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lunedì 14 ottobre 2013

Pokrov svelata

Sì, sarà anche stata una villa gentilizia un tempo, sarà anche stata tale, anche se è così bizzarro l’edificio, così caotico, così asimmetrico, tanto che neppure dopo anni riesco ad immaginarmene la pianta, lo schema, la planimetria. Sarà stato anche, poi o prima, un monastero carmelitano. Che sia stato un orfanotrofio è già più verosimile. Ma a L, con quei mattoni sconnessi; con quelle arcate vuote; con quelle vetrate in pezzi; con quelle stanze piene di rottami; con quei giardinetti esangui / la vecchietta incappottata / il cagnolino magro d’ordinanza; con la sua malinconia anche nei giorni di pieno sole; con la sua inquietudine che ti aspetta, acquattata negli angoli bui; ecco, fa più l’impressione di un manicomio abbandonato dopo la legge Basaglia. Tanto è vero che la follia di L, in quella grande casa di mattoni rossi, ha trovato la sua casa.

Non solo lei. Cento altri diseredati, erranti, poveracci, cento altri drop out, cento altri marginali sono stati attratti o sono stati costretti in quegli immensi stanzoni umidi. E vi hanno portato le loro poche cose e la loro grande disperazione. Uno di loro portò perfino un piccolo gregge di pecore, che teneva tranquillamente in un appartamento al primo piano. Arrivavano, allacciavano a reti abusive esistenze e fili elettrici. In fondo una cornice ideale per coloro che provano a servire Dio facendone risplendere la Bellezza: nell’immagine, nella parola, nel concetto, e soprattutto nel gesto che lo chiama. Così il manicomio abbandonato – dalla sera del sabato alla domenica pomeriggio – si riempiva di canti. E L accumula ricordi di sere e di mattine, di neve e di gran caldo, di silenzio e di suoni, di intimità e di caos, di frullare e sparpagliare di bimbi e di trascinare e indugiare di vecchi, di digiuno e di banchetti con cibo strano, a volte prima offerto per i morti, e condiviso assieme a un nome, un ricordo chiesto, un sospiro e spesso una lacrima. E ai banchetti intervenivano spesso anche gli altri marginali, ben felici di questa usanza nutriente.

Fatto è che, un brutto giorno, il Divisore rimase colpito da quel punto d’oro, azzurro, luce, desiderio, canti, pianti e preghiera incastonato nel malinconico palazzo di mattoni. Se ne ingelosì, se ne incapricciò, era un niente ma lo disturbava, così decise di spazzarlo via. Indusse nei vicini una brama per le presunte ricchezze della chiesa. Vi fu dunque chi vi entrò e rubò, una, due, tre volte. Nell’indifferenza sonnacchiosa della cittadina di provincia, i fedeli provarono a sbarrare le porte, e a mettere grate alle finestre: non bastò. Ogni volta che lasciavano sole le loro cose care e sacre avevano un tuffo al cuore, per il non sapere se avrebbero potuto ritrovarle ancora. Fu sparsa la zizzania, tra la gente del manicomio rosso trovò spazio perfino la profanazione. Fino a che qualcuno tentò di abbattere a picconate il muro dell’altare delle offerte. E pS si fermò attonito davanti alla ferita slabbrata nel muro azzurro, davanti ai calcinacci sparsi sui santi calici, davanti alla violenza che pareva entrare da quel buco. Pregò, pensò, prese la decisione: dobbiamo andarcene da qui.

E Costantinopoli così bella e regale e così costantemente esposta alle razzie delle navi barbare e saracene. E ecco che una grande flotta slava e pagana proveniente dalla Rus’, con alla testa i terribili Askol e Dir, all’inizio del decimo secolo, minacciò la città regale.E la notte del primo di ottobre la chiesa delle Blachernae, vicino alla costa del Corno d’Oro, traboccava di oranti: una chiesa preziosissima: perché custodiva un’icona capace di straordinari miracoli, forma viva e agente della Madre, la Blachernitissa: ma tra i tesori aveva anche la cintura di Maria, la sua veste, e il suo velo – o maphorion, portati dalla Palestina nel V secolo. Il velo che – immerso nelle onde del Bosforo – aveva già protetto altre volte la sede dell’Impero. E dunque si celebrava la veglia di tutta la notte, e tutta la notte tutti pregavano, e fra tutti il folle in Cristo Andrea, ed Epifane, saggio discepolo della pazzia del Maestro. E questo Andrea era un esploratore dell’Oltre, la sua follia grimaldello per le incursioni fino al terzo cielo, aveva veduto il Cristo, e gli angeli, e i santi, ma ritornando dalle sue straordinarie ascensioni era stupito e un po’ amareggiato: perché Lei, Lei non l’aveva vista.

Vanno via, dunque. Questa gente è gente che sa andar via. Senza far scene, senza far drammi, senza sprecare parole o energie, semplicemente essa si alza e comincia fare i bagagli. Lo ha già fatto in passato, lo farà in futuro. Vengono dalla Romania, dall’Ucraina, dalla Moldavia, dalla Russia: gente semplice e forte; le donne specialmente, le donne sono spesso badanti, donne che si occupano di spirito e di carne, che baciano le icone e puliscono i sederi, che trattano Dio in modo pratico e l’anziano in modo sacro. Ой-ой-ой, un trasloco, uno in più, non fa certo loro paura.
Cominciano per L due settimane di apprendimento. Osservando questa comunità impara la lezione dell’andar via. Perché se loro sanno partire, lui invece non sa farlo e deve capire come si fa. Ha così tanti luoghi di dentro che andrebbero lasciati. Con il medesimo stile, con la stessa dolcezza, con la stessa forza, con la stessa umiltà, con la stessa indomabilità.
La chiesa viene rapidamente, in una sera e una notte, spogliata delle sue vesti. Lavorano sodo: e gli abitanti abusivi guardano con gli occhi lucidi, passano e si commuovono, forse tra i commossi c’è anche qualcuno che ha rubato, certo c’è qualcuno che sa, tanto contraddittorio e ingarbugliato è il è il cuore umano. Le sante icone vengono rimosse, avvolte in bianchi lenzuoli o in carta da pacchi, poi ricoperte con quella pellicola con le bolle d’aria che è così divertente far scoppiare, e infine deposte nelle scatole. E tu, T, che eri in ginocchio nella polvere, e che prima di avvolgere l’icona nella carta baciasti con semplicità il volto del Signore, e vi ponesti sopra una pezzuola bianca, perché non avesse a soffrirne, quale lezione mi hai dato sulla differenza tra l’id e il tu. E tu, N, che col trapano elettrico in mano hai smontato tutta l’iconostasi lasciandone solo lo scheletro di metallo, e dicevi sorridendo malinconicamente: ‘mi ricordo, un anno fa, quanto lavoro per tirarla su, ma sarà quel che Dio vuole’, che cosa mi hai fatto capire sulla differenza tra l’andar via e l’abbandonare. Sì, perché andando via non si abbandona. Non si tratta di un lâcher-prise disinvolto o orientaleggiante, di un’indifferenza azzurrina e nirvanica al fluire inarrestabile degli eventi, ma di uno spezzarsi porpora del cuore sull’obbedienza a Chi ti chiama altrove.

E nella chiesa della Blachernitissa era circa la quarta ora della notte, e Andrea il folle guardò verso il cielo e vide e ne tremò. E ne tremò perché vide la Madre tra i due Giovanni, il precursore e il teologo, l’asceta e l’amato, venire fra gli splendori. E la vide nella chiesa, mettersi in ginocchio sul pavimento, e sciogliersi in lacrime e in preghiera. E era Lei sì era proprio Lei, e splendeva così tanto il suo dolore [Et elle, elle ètait si touchante et si belle, si touchante et si pure, non seulement toute en foie et en charité, mais toute en espérance même, pure et jeune comme l’espérance]. E Andrea il folle è preso da brividi sacri. E poi ecco, Lei si alza, e si avvicina…

C’è chi ha usato per questo avvenimento la categoria dell’esodo, ma non so quanto in modo pertinente. L’esodo è lasciare un esilio per un incerto e difficile cammino verso casa. Qui è la casa ad essere lasciata. Ma lo si fa con stile, e anche con una certa allegria. Un furgone credo rumeno viene stipato di porte regali e aspirapolveri, di turiboli e termos. Portano tutto- mentre ormai è scesa la notte - in un gigantesco magazzino di una fabbrica non più in uso. Il proprietario è un uomo gentile, ma non solo: è anche dotato di penetrante empatia. Dice: sento che per voi spostare queste cose non è solo un fastidio, è anche un dolore. Ricevono grati questo conforto di parole, com’è sempre quando esse toccano e riconoscono il profondo. Di fuori è un po’ un set di Kusturica: gente stramba, monaci e preti, donne e uomini varia slavità, un anziano infermiere che ne ha viste di tutte, una ragazza piemontese che sa assolutamente il fatto suo, e perfino io disorientato e disoccidentato come sempre, e tutti in bizzarra processione, ciascuno con una torcia elettrica in mano o in bocca, portando scatole, icone, stendardi, fonti battesimali, recipienti d'argento e d'oro, polverosi elettrodomestici.

Rapidamente la chiesa si è spogliata. Nell’imminenza della festa della Protezione con il Velo, ecco che la chiesa, il suo velo, decide di deporlo..
Risulta chiara l’ambivalenza dell’idea di velo. “Il velo è un tessuto animato da pathos che prende ad avere una vita propria e una sua autonomia visiva: ricetto, metaforico e metonimico, della sostanza immaginaria del desiderio e dell’irresistibile desiderio di vedere” scrive Rosanna Prezzo commentando Aby Warburg. E vediamoli questi veli ambigui, Il velo di Maya, quello di Iside, il velo che copre la luce del volto di Mosè, il velo del Tempio che diventerà velum scissum quel venerdì terribile, un velo che rende desiderabile l’arca, perché, come dice il primo libro dei Re, le estremità delle stanghe restano visibili, e i rabbini non temono di riconoscere, in questo puntuto doppio evidenziarsi, la sensualità di un seno sotto una veste; e cosa vide Giovanni nel sepolcro (perché si dice che entrando nel vuoto vide e credette) se non il velo svelante del sudario? E quando Jabrail il gigantesco arcangelo piombò ad ali chiuse sul Profeta Mohammed, e lui lo fuggiva preso da terrore, ma animali e pietre lo salutavano come l’Inviato di Dio, e allora si rifugiò dalla moglie Khadija, ed ella se lo strinse al petto come un bimbo, lui che avrebbe conquistato la metà del mondo ma che ora tremava, e gli chiese: marito mio, vedi tu la visione? Sì, rispose il Profeta, sì che la vedo! E allora, intrepida, Khadija si strappa il velo e si scioglie i lunghi capelli, poi torna a domandare: vedi ancora la visione? No, risponde lui. Dunque non era un demonio, fosse stato un demonio non sarebbe scomparso, l’Arcangelo si è involato allo svelamento, per rispetto alla sacralità della capigliatura della sposa: e la moglie del Profeta – svelandosi - rivela la natura divina del Visitatore, perché Dio rispetta.
Così non è strano che, avvicinandosi la festa del Velo che protegge, la piccola chiesa perda i suoi veli Come viene mostrato dall’icona del Nymphios, Cristo sposo nudo pronto all’amplesso con la sua Chiesa abbracciandola sul terribile letto nuziale della croce, la nudità dopo l’Eden non è più naturale, essa è un abito nuziale che solo Eros può consentire di vestire. La piccola chiesetta dedicata al Velo, per celebrare la sua festa ha accettato di toglierlo, mostrandosi nella sua drammatica e affascinante nudità. Cosicché senza icone, ognuno deve diventarne una: e mostrare; cosicché senza candele, ognuno deve diventarne una: e ardere; cosicché senza porte, ognuno deve diventarne una: e consentire l’entrare e l’uscire di Dio nel e dal Santuario.

La liturgia della domenica precedente la festa, quindicesima dopo la Pentecoste, viene celebrata in questa nudità vibrante. Grida l’Apostolo ai Corinzi che siamo: “Tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi”.

…e Lei si avvicina, e prende il Suo velo, e lo distende sulla gente raccolta nella chiesa.[Car le Fils a pris tout les péchés. mais la Mère a pris toutes les douleurs] E Andrea pazzo in Cristo e ora pazzo di gioia dice: Epifane, mio fratello, la vedi tu la Theotokos in preghiera per l’intero Universo? e Epifane: oh sì, sì che la vedo, e sono sopraffatto dalla meraviglia! E fra le Sue mani, che lo aveva preso [Et elle, qui les avait pris], il velo era tutto splendente, e da esso scaturivano bagliori e lampi di bellezza. Rimangono i due, assorti, a contemplarla. Poi lei e il velo scompaiono, lasciando cadere una rugiada di grazie.

Sera della festa . Su una sedia, due donne e una bellissima bimba collocano le offerte per i morti. Due candele sul minuscolo altare provvisorio. Dice pS della penombra grigia: Torneranno i volti. Parla dei volti dei Santi. Dio ha donato l’esperienza della nudità perché se ne sperimentasse la vulnerabilità e la gloria, ma non sarà per sempre. Torneranno a farci compagnia i volti miti, quieti, ardenti dei Padri e delle Madri, tornerà il conforto della loro presenza. I muri vuoti parlano di loro. C’è una differenza ben precisa tra un qualcosa che è tolto definitivamente, per sbarazzarsene, come accade le cose gettate dalla finestra in una notte di capodanno romana o napoletana al fine di propiziare una vita nuova, e qualcosa che è tolto provvisoriamente, per ragioni misteriose. In questo secondo caso il vuoto silenziosamente chiama ciò che è assente, lo rivuole, si strugge per esso. E lo riavrà. Così visibile questo sui volti dei morti. E – direbbe C – in quegli oggetti che loro sopravvivono.

1434. 29 di un febbraio bisesto e funesto. E due ragazzini, figli di nobili, giocano sui tetti delle Blachernae, a caccia di uova di colombo nei nidi. Non si sa di preciso cosa avviene, ma a causa di questo allegro passatempo la chiesa della Blachernitissa prese fuoco, proprio quella dove Lei si era inginocchiata a pregare. incantando Andrea il folle, bruciò e non ne rimase nulla. Due bimbi in cerca di uccellini distrussero ciò che fu un tempo il presidio contro la barbara e terribile armata slava. L’icona non si sa che fine fece, ah le icone hanno spesso una volontà propria ed una vita tutta loro, forse si trasformò in luce nelle fiamme, forse se ne andò all’Athos e i buoni monaci la donarono allo Tsar nel Seicento. Giocò anche qualche ruolo tra il religioso e il politico, quasi fungendo da ‘testimone’ passato dalla seconda alla terza Roma. Dopo l’incendio rimane sul luogo una fonte d’acqua santa, a cui attingono pellegrini cristiani e musulmani, una fonte che cura anime e occhi (nipson anomemata me monan opsin).

Domenica, Liturgia di Pokrov. Protezione della Madre di Dio. Festa del Velo. In chiesa quasi niente, neppure le luci, solo un po’ di freddo e le voci dei cantori e degli officianti. Oggi la Vergine è presente nella chiesa, e con i santi invisibilmente prega di Dio per noi. Ci fosse stato un Andrea, l’avrebbe veduta, in ginocchio sul vecchio tappeto.

La storia nella casa dei mattoni rossi è probabilmente terminata. Ma – se anche questa comunità finisse in un magazzino – lo riempirebbe d’oro, azzurro, luce, desiderio, canti, pianti e preghiera. Pronta e preparata ad andar via di nuovo, con i suoi tesori, senza far scene, senza far drammi, senza sprecare parole e energie, protetta com’è dal velo misterioso.


[Le parti in francese sono tratte liberamente e irrispettosamente da Le Porche du mystère de la deuxieme vertu, di Charles Péguy, 1911]


giovedì 10 ottobre 2013

[Un anno dopo] Dimmi tu luna in ciel. Undici ottobre MCMLXII

Ho pensato di riproporre anche sul blog alcune note scritte altrove, per esempio su Facebook, a distanza di un anno, o di due. Tutto cambia così in fretta. Questa è stata scritta solo un anno fa, e sembrano secoli, considerando quanto è accaduto a quella finestra di Roma. E alla mia anima.


10 ottobre 2102, ore 12.44
Quella sera avevo centonovantotto giorni. Da centonovantaquattro ero diventato cristiano. Due genitori - una giovane madre e un padre un po' meno giovane e segnato dalla guerra - avevano portato un bimbo nella chiesa di san Marco a Firenze. Qui, tra l'incanto misterioso degli affreschi dell Beato Angelico e le risonanze squassanti delle prediche del Savonarola, tra il frullar d'ali multicolore dell'angelo Gabriele e le memorie del terribile frate bruciato sul rogo, tra meraviglia e tragedia, un religioso domenicano mi ha preso tra le sue braccia, mi ha asperso d'acqua, mi ha segnato d'olio profumato, e ha detto sopra di me delle parole nel nome della Trinità santa.Quella sera il bambino che ero presumibilmente dormiva. Marylin Monroe aveva da pochi mesi lasciato il suo corpo nelle oscure circostanze che sappiamo. I Beatles avevano inciso il loro primo 45 giri 'Love me do'. Nelle sale cinematografiche c'era il primo 007 'Licenza di Uccidere'. Dopo pochi giorni nelle edicole sarebbe comparso il primo numero di Diabolik. La crisi dei missili di Cuba.
Quella sera un Papa si appoggiò al davanzale di una finestra e si mise a parlare alla Luna come un innamorato. Era la vigilia dell'inaugurazione del Concilio Vaticano II. Che io sappia, il primo e l'ultimo Pontefice che si sia mai rivolto all'astro notturno. Chissà se era consapevole di quello che faceva. Il discorso della Luna. Il discorso della carezza del Papa ai bambini, che chissà su quante piccole fronti dormienti è discesa, e forse perfino sulla mia. E tutti a dire che bello, tutti ad ammirare il gesto informale, familiare e poetico. "La mia persona conta niente, conta niente..."
Eppure, rivolgendosi alla Luna, il Papa forse per un attimo scordò il Sole. O Oriens, splendor lucis eternae, et Sol iustitiae. Non fu la sentinella a cui viene rivolta l'angosciosa e speranzosa domanda 'Quanto manca alla notte?' (Isaia 21). Si sentì sedotto dal chiarore acquoreo dell'astro femminile e mutevole, e della sua chiaroscuralità d'argento. Per un attimo non volle lodare, non volle affermare, non volle pensare con desiderio al paterno e bruciante sfolgorare, verso cui tutti gli altari e le chiese del mondo erano volti, per celebrare il sacrificio. E fu molto. E fu tutto. Pose la Chiesa sotto la protezione della Luna. La Luna se la prese.
Crollò di schianto il pensiero cristiano come lo si era sempre pensato. Si trasformò il rito: i preti volsero d'un tratto le spalle al Sole, le spalle a Cristo: e guardarono in faccia gli uomini e si fecero guardare in faccia. Ed è sempre una voragine una faccia. San Pietro sembrava immutata quella sera d'ottobre: eppure uno che fosse entrato dentro non avrebbe più trovato il pavimento, ma un abisso senza fondo. La Verità si trasformò in verità, e quindi fu ancora più vera, perché la Verità è sempre Falsa. La svolta ermeneutica della teologia: le verità dogmatiche come proiezioni di forme comprensibili sulla parete della caverna platonica dell'Essere. Ne scaturì un cinquantennio cristiano intenso e terribile, autunno più che primavera. Non ci si affida alla Luna senza conseguenze. Ben lo sapeva il Serafico, quando - per non essere catturato dagli abissi simbolici - chiamò sole e luna 'fratello e sorella', e non Padre e Madre. Suoi pari, suoi compagni d'avventura, non oggetti di un desiderio trasognato.
Ora quel bambino ha 18.448 giorni, passati nel chiarore lunare. E' tempo di rivolgersi al Sole. Che è in Oriente. E brucia i deserti dove ruggisce il Leone di Giuda.


sabato 14 settembre 2013

I corsari del deserto

Corsari. Sono questo, i monaci.

San Saba è una nave corsara. Così l'ho sentita, vista, vissuta, così provo a raccontarla, ora, qui: dentro un barattolo di metallo bianco e verde con scritto Alitalia, a diecimila metri sopra la Grecia, proprio sulla verticale dello splendido Olimpo, d’auree nubi adorno, andando verso occidente e già alle prese con la nostalgia – che più passano le miglia più si tende e geme come la corda di un violino.

[e a proposito, ogni aereo ha un nome, proprio come una nave; non so come si chiami questo che mi sta portando via; ma quello che mi ha accompagnato in volo fino a San Saba era l’Airbus A320 EI-EID battezzato appunto Umberto Saba. “me al largo / sospinge ancora il non domato spirito / e della vita il doloroso amore”]

Ora, la differenza tra un pirata e un corsaro è che quest'ultimo milita sotto le bandiere di un sovrano, che gli concede la patente per la guerra di corsa, e che in cambio riceve una parte del bottino ricavato dagli arrembaggi e dalle vittorie: ma per il resto è libero, decide da solo quali sono i galeoni da attaccare, gonfi d'oro come favi di miele e altrettanto pericolosi da avvicinare. Sì, il corsaro è un uomo libero, e nei racconti è di lui che si parla, del suo nome proprio, di sir Francis Drake o di sir Henry Morgan, non del re o del principe che lo autorizza alle battaglie.

San Saba, la nave corsara, naviga nel tempo da millequattrocento anni, alla disperata caccia dell'Inviolato. Incrocia al largo dell'Isola di Pasqua, che è Gerusalemme, come anche dell'Isola di Natale, che è Betlemme. Abbastanza vicino da non poter essere da loro dimenticata, abbastanza lontano da poter loro dimenticare. Abbastanza lontano per poterle amare, abbastanza vicino per poterle inquietare. Perché, viste dalle murate di questa nave, Gerusalemme e Betlemme sono un aggrovigliato sinistro bagliore, una concentrazione di rumori del mondo. Quando, per caso, sono costretti a sbarcarvi per qualche ora, i corsari sentono l'orrore del consumo, del consumo di cibo, di cose, di denaro, di sacro; rabbrividiscono vedendo le orde multicolori dei pellegrini di un giorno, foulard al collo e telecamerina, che guardano toccano comprano; e subito hanno impazienza di riprendere il mare, quel mare vasto e arido che è il deserto di Giuda. Vicino abbastanza, lontano abbastanza.

Per antica tradizione il Comandante di questa nave è lo stesso Governatore dell'Isola di Pasqua. Una volta all'anno sale a bordo, e i corsari indossano gli abiti migliori che hanno, si metton - quasi - sull'attenti davanti al Governatore, gonfio nella sua sfarzosa divisa da Ammiraglio. Lo lasciano perfino qualche ora al timone.  Che giochi per un po’, loro assecondano la finzione.  Ma si intuisce che non vedono l'ora che sparisca, contano i minuti, guardano il cielo sperando di scoprirvi il sole basso. E finalmente l'Ammiraglio se ne va,  si può ricominciare a far sul serio la guerra. Perché il vero Comandante è un vecchio capitano segnato sul suo corpo - fuori da ogni metafora - da una grande ustione presa durante un assalto notturno, un anziano lupo di maredeserto dal volto severo ma dagli occhi dolci, che non sorride mai senza mai essere cupo. E ancor più di lui il vero Comandante è San Saba stesso, che costruì e varò la nave, e il cui corpo incorrotto è custodito e esposto sul ponte, più vivo di tutti loro (e, se mi si consente, anche con una cera migliore di molti di loro). E ancor più di tutti il vero Comandante è il Re, così come il Re è il Mandante, così come il Re è il Destino. Perché questa è una nave del Re, non dei suoi ministri, governatori, ufficiali, funzionari, subalterni.

Fatto terribile e spaventoso è che nessuna donna è mai entrata in questo luogo. Mi si potrebbe dire: neanche all’Athos. Sì, ma all’Athos c’è una intera flotta di navi corsare, di giorno da una si vedono le vele dell’altra, di notte le lanterne, si sentono i colpi di cannone, i canti. Basterebbe una lunga nuotata per raggiungersi. E poi è una flotta della Regina, è lei la Donna, è lei che riempie i pensieri, i sogni, è lei che beatifica, inquieta, tortura e colma di slancio i marinai, riempiendo la Santa Montagna di divino femminile. Ora, chiunque sa che è facile morire per una donna e compiere atti di valore davanti a una donna, figuriamoci per la Donna e davanti a la Donna. Ma San Saba è una nave del Re. Non che la Regina non sia onorata, è presente in mille immagini mille millanta volte baciate e venerate. Ma è una nave del Re. L’assenza della Donna è qui più fitta e tetra. Non si ha il conforto di un occhio femminile che ti ammira mentre combatti. Lo devi fare per altro. Lo devi fare senza una che ti guardi. Lo devi fare così, senza nessuna che ti dica mai bravo.

Ogni tanto qualche ufficialetto, qualche azzimato guardiamarina nella sua uniforme stirata e fresco d’Accademia, qualche giovane capitano di corvetta, viene in visita al vecchio galeone. E a volte pretende pure di dire qualcosa di intelligente, di spirituale, di utile. San Saba è oltre un millennio che insegna a mezzo mondo il combattimento per il Regno dei Cieli, e quelli magari trovano pure da criticare. I corsari non rispondono nemmeno: gli fanno fare il giro del ponte, gli fanno guardare il vasto maredeserto dai bordi, e addio. Non perdono tempo con loro. Non c’è tempo.

Quando io sono salito a bordo, sono stato accolto dal capitano e da gran parte dell’equipaggio: era sera. Il capitano aveva in mano una enorme chiave, di un gigantismo surreale, quasi caricaturale, come fosse una scultura neodadaista di Claes Oldenburg.  A un’ora che non si sa, il capitano chiude la porta, chi è dentro è dentro, chi fuori fuori. A un’ora che non si sa: perché sulla nave non solo vige un diverso calendario, indietro di tredici giorni rispetto a quello normalmente in vigore. Ma vige un diverso orologio. Il computo del tempo prevede che il tramonto coincida con la mezzanotte. Cosicché la prima notte (il 24 agosto, ossia l’11 agosto a san Saba), vado a letto alle 22 (ossia alle 2 e 50 di notte a san Saba). Ma il giorno seguente sarà diverso, perché il sole tramonterà prima. Insomma, bisogna intuire, allenarsi al riconoscere i suoni dei legni, dei ferri, delle campane, e infatti spesso arriverò in grande anticipo o in ritardo. Se qualcuno vuole sperimentare un senso assoluto di displacement, non sapere dove e quando si sia, san Saba è il posto giusto.

Sono stato condotto nel grande refettorio, di cui solo una piccola parte era stata illuminata, per ristorarmi con un po’ di frutta. E’ scesa rapidamente la notte. E’ salito invece il vento del deserto, da oriente, e prende possesso delle stanze aperte. Dondolano dondolano dondolano le lanterne.

Poi mi viene assegnata una cella-grotta bellissima, in cui avevano già acceso la lampada ad olio. Mi lasciano solo ad un riposo breve. Imparo a conoscere gli abitatori permanenti di questa cella: la notte, il vento, il silenzio. Forse ***, che è prudente non nominare. Forse anche ###, che è un comandamento non nominare invano. Sono solo un ospite, è bene che lo sappia. Rispettare queste presenze è l’unico modo per dormire bene qui.

[Excursus. Un antico corsaro imbarcato su questa nave si chiamava Stefano. Discepolo (e nipote) di un altro, celeberrimo teologo e poeta, Giovanni di Damasco.  Fatto è che Stefano visse in una di queste grotte. Eremita, si prendeva cura di ogni essere vivente, colombe, storni, antilopi. Non solo, però, di questi animaletti poetici che ci raffiguriamo con i disneyani occhi dolci e a cui è così facile voler bene. Amava orribili vermi neri, temibili scolopendre, innominabili ragni, li prendeva in mano e li spostava per non calpestarli inavvertitamente. Quando celebrava la liturgia nella sua cella, la grotta oscura traboccava di luce. Dunque Stefano una volta si imbatte in un monaco che non riconosce. Mi immagino il loro incontro, Stefano chiede d’esser benededetto, camminano fianco a fianco, parlano poco, disabituati come sono alla relazione. Così Stefano comprende che oltre alla comunità dei monaci ‘visibili’ ve ne è un’altra, fatta da invisibili. Non però invisibili per uno speciale potere da supereroi dello spirito. E’ che quando il proprio ego viene completamente, definitivamente abbandonato, allora scompare anche quella minima, basica pulsione al riconoscimento che è la visibilità, la percepibilità del proprio corpo. In sedicimilionesimo è un’esperienza che capita a tutti (ah, ci sei anche tu? non ti avevo notato! ed eravamo proprio davanti ai suoi occhi, e ne soffriamo: in questo caso però non dipende dalla rarefazione del proprio Io quanto dall’inflazione dell’Io dell’altro). Stefano è affascinato da questa comunità parallela e misteriosa, come il gabbiano Jonathan quando incontra il luminoso Chiang. Anche Stefano vorrebbe lasciare la sua Brigata Colazione, e chiede di farne parte. Ahi. Chi non ha un ego non chiede di far parte di qualcosa che ritiene più prestigioso. Forse per un attimo a lui aperte, le sliding doors della comunità degli invisibili si chiudono. A Stefano viene raccomandato di tornare nella condizione precedente, e di amare tutto e tutti, il suo compagno si ritrae nell’invisibilità, e Stefano eccolo di nuovo alla sua grotta e ai suoi amici animali. Ciò avviene nell’ottavo secolo. Ma altri durante la navigazione nel tempo incontrano questi corsari invisibili. Anche pochi anni fa si sono manifestati. Quando chiedo al monaco A, simpaticissimo novizio greco, di quante persone è composta la loro fraternità, lui risponde: “Che io sappia, siamo venti. Poi – e il suo braccio traccia un ampio semicerchio sul canyon desertico e sui suoi mille occhi di grotta – poi chissà”. Certo è che quando i monaci visibili entrano in una grotta palesemente vuota, salutano e chiedono la benedizione al suo possibile abitante. Principio di precauzione. Hai visto mai.]

I suoni. Verso le due di notte – ora profana – booom booom booom una grande campana dal suono cupo. I corsari si alzano dai loro giacigli, è il tempo del combattimento a corpo a corpo, dell’esercizio individuale. Le mani si afferrano alle corde nere di preghiera, i corpi si flettono e ancora cento volte si flettono nelle metanie, le fronti toccano il suolo, le labbra lo baciano, per arrivare al cielo bisogna piegarsi molto, e avvicinarsi il più possibile alla terra. Questa è ciò che loro chiamano “l’ora del kanon”. Tre di notte. Un monaco passa in tutti i luoghi del monastero tenendo in spalla una sbarra di legno sonoro e percuotendola ritmicamente con un martelletto: toc tactactac toc tactactac toc tac toc tac toc tactactac. E per ultima dongdongdongdongdong la campana della chiesa. Tutti sul ponte, riuniti, ai posti di combattimento. Sono le tre e un quarto.    

Mesonyktikon, Orthros, ora Prima. Tanto tempo nel buio caldo e denso,  e quasi non respiro dal sonno, dall’incenso, dalla cera bruciata delle candele, dal sudore dei corpi. Mi viene data una candela e un pacco di fogli scritti in greco e in russo, tutti nomi, un’infinità di nomi che chiedono ai corsari di san Saba di essere ricordati. Ciascuno se ne prende un grosso pacco, e silenziosamente li recita. Io appena sono in grado di star sveglio, faccio scorrere questi nomi scritti in una calligrafia improbabile, Alexandros, Fotinì, Sergej, Ekaterina, all’inizio tento di traslitterare, poi non ce la faccio più,, dico /questa persona, questa persona, questa persona/ ci penserà Dio a traslitterare, penso, facendo scorrere davanti al mio sguardo stanco, ai miei occhi-essi-stessi-caverna, il fiume interminabile di questi nomi-storie, di questi nomi-destino scritti su foglietti quadrettati di varie dimensioni, logori e sporchi di cera. Poi mi viene in mente che l’unico libro che mi sono portato dietro contiene due saggi brevi di Pavel Florenskij, Le radici universali dell’idealismo e Il nome di Dio, e in entrambi si parla della forza spaventosa dei nomi. Non siamo noi ad avere dei nomi, sono i nomi ad avere noi, a renderci compartecipi del loro senso e della loro sorte. E quindi avanti, pur con fatica traslitteriamo, Basilios , Panaghiotis, Irene, Olga…
E aggiungevo le persone che io avevo nel cuore, tutti gli amici, tutti i nomi, tutti i volti, tutti i dolori, tutti gli amori, tutti i dimenticati, cioè quelle persone che, inavvertitamente, scivolano via una notte – come scrive Buzzati – dal cerchio dei ricordi per mai più ritornare.

E spesso il sonno vinceva, anche se stavo in piedi. Elettroencefalogramma piatto, spirito annientato. Imballavo il pensiero su stupidaggini, per esempio componendo filastrocche. Per dare una saggio di quali vertici abissali di mistica sia stato in grado di sperimentare in quei momenti, di quali alte vette spirituali abbia raggiunto, invito a dare un’occhiata alla seguente poesiola, messa a punto tra le quattro e le cinque in quelle tenebre:

Dorme questo, dorme quello,
dorme il gruppo nell'ostello,
e la guida, e il torpedone,
dormon tutti e stan benone;
il custode del parcheggio
dorme, forse un poco peggio.

Dorme l'uomo del deserto
la cui casa e nell'aperto;
dorme sodo il cittadino
nel suo appartamentino;
dorme (un poco) anche il barbone
steso sopra il suo cartone.

Il cristiano con l'armeno,
il giudeo col saraceno,
dormon: pronti, all'albeggiare,
ad ancora litigare
fra i quartieri della stanca
disperata Città Santa.

Nella pace della sera
dormon quieti gli haredim;
presto si alzerà il muezzin
per chiamare alla preghiera
dall'antico minareto,
ma - per ora - dorme lieto.

Dorme il rabbi e l'accattone,
il soldato sul gippone
dorme con un occhio solo
per poter cogliere al volo
ciò che render può insicuri
quei della città dei muri.

Dorme il frate nel convento
e russando fa spavento
al vicino suo di cella
che ora inquieto sogna un mostro
e gemendo si ribella
mentre attorno dorme il chiostro.

Dormon savi, dormon matti,
dormon cani, dormon gatti,
i malati e le malate
fra le lor luci azzurrate.
Si assopisce anche il dolore
che ciascun porta nel cuore.

Dormon gli esseri viventi,
l'uomo in tutte le sue forme.
A San Saba non si dorme:
l'una son le sette e venti!
Si sta svegli e chi lo sa
se ciò ha un senso o se non l'ha.

…eppure queste stupidaggini mi consentivano di non crollare. La notte non è tempo per affettare doti spirituali che non si hanno.

Ogni tanto si forma una fila nell’oscurità: è il momento del bacio delle icone. Una processione che in un ordine da me mai compreso conduce ciascuno a baciare tutte le icone della chiesa, che sono tantissime. Nessun uomo del mondo bacia così tante volte come questi uomini che non vedono donna. Baciano volti, piedi, membra, reliquie (e uno di loro, vedendo la mia inadeguatezza, si avvicina e mi sussurra: you must kiss more ‘juicy’, if you know what I mean. Juicy. Lo dice lui. A me, che di veri baci dovrei essere più esperto. I corsari non baciano pezzi di legno dipinti, questo è certo. Cosa o chi bacino non so, ma non dei quadri o delle immagini. Io bacio immagini, invece, ed è per me già tanto tuffare il mio volto a labbra protese per baciare una figura che non so perché è avvolta dal buio, e solo a tratti colgo – tra le rare candele, l’enigma di uno sguardo bizantino o il tratto patetico di un volto naif ottocentesco. Ogni volta sono decine e decine di icone, e le volte sono tante.

Quasi inavvertitamente si scivola nella Divina Liturgia, celebrata con assoluta sobrietà e anche con una sorprendente rapidità. Però poi le Porte Regali si dischiudono, e lo ieromonaco grida di avvicinarsi per il bacio a Colui che si fa mangiare, un bacio che può bruciare,  anzi che deve bruciare, ma dipende da noi se per incenerirci o per renderci incandescenti [Abba Lot andò a trovare abba Giuseppe e gli disse: “Secondo le mie possibilità, recito il mio ufficio, digiuno un po’, prego, medito, vivo nel raccoglimento e, per quanto posso, purifico i miei pensieri. Ora, cosa devo fare ancora?”. Allora il vecchio si alzò, distese le mani verso il cielo, le sue dita divennero come dieci fiaccole. “Se vuoi – gli rispose – diventa tutto di fuoco”]. Le finestre della chiesa ora sono visibili, piccoli archi ritagliati dalla pallida luce dell’alba. Poi ancora si mangia il pane rimasto, poi si beve l’acqua attingendo da un fonte di pietra.  

Terminato il combattimento, ci si ritrova su una grande terrazza aperta, sopra di noi la luna e un cielo ormai azzurro-rosa. Ci sediamo sul muretto a ristorarci e a respirare. Un monaco distribuisce tè, un altro del dolce, un altro bicchierini di liquore. Sono circa le sei del mattino – ora profana.

Vi saranno altre chiamate al combattimento ufficiale, quello che si svolge sul ponte della nave. Al pomeriggio, prima della trapeza, ossia del pasto leggero consumato in refettorio, con il monaco che legge le vite dei santi, con  i piatti e i bicchieri di ferro, e alla fine viene incensato un bel pane e un calice di vino, e vengono dati a tutti, trapeza, ‘altare’ e ‘mensa’, l’uno e l’altra, l’uno con l’altra, l’uno nell’altra non solo nella parola, ma nel gesto, nell’attitudine interiore. Mangiare è un gesto misterioso – sotto certi aspetti tragico, perché allude alla consumazione e al sacrificio delle vite, delle forme, dell’essere a beneficio di un altro essere – e quindi va celebrato.

Ma – sia chiaro – i corsari non si osservano. Non ho trovato traccia di autocompiacimento nel loro celebrare. Non si coltiva alcun atteggiamento ieratico (che sarebbe, ancora una volta, una maschera, un personaggio). Vanno alla preghiera così come sono, con le scarpe polverose, gli abiti non pulitissimi, i paramenti logori. C’è solo sostanza, e naturalmente questa è anche forma, ma mai orpello.

Cosa accade durante il giorno, quando il sole non lascia ombre e i monaci sono prevalentemente nascosti, non so. Credo che essi attendano nelle grotte e nelle celle i loro demoni, e con la grazia di Dio li combattano. Specialmente il demone meridiano, che predilige queste ore infuocate e aride, distillando nel cuore quella tendresse de soi, rammollendo la psiche, riempiendo l’immaginazione di nostalgia di quegli alberi, di quegli occhi, di quelle braccia, quando invece si ha davanti solo questo odioso deserto, questa vita sprecata e sempre uguale, questa solitudine soffocante con l’aggravio della miseria di questi compagni…

Vespro finalmente, le rocce da gialle diventano rosa, ancora sul ponte, ancora baci, canti. Si avvicina la Dormizione di Maria, e i corsari depongono in mezzo alla chiesa un’icona di tessuto della Vergine morente, su un piccolo catafalco che la tiene orizzontale, la cospargono di erbe profumate, la baciano. Il momento tra il vespro e la compieta è forse il più sereno, il calore ha ceduto, si conversa un po’, si prende un tè o una bevanda fresca. Poi l’Apodipnon: reciprocamente i monaci si chiedono perdono e se lo danno, e si inchinano verso i punti cardinali del mondo. Ecco di nuovo, col vento del deserto, la notte breve della nave corsara.

E ci sarebbe da parlare del mal di mare, di quel male che a volte mi ha preso in quei giorni e in quelle notti. Non è sempre facile stare con i corsari. A volte, e anzi spesso, non li condivido. E allora ho un po’ di nausea, perché li ammiro così tanto, eppure in coscienza non posso approvarli. Ma sono appunto corsari, non gente perbene. A sentir loro l’eretico lo si sbatte fuori senza complimenti, con tanti saluti al religiosamente corretto. Quel che non è di Dio è del demonio, i confini sono netti, le zone grigie inesistenti. Gli intellettuali sono gente sospetta, i teologi non ne parliamo, e anche il loro prete è in fondo uno che ha studiato un po’ troppo. Le Accademie – nella migliore delle ipotesi – sono luoghi dove ci si trastulla coi concetti, nella peggiore un serio ostacolo sulla via della salvezza. Gli episcòpi e le sedi patriarcali, palazzi in cui si scende a compromesso con la verità. Apparentemente poche ma salde idee nel tascapane della loro mente – non è questo il credo di ogni soldato? Poche, talvolta rozze, granitiche idee: quelle che servono a stare in piedi, a vegliare, a digiunare, a far la guardia dinanzi all’incomprensibile in quest’avamposto desertico, e a rischiare di farsi ammazzare di acedia qui dentro. A chi è in prima linea e vede gli occhi del nemico non si chiede diplomazia, ma coraggio: di marciare decisi e di finire morti in una trincea, tranquillamente, senza essersi slacciati mai lo zaino – come mi pare scrivesse Bernanos. Le sottigliezze sarebbero di peso. Eppure ne sorprendi talvolta qualcuno la notte, seduto su una roccia, a guardare semplicemente la luna, o c’è chi ti porta il tè esattamente nel momento in cui ti senti solo e ne hai bisogno, e ti viene in mente che esiste un mondo di delicatezza interiore, un loro giardino segreto, di cui loro hanno gran pudore e che puoi solamente intuire.

Corsari: sono questo, i monaci. O Dio li prende così, nonostante siano così, anzi proprio perché sono così, oppure è davvero inutile parlarne. Ci si imbarca sulla nave di San Saba per tanti motivi: molti di questi uomini hanno un passato interessante e spesso tempestoso, altri uno proprio semplice: si viene qui in pellegrinaggio, si capisce che questo è il luogo, si torna in patria, si chiude il lavaggio auto che si possedeva, si salutano i parenti e gli amici, si parte per sempre. Oppure c’è la storia del Corsaro Russo, che è però così particolare e vertiginosa che penso di dedicare ad essa un capitolo a parte. Si viene qui per pentirsi, piangere il proprio male, prepararsi a morire. Non solo non è richiesto di esser perfetti, ma anzi è esattamente il posto in cui si va se si è peccatori.

Lascio la nave un mezzogiorno. I corsari mi sommergono di doni, dall’icona del Capitano al barattolo di olive greche, dalla corda di preghiera al dolce macedone fatto di sesamo, insieme ad olio e ad acqua che miracolosamente sgorga in una grotta e che chiamano aghiasma. Tirano fuori tutto dalle loro povere grotte, perfino dei leccalecca per i bimbi presi da chissadove. Mi chiedo cosa mi accadrà quando mi presenterò davanti all’inflessibile dogana israeliana.

Chissà quale sarà di loro quello che la prossima notte prenderà il foglio che ho lasciato tra gli altri, e mi nominerà, così, nelle tenebre dense, tra un Demetrios e un'Anastasia.










giovedì 12 settembre 2013

Il segreto del Papa vecchio

Meno di quattro anni fa, e sembra passato così tanto. Era la vigilia di Natale del 2009. Joseph Aloisius Ratzinger il bavarese, Papa Benedetto XVI da quattro anni, entrava in san Pietro a celebrare la messa di mezzanotte. Una ragazza svizzera con una maglia rossa, forse una squilibrata, forse una devota eccessiva, forse non so, valicò le transenne e andò verso il Pontefice, per abbracciarlo o aggredirlo o chi lo sa. Il Papa cadde in avanti. Un evento da nulla. Tutto riprese regolarmente. La gendarmeria vaticana smentì voci di attentato. Il Cardinale Etchegaray ci rimise - poveretto - un femore. Ma quell'avvenimento mi colpì come un presagio, e due giorni dopo condivisi una nota con i miei amici di Facebook.

Ora che Benedetto XVI è eremita in Vaticano. Ora che Papa Francesco è acclamato ovunque - dai semplici per la Renault 4 e la Fiat Stilo e per le due stanze da albergo dove vive e per i conventi vuoti da dare agli immigrati e per le messe sui barconi di Lampedusa e per il dolce suono sudamericano della sua voce e per le telefonate al giornalaio e alla donna violentata, dai politici left winged per l'intransigenza coi curiali e per la corrispondenza con Papa Eugenio di Repubblica, dai sapienti per le sue interessantissime posizioni su verità e relativismo, dai cristiani perché crede così visibilmente e percepibilmente in Dio, ora il contenuto di quell'emozione davanti al niente di un Papa, che cade al solo tocco di una ragazza un po' esaltata, mi si fa comprendere di più.

Scriveva Buzzati nel Segreto del Bosco Vecchio: "Il genio, inesplicabilmente, era di colpo scomparso. Dal corpo dell'abete uscì un lacerante scricchiolio, il tronco cominciò lentamente a piegarsi, con movimento sempre più veloce. Poi crollò con un tonfo enorme. Per alcuni minuti i rami schiantati continuarono a gemere. Infine si udì soltanto la voce uniforme della foresta. I boscaioli, raccolti gli attrezzi, si allontanarono di corsa, perché il cielo diventava sempre più nero."

Il Papa, come lo abbiamo sempre conosciuto, non c'è più. E' caduto come il grande abete di Buzzati. "Si mancherà", come il Cipputi di Altan il giorno dopo la Bolognina ('Non siamo più comunisti, babbo?' ' No, ma ci mancheremo') ? Non sappiamo, troppo presto per dire, tutto è così aperto che il futuro è inimmaginabile. Ma il grande albero è caduto. E il cielo di che colore sta diventando, vedete?

Ecco il testo di quella mia nota di quattro anni fa (26 dicembre 2009).

Eppure, quel Papa che cade...

Non è accaduto nulla. In fondo la linea che separa lo slancio di un abbraccio da quello di un'aggressione è molto tenue. Chissà cosa pensava la giovane svizzera quando (sfidando i suoi sfarzosi compatrioti muniti di alabarda) ha scavalcato la transenna. Chissà se si saprà mai, o se gli psichiatri che adesso esplorano la sua mente con i loro saperi ci diranno qualcosa. Una persona carissima, a un'altra anche tanto cara che stava lasciando una riunione e non voleva disturbare con un abbraccio, ha detto: 'Gli abbracci non interrompono niente'. Ha ragione: non ha interrotto il rito notturno della messa del gallo - come si dice in Spagna.

Ma una cosa sono i fatti, un'altra le emozioni, e un'altra ancora i significati simbolici di un evento. Ho visto il video amatoriale molte volte. Solita folla, quadratini di videocamere o di telefonini accesi, una giacca rossa irrequieta agilissimamente scavalca, l'ombra nera di un uomo della sicurezza scatta in avanti, un inglese credo alle spalle di chi riprende emette il classico suono 'eow' (massima espressione dell'emozione per un anglosassone), un po' di caos, e poi...E poi. E poi il Papa mitrato cade in avanti. .

Beninteso, non è accaduto nulla, nulla di nulla, sul piano dei fatti. Non è di questo livello che scrivo. Io ricordo l'attentato al Papa nel 1981, le immagini, il Papa dalla vitalità prorompente che prendeva in braccio i bambini e li baciava e sembrava che se il mangiasse, lo sparo, la corsa sulla jeep, nel sole del maggio romano. Ben altra ovviamente la gravità fattuale, ben altra la portata storica.

Invece questo insignificante evento notturno, una ragazzina folle, forse un tentativo di abbraccio, forse un tentativo di lotta, e il Papa pallido, vecchio, diafano, che cade in avanti, rivestito dei paramenti pontificali, silenzioso, come un grande albero. Un sospiro, e tutto riprende. 

Perché quella caduta è dentro di me, e parla?






sabato 17 agosto 2013

Cola e scola la vita: Ceglie, Matera, e presagi di Gerusalemme.

Ride divertito e intenerito, lo sguardo smeraldino di P -  la mia ospite - vedendomi impegnato nel tentativo di decifrare il senso dei versi scritti sul muro della casa, nella sua lingua agrodolce. …ma cchjù ddosce de nu mele ca me cole / jinde u sanghe, / de nu frutte ammature i ssucuse / a mmuerse de nanghe; / cchjù ddosce d’u recuerde de nu suenne…
Glielo leggo se vuole, forse può aiutarla; sì leggimelo per favore P; e lei, scolara compìta, macchiuddósce denumēle camecóle jindusànghe…: ah ecco jinde significa dentro; sì bravo; però non capisco nanghe, cosa vorrà mai dire; se lo traduce tutto le faccio un regalo. E alla fine ci arrivo: desiderio! oppure brama, ingordigia, una cosa così, divorato con foga, tradurrei, non letteralmente; perfetto, domattina le farò un regalo. Questo regalo P non me lo farà invece, ponendomi così in una condizione di aspettativa infinita e di intrigata curiosità, in una condizione, quindi, molto propizia, anche molto felice. Se il regalo fosse stato, non so, un souvenir del luogo, o un dolcetto, sarei stato deluso. Tutto qui? perché io attendevo il Tutto. Talvolta non mantenere la promessa è necessario, così che il pensiero giocoso di un regalo si possa trasformare nella speranza del Dono, nell’incredibile segretamente atteso – come direbbe Luigi Lombardi Vallauri. P conosce bene gli esseri umani.

E mentre questo accade, attorno, una trama di vicoli bianchi; un bucato di mura, di pietre, di porte, di chiese, di case, e perfino di lenzuola, un bucato di paese steso al gran sole sotto un cielo Pantone® dazzling blue 18 3949 TPX. Attorno, gente mite e silenziosa. Attorno, gli addobbi rococò con le lucine multicolori, pronte per accendersi di festosità deliziosamente pacchiana la sera di san Rocco.

Lasciato solo, vado a controllare su internet. Pietro Gatti, celebrità poetica locale del novecento, che sapeva guardare il suo paese e vederci l’universo: quei versi fanno parte di una sua poesia che traduco così, anche senza uno sguardo ridente davanti a cui offrire lo sforzo: Una parola semplice / ma più dolce del miele che mi cola / dentro il sangue /di un frutto maturo e succoso / divorato con foga, / più dolce del ricordo di un sogno / che per tutto il giorno mi dilaga nel cuore / dell’anima sperduta in questo cielo /che stanotte [ancora san Lorenzo, ancora le Perseidi] si svortica di stelle / è tutta una magia / d’amore il nome tuo, bell’amore.

Ripenserò a lungo a questi versi. Cola la vita, ininterrottamente, dentro di noi. Non c’è niente che non sia nutrimento. Cola la vita in noi attraverso innumerevoli vie, perché non in pane solo vivet homo, e tutti – non solo Bologna – abbiamo sperimentato cosa significa essere sazi e disperati (ossia sazi e denutriti), e tutti sappiamo come invece si è potuto vivere per molti giorni mangiando quasi niente, avendo però accesso ad altri alimenti. Saggezza delle vie spirituali: tutto nutre, tutto cola dentro di te trasformandosi in vita, ed ecco dunque la bellezza della vita ascetica. Radiose quaresime – secondo l’espressione felice di Alexander Schmemann – in cui stupefatti ci accorgiamo di poterci nutrire di colori e di suoni [e quel violino invisibile, e quell’ottone misterioso, che ripeteva incessantemente tre note, quanto ha nutrito C e me che attraversavamo il paese bianco], di sguardi e di parole, di pensieri e di sogni e di trasogni, perfino di dolore – ché abbiamo in noi i fermenti galattici vivi per trasformarlo - e soprattutto del tuo nome, bell’amore. Digiuno come gioia dei sensi (infine, anche del gusto, senso negletto, abituato a farsi da parte per dare spazio alla bramosia) e gioia del Senso, che cola come miele attraverso ogni nostra fessura sull’Essere, che sia bocca narice orecchio occhio o ferita.

[Sì. Però c’è appunto la bramosia. A mmuerse de nanghe. Non si può dimenticarlo. Come per esempio si è fatto nel nuovo rito del matrimonio cattolico, dove – illudendosi di omaggiare l’inviolabile soggettività dell’altro – ora la sposa accoglie (o si unisce) allo sposo, non lo prende più; lo sposo accoglie (o si unisce) alla sposa, non la prende più: cosicché alla cerimonia sono presenti il prete i testimoni i genitori e gli invitati tutti, ma Eros il dio bramoso, il dio che prende, viene cacciato via dalla chiesa e non protegge più la coppia. Anche questa un’illusione, la permalosità irridente di Eros – quando non è riconosciuta la sua divinità – è nota da sempre, fin dalle Baccanti. Ma non si impara mai nulla. Penteo il miscredente verrà fatto a pezzi dalle donne, per prima dalla madre, a mmuerse de nanghe. Cadmo sposo di Armonia e sua figlia Agave si separeranno per mai ritrovarsi.]

Ripenserò a questi versi. Matera non c’è bisogno di descriverla. Gerusalemme è divina, è una diva, e come tale non si mostra nuda ai registi nei suoi momenti hot (o di passione). Per quel tipo di scene c’è Matera, sua splendida controfigura, body double, stunt city, Matera adusa ad esporre il suo corpo di pietra vellutata color tortora alle cineprese. Lo ha fatto – tra i tanti – con Pasolini, con Rosi, con Beresford, con Gibson, con la Hardwicke. Così che a volte Matera stessa si trova a far confusione, o – più maliziosamente – a infondere confusione nei suoi visitatori. Quante finte croci (più vere della vera) sono state levate fra i suoi sassi, quanti finti Gesù vi hanno disteso le braccia a favore di obiettivo.
[Raccontava un amico pugliese che Matera è stata per molti mesi quasi ‘occupata’ dalla troupe di The Passion. Era stata reclutata gente del posto per fare da comparsa, soprattutto per interpretare la canaglia che inveiva contro Gesù nella sua salita al Calvario. Gibson aveva spiegato loro bene il compito: gridare, insultare, tanto la loro voce non si sarebbe mai sentita, tutto sarebbe stato doppiato in aramaico. I materani però, popolo religioso, vedendosi davanti James Caviezel coperto di sangue come i cristi barocchi delle loro chiese, non avevano proprio voglia di insultarlo. E venivano fuori parole come cattivo, mascalzone, al massimo carogna. Allora Gibson interrompe: le parole, d’accordo, non si sentono, ma le facce si vedono, e quelle parole quasi dolci non corrispondono a volti distorti dalla ferocia e dall’odio. Dovevano insultare davvero, dandoci dentro, come se passasse un odioso criminale. Ciak. Una comparsa: ricchione! Ecco, Matera, body double della Città Santa, è abituata a questo e ne sorride.]

Eppure Matera è stata veramente santa. Una tebaide, la Gravina un canyon / kedron scavata di grotte e popolata di anacoreti. Centinaia le chiese rupestri, scavate nella fresca roccia, vene spirituali nel tufo calcareo. I monaci basiliani vi sciamarono nell’ottavo secolo con le sante icone avvolte nei mantelli, poiché l’eresia iconoclasta sostenuta dall'Imperatore di Bisanzio impediva loro di rappresentare il bell’amore, di baciarne l’immagine a mmuerse de nanghe.
E vennero gli armeni, e i musulmani, e gli ebrei, lasciando memorie e graffiti, talvolta simboli noti, talvolta labirinti indecifrabili. Si è preparata bene, Matera, ad essere controfigura della città da Dio abitata.

E c’è una chiesa che abbiamo visto. Ampia, luminosa, con i consueti affreschi di bizantino nitore. Sotto però c’è una serie di grotte o di ipogei in cui si praticava la scolatura dei cadaveri. Il monaco defunto, rivestito – penso – della sua cocolla, veniva collocato seduto in uno stallo di pietra assolutamente simile a quelli riservati ai viventi, a fianco di altri cadaveri. Poi veniva lasciato a disfarsi lentamente, seduto in questo coro silenzioso con gli altri confratelli. Il luogo mi emoziona. Trovo uno stallo che mi si addica, e mi siedo. Appoggio la nuca nell’incavo apposito e sento le ossa del cranio sotto il velo di pelle viva. C non è contenta, avverte in questo mio gesto una malsana attrazione verso il macabro, però come sempre capisce che ho bisogno di solitudine e mi lascia. Eccomi, solo, nello stallo monastico fatto perché scoli la vita fino a lasciar solo il minerale. Penso ai monaci che mi hanno preceduto, seduti sulla medesima pietra, appoggiati al medesimo sedile. Morti?

Morti, certamente, dicevano i gesuiti che infaticabilmente combatterono questa consuetudine di doppia sepoltura, sentendovi odore di paganesimo. Morti, forse, penso io.
Ho avuto la fortuna di veder morire alcune persone, quindi di assistere direttamente al passaggio dalla cosiddetta vita a quel non-si-sa-cosa che riserva l’Oltre. Di vedere i respiri che cessavano, riprendevano, diminuivano la frequenza. Di udire il suono del famoso e paventato rantolo [Se questo respiro stressa la famiglia, scopolamina (0,3-0,6 mg SC o parenterale), atropina (0,4-0,6 mg IM, SC o nebulizzata ogni 4 h o parenterale), ipratropio (500 ég nebulizzati ogni 6-8 h) o glicopirrolato (0,2 mg EV parenterale o in infusione continua suggerisce pratico il Manuale Merck] Di essere testimone oculare dell’ultimo respiro (exspiravit). I saggi monaci materani ne vedevano molte di più, e sapevano che la morte non è un evento puntuale, ma un lungo processo che va accompagnato. La vita deve scolare. Come miele e spirito è colata nel sangue attraverso i sensi, come miele e spirito deve scolare. La medicina cosiddetta ufficiale, i bioeticisti, i giuristi, si affannano per trovare una definizione di morte perché possa essere vista come una sorta di interruttore acceso/spento. Comprensibile. Ma la morte non è lapalissiana, e non canta la canzoncina per cui Monsieur d'la Palisse est mort, / il est mort devant Pavie, / Un quart d'heure avant sa mort, / il était encore en vie. Monsieur de la Palisse non si sa bene quando muore. Se è tibetano, gli si sussurrano nell’orecchio gli insegnamenti del Bardo Thodol, se è materano lo si pone seduto sul suo stallo di pietra, se è un moderno fortunato gli si dirà un rosario e si farà un po’ di veglia vicino a lui. Perché scoli la vita.

Parlavo, qualche tempo fa, con l’amico pS, a proposito di un saggio terribile del teologo ortodosso Sergej Bulgakov, tanto intenso, vero e tremendo che lui non è riuscito ad arrivare in fondo, come se si spalancasse sotto una voragine di abissale e misteriosa verità. C’è uno svezzamento dell’anima dal corpo. Un lutto che l’anima deve fare. Essa deve accomiatarsi, congedarsi, sciogliere a poco a poco nodi e legami e ormeggi, prendere il largo. Non è facile, non ci sono nebbioline azzurro newage, è una grande sofferenza, è un periodo delicato e drammatico: per questo i vivi devono pregare con fervore, perché questo distacco sia soave. Questo contrario (o questo identico, chissà) dello svezzamento. Rilke lo intuiva: man entwögnt sich des Irdischen sanft, wie man den Brüsten milde der Mutter entwächst / ci si divezza da ciò che è terreno, soavemente, come dal seno materno – Prima Elegia di Duino, vv.86-87). Ma è davvero così soave divezzarsi dal seno materno?

Ecco, ho in mente un opposto logico di questo atteggiamento di svezzamento del morto. Talvolta vado al Cimitero Monumentale, qui a Milano, a salutare alcuni ‘amici’, Alessandro Manzoni, don Giussani, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci. Passando per il vialetto centrale, a un certo punto immancabilmente il respiro mi si blocca nel petto. Davanti a questa tomba.



Io penso che dentro questo massiccio parallelepipedo edipico le trombe della resurrezione non si sentano. O forse sì, ma che l’angelo avrà comunque il suo bel daffare a frantumarne il cemento, a sciogliere i cadaveri della madre e del figlio avvinti in un abbraccio, questo sì, mortifero e mortale. Possa un monaco materano, che ha avuto invece la grazia di disfarsi soavemente, di lasciar scolare la sua vita come miele in una fresca e