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sabato 23 novembre 2013

[Un anno dopo] Dannata Firenze (note su 'Salviamo Firenze' di Luca Doninelli)

Venezia 22 novembre 2012, 11.52

Premetto che il libro di Doninelli è bellissimo, e regala a fiorentini e non una prospettiva straordinariamente acuta e originale su Firenze, le sue origini, il suo presente, la sua sorte. Lo fa - inoltre - utilizzando un genere letterario in qualche modo unico, che incrocia il saggio con il romanzo, la poesia, l'autobiografia, la dichiarazione d'amore, l'invettiva, l'assurdo, che in qualche modo mi ha ricordato 'La scomparsa di Israele' di Alessandro Schwed. Altro fiorentino, guardacaso. Sì, è un libro bellissimo, e io l'ho letto tutto a Venezia, e anche questo ha il suo perché. Leggevo di Firenze, che è la mia città, da Venezia, che è per diverse e indicibili e intimissime ragioni ancor più profondamente mia, mia di me
naturalizzato milanese, e che ora vive a Milano solo col corpo, perché mente, passioni, anima e spirito sono tutti in Israele, in Russia, in Birmania, altrove, chissadove.

Però devo ritrattare il mio primo moto d'esultanza: quando, avendo letto le prime righe, ho pensato che il mio odio per Firenze avesse trovato il suo 'autore'. Non è così: Doninelli non odia Firenze. La ama disperatamente, ahimé. Scagliandole addosso giudizi pesantissimi, come ogni innamorato deluso, ma la ama. Dovevo accorgermene dal titolo, esortativo, che chiama a salvare Firenze, come se fosse ancora possibile. Come se Dio non avesse provato a distruggerla in modo onorevole con l'Alluvione del '66 (e io avevo quattro anni, la mia casa fu interamente sommersa dalle acque nere, e molti ricordi mi restano), ma essendo intervenuti gli angeli del fango (uno dei quali fu Pierluigi Bersani, oddio, che ora rivendica e sbandiera la sua azione salvifica dicendo che alla stessa età il suo attuale contendente fiorentino giocava con Mike alla Ruota della Fortuna e comprava le vocali), essendo intervenuti gli angeli del fango, dicevo, - e si sa, Thomas Mann lo dice molto chiaramente, gli angeli, anche quelli cosiddetti buoni, non sono mai andati tanto d'accordo con il Signore Iddio - ha portato a compimento la sua sentenza mediante lo squallore. Non c'è più niente da salvare, Doninelli. Firenze è morta. Rest In Peace.

Non basta, per resuscitarla, applicare la scossa elettrica defibrillante delle tue idee geniali e bizzarre (in ordine: abolire il sottopasso tra le due Sante Marie Novelle, realizzare un Museo della Città, commissionare a un'archistar il rifacimento di piazza della Repubblica, affidare a un giovane architetto la facciata di san Lorenzo, cedere il David di Michelangelo al Louvre (non ci crederete, ho dovuto correggere, avevo scritto: a Lourdes), cedere palazzo Strozzi alla Apple, acquistare il teschio di diamanti di Damien Hirst e installarlo permanentemente sul tabernacolo dell'altar maggiore del Duomo, e per finire con il trasformare la città in un'immensa casa di riposo per intellettuali dolcemente affetti da demenza senile, che a colpi di scalpello e martello potrebbero distruggere il Corridoio Vasariano). No. Come nei telefilm di medici di pronto soccorso, il corpaccione di Firenze certo sussulterebbe, scosso dalle scosse, ma ricadrebbe inerte sulla barella. Perché non 'la stiamo perdendo', Firenze. L'abbiamo già persa. Non c'è ER, non c'è Doctor Home (ehm, House) che tenga. E Doninelli non se ne fa una ragione.

Una delle idee forza del libro è che Firenze non è la culla del Rinascimento, ma la madre dei Rinascimenti (passati, presenti e futuri). "Una madre è il contrario di una culla", scrive. "Una madre può disconoscere il figlio, ucciderlo, oppure semplicemente non comprenderlo. Una madre può impedire al proprio figlio di diventare quello che è, può rovinarne il volto reale a furia di volerlo sostituire con il volto che lei si immagina."
[e mi chiedo, non è questo divorare il Figlio da parte della Madre, impedirgli di avere un volto compiuto e autonomo, ciò che Michelangelo ha espresso, novantenne, nella Pietà Rondanini?]
Continua Doninelli: "Una madre è responsabile, perché sa che il figlio, una volta nato, si allontanerà da lei, e se vorrà mantenersi prossima a lui dovrà trattarlo come si tratta un altro, come un 'io' in faccia a un altro 'io'. Il figlio è tale perché è fuori dalla madre. La culla, viceversa, è una temperatura, è un microclima che avvolge chi è nato piegandosi su di lui, come un prolungamento del ventre materno,così che il nato viene sempre richiamato da questa parte della nascita, quasi risucchiato nell'inazione, nel calduccio adatto al riposo, dove non si sa in quale punto finisca la madre e cominci il figlio, dove 'tu' e 'io' si confondono in una generale sonnolenza. La culla mantiene l'essere in questa sospensione, in questa non-nascita, in questa negazione dell'altro. E' al posto di madre che Firenze deve aspirare"

La culla non muore. La madre a un certo punto muore, è morta, va sepolta. Non si può convivere col cadavere della madre, come si legge talvolta di qualche pazzo in un trafiletto di nera. Si smontino i monumenti, dal battistero alla stazione di Michelucci, pietosamente, fra le lacrime si smontino. Si collochino smontati in un caveau immenso predisposto, non so, nel deserto nel Nuovo Messico o dell'Arizona. Si mettano al loro posto delle copie di cartongesso, realizzate da una azienda giapponese o cinese, tanto per dare agli occhi il contentino di ciò che han già visto. E si trasformi "Firenze" nel più grande outlet village del pianeta. I fiorentini, vedrete, saranno contenti.

"Mostruoso è chi è nato dalle viscere di una donna morta. E io, feto adulto, mi aggiro più moderno di ogni moderno a cercare fratelli che non sono più." (Pasolini)

martedì 12 novembre 2013

[Un anno dopo] Atman e Brahman - Tiziano a Venezia

7 novembre 2012. ore 14.26

Da fiorentino – come spesso ho detto – detesto Firenze e la rinnego, e potesse scendere un fuoco dal cielo e consumarla con tutti i suoi figli, quelli residenti e quelli dispersi sul pianeta, incluso me stesso, certo, ma per ultimo, perché per favore voglio almeno assistere. Ah come godrei nel vederla lì distesa, tra i colli di Fiesole e il Valdarno, trasformata in un calderone ardente e fumante e bestemmiante, come mi gusterei – appena prima di intizzonirmi felice me medesimo – quel piccolo e povero dayafter provinciale, e saiquantomenefregherebbe degli Uffizi, del belsanGiovanni, dell’Angelico, di Michelangelo. Crepino i fiorentini e crepitino nelle fiamme i monumenti. Cenere cenere cenere.

Invece Venezia – in sé, ovvio, altrettanto banale e in quanto tale meritevole di fuoco, o meglio di annegamento (e ci sarà pure e certamente un confratello apocalittico veneziano che lo desidera e che prega per questo) - è per me soggettivamente sempre incanto e meraviglia, mistero miraggio miracolo mistica mimesi miele minaccia mirabolanti visioni. E’ sempre iniziazione. E’ sempre spalancamento. E’ sempre stravedamento.
E a Venezia lunedì c’era tanto sole, e c’era ancora un poco di acqua alta, e i veneziani se ne andavano tranquilli con i loro stivaloni ascellari, e i turisti invece si affollavano sulle passerelle piazzate lì dai netturbini, e l’acqua ricopriva il pavimento dei ristoranti cinesi e dei negozietti di maschere, e diligentemente e rassegnatamente e rispettosamente e quasi gentilmente veniva scopata fuori: l’acqua del mare, l’acqua della laguna verdecupo, scopata fuori lei che è la vera Signora.

