la reazione mi pare esagerata. Infatti l’anziano signore che sedeva in E3 (diciamo), colpito e affondato, si alza e se ne va. Lentamente. Compostamente. Vorrei dire dignitosamente. Sul volto una maschera tragica ma calma. Gli ‘Oddio!’ diminuiscono di frequenza e di volume, ma la signora rimane in piedi, alla fine silenziosa, abbastanza a lungo.

Perché, mentre tutto ciò si verificava, veniva proiettata la lunga e supercontroversa scena di sesso saffico contenuta nel film Palma d’Oro a Cannes. Le Bleu est une couleur chaude. Ossia La vita di Adele, di Abdel Latif Kechiche. Una quindicina di minuti, direi, camera spietata e indagatrice, audio spietato e fragoroso, gli spettatori inchiodati alle poltrone dall’imbarazzo, dal turbamento, dal desiderio, dalla paura. Battono forte i cuori di tutti noi che restiamo nondimeno immobili Tranne il signor cosidddetto porco, che con logica e metodo si dà da fare con il suo attrezzo, e che forse, unico, agisce come il regista vorrebbe. Il cinema sarà pure dedicato ad Apollo l’Obliquo, la sala sarà anche consacrata a Fedra figlia di Pasifae e sorellastra del Minotauro, ma è Pan, il dio mortale, il masturbatore, il violentatore, l’urlatore, a scivolare giù dallo schermo e a prendere possesso della sala. A poco a poco alcuni cominciano a sentirlo. Una ragazza (diciamo) in H5 si alza e ancheggia al ritmo catturante di I Follow Rivers di Lykke Li. Una vecchietta (diciamo) in L12 risponde al telefono a voce alta come fosse nel salotto di casa.

Si dice che nei cinema ‘a luci rosse’ dell’era precedente a Youporn, i vecchietti che li frequentavano – se l’infermiera, il fattorino, la segretaria, l’idraulico o la professoressa si scambiavano alcune battute prima di spogliarsi e passare all’azione – protestassero vivacemente urlando Troppa trama!. All’uscita, fulminante, C – che è dubbiosa sul film, mentre io ne sono entusiasta – commenta: ‘Ah, il film non ha trama. Se l’avesse avuta sarebbe stato perfino peggio’. Infatti il film non ha trama. Tre ore e venti – quasi la durata di un volo tra Milano e Mosca – di meravigliosa, incandescente banalità. Di essa si compiace e quasi si adorna. Perfino nelle scene di sesso non ci viene risparmiato nulla, neppure il romanticume di quart’ordine delle candeline accese sulla mensola. Troppa trama no: poca, niente trama. Ma questo film è il contrario di un film erotico.

La mystérieuse faiblesse du visage d’homme. E’ una delle tante citazioni letterarie presenti in Vita di Adele, in questo caso da Sartre (Moi, j’etais hyper Sartre dans mes années lycée, dice a un certo punto Emma, che è l’altra). Questa debolezza misteriosa Kachiche la protegge avvolgendola di esplicito, di nudo, di sesso brutale. Nel film erotico non-vedere provoca il vedere, in questo film il vedere esige il non-vedere. Questo vedere tutto, questo vedere troppo, esige da chi guarda l’atto pietoso del coprire, del velare, e velando si rivela (ancora una volta) e quindi si incontra la misteriosa debolezza del volto.

Nello specifico il volto che si incontra è quello – incantevole – di Adèle. Volto reso deliziosamente e perennamente imbronciato (anche e specialmente quando sorride) dalla conformazione del labbro superiore inarcato, con in aggiunta uno dei più meravigliosi filtri labiali che Nostro Signore o l’Universo abbia mai creato. Dicesi filtro labiale la nota fossetta tra naso e labbra, che si forma quando la prominenza nasolabiale incontra quella mascellare durante l’embriogenesi: ciò secondo la scienza. Secondo la tradizione ebraica invece è questo il punto su cul alla nascita l’Angelo poggia il dito perché il bimbo dimentichi quel che conosce in quanto anima preesistente e lo rende così pronto per una nuova umana avventura. Insomma, un punto importante, e nel caso di Adèle Exarchopoulos si può francamente dire senza timore di smentita che embriogenesi e angelo dell’oblio abbiano fatto le cose benissimo.

Il volto viene mostrato, inquadrato inquisito, strapazzato dalla cinepresa in mille modi, sottoponendolo a primissimi piani mentre mangia forchettate di spaghetti al pomodoro (e la salsa ricopre il filtro labiale di una patina rosa), mentre succhia ostriche vive che si agitano nel guscio al contatto col limone, mentre bacia ed è baciato, mentre divora ed è divorato, mentre fuma e mentre dorme. Mentre arrossisce quando viene insultato o ritratto. Mentre lotta con dei capelli bellissimi e indisciplinati, capelli vivi che si agitano, si avviluppano, si scompigliano,  si intromettono fra gli occhi e fra le labbra, capelli di Medusa. Mentre è schiaffeggiato. Mentre piange piange piange e le cola il naso, e il filtro labiale si inumidisce. Ma tutto questo assedio di visioni del viso ne conferma la debolezza ma anche l’inviolabilità. Non è questa la via giusta della conoscenza del volto. [Adèle è arabo, e vuol dire Giustizia, dice all’amica: forzando l’etimologia, perché Adil vuol dire Giusto, ma al maschile]

Adèle la vediamo che mangia, danza e fa sesso, poi danza (in modo semplice ma dannatamente sexy), poi mangia. Certo, c’è la storia d’amore, ma è scontatissima, le due si incrociano in strada, lei liceale trasognata, l’altra lei sgamata coi capelli blu (e c’è pure, brrr, il ralenti), l’altra la va a prendere a scuola, lei ha l’immancabile e sensibile amico gay, poi lei takes a walk on the wild side che poi tanto wild non è (son tutti bravi e gentili) e poi fanno sesso, e poi si presentano ai rispettivi genitori, e poi tradimenti e scenate di gelosia, e lei che fa la maestra, e l’altra che fa l’artista e si circonda di fighettame alla moda sottovuoto spinto, e commozione, e patemi d’animo. Ma è una trappola. Questo non è un film sui sentimenti, sulla trasgressione, sulle passioni, sull’eros. E’ un sentiero ingannevole, sembra quello giusto ma vi deluderà, e uscirete sentendo la fatica di tre ore di scontatezza.

Guardando le scene di sesso, e i due corpi bellissimi e bianchi che si attorcigliano in ogni modo senza poter veramente congiungersi, mi vengono in mente due IPad. Ora salterete su e penserete che io sia perverso. No. Va bene: forse un po’. Però, se ci pensate, gli IPad non hanno porte USB, non hanno aperture per CD. Non ci si può ‘infilare’ nulla dentro. La connessione è immateriale, bluetooth, wifi. Una volta avevo appena installato sul mio smartphone un’applicazione chiamata Bump. Funziona così: si condividono dati e documenti facendo ‘scontrare’ (bump!) i telefonini. Stavo quindi divertendomi a  scambiare delle fotografie con la morosa di un amico. Bump, bump. A un certo punto il mio amico interviene: “E piantatela!”. La sua morosa sgrana gli occhioni: “E perché?” Lui: “Ma perché è allusivo!”. Aveva ragione, è effettivamente un po’ allusivo. Adéle e Emma fanno bump. Ma i corpi umani non sono progettati dalla Apple. Della Apple questi corpi hanno la bellezza e la sensualità (penso a F, un amico che ogni volta che vede il mio IPad costretto nel guscio protettivo mi rimprovera quasi fossi un talebano che impone il burqa alla sua splendida moglie, che non è disposto a lasciare esposte e nude le sue forme e le sue curve, a accarezzare le sue superfici che si eccitano e si illuminano al touch e osa perfino ricoprirle con una pellicola trasparente). Ma i magnifici corpi non hanno il bluetooth. Fanno bump e certamente qualcosa succede, però non si possono scambiare veramente cose senza una connessione fisica [particolare non credo inessenziale: curiosamente il film è ambientato in uno scenario tutto analogico: i telefoni sono fissi, non compare mai un computer, gli studenti leggono su libri Gallimard, i bimbi usano gessetti e lavagna]. E Adèle ha come una scossa elettrica quando tocca il pancione di una donna incinta, perché intuisce l’abissale differenza. La promessa di fecondità di un immensa magnolia fiorita è disattesa già in una delle prime scene. Vano e dolce il suo assopirsi accanto a un immenso tronco d’albero, la cui chioma la inonda di foglie. E dolce e vano è il suo tentativo di amplesso col sole, distesa sulla superficie marina nella posizione del morto, col filtro labiale ricoperto di acqua salata.

Lungi dall’essere un bildungsfilm che celebra l’omosessualità, non so quanto volontariamente ne denuncia la costitutiva incompiutezza. Però non è che un rapporto etero colmerebbe tanto di più il vuoto. Sarà perché è mia e la trovo ovunque, ma ho veduto in Adéle un’attesa più grande ancora, infinita. In fondo anche io ho avuto un appuntamento – in un giardino piuttosto segreto – con un’amica pianta che ogni anno in questo periodo mi dona una sua foglia, un piccolo ventaglio giapponese color giallo splendente.

No, non è un film di emozioni, è un film d’essere. Il tema è la generatività e la sua mancanza, il suo rimpianto. (J'ai l'impression de faire semblant, il me manque quelque chose dice Adèle studentessa, mentre legge La Vie de Marianne di Marivaux). L’esito non può essere che l’andar via traballanti, senza voltarsi, dalla terra degli uomini cavi, verso un destino di solitudine.

E allora forse aveva ragione il poveruomo: tecnoantropologicamente un vecchio 286  che, di fronte ai due corpi Apple che facevano bump, ha provato a tirar fuori il suo floppy da cinque pollici e un quarto, ovviamente obsoleto. Ed è stato cacciato.

Oddio!

lunedì 14 ottobre 2013

Pokrov svelata

Sì, sarà anche stata una villa gentilizia un tempo, sarà anche stata tale, anche se è così bizzarro l’edificio, così caotico, così asimmetrico, tanto che neppure dopo anni riesco ad immaginarmene la pianta, lo schema, la planimetria. Sarà stato anche, poi o prima, un monastero carmelitano. Che sia stato un orfanotrofio è già più verosimile. Ma a L, con quei mattoni sconnessi; con quelle arcate vuote; con quelle vetrate in pezzi; con quelle stanze piene di rottami; con quei giardinetti esangui / la vecchietta incappottata / il cagnolino magro d’ordinanza; con la sua malinconia anche nei giorni di pieno sole; con la sua inquietudine che ti aspetta, acquattata negli angoli bui; ecco, fa più l’impressione di un manicomio abbandonato dopo la legge Basaglia. Tanto è vero che la follia di L, in quella grande casa di mattoni rossi, ha trovato la sua casa.

Non solo lei. Cento altri diseredati, erranti, poveracci, cento altri drop out, cento altri marginali sono stati attratti o sono stati costretti in quegli immensi stanzoni umidi. E vi hanno portato le loro poche cose e la loro grande disperazione. Uno di loro portò perfino un piccolo gregge di pecore, che teneva tranquillamente in un appartamento al primo piano. Arrivavano, allacciavano a reti abusive esistenze e fili elettrici. In fondo una cornice ideale per coloro che provano a servire Dio facendone risplendere la Bellezza: nell’immagine, nella parola, nel concetto, e soprattutto nel gesto che lo chiama. Così il manicomio abbandonato – dalla sera del sabato alla domenica pomeriggio – si riempiva di canti. E L accumula ricordi di sere e di mattine, di neve e di gran caldo, di silenzio e di suoni, di intimità e di caos, di frullare e sparpagliare di bimbi e di trascinare e indugiare di vecchi, di digiuno e di banchetti con cibo strano, a volte prima offerto per i morti, e condiviso assieme a un nome, un ricordo chiesto, un sospiro e spesso una lacrima. E ai banchetti intervenivano spesso anche gli altri marginali, ben felici di questa usanza nutriente.

Fatto è che, un brutto giorno, il Divisore rimase colpito da quel punto d’oro, azzurro, luce, desiderio, canti, pianti e preghiera incastonato nel malinconico palazzo di mattoni. Se ne ingelosì, se ne incapricciò, era un niente ma lo disturbava, così decise di spazzarlo via. Indusse nei vicini una brama per le presunte ricchezze della chiesa. Vi fu dunque chi vi entrò e rubò, una, due, tre volte. Nell’indifferenza sonnacchiosa della cittadina di provincia, i fedeli provarono a sbarrare le porte, e a mettere grate alle finestre: non bastò. Ogni volta che lasciavano sole le loro cose care e sacre avevano un tuffo al cuore, per il non sapere se avrebbero potuto ritrovarle ancora. Fu sparsa la zizzania, tra la gente del manicomio rosso trovò spazio perfino la profanazione. Fino a che qualcuno tentò di abbattere a picconate il muro dell’altare delle offerte. E pS si fermò attonito davanti alla ferita slabbrata nel muro azzurro, davanti ai calcinacci sparsi sui santi calici, davanti alla violenza che pareva entrare da quel buco. Pregò, pensò, prese la decisione: dobbiamo andarcene da qui.

E Costantinopoli così bella e regale e così costantemente esposta alle razzie delle navi barbare e saracene. E ecco che una grande flotta slava e pagana proveniente dalla Rus’, con alla testa i terribili Askol e Dir, all’inizio del decimo secolo, minacciò la città regale.E la notte del primo di ottobre la chiesa delle Blachernae, vicino alla costa del Corno d’Oro, traboccava di oranti: una chiesa preziosissima: perché custodiva un’icona capace di straordinari miracoli, forma viva e agente della Madre, la Blachernitissa: ma tra i tesori aveva anche la cintura di Maria, la sua veste, e il suo velo – o maphorion, portati dalla Palestina nel V secolo. Il velo che – immerso nelle onde del Bosforo – aveva già protetto altre volte la sede dell’Impero. E dunque si celebrava la veglia di tutta la notte, e tutta la notte tutti pregavano, e fra tutti il folle in Cristo Andrea, ed Epifane, saggio discepolo della pazzia del Maestro. E questo Andrea era un esploratore dell’Oltre, la sua follia grimaldello per le incursioni fino al terzo cielo, aveva veduto il Cristo, e gli angeli, e i santi, ma ritornando dalle sue straordinarie ascensioni era stupito e un po’ amareggiato: perché Lei, Lei non l’aveva vista.

Vanno via, dunque. Questa gente è gente che sa andar via. Senza far scene, senza far drammi, senza sprecare parole o energie, semplicemente essa si alza e comincia fare i bagagli. Lo ha già fatto in passato, lo farà in futuro. Vengono dalla Romania, dall’Ucraina, dalla Moldavia, dalla Russia: gente semplice e forte; le donne specialmente, le donne sono spesso badanti, donne che si occupano di spirito e di carne, che baciano le icone e puliscono i sederi, che trattano Dio in modo pratico e l’anziano in modo sacro. Ой-ой-ой, un trasloco, uno in più, non fa certo loro paura.
Cominciano per L due settimane di apprendimento. Osservando questa comunità impara la lezione dell’andar via. Perché se loro sanno partire, lui invece non sa farlo e deve capire come si fa. Ha così tanti luoghi di dentro che andrebbero lasciati. Con il medesimo stile, con la stessa dolcezza, con la stessa forza, con la stessa umiltà, con la stessa indomabilità.
La chiesa viene rapidamente, in una sera e una notte, spogliata delle sue vesti. Lavorano sodo: e gli abitanti abusivi guardano con gli occhi lucidi, passano e si commuovono, forse tra i commossi c’è anche qualcuno che ha rubato, certo c’è qualcuno che sa, tanto contraddittorio e ingarbugliato è il è il cuore umano. Le sante icone vengono rimosse, avvolte in bianchi lenzuoli o in carta da pacchi, poi ricoperte con quella pellicola con le bolle d’aria che è così divertente far scoppiare, e infine deposte nelle scatole. E tu, T, che eri in ginocchio nella polvere, e che prima di avvolgere l’icona nella carta baciasti con semplicità il volto del Signore, e vi ponesti sopra una pezzuola bianca, perché non avesse a soffrirne, quale lezione mi hai dato sulla differenza tra l’id e il tu. E tu, N, che col trapano elettrico in mano hai smontato tutta l’iconostasi lasciandone solo lo scheletro di metallo, e dicevi sorridendo malinconicamente: ‘mi ricordo, un anno fa, quanto lavoro per tirarla su, ma sarà quel che Dio vuole’, che cosa mi hai fatto capire sulla differenza tra l’andar via e l’abbandonare. Sì, perché andando via non si abbandona. Non si tratta di un lâcher-prise disinvolto o orientaleggiante, di un’indifferenza azzurrina e nirvanica al fluire inarrestabile degli eventi, ma di uno spezzarsi porpora del cuore sull’obbedienza a Chi ti chiama altrove.

E nella chiesa della Blachernitissa era circa la quarta ora della notte, e Andrea il folle guardò verso il cielo e vide e ne tremò. E ne tremò perché vide la Madre tra i due Giovanni, il precursore e il teologo, l’asceta e l’amato, venire fra gli splendori. E la vide nella chiesa, mettersi in ginocchio sul pavimento, e sciogliersi in lacrime e in preghiera. E era Lei sì era proprio Lei, e splendeva così tanto il suo dolore [Et elle, elle ètait si touchante et si belle, si touchante et si pure, non seulement toute en foie et en charité, mais toute en espérance même, pure et jeune comme l’espérance]. E Andrea il folle è preso da brividi sacri. E poi ecco, Lei si alza, e si avvicina…

C’è chi ha usato per questo avvenimento la categoria dell’esodo, ma non so quanto in modo pertinente. L’esodo è lasciare un esilio per un incerto e difficile cammino verso casa. Qui è la casa ad essere lasciata. Ma lo si fa con stile, e anche con una certa allegria. Un furgone credo rumeno viene stipato di porte regali e aspirapolveri, di turiboli e termos. Portano tutto- mentre ormai è scesa la notte - in un gigantesco magazzino di una fabbrica non più in uso. Il proprietario è un uomo gentile, ma non solo: è anche dotato di penetrante empatia. Dice: sento che per voi spostare queste cose non è solo un fastidio, è anche un dolore. Ricevono grati questo conforto di parole, com’è sempre quando esse toccano e riconoscono il profondo. Di fuori è un po’ un set di Kusturica: gente stramba, monaci e preti, donne e uomini varia slavità, un anziano infermiere che ne ha viste di tutte, una ragazza piemontese che sa assolutamente il fatto suo, e perfino io disorientato e disoccidentato come sempre, e tutti in bizzarra processione, ciascuno con una torcia elettrica in mano o in bocca, portando scatole, icone, stendardi, fonti battesimali, recipienti d'argento e d'oro, polverosi elettrodomestici.

Rapidamente la chiesa si è spogliata. Nell’imminenza della festa della Protezione con il Velo, ecco che la chiesa, il suo velo, decide di deporlo..
Risulta chiara l’ambivalenza dell’idea di velo. “Il velo è un tessuto animato da pathos che prende ad avere una vita propria e una sua autonomia visiva: ricetto, metaforico e metonimico, della sostanza immaginaria del desiderio e dell’irresistibile desiderio di vedere” scrive Rosanna Prezzo commentando Aby Warburg. E vediamoli questi veli ambigui, Il velo di Maya, quello di Iside, il velo che copre la luce del volto di Mosè, il velo del Tempio che diventerà velum scissum quel venerdì terribile, un velo che rende desiderabile l’arca, perché, come dice il primo libro dei Re, le estremità delle stanghe restano visibili, e i rabbini non temono di riconoscere, in questo puntuto doppio evidenziarsi, la sensualità di un seno sotto una veste; e cosa vide Giovanni nel sepolcro (perché si dice che entrando nel vuoto vide e credette) se non il velo svelante del sudario? E quando Jabrail il gigantesco arcangelo piombò ad ali chiuse sul Profeta Mohammed, e lui lo fuggiva preso da terrore, ma animali e pietre lo salutavano come l’Inviato di Dio, e allora si rifugiò dalla moglie Khadija, ed ella se lo strinse al petto come un bimbo, lui che avrebbe conquistato la metà del mondo ma che ora tremava, e gli chiese: marito mio, vedi tu la visione? Sì, rispose il Profeta, sì che la vedo! E allora, intrepida, Khadija si strappa il velo e si scioglie i lunghi capelli, poi torna a domandare: vedi ancora la visione? No, risponde lui. Dunque non era un demonio, fosse stato un demonio non sarebbe scomparso, l’Arcangelo si è involato allo svelamento, per rispetto alla sacralità della capigliatura della sposa: e la moglie del Profeta – svelandosi - rivela la natura divina del Visitatore, perché Dio rispetta.
Così non è strano che, avvicinandosi la festa del Velo che protegge, la piccola chiesa perda i suoi veli Come viene mostrato dall’icona del Nymphios, Cristo sposo nudo pronto all’amplesso con la sua Chiesa abbracciandola sul terribile letto nuziale della croce, la nudità dopo l’Eden non è più naturale, essa è un abito nuziale che solo Eros può consentire di vestire. La piccola chiesetta dedicata al Velo, per celebrare la sua festa ha accettato di toglierlo, mostrandosi nella sua drammatica e affascinante nudità. Cosicché senza icone, ognuno deve diventarne una: e mostrare; cosicché senza candele, ognuno deve diventarne una: e ardere; cosicché senza porte, ognuno deve diventarne una: e consentire l’entrare e l’uscire di Dio nel e dal Santuario.

La liturgia della domenica precedente la festa, quindicesima dopo la Pentecoste, viene celebrata in questa nudità vibrante. Grida l’Apostolo ai Corinzi che siamo: “Tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi”.

…e Lei si avvicina, e prende il Suo velo, e lo distende sulla gente raccolta nella chiesa.[Car le Fils a pris tout les péchés. mais la Mère a pris toutes les douleurs] E Andrea pazzo in Cristo e ora pazzo di gioia dice: Epifane, mio fratello, la vedi tu la Theotokos in preghiera per l’intero Universo? e Epifane: oh sì, sì che la vedo, e sono sopraffatto dalla meraviglia! E fra le Sue mani, che lo aveva preso [Et elle, qui les avait pris], il velo era tutto splendente, e da esso scaturivano bagliori e lampi di bellezza. Rimangono i due, assorti, a contemplarla. Poi lei e il velo scompaiono, lasciando cadere una rugiada di grazie.

Sera della festa . Su una sedia, due donne e una bellissima bimba collocano le offerte per i morti. Due candele sul minuscolo altare provvisorio. Dice pS della penombra grigia: Torneranno i volti. Parla dei volti dei Santi. Dio ha donato l’esperienza della nudità perché se ne sperimentasse la vulnerabilità e la gloria, ma non sarà per sempre. Torneranno a farci compagnia i volti miti, quieti, ardenti dei Padri e delle Madri, tornerà il conforto della loro presenza. I muri vuoti parlano di loro. C’è una differenza ben precisa tra un qualcosa che è tolto definitivamente, per sbarazzarsene, come accade le cose gettate dalla finestra in una notte di capodanno romana o napoletana al fine di propiziare una vita nuova, e qualcosa che è tolto provvisoriamente, per ragioni misteriose. In questo secondo caso il vuoto silenziosamente chiama ciò che è assente, lo rivuole, si strugge per esso. E lo riavrà. Così visibile questo sui volti dei morti. E – direbbe C – in quegli oggetti che loro sopravvivono.

1434. 29 di un febbraio bisesto e funesto. E due ragazzini, figli di nobili, giocano sui tetti delle Blachernae, a caccia di uova di colombo nei nidi. Non si sa di preciso cosa avviene, ma a causa di questo allegro passatempo la chiesa della Blachernitissa prese fuoco, proprio quella dove Lei si era inginocchiata a pregare. incantando Andrea il folle, bruciò e non ne rimase nulla. Due bimbi in cerca di uccellini distrussero ciò che fu un tempo il presidio contro la barbara e terribile armata slava. L’icona non si sa che fine fece, ah le icone hanno spesso una volontà propria ed una vita tutta loro, forse si trasformò in luce nelle fiamme, forse se ne andò all’Athos e i buoni monaci la donarono allo Tsar nel Seicento. Giocò anche qualche ruolo tra il religioso e il politico, quasi fungendo da ‘testimone’ passato dalla seconda alla terza Roma. Dopo l’incendio rimane sul luogo una fonte d’acqua santa, a cui attingono pellegrini cristiani e musulmani, una fonte che cura anime e occhi (nipson anomemata me monan opsin).

Domenica, Liturgia di Pokrov. Protezione della Madre di Dio. Festa del Velo. In chiesa quasi niente, neppure le luci, solo un po’ di freddo e le voci dei cantori e degli officianti. Oggi la Vergine è presente nella chiesa, e con i santi invisibilmente prega di Dio per noi. Ci fosse stato un Andrea, l’avrebbe veduta, in ginocchio sul vecchio tappeto.

La storia nella casa dei mattoni rossi è probabilmente terminata. Ma – se anche questa comunità finisse in un magazzino – lo riempirebbe d’oro, azzurro, luce, desiderio, canti, pianti e preghiera. Pronta e preparata ad andar via di nuovo, con i suoi tesori, senza far scene, senza far drammi, senza sprecare parole e energie, protetta com’è dal velo misterioso.


[Le parti in francese sono tratte liberamente e irrispettosamente da Le Porche du mystère de la deuxieme vertu, di Charles Péguy, 1911]


giovedì 10 ottobre 2013

[Un anno dopo] Dimmi tu luna in ciel. Undici ottobre MCMLXII

Ho pensato di riproporre anche sul blog alcune note scritte altrove, per esempio su Facebook, a distanza di un anno, o di due. Tutto cambia così in fretta. Questa è stata scritta solo un anno fa, e sembrano secoli, considerando quanto è accaduto a quella finestra di Roma. E alla mia anima.


10 ottobre 2102, ore 12.44
Quella sera avevo centonovantotto giorni. Da centonovantaquattro ero diventato cristiano. Due genitori - una giovane madre e un padre un po' meno giovane e segnato dalla guerra - avevano portato un bimbo nella chiesa di san Marco a Firenze. Qui, tra l'incanto misterioso degli affreschi dell Beato Angelico e le risonanze squassanti delle prediche del Savonarola, tra il frullar d'ali multicolore dell'angelo Gabriele e le memorie del terribile frate bruciato sul rogo, tra meraviglia e tragedia, un religioso domenicano mi ha preso tra le sue braccia, mi ha asperso d'acqua, mi ha segnato d'olio profumato, e ha detto sopra di me delle parole nel nome della Trinità santa.Quella sera il bambino che ero presumibilmente dormiva. Marylin Monroe aveva da pochi mesi lasciato il suo corpo nelle oscure circostanze che sappiamo. I Beatles avevano inciso il loro primo 45 giri 'Love me do'. Nelle sale cinematografiche c'era il primo 007 'Licenza di Uccidere'. Dopo pochi giorni nelle edicole sarebbe comparso il primo numero di Diabolik. La crisi dei missili di Cuba.
Quella sera un Papa si appoggiò al davanzale di una finestra e si mise a parlare alla Luna come un innamorato. Era la vigilia dell'inaugurazione del Concilio Vaticano II. Che io sappia, il primo e l'ultimo Pontefice che si sia mai rivolto all'astro notturno. Chissà se era consapevole di quello che faceva. Il discorso della Luna. Il discorso della carezza del Papa ai bambini, che chissà su quante piccole fronti dormienti è discesa, e forse perfino sulla mia. E tutti a dire che bello, tutti ad ammirare il gesto informale, familiare e poetico. "La mia persona conta niente, conta niente..."
Eppure, rivolgendosi alla Luna, il Papa forse per un attimo scordò il Sole. O Oriens, splendor lucis eternae, et Sol iustitiae. Non fu la sentinella a cui viene rivolta l'angosciosa e speranzosa domanda 'Quanto manca alla notte?' (Isaia 21). Si sentì sedotto dal chiarore acquoreo dell'astro femminile e mutevole, e della sua chiaroscuralità d'argento. Per un attimo non volle lodare, non volle affermare, non volle pensare con desiderio al paterno e bruciante sfolgorare, verso cui tutti gli altari e le chiese del mondo erano volti, per celebrare il sacrificio. E fu molto. E fu tutto. Pose la Chiesa sotto la protezione della Luna. La Luna se la prese.
Crollò di schianto il pensiero cristiano come lo si era sempre pensato. Si trasformò il rito: i preti volsero d'un tratto le spalle al Sole, le spalle a Cristo: e guardarono in faccia gli uomini e si fecero guardare in faccia. Ed è sempre una voragine una faccia. San Pietro sembrava immutata quella sera d'ottobre: eppure uno che fosse entrato dentro non avrebbe più trovato il pavimento, ma un abisso senza fondo. La Verità si trasformò in verità, e quindi fu ancora più vera, perché la Verità è sempre Falsa. La svolta ermeneutica della teologia: le verità dogmatiche come proiezioni di forme comprensibili sulla parete della caverna platonica dell'Essere. Ne scaturì un cinquantennio cristiano intenso e terribile, autunno più che primavera. Non ci si affida alla Luna senza conseguenze. Ben lo sapeva il Serafico, quando - per non essere catturato dagli abissi simbolici - chiamò sole e luna 'fratello e sorella', e non Padre e Madre. Suoi pari, suoi compagni d'avventura, non oggetti di un desiderio trasognato.
Ora quel bambino ha 18.448 giorni, passati nel chiarore lunare. E' tempo di rivolgersi al Sole. Che è in Oriente. E brucia i deserti dove ruggisce il Leone di Giuda.