Girovagando per il sestiere Castello, per il solito caso e per la solita necessità, serendipicamente mi trovo nel palazzo Grimani di santa Maria Formosa. C’è la temporanea esposizione di una tela restaurata di Tiziano, appartenente al ‘trittico’ della sacrestia della Salute: tre conflitti, Caino e Abele, il legamento di Isacco e questo appunto: Davide e Golia. Ma prima è imposto al visitatore un percorso – e dico ‘al visitatore’ non usando un gergo da guida turistica, ma perché questa volta c’ero in pratica solo io – un percorso, dico, sorprendente, inquietante e bellissimo. Si passa per stanze prevalentemente vuote, dai muri bianchi e dai soffitti deliziosamente decorati. Ogni tanto capolavori. Non si può non iniziare con l’atto di hybris che commise Psyche lasciandosi onorare come una dea, e che le costò la gelosia di Afrodite, ma infine anche l’amore di Amore, e in aggiunta dolori e cammino e compimento e oscurità e luce;  poi c’è la stanza di Callisto, che è una stanza dedicata alla trasmutazione, ove la ninfa amata da Zeus – che per poterla amare si muta in Artemide  la signora delle belve –  si trasforma in Orsa, la costellazione che mai tramonta. E poi la tribuna, che è un delirio classico, un sogno geometrico, e letteralmente sospeso nel cielo e tra la luce che discende dalla cupola ecco Ganimede, giovanetto anch’esso amato dall’infaticabilmente erotico Giove, ghermito e portato in alto dall’Aquila divina. E la misteriosa frammentata Nuda del Giorgione. E i pannelli di Hyeronimus Bosch, visioni gnostiche di inferni dai sinistri bagliori e paradisi in cui Dio è puro abisso di luce – l’’occhio liquido, rotante’ di Luzi nella sua Dormitio Virginis, e alla fine la stanza del Davide e Golia.

Golia è immenso, nudo, rovesciato, a braccia aperte, e se non fosse per la possanza dei muscoli potrebbe sembrare il Cristo mentre viene confitto sulla croce. Ma la grossa testa è spiccata dal busto, e il collo mozzato e sanguinante è ben definito. Il capo reciso, livido, dalla fronte ferita e corrucciata, dal grosso naso, dal mento forte, giace a terra nel sangue. Quasi cavalcando il gigantesco braccio sinistro del Filisteo, Davide più che giovinetto, Davide bimbo, la veste sollevata dal vento, è come un tuffo verso l’alto, è una freccia viva e senza volto, il cui bersaglio è il Numinoso, appena squarciatosi di luce. Dominus, qui eruit me de manu leonis et de manu ursi, ipse liberabit me. I due sono, sembrano, un'unica cosa. Cade felicemente la testa corrugata dell’uomo vecchio, balza fuori il puer aeternus e spicca il volo, atman che si riunisce al brahman, atman è la freccia, bersaglio il Brahman da colpirsi senza distrazione, come dicono le Upanisad. Più che una vittoria sembra l’uscita da un carcere, soma e sema, corpo-tomba e lo spirito se ne affranca non senza dolore.

Riesco fra sole e acqua. A duecento metri dal Palazzo degli incantesimi, nella Cattedrale di san Giorgio dei Greci, stanno, sereni, seri, solenni, il Figlio e la Madre. Con gli incorporei che li onorano occupando le vuote stassidie, i due siedono quieti, nel silenzio e nella luce d’oro.

domenica 3 novembre 2013

Blue(tooth) is the coldest colour. Commento a "Vita di Adele"

“Oddio! Oddio!”

La silhouette di una signora magra con i capelli lunghi si staglia contro lo schermo luminoso del cinema. Rispetto a me è (diciamo) a ore due. Nella battaglia navale della sala, io (diciamo)  sono H9, lei potrebbe essere E4. “Oddio!” grida balzando in piedi, e si leva poco più di un brusio di commento.
Mie ipotesi: 1. ha visto un topo, oppure un grosso insetto ronzante le si è posato sulla spalla. Oddio! 2. la persona che le siede accanto si sta sentendo male, o magari è morta, lei si è voltata e ha visto il capo reclinato e il bianco degli occhi rigirati. Oddio! 3. ecco, tre è proprio quanto sta accadendo. La signora, non so come, ha scoperto che il suo vicino di posto è intento in pratiche onanistiche. Oddio! Ma la reazione mi pare esagerata. Infatti l’anziano signore che sedeva in E3 (diciamo), colpito e affondato, si alza e se ne va. Lentamente. Compostamente. Vorrei dire dignitosamente. Sul volto una maschera tragica ma calma. Gli ‘Oddio!’ diminuiscono di frequenza e di volume, ma la signora rimane in piedi, alla fine silenziosa, abbastanza a lungo.

Perché, mentre tutto ciò si verificava, veniva proiettata la lunga e supercontroversa scena di sesso saffico contenuta nel film Palma d’Oro a Cannes. Le Bleu est une couleur chaude. Ossia La vita di Adele, di Abdel Latif Kechiche. Una quindicina di minuti, direi, camera spietata e indagatrice, audio spietato e fragoroso, gli spettatori inchiodati alle poltrone dall’imbarazzo, dal turbamento, dal desiderio, dalla paura. Battono forte i cuori di tutti noi che restiamo nondimeno immobili Tranne il signor cosidddetto porco, che con logica e metodo si dà da fare con il suo attrezzo, e che forse, unico, agisce come il regista vorrebbe. Il cinema sarà pure dedicato ad Apollo l’Obliquo, la sala sarà anche consacrata a Fedra figlia di Pasifae e sorellastra del Minotauro, ma è Pan, il dio mortale, il masturbatore, il violentatore, l’urlatore, a scivolare giù dallo schermo e a prendere possesso della sala. A poco a poco alcuni cominciano a sentirlo. Una ragazza (diciamo) in H5 si alza e ancheggia al ritmo catturante di I Follow Rivers di Lykke Li. Una vecchietta (diciamo) in L12 risponde al telefono a voce alta come fosse nel salotto di casa.

Si dice che nei cinema ‘a luci rosse’ dell’era precedente a Youporn, i vecchietti che li frequentavano – se l’infermiera, il fattorino, la segretaria, l’idraulico o la professoressa si scambiavano alcune battute prima di spogliarsi e passare all’azione – protestassero vivacemente urlando Troppa trama!. All’uscita, fulminante, C – che è dubbiosa sul film, mentre io ne sono entusiasta – commenta: ‘Ah, il film non ha trama. Se l’avesse avuta sarebbe stato perfino peggio’. Infatti il film non ha trama. Tre ore e venti – quasi la durata di un volo tra Milano e Mosca – di meravigliosa, incandescente banalità. Di essa si compiace e quasi si adorna. Perfino nelle scene di sesso non ci viene risparmiato nulla, neppure il romanticume di quart’ordine delle candeline accese sulla mensola. Troppa trama no: poca, niente trama. Ma questo film è il contrario di un film erotico.

La mystérieuse faiblesse du visage d’homme. E’ una delle tante citazioni letterarie presenti in Vita di Adele, in questo caso da Sartre (Moi, j’etais hyper Sartre dans mes années lycée, dice a un certo punto Emma, che è l’altra). Questa debolezza misteriosa Kachiche la protegge avvolgendola di esplicito, di nudo, di sesso brutale. Nel film erotico non-vedere provoca il vedere, in questo film il vedere esige il non-vedere. Questo vedere tutto, questo vedere troppo, esige da chi guarda l’atto pietoso del coprire, del velare, e velando si rivela (ancora una volta) e quindi si incontra la misteriosa debolezza del volto.

Nello specifico il volto che si incontra è quello – incantevole – di Adèle. Volto reso deliziosamente e perennamente imbronciato (anche e specialmente quando sorride) dalla conformazione del labbro superiore inarcato, con in aggiunta uno dei più meravigliosi filtri labiali che Nostro Signore o l’Universo abbia mai creato. Dicesi filtro labiale la nota fossetta tra naso e labbra, che si forma quando la prominenza nasolabiale incontra quella mascellare durante l’embriogenesi: ciò secondo la scienza. Secondo la tradizione ebraica invece è questo il punto su cul alla nascita l’Angelo poggia il dito perché il bimbo dimentichi quel che conosce in quanto anima preesistente e lo rende così pronto per una nuova umana avventura. Insomma, un punto importante, e nel caso di Adèle Exarchopoulos si può francamente dire senza timore di smentita che embriogenesi e angelo dell’oblio abbiano fatto le cose benissimo.

Il volto viene mostrato, inquadrato inquisito, strapazzato dalla cinepresa in mille modi, sottoponendolo a primissimi piani mentre mangia forchettate di spaghetti al pomodoro (e la salsa ricopre il filtro labiale di una patina rosa), mentre succhia ostriche vive che si agitano nel guscio al contatto col limone, mentre bacia ed è baciato, mentre divora ed è divorato, mentre fuma e mentre dorme. Mentre arrossisce quando viene insultato o ritratto. Mentre lotta con dei capelli bellissimi e indisciplinati, capelli vivi che si agitano, si avviluppano, si scompigliano,  si intromettono fra gli occhi e fra le labbra, capelli di Medusa. Mentre è schiaffeggiato. Mentre piange piange piange e le cola il naso, e il filtro labiale si inumidisce. Ma tutto questo assedio di visioni del viso ne conferma la debolezza ma anche l’inviolabilità. Non è questa la via giusta della conoscenza del volto. [Adèle è arabo, e vuol dire Giustizia, dice all’amica: forzando l’etimologia, perché Adil vuol dire Giusto, ma al maschile]

Adèle la vediamo che mangia, danza e fa sesso, poi danza (in modo semplice ma dannatamente sexy), poi mangia. Certo, c’è la storia d’amore, ma è scontatissima, le due si incrociano in strada, lei liceale trasognata, l’altra lei sgamata coi capelli blu (e c’è pure, brrr, il ralenti), l’altra la va a prendere a scuola, lei ha l’immancabile e sensibile amico gay, poi lei takes a walk on the wild side che poi tanto wild non è (son tutti bravi e gentili) e poi fanno sesso, e poi si presentano ai rispettivi genitori, e poi tradimenti e scenate di gelosia, e lei che fa la maestra, e l’altra che fa l’artista e si circonda di fighettame alla moda sottovuoto spinto, e commozione, e patemi d’animo. Ma è una trappola. Questo non è un film sui sentimenti, sulla trasgressione, sulle passioni, sull’eros. E’ un sentiero ingannevole, sembra quello giusto ma vi deluderà, e uscirete sentendo la fatica di tre ore di scontatezza.

Guardando le scene di sesso, e i due corpi bellissimi e bianchi che si attorcigliano in ogni modo senza poter veramente congiungersi, mi vengono in mente due IPad. Ora salterete su e penserete che io sia perverso. No. Va bene: forse un po’. Però, se ci pensate, gli IPad non hanno porte USB, non hanno aperture per CD. Non ci si può ‘infilare’ nulla dentro. La connessione è immateriale, bluetooth, wifi. Una volta avevo appena installato sul mio smartphone un’applicazione chiamata Bump. Funziona così: si condividono dati e documenti facendo ‘scontrare’ (bump!) i telefonini. Stavo quindi divertendomi a  scambiare delle fotografie con la morosa di un amico. Bump, bump. A un certo punto il mio amico interviene: “E piantatela!”. La sua morosa sgrana gli occhioni: “E perché?” Lui: “Ma perché è allusivo!”. Aveva ragione, è effettivamente un po’ allusivo. Adéle e Emma fanno bump. Ma i corpi umani non sono progettati dalla Apple. Della Apple questi corpi hanno la bellezza e la sensualità (penso a F, un amico che ogni volta che vede il mio IPad costretto nel guscio protettivo mi rimprovera quasi fossi un talebano che impone il burqa alla sua splendida moglie, che non è disposto a lasciare esposte e nude le sue forme e le sue curve, a accarezzare le sue superfici che si eccitano e si illuminano al touch e osa perfino ricoprirle con una pellicola trasparente). Ma i magnifici corpi non hanno il bluetooth. Fanno bump e certamente qualcosa succede, però non si possono scambiare veramente cose senza una connessione fisica [particolare non credo inessenziale: curiosamente il film è ambientato in uno scenario tutto analogico: i telefoni sono fissi, non compare mai un computer, gli studenti leggono su libri Gallimard, i bimbi usano gessetti e lavagna]. E Adèle ha come una scossa elettrica quando tocca il pancione di una donna incinta, perché intuisce l’abissale differenza. La promessa di fecondità di un immensa magnolia fiorita è disattesa già in una delle prime scene. Vano e dolce il suo assopirsi accanto a un immenso tronco d’albero, la cui chioma la inonda di foglie. E dolce e vano è il suo tentativo di amplesso col sole, distesa sulla superficie marina nella posizione del morto, col filtro labiale ricoperto di acqua salata.

Lungi dall’essere un bildungsfilm che celebra l’omosessualità, non so quanto volontariamente ne denuncia la costitutiva incompiutezza. Però non è che un rapporto etero colmerebbe tanto di più il vuoto. Sarà perché è mia e la trovo ovunque, ma ho veduto in Adéle un’attesa più grande ancora, infinita. In fondo anche io ho avuto un appuntamento – in un giardino piuttosto segreto – con un’amica pianta che ogni anno in questo periodo mi dona una sua foglia, un piccolo ventaglio giapponese color giallo splendente.

No, non è un film di emozioni, è un film d’essere. Il tema è la generatività e la sua mancanza, il suo rimpianto. (J'ai l'impression de faire semblant, il me manque quelque chose dice Adèle studentessa, mentre legge La Vie de Marianne di Marivaux). L’esito non può essere che l’andar via traballanti, senza voltarsi, dalla terra degli uomini cavi, verso un destino di solitudine.

E allora forse aveva ragione il poveruomo: tecnoantropologicamente un vecchio 286  che, di fronte ai due corpi Apple che facevano bump, ha provato a tirar fuori il suo floppy da cinque pollici e un quarto, ovviamente obsoleto. Ed è stato cacciato.

Oddio!

lunedì 14 ottobre 2013

Pokrov svelata

Sì, sarà anche stata una villa gentilizia un tempo, sarà anche stata tale, anche se è così bizzarro l’edificio, così caotico, così asimmetrico, tanto che neppure dopo anni riesco ad immaginarmene la pianta, lo schema, la planimetria. Sarà stato anche, poi o prima, un monastero carmelitano. Che sia stato un orfanotrofio è già più verosimile. Ma a L, con quei mattoni sconnessi; con quelle arcate vuote; con quelle vetrate in pezzi; con quelle stanze piene di rottami; con quei giardinetti esangui / la vecchietta incappottata / il cagnolino magro d’ordinanza; con la sua malinconia anche nei giorni di pieno sole; con la sua inquietudine che ti aspetta, acquattata negli angoli bui; ecco, fa più l’impressione di un manicomio abbandonato dopo la legge Basaglia. Tanto è vero che la follia di L, in quella grande casa di mattoni rossi, ha trovato la sua casa.

Non solo lei. Cento altri diseredati, erranti, poveracci, cento altri drop out, cento altri marginali sono stati attratti o sono stati costretti in quegli immensi stanzoni umidi. E vi hanno portato le loro poche cose e la loro grande disperazione. Uno di loro portò perfino un piccolo gregge di pecore, che teneva tranquillamente in un appartamento al primo piano. Arrivavano, allacciavano a reti abusive esistenze e fili elettrici. In fondo una cornice ideale per coloro che provano a servire Dio facendone risplendere la Bellezza: nell’immagine, nella parola, nel concetto, e soprattutto nel gesto che lo chiama. Così il manicomio abbandonato – dalla sera del sabato alla domenica pomeriggio – si riempiva di canti. E L accumula ricordi di sere e di mattine, di neve e di gran caldo, di silenzio e di suoni, di intimità e di caos, di frullare e sparpagliare di bimbi e di trascinare e indugiare di vecchi, di digiuno e di banchetti con cibo strano, a volte prima offerto per i morti, e condiviso assieme a un nome, un ricordo chiesto, un sospiro e spesso una lacrima. E ai banchetti intervenivano spesso anche gli altri marginali, ben felici di questa usanza nutriente.

Fatto è che, un brutto giorno, il Divisore rimase colpito da quel punto d’oro, azzurro, luce, desiderio, canti, pianti e preghiera incastonato nel malinconico palazzo di mattoni. Se ne ingelosì, se ne incapricciò, era un niente ma lo disturbava, così decise di spazzarlo via. Indusse nei vicini una brama per le presunte ricchezze della chiesa. Vi fu dunque chi vi entrò e rubò, una, due, tre volte. Nell’indifferenza sonnacchiosa della cittadina di provincia, i fedeli provarono a sbarrare le porte, e a mettere grate alle finestre: non bastò. Ogni volta che lasciavano sole le loro cose care e sacre avevano un tuffo al cuore, per il non sapere se avrebbero potuto ritrovarle ancora. Fu sparsa la zizzania, tra la gente del manicomio rosso trovò spazio perfino la profanazione. Fino a che qualcuno tentò di abbattere a picconate il muro dell’altare delle offerte. E pS si fermò attonito davanti alla ferita slabbrata nel muro azzurro, davanti ai calcinacci sparsi sui santi calici, davanti alla violenza che pareva entrare da quel buco. Pregò, pensò, prese la decisione: dobbiamo andarcene da qui.

E Costantinopoli così bella e regale e così costantemente esposta alle razzie delle navi barbare e saracene. E ecco che una grande flotta slava e pagana proveniente dalla Rus’, con alla testa i terribili Askol e Dir, all’inizio del decimo secolo, minacciò la città regale.E la notte del primo di ottobre la chiesa delle Blachernae, vicino alla costa del Corno d’Oro, traboccava di oranti: una chiesa preziosissima: perché custodiva un’icona capace di straordinari miracoli, forma viva e agente della Madre, la Blachernitissa: ma tra i tesori aveva anche la cintura di Maria, la sua veste, e il suo velo – o maphorion, portati dalla Palestina nel V secolo. Il velo che – immerso nelle onde del Bosforo – aveva già protetto altre volte la sede dell’Impero. E dunque si celebrava la veglia di tutta la notte, e tutta la notte tutti pregavano, e fra tutti il folle in Cristo Andrea, ed Epifane, saggio discepolo della pazzia del Maestro. E questo Andrea era un esploratore dell’Oltre, la sua follia grimaldello per le incursioni fino al terzo cielo, aveva veduto il Cristo, e gli angeli, e i santi, ma ritornando dalle sue straordinarie ascensioni era stupito e un po’ amareggiato: perché Lei, Lei non l’aveva vista.

Vanno via, dunque. Questa gente è gente che sa andar via. Senza far scene, senza far drammi, senza sprecare parole o energie, semplicemente essa si alza e comincia fare i bagagli. Lo ha già fatto in passato, lo farà in futuro. Vengono dalla Romania, dall’Ucraina, dalla Moldavia, dalla Russia: gente semplice e forte; le donne specialmente, le donne sono spesso badanti, donne che si occupano di spirito e di carne, che baciano le icone e puliscono i sederi, che trattano Dio in modo pratico e l’anziano in modo sacro. Ой-ой-ой, un trasloco, uno in più, non fa certo loro paura.
Cominciano per L due settimane di apprendimento. Osservando questa comunità impara la lezione dell’andar via. Perché se loro sanno partire, lui invece non sa farlo e deve capire come si fa. Ha così tanti luoghi di dentro che andrebbero lasciati. Con il medesimo stile, con la stessa dolcezza, con la stessa forza, con la stessa umiltà, con la stessa indomabilità.
La chiesa viene rapidamente, in una sera e una notte, spogliata delle sue vesti. Lavorano sodo: e gli abitanti abusivi guardano con gli occhi lucidi, passano e si commuovono, forse tra i commossi c’è anche qualcuno che ha rubato, certo c’è qualcuno che sa, tanto contraddittorio e ingarbugliato è il è il cuore umano. Le sante icone vengono rimosse, avvolte in bianchi lenzuoli o in carta da pacchi, poi ricoperte con quella pellicola con le bolle d’aria che è così divertente far scoppiare, e infine deposte nelle scatole. E tu, T, che eri in ginocchio nella polvere, e che prima di avvolgere l’icona nella carta baciasti con semplicità il volto del Signore, e vi ponesti sopra una pezzuola bianca, perché non avesse a soffrirne, quale lezione mi hai dato sulla differenza tra l’id e il tu. E tu, N, che col trapano elettrico in mano hai smontato tutta l’iconostasi lasciandone solo lo scheletro di metallo, e dicevi sorridendo malinconicamente: ‘mi ricordo, un anno fa, quanto lavoro per tirarla su, ma sarà quel che Dio vuole’, che cosa mi hai fatto capire sulla differenza tra l’andar via e l’abbandonare. Sì, perché andando via non si abbandona. Non si tratta di un lâcher-prise disinvolto o orientaleggiante, di un’indifferenza azzurrina e nirvanica al fluire inarrestabile degli eventi, ma di uno spezzarsi porpora del cuore sull’obbedienza a Chi ti chiama altrove.

E nella chiesa della Blachernitissa era circa la quarta ora della notte, e Andrea il folle guardò verso il cielo e vide e ne tremò. E ne tremò perché vide la Madre tra i due Giovanni, il precursore e il teologo, l’asceta e l’amato, venire fra gli splendori. E la vide nella chiesa, mettersi in ginocchio sul pavimento, e sciogliersi in lacrime e in preghiera. E era Lei sì era proprio Lei, e splendeva così tanto il suo dolore [Et elle, elle ètait si touchante et si belle, si touchante et si pure, non seulement toute en foie et en charité, mais toute en espérance même, pure et jeune comme l’espérance]. E Andrea il folle è preso da brividi sacri. E poi ecco, Lei si alza, e si avvicina…

C’è chi ha usato per questo avvenimento la categoria dell’esodo, ma non so quanto in modo pertinente. L’esodo è lasciare un esilio per un incerto e difficile cammino verso casa. Qui è la casa ad essere lasciata. Ma lo si fa con stile, e anche con una certa allegria. Un furgone credo rumeno viene stipato di porte regali e aspirapolveri, di turiboli e termos. Portano tutto- mentre ormai è scesa la notte - in un gigantesco magazzino di una fabbrica non più in uso. Il proprietario è un uomo gentile, ma non solo: è anche dotato di penetrante empatia. Dice: sento che per voi spostare queste cose non è solo un fastidio, è anche un dolore. Ricevono grati questo conforto di parole, com’è sempre quando esse toccano e riconoscono il profondo. Di fuori è un po’ un set di Kusturica: gente stramba, monaci e preti, donne e uomini varia slavità, un anziano infermiere che ne ha viste di tutte, una ragazza piemontese che sa assolutamente il fatto suo, e perfino io disorientato e disoccidentato come sempre, e tutti in bizzarra processione, ciascuno con una torcia elettrica in mano o in bocca, portando scatole, icone, stendardi, fonti battesimali, recipienti d'argento e d'oro, polverosi elettrodomestici.

Rapidamente la chiesa si è spogliata. Nell’imminenza della festa della Protezione con il Velo, ecco che la chiesa, il suo velo, decide di deporlo..
Risulta chiara l’ambivalenza dell’idea di velo. “Il velo è un tessuto animato da pathos che prende ad avere una vita propria e una sua autonomia visiva: ricetto, metaforico e metonimico, della sostanza immaginaria del desiderio e dell’irresistibile desiderio di vedere” scrive Rosanna Prezzo commentando Aby Warburg. E vediamoli questi veli ambigui, Il velo di Maya, quello di Iside, il velo che copre la luce del volto di Mosè, il velo del Tempio che diventerà velum scissum quel venerdì terribile, un velo che rende desiderabile l’arca, perché, come dice il primo libro dei Re, le estremità delle stanghe restano visibili, e i rabbini non temono di riconoscere, in questo puntuto doppio evidenziarsi, la sensualità di un seno sotto una veste; e cosa vide Giovanni nel sepolcro (perché si dice che entrando nel vuoto vide e credette) se non il velo svelante del sudario? E quando Jabrail il gigantesco arcangelo piombò ad ali chiuse sul Profeta Mohammed, e lui lo fuggiva preso da terrore, ma animali e pietre lo salutavano come l’Inviato di Dio, e allora si rifugiò dalla moglie Khadija, ed ella se lo strinse al petto come un bimbo, lui che avrebbe conquistato la metà del mondo ma che ora tremava, e gli chiese: marito mio, vedi tu la visione? Sì, rispose il Profeta, sì che la vedo! E allora, intrepida, Khadija si strappa il velo e si scioglie i lunghi capelli, poi torna a domandare: vedi ancora la visione? No, risponde lui. Dunque non era un demonio, fosse stato un demonio non sarebbe scomparso, l’Arcangelo si è involato allo svelamento, per rispetto alla sacralità della capigliatura della sposa: e la moglie del Profeta – svelandosi - rivela la natura divina del Visitatore, perché Dio rispetta.
Così non è strano che, avvicinandosi la festa del Velo che protegge, la piccola chiesa perda i suoi veli Come viene mostrato dall’icona del Nymphios, Cristo sposo nudo pronto all’amplesso con la sua Chiesa abbracciandola sul terribile letto nuziale della croce, la nudità dopo l’Eden non è più naturale, essa è un abito nuziale che solo Eros può consentire di vestire. La piccola chiesetta dedicata al Velo, per celebrare la sua festa ha accettato di toglierlo, mostrandosi nella sua drammatica e affascinante nudità. Cosicché senza icone, ognuno deve diventarne una: e mostrare; cosicché senza candele, ognuno deve diventarne una: e ardere; cosicché senza porte, ognuno deve diventarne una: e consentire l’entrare e l’uscire di Dio nel e dal Santuario.

La liturgia della domenica precedente la festa, quindicesima dopo la Pentecoste, viene celebrata in questa nudità vibrante. Grida l’Apostolo ai Corinzi che siamo: “Tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi”.

…e Lei si avvicina, e prende il Suo velo, e lo distende sulla gente raccolta nella chiesa.[Car le Fils a pris tout les péchés. mais la Mère a pris toutes les douleurs] E Andrea pazzo in Cristo e ora pazzo di gioia dice: Epifane, mio fratello, la vedi tu la Theotokos in preghiera per l’intero Universo? e Epifane: oh sì, sì che la vedo, e sono sopraffatto dalla meraviglia! E fra le Sue mani, che lo aveva preso [Et elle, qui les avait pris], il velo era tutto splendente, e da esso scaturivano bagliori e lampi di bellezza. Rimangono i due, assorti, a contemplarla. Poi lei e il velo scompaiono, lasciando cadere una rugiada di grazie.

Sera della festa . Su una sedia, due donne e una bellissima bimba collocano le offerte per i morti. Due candele sul minuscolo altare provvisorio. Dice pS della penombra grigia: Torneranno i volti. Parla dei volti dei Santi. Dio ha donato l’esperienza della nudità perché se ne sperimentasse la vulnerabilità e la gloria, ma non sarà per sempre. Torneranno a farci compagnia i volti miti, quieti, ardenti dei Padri e delle Madri, tornerà il conforto della loro presenza. I muri vuoti parlano di loro. C’è una differenza ben precisa tra un qualcosa che è tolto definitivamente, per sbarazzarsene, come accade le cose gettate dalla finestra in una notte di capodanno romana o napoletana al fine di propiziare una vita nuova, e qualcosa che è tolto provvisoriamente, per ragioni misteriose. In questo secondo caso il vuoto silenziosamente chiama ciò che è assente, lo rivuole, si strugge per esso. E lo riavrà. Così visibile questo sui volti dei morti. E – direbbe C – in quegli oggetti che loro sopravvivono.

1434. 29 di un febbraio bisesto e funesto. E due ragazzini, figli di nobili, giocano sui tetti delle Blachernae, a caccia di uova di colombo nei nidi. Non si sa di preciso cosa avviene, ma a causa di questo allegro passatempo la chiesa della Blachernitissa prese fuoco, proprio quella dove Lei si era inginocchiata a pregare. incantando Andrea il folle, bruciò e non ne rimase nulla. Due bimbi in cerca di uccellini distrussero ciò che fu un tempo il presidio contro la barbara e terribile armata slava. L’icona non si sa che fine fece, ah le icone hanno spesso una volontà propria ed una vita tutta loro, forse si trasformò in luce nelle fiamme, forse se ne andò all’Athos e i buoni monaci la donarono allo Tsar nel Seicento. Giocò anche qualche ruolo tra il religioso e il politico, quasi fungendo da ‘testimone’ passato dalla seconda alla terza Roma. Dopo l’incendio rimane sul luogo una fonte d’acqua santa, a cui attingono pellegrini cristiani e musulmani, una fonte che cura anime e occhi (nipson anomemata me monan opsin).

Domenica, Liturgia di Pokrov. Protezione della Madre di Dio. Festa del Velo. In chiesa quasi niente, neppure le luci, solo un po’ di freddo e le voci dei cantori e degli officianti. Oggi la Vergine è presente nella chiesa, e con i santi invisibilmente prega di Dio per noi. Ci fosse stato un Andrea, l’avrebbe veduta, in ginocchio sul vecchio tappeto.

La storia nella casa dei mattoni rossi è probabilmente terminata. Ma – se anche questa comunità finisse in un magazzino – lo riempirebbe d’oro, azzurro, luce, desiderio, canti, pianti e preghiera. Pronta e preparata ad andar via di nuovo, con i suoi tesori, senza far scene, senza far drammi, senza sprecare parole e energie, protetta com’è dal velo misterioso.


[Le parti in francese sono tratte liberamente e irrispettosamente da Le Porche du mystère de la deuxieme vertu, di Charles Péguy, 1911]


giovedì 10 ottobre 2013

[Un anno dopo] Dimmi tu luna in ciel. Undici ottobre MCMLXII

Ho pensato di riproporre anche sul blog alcune note scritte altrove, per esempio su Facebook, a distanza di un anno, o di due. Tutto cambia così in fretta. Questa è stata scritta solo un anno fa, e sembrano secoli, considerando quanto è accaduto a quella finestra di Roma. E alla mia anima.


10 ottobre 2102, ore 12.44
Quella sera avevo centonovantotto giorni. Da centonovantaquattro ero diventato cristiano. Due genitori - una giovane madre e un padre un po' meno giovane e segnato dalla guerra - avevano portato un bimbo nella chiesa di san Marco a Firenze. Qui, tra l'incanto misterioso degli affreschi dell Beato Angelico e le risonanze squassanti delle prediche del Savonarola, tra il frullar d'ali multicolore dell'angelo Gabriele e le memorie del terribile frate bruciato sul rogo, tra meraviglia e tragedia, un religioso domenicano mi ha preso tra le sue braccia, mi ha asperso d'acqua, mi ha segnato d'olio profumato, e ha detto sopra di me delle parole nel nome della Trinità santa.Quella sera il bambino che ero presumibilmente dormiva. Marylin Monroe aveva da pochi mesi lasciato il suo corpo nelle oscure circostanze che sappiamo. I Beatles avevano inciso il loro primo 45 giri 'Love me do'. Nelle sale cinematografiche c'era il primo 007 'Licenza di Uccidere'. Dopo pochi giorni nelle edicole sarebbe comparso il primo numero di Diabolik. La crisi dei missili di Cuba.
Quella sera un Papa si appoggiò al davanzale di una finestra e si mise a parlare alla Luna come un innamorato. Era la vigilia dell'inaugurazione del Concilio Vaticano II. Che io sappia, il primo e l'ultimo Pontefice che si sia mai rivolto all'astro notturno. Chissà se era consapevole di quello che faceva. Il discorso della Luna. Il discorso della carezza del Papa ai bambini, che chissà su quante piccole fronti dormienti è discesa, e forse perfino sulla mia. E tutti a dire che bello, tutti ad ammirare il gesto informale, familiare e poetico. "La mia persona conta niente, conta niente..."
Eppure, rivolgendosi alla Luna, il Papa forse per un attimo scordò il Sole. O Oriens, splendor lucis eternae, et Sol iustitiae. Non fu la sentinella a cui viene rivolta l'angosciosa e speranzosa domanda 'Quanto manca alla notte?' (Isaia 21). Si sentì sedotto dal chiarore acquoreo dell'astro femminile e mutevole, e della sua chiaroscuralità d'argento. Per un attimo non volle lodare, non volle affermare, non volle pensare con desiderio al paterno e bruciante sfolgorare, verso cui tutti gli altari e le chiese del mondo erano volti, per celebrare il sacrificio. E fu molto. E fu tutto. Pose la Chiesa sotto la protezione della Luna. La Luna se la prese.
Crollò di schianto il pensiero cristiano come lo si era sempre pensato. Si trasformò il rito: i preti volsero d'un tratto le spalle al Sole, le spalle a Cristo: e guardarono in faccia gli uomini e si fecero guardare in faccia. Ed è sempre una voragine una faccia. San Pietro sembrava immutata quella sera d'ottobre: eppure uno che fosse entrato dentro non avrebbe più trovato il pavimento, ma un abisso senza fondo. La Verità si trasformò in verità, e quindi fu ancora più vera, perché la Verità è sempre Falsa. La svolta ermeneutica della teologia: le verità dogmatiche come proiezioni di forme comprensibili sulla parete della caverna platonica dell'Essere. Ne scaturì un cinquantennio cristiano intenso e terribile, autunno più che primavera. Non ci si affida alla Luna senza conseguenze. Ben lo sapeva il Serafico, quando - per non essere catturato dagli abissi simbolici - chiamò sole e luna 'fratello e sorella', e non Padre e Madre. Suoi pari, suoi compagni d'avventura, non oggetti di un desiderio trasognato.
Ora quel bambino ha 18.448 giorni, passati nel chiarore lunare. E' tempo di rivolgersi al Sole. Che è in Oriente. E brucia i deserti dove ruggisce il Leone di Giuda.


sabato 14 settembre 2013

I corsari del deserto

Corsari. Sono questo, i monaci.

San Saba è una nave corsara. Così l'ho sentita, vista, vissuta, così provo a raccontarla, ora, qui: dentro un barattolo di metallo bianco e verde con scritto Alitalia, a diecimila metri sopra la Grecia, proprio sulla verticale dello splendido Olimpo, d’auree nubi adorno, andando verso occidente e già alle prese con la nostalgia – che più passano le miglia più si tende e geme come la corda di un violino.

[e a proposito, ogni aereo ha un nome, proprio come una nave; non so come si chiami questo che mi sta portando via; ma quello che mi ha accompagnato in volo fino a San Saba era l’Airbus A320 EI-EID battezzato appunto Umberto Saba. “me al largo / sospinge ancora il non domato spirito / e della vita il doloroso amore”]

Ora, la differenza tra un pirata e un corsaro è che quest'ultimo milita sotto le bandiere di un sovrano, che gli concede la patente per la guerra di corsa, e che in cambio riceve una parte del bottino ricavato dagli arrembaggi e dalle vittorie: ma per il resto è libero, decide da solo quali sono i galeoni da attaccare, gonfi d'oro come favi di miele e altrettanto pericolosi da avvicinare. Sì, il corsaro è un uomo libero, e nei racconti è di lui che si parla, del suo nome proprio, di sir Francis Drake o di sir Henry Morgan, non del re o del principe che lo autorizza alle battaglie.

San Saba, la nave corsara, naviga nel tempo da millequattrocento anni, alla disperata caccia dell'Inviolato. Incrocia al largo dell'Isola di Pasqua, che è Gerusalemme, come anche dell'Isola di Natale, che è Betlemme. Abbastanza vicino da non poter essere da loro dimenticata, abbastanza lontano da poter loro dimenticare. Abbastanza lontano per poterle amare, abbastanza vicino per poterle inquietare. Perché, viste dalle murate di questa nave, Gerusalemme e Betlemme sono un aggrovigliato sinistro bagliore, una concentrazione di rumori del mondo. Quando, per caso, sono costretti a sbarcarvi per qualche ora, i corsari sentono l'orrore del consumo, del consumo di cibo, di cose, di denaro, di sacro; rabbrividiscono vedendo le orde multicolori dei pellegrini di un giorno, foulard al collo e telecamerina, che guardano toccano comprano; e subito hanno impazienza di riprendere il mare, quel mare vasto e arido che è il deserto di Giuda. Vicino abbastanza, lontano abbastanza.

Per antica tradizione il Comandante di questa nave è lo stesso Governatore dell'Isola di Pasqua. Una volta all'anno sale a bordo, e i corsari indossano gli abiti migliori che hanno, si metton - quasi - sull'attenti davanti al Governatore, gonfio nella sua sfarzosa divisa da Ammiraglio. Lo lasciano perfino qualche ora al timone.  Che giochi per un po’, loro assecondano la finzione.  Ma si intuisce che non vedono l'ora che sparisca, contano i minuti, guardano il cielo sperando di scoprirvi il sole basso. E finalmente l'Ammiraglio se ne va,  si può ricominciare a far sul serio la guerra. Perché il vero Comandante è un vecchio capitano segnato sul suo corpo - fuori da ogni metafora - da una grande ustione presa durante un assalto notturno, un anziano lupo di maredeserto dal volto severo ma dagli occhi dolci, che non sorride mai senza mai essere cupo. E ancor più di lui il vero Comandante è San Saba stesso, che costruì e varò la nave, e il cui corpo incorrotto è custodito e esposto sul ponte, più vivo di tutti loro (e, se mi si consente, anche con una cera migliore di molti di loro). E ancor più di tutti il vero Comandante è il Re, così come il Re è il Mandante, così come il Re è il Destino. Perché questa è una nave del Re, non dei suoi ministri, governatori, ufficiali, funzionari, subalterni.

Fatto terribile e spaventoso è che nessuna donna è mai entrata in questo luogo. Mi si potrebbe dire: neanche all’Athos. Sì, ma all’Athos c’è una intera flotta di navi corsare, di giorno da una si vedono le vele dell’altra, di notte le lanterne, si sentono i colpi di cannone, i canti. Basterebbe una lunga nuotata per raggiungersi. E poi è una flotta della Regina, è lei la Donna, è lei che riempie i pensieri, i sogni, è lei che beatifica, inquieta, tortura e colma di slancio i marinai, riempiendo la Santa Montagna di divino femminile. Ora, chiunque sa che è facile morire per una donna e compiere atti di valore davanti a una donna, figuriamoci per la Donna e davanti a la Donna. Ma San Saba è una nave del Re. Non che la Regina non sia onorata, è presente in mille immagini mille millanta volte baciate e venerate. Ma è una nave del Re. L’assenza della Donna è qui più fitta e tetra. Non si ha il conforto di un occhio femminile che ti ammira mentre combatti. Lo devi fare per altro. Lo devi fare senza una che ti guardi. Lo devi fare così, senza nessuna che ti dica mai bravo.

Ogni tanto qualche ufficialetto, qualche azzimato guardiamarina nella sua uniforme stirata e fresco d’Accademia, qualche giovane capitano di corvetta, viene in visita al vecchio galeone. E a volte pretende pure di dire qualcosa di intelligente, di spirituale, di utile. San Saba è oltre un millennio che insegna a mezzo mondo il combattimento per il Regno dei Cieli, e quelli magari trovano pure da criticare. I corsari non rispondono nemmeno: gli fanno fare il giro del ponte, gli fanno guardare il vasto maredeserto dai bordi, e addio. Non perdono tempo con loro. Non c’è tempo.

Quando io sono salito a bordo, sono stato accolto dal capitano e da gran parte dell’equipaggio: era sera. Il capitano aveva in mano una enorme chiave, di un gigantismo surreale, quasi caricaturale, come fosse una scultura neodadaista di Claes Oldenburg.  A un’ora che non si sa, il capitano chiude la porta, chi è dentro è dentro, chi fuori fuori. A un’ora che non si sa: perché sulla nave non solo vige un diverso calendario, indietro di tredici giorni rispetto a quello normalmente in vigore. Ma vige un diverso orologio. Il computo del tempo prevede che il tramonto coincida con la mezzanotte. Cosicché la prima notte (il 24 agosto, ossia l’11 agosto a san Saba), vado a letto alle 22 (ossia alle 2 e 50 di notte a san Saba). Ma il giorno seguente sarà diverso, perché il sole tramonterà prima. Insomma, bisogna intuire, allenarsi al riconoscere i suoni dei legni, dei ferri, delle campane, e infatti spesso arriverò in grande anticipo o in ritardo. Se qualcuno vuole sperimentare un senso assoluto di displacement, non sapere dove e quando si sia, san Saba è il posto giusto.

Sono stato condotto nel grande refettorio, di cui solo una piccola parte era stata illuminata, per ristorarmi con un po’ di frutta. E’ scesa rapidamente la notte. E’ salito invece il vento del deserto, da oriente, e prende possesso delle stanze aperte. Dondolano dondolano dondolano le lanterne.

Poi mi viene assegnata una cella-grotta bellissima, in cui avevano già acceso la lampada ad olio. Mi lasciano solo ad un riposo breve. Imparo a conoscere gli abitatori permanenti di questa cella: la notte, il vento, il silenzio. Forse ***, che è prudente non nominare. Forse anche ###, che è un comandamento non nominare invano. Sono solo un ospite, è bene che lo sappia. Rispettare queste presenze è l’unico modo per dormire bene qui.

[Excursus. Un antico corsaro imbarcato su questa nave si chiamava Stefano. Discepolo (e nipote) di un altro, celeberrimo teologo e poeta, Giovanni di Damasco.  Fatto è che Stefano visse in una di queste grotte. Eremita, si prendeva cura di ogni essere vivente, colombe, storni, antilopi. Non solo, però, di questi animaletti poetici che ci raffiguriamo con i disneyani occhi dolci e a cui è così facile voler bene. Amava orribili vermi neri, temibili scolopendre, innominabili ragni, li prendeva in mano e li spostava per non calpestarli inavvertitamente. Quando celebrava la liturgia nella sua cella, la grotta oscura traboccava di luce. Dunque Stefano una volta si imbatte in un monaco che non riconosce. Mi immagino il loro incontro, Stefano chiede d’esser benededetto, camminano fianco a fianco, parlano poco, disabituati come sono alla relazione. Così Stefano comprende che oltre alla comunità dei monaci ‘visibili’ ve ne è un’altra, fatta da invisibili. Non però invisibili per uno speciale potere da supereroi dello spirito. E’ che quando il proprio ego viene completamente, definitivamente abbandonato, allora scompare anche quella minima, basica pulsione al riconoscimento che è la visibilità, la percepibilità del proprio corpo. In sedicimilionesimo è un’esperienza che capita a tutti (ah, ci sei anche tu? non ti avevo notato! ed eravamo proprio davanti ai suoi occhi, e ne soffriamo: in questo caso però non dipende dalla rarefazione del proprio Io quanto dall’inflazione dell’Io dell’altro). Stefano è affascinato da questa comunità parallela e misteriosa, come il gabbiano Jonathan quando incontra il luminoso Chiang. Anche Stefano vorrebbe lasciare la sua Brigata Colazione, e chiede di farne parte. Ahi. Chi non ha un ego non chiede di far parte di qualcosa che ritiene più prestigioso. Forse per un attimo a lui aperte, le sliding doors della comunità degli invisibili si chiudono. A Stefano viene raccomandato di tornare nella condizione precedente, e di amare tutto e tutti, il suo compagno si ritrae nell’invisibilità, e Stefano eccolo di nuovo alla sua grotta e ai suoi amici animali. Ciò avviene nell’ottavo secolo. Ma altri durante la navigazione nel tempo incontrano questi corsari invisibili. Anche pochi anni fa si sono manifestati. Quando chiedo al monaco A, simpaticissimo novizio greco, di quante persone è composta la loro fraternità, lui risponde: “Che io sappia, siamo venti. Poi – e il suo braccio traccia un ampio semicerchio sul canyon desertico e sui suoi mille occhi di grotta – poi chissà”. Certo è che quando i monaci visibili entrano in una grotta palesemente vuota, salutano e chiedono la benedizione al suo possibile abitante. Principio di precauzione. Hai visto mai.]

I suoni. Verso le due di notte – ora profana – booom booom booom una grande campana dal suono cupo. I corsari si alzano dai loro giacigli, è il tempo del combattimento a corpo a corpo, dell’esercizio individuale. Le mani si afferrano alle corde nere di preghiera, i corpi si flettono e ancora cento volte si flettono nelle metanie, le fronti toccano il suolo, le labbra lo baciano, per arrivare al cielo bisogna piegarsi molto, e avvicinarsi il più possibile alla terra. Questa è ciò che loro chiamano “l’ora del kanon”. Tre di notte. Un monaco passa in tutti i luoghi del monastero tenendo in spalla una sbarra di legno sonoro e percuotendola ritmicamente con un martelletto: toc tactactac toc tactactac toc tac toc tac toc tactactac. E per ultima dongdongdongdongdong la campana della chiesa. Tutti sul ponte, riuniti, ai posti di combattimento. Sono le tre e un quarto.    

Mesonyktikon, Orthros, ora Prima. Tanto tempo nel buio caldo e denso,  e quasi non respiro dal sonno, dall’incenso, dalla cera bruciata delle candele, dal sudore dei corpi. Mi viene data una candela e un pacco di fogli scritti in greco e in russo, tutti nomi, un’infinità di nomi che chiedono ai corsari di san Saba di essere ricordati. Ciascuno se ne prende un grosso pacco, e silenziosamente li recita. Io appena sono in grado di star sveglio, faccio scorrere questi nomi scritti in una calligrafia improbabile, Alexandros, Fotinì, Sergej, Ekaterina, all’inizio tento di traslitterare, poi non ce la faccio più,, dico /questa persona, questa persona, questa persona/ ci penserà Dio a traslitterare, penso, facendo scorrere davanti al mio sguardo stanco, ai miei occhi-essi-stessi-caverna, il fiume interminabile di questi nomi-storie, di questi nomi-destino scritti su foglietti quadrettati di varie dimensioni, logori e sporchi di cera. Poi mi viene in mente che l’unico libro che mi sono portato dietro contiene due saggi brevi di Pavel Florenskij, Le radici universali dell’idealismo e Il nome di Dio, e in entrambi si parla della forza spaventosa dei nomi. Non siamo noi ad avere dei nomi, sono i nomi ad avere noi, a renderci compartecipi del loro senso e della loro sorte. E quindi avanti, pur con fatica traslitteriamo, Basilios , Panaghiotis, Irene, Olga…
E aggiungevo le persone che io avevo nel cuore, tutti gli amici, tutti i nomi, tutti i volti, tutti i dolori, tutti gli amori, tutti i dimenticati, cioè quelle persone che, inavvertitamente, scivolano via una notte – come scrive Buzzati – dal cerchio dei ricordi per mai più ritornare.

E spesso il sonno vinceva, anche se stavo in piedi. Elettroencefalogramma piatto, spirito annientato. Imballavo il pensiero su stupidaggini, per esempio componendo filastrocche. Per dare una saggio di quali vertici abissali di mistica sia stato in grado di sperimentare in quei momenti, di quali alte vette spirituali abbia raggiunto, invito a dare un’occhiata alla seguente poesiola, messa a punto tra le quattro e le cinque in quelle tenebre:

Dorme questo, dorme quello,
dorme il gruppo nell'ostello,
e la guida, e il torpedone,
dormon tutti e stan benone;
il custode del parcheggio
dorme, forse un poco peggio.

Dorme l'uomo del deserto
la cui casa e nell'aperto;
dorme sodo il cittadino
nel suo appartamentino;
dorme (un poco) anche il barbone
steso sopra il suo cartone.

Il cristiano con l'armeno,
il giudeo col saraceno,
dormon: pronti, all'albeggiare,
ad ancora litigare
fra i quartieri della stanca
disperata Città Santa.

Nella pace della sera
dormon quieti gli haredim;
presto si alzerà il muezzin
per chiamare alla preghiera
dall'antico minareto,
ma - per ora - dorme lieto.

Dorme il rabbi e l'accattone,
il soldato sul gippone
dorme con un occhio solo
per poter cogliere al volo
ciò che render può insicuri
quei della città dei muri.

Dorme il frate nel convento
e russando fa spavento
al vicino suo di cella
che ora inquieto sogna un mostro
e gemendo si ribella
mentre attorno dorme il chiostro.

Dormon savi, dormon matti,
dormon cani, dormon gatti,
i malati e le malate
fra le lor luci azzurrate.
Si assopisce anche il dolore
che ciascun porta nel cuore.

Dormon gli esseri viventi,
l'uomo in tutte le sue forme.
A San Saba non si dorme:
l'una son le sette e venti!
Si sta svegli e chi lo sa
se ciò ha un senso o se non l'ha.

…eppure queste stupidaggini mi consentivano di non crollare. La notte non è tempo per affettare doti spirituali che non si hanno.

Ogni tanto si forma una fila nell’oscurità: è il momento del bacio delle icone. Una processione che in un ordine da me mai compreso conduce ciascuno a baciare tutte le icone della chiesa, che sono tantissime. Nessun uomo del mondo bacia così tante volte come questi uomini che non vedono donna. Baciano volti, piedi, membra, reliquie (e uno di loro, vedendo la mia inadeguatezza, si avvicina e mi sussurra: you must kiss more ‘juicy’, if you know what I mean. Juicy. Lo dice lui. A me, che di veri baci dovrei essere più esperto. I corsari non baciano pezzi di legno dipinti, questo è certo. Cosa o chi bacino non so, ma non dei quadri o delle immagini. Io bacio immagini, invece, ed è per me già tanto tuffare il mio volto a labbra protese per baciare una figura che non so perché è avvolta dal buio, e solo a tratti colgo – tra le rare candele, l’enigma di uno sguardo bizantino o il tratto patetico di un volto naif ottocentesco. Ogni volta sono decine e decine di icone, e le volte sono tante.

Quasi inavvertitamente si scivola nella Divina Liturgia, celebrata con assoluta sobrietà e anche con una sorprendente rapidità. Però poi le Porte Regali si dischiudono, e lo ieromonaco grida di avvicinarsi per il bacio a Colui che si fa mangiare, un bacio che può bruciare,  anzi che deve bruciare, ma dipende da noi se per incenerirci o per renderci incandescenti [Abba Lot andò a trovare abba Giuseppe e gli disse: “Secondo le mie possibilità, recito il mio ufficio, digiuno un po’, prego, medito, vivo nel raccoglimento e, per quanto posso, purifico i miei pensieri. Ora, cosa devo fare ancora?”. Allora il vecchio si alzò, distese le mani verso il cielo, le sue dita divennero come dieci fiaccole. “Se vuoi – gli rispose – diventa tutto di fuoco”]. Le finestre della chiesa ora sono visibili, piccoli archi ritagliati dalla pallida luce dell’alba. Poi ancora si mangia il pane rimasto, poi si beve l’acqua attingendo da un fonte di pietra.  

Terminato il combattimento, ci si ritrova su una grande terrazza aperta, sopra di noi la luna e un cielo ormai azzurro-rosa. Ci sediamo sul muretto a ristorarci e a respirare. Un monaco distribuisce tè, un altro del dolce, un altro bicchierini di liquore. Sono circa le sei del mattino – ora profana.

Vi saranno altre chiamate al combattimento ufficiale, quello che si svolge sul ponte della nave. Al pomeriggio, prima della trapeza, ossia del pasto leggero consumato in refettorio, con il monaco che legge le vite dei santi, con  i piatti e i bicchieri di ferro, e alla fine viene incensato un bel pane e un calice di vino, e vengono dati a tutti, trapeza, ‘altare’ e ‘mensa’, l’uno e l’altra, l’uno con l’altra, l’uno nell’altra non solo nella parola, ma nel gesto, nell’attitudine interiore. Mangiare è un gesto misterioso – sotto certi aspetti tragico, perché allude alla consumazione e al sacrificio delle vite, delle forme, dell’essere a beneficio di un altro essere – e quindi va celebrato.

Ma – sia chiaro – i corsari non si osservano. Non ho trovato traccia di autocompiacimento nel loro celebrare. Non si coltiva alcun atteggiamento ieratico (che sarebbe, ancora una volta, una maschera, un personaggio). Vanno alla preghiera così come sono, con le scarpe polverose, gli abiti non pulitissimi, i paramenti logori. C’è solo sostanza, e naturalmente questa è anche forma, ma mai orpello.

Cosa accade durante il giorno, quando il sole non lascia ombre e i monaci sono prevalentemente nascosti, non so. Credo che essi attendano nelle grotte e nelle celle i loro demoni, e con la grazia di Dio li combattano. Specialmente il demone meridiano, che predilige queste ore infuocate e aride, distillando nel cuore quella tendresse de soi, rammollendo la psiche, riempiendo l’immaginazione di nostalgia di quegli alberi, di quegli occhi, di quelle braccia, quando invece si ha davanti solo questo odioso deserto, questa vita sprecata e sempre uguale, questa solitudine soffocante con l’aggravio della miseria di questi compagni…

Vespro finalmente, le rocce da gialle diventano rosa, ancora sul ponte, ancora baci, canti. Si avvicina la Dormizione di Maria, e i corsari depongono in mezzo alla chiesa un’icona di tessuto della Vergine morente, su un piccolo catafalco che la tiene orizzontale, la cospargono di erbe profumate, la baciano. Il momento tra il vespro e la compieta è forse il più sereno, il calore ha ceduto, si conversa un po’, si prende un tè o una bevanda fresca. Poi l’Apodipnon: reciprocamente i monaci si chiedono perdono e se lo danno, e si inchinano verso i punti cardinali del mondo. Ecco di nuovo, col vento del deserto, la notte breve della nave corsara.

E ci sarebbe da parlare del mal di mare, di quel male che a volte mi ha preso in quei giorni e in quelle notti. Non è sempre facile stare con i corsari. A volte, e anzi spesso, non li condivido. E allora ho un po’ di nausea, perché li ammiro così tanto, eppure in coscienza non posso approvarli. Ma sono appunto corsari, non gente perbene. A sentir loro l’eretico lo si sbatte fuori senza complimenti, con tanti saluti al religiosamente corretto. Quel che non è di Dio è del demonio, i confini sono netti, le zone grigie inesistenti. Gli intellettuali sono gente sospetta, i teologi non ne parliamo, e anche il loro prete è in fondo uno che ha studiato un po’ troppo. Le Accademie – nella migliore delle ipotesi – sono luoghi dove ci si trastulla coi concetti, nella peggiore un serio ostacolo sulla via della salvezza. Gli episcòpi e le sedi patriarcali, palazzi in cui si scende a compromesso con la verità. Apparentemente poche ma salde idee nel tascapane della loro mente – non è questo il credo di ogni soldato? Poche, talvolta rozze, granitiche idee: quelle che servono a stare in piedi, a vegliare, a digiunare, a far la guardia dinanzi all’incomprensibile in quest’avamposto desertico, e a rischiare di farsi ammazzare di acedia qui dentro. A chi è in prima linea e vede gli occhi del nemico non si chiede diplomazia, ma coraggio: di marciare decisi e di finire morti in una trincea, tranquillamente, senza essersi slacciati mai lo zaino – come mi pare scrivesse Bernanos. Le sottigliezze sarebbero di peso. Eppure ne sorprendi talvolta qualcuno la notte, seduto su una roccia, a guardare semplicemente la luna, o c’è chi ti porta il tè esattamente nel momento in cui ti senti solo e ne hai bisogno, e ti viene in mente che esiste un mondo di delicatezza interiore, un loro giardino segreto, di cui loro hanno gran pudore e che puoi solamente intuire.

Corsari: sono questo, i monaci. O Dio li prende così, nonostante siano così, anzi proprio perché sono così, oppure è davvero inutile parlarne. Ci si imbarca sulla nave di San Saba per tanti motivi: molti di questi uomini hanno un passato interessante e spesso tempestoso, altri uno proprio semplice: si viene qui in pellegrinaggio, si capisce che questo è il luogo, si torna in patria, si chiude il lavaggio auto che si possedeva, si salutano i parenti e gli amici, si parte per sempre. Oppure c’è la storia del Corsaro Russo, che è però così particolare e vertiginosa che penso di dedicare ad essa un capitolo a parte. Si viene qui per pentirsi, piangere il proprio male, prepararsi a morire. Non solo non è richiesto di esser perfetti, ma anzi è esattamente il posto in cui si va se si è peccatori.

Lascio la nave un mezzogiorno. I corsari mi sommergono di doni, dall’icona del Capitano al barattolo di olive greche, dalla corda di preghiera al dolce macedone fatto di sesamo, insieme ad olio e ad acqua che miracolosamente sgorga in una grotta e che chiamano aghiasma. Tirano fuori tutto dalle loro povere grotte, perfino dei leccalecca per i bimbi presi da chissadove. Mi chiedo cosa mi accadrà quando mi presenterò davanti all’inflessibile dogana israeliana.

Chissà quale sarà di loro quello che la prossima notte prenderà il foglio che ho lasciato tra gli altri, e mi nominerà, così, nelle tenebre dense, tra un Demetrios e un'Anastasia.










giovedì 12 settembre 2013

Il segreto del Papa vecchio

Meno di quattro anni fa, e sembra passato così tanto. Era la vigilia di Natale del 2009. Joseph Aloisius Ratzinger il bavarese, Papa Benedetto XVI da quattro anni, entrava in san Pietro a celebrare la messa di mezzanotte. Una ragazza svizzera con una maglia rossa, forse una squilibrata, forse una devota eccessiva, forse non so, valicò le transenne e andò verso il Pontefice, per abbracciarlo o aggredirlo o chi lo sa. Il Papa cadde in avanti. Un evento da nulla. Tutto riprese regolarmente. La gendarmeria vaticana smentì voci di attentato. Il Cardinale Etchegaray ci rimise - poveretto - un femore. Ma quell'avvenimento mi colpì come un presagio, e due giorni dopo condivisi una nota con i miei amici di Facebook.

Ora che Benedetto XVI è eremita in Vaticano. Ora che Papa Francesco è acclamato ovunque - dai semplici per la Renault 4 e la Fiat Stilo e per le due stanze da albergo dove vive e per i conventi vuoti da dare agli immigrati e per le messe sui barconi di Lampedusa e per il dolce suono sudamericano della sua voce e per le telefonate al giornalaio e alla donna violentata, dai politici left winged per l'intransigenza coi curiali e per la corrispondenza con Papa Eugenio di Repubblica, dai sapienti per le sue interessantissime posizioni su verità e relativismo, dai cristiani perché crede così visibilmente e percepibilmente in Dio, ora il contenuto di quell'emozione davanti al niente di un Papa, che cade al solo tocco di una ragazza un po' esaltata, mi si fa comprendere di più.

Scriveva Buzzati nel Segreto del Bosco Vecchio: "Il genio, inesplicabilmente, era di colpo scomparso. Dal corpo dell'abete uscì un lacerante scricchiolio, il tronco cominciò lentamente a piegarsi, con movimento sempre più veloce. Poi crollò con un tonfo enorme. Per alcuni minuti i rami schiantati continuarono a gemere. Infine si udì soltanto la voce uniforme della foresta. I boscaioli, raccolti gli attrezzi, si allontanarono di corsa, perché il cielo diventava sempre più nero."

Il Papa, come lo abbiamo sempre conosciuto, non c'è più. E' caduto come il grande abete di Buzzati. "Si mancherà", come il Cipputi di Altan il giorno dopo la Bolognina ('Non siamo più comunisti, babbo?' ' No, ma ci mancheremo') ? Non sappiamo, troppo presto per dire, tutto è così aperto che il futuro è inimmaginabile. Ma il grande albero è caduto. E il cielo di che colore sta diventando, vedete?

Ecco il testo di quella mia nota di quattro anni fa (26 dicembre 2009).

Eppure, quel Papa che cade...

Non è accaduto nulla. In fondo la linea che separa lo slancio di un abbraccio da quello di un'aggressione è molto tenue. Chissà cosa pensava la giovane svizzera quando (sfidando i suoi sfarzosi compatrioti muniti di alabarda) ha scavalcato la transenna. Chissà se si saprà mai, o se gli psichiatri che adesso esplorano la sua mente con i loro saperi ci diranno qualcosa. Una persona carissima, a un'altra anche tanto cara che stava lasciando una riunione e non voleva disturbare con un abbraccio, ha detto: 'Gli abbracci non interrompono niente'. Ha ragione: non ha interrotto il rito notturno della messa del gallo - come si dice in Spagna.

Ma una cosa sono i fatti, un'altra le emozioni, e un'altra ancora i significati simbolici di un evento. Ho visto il video amatoriale molte volte. Solita folla, quadratini di videocamere o di telefonini accesi, una giacca rossa irrequieta agilissimamente scavalca, l'ombra nera di un uomo della sicurezza scatta in avanti, un inglese credo alle spalle di chi riprende emette il classico suono 'eow' (massima espressione dell'emozione per un anglosassone), un po' di caos, e poi...E poi. E poi il Papa mitrato cade in avanti. .

Beninteso, non è accaduto nulla, nulla di nulla, sul piano dei fatti. Non è di questo livello che scrivo. Io ricordo l'attentato al Papa nel 1981, le immagini, il Papa dalla vitalità prorompente che prendeva in braccio i bambini e li baciava e sembrava che se il mangiasse, lo sparo, la corsa sulla jeep, nel sole del maggio romano. Ben altra ovviamente la gravità fattuale, ben altra la portata storica.

Invece questo insignificante evento notturno, una ragazzina folle, forse un tentativo di abbraccio, forse un tentativo di lotta, e il Papa pallido, vecchio, diafano, che cade in avanti, rivestito dei paramenti pontificali, silenzioso, come un grande albero. Un sospiro, e tutto riprende. 

Perché quella caduta è dentro di me, e parla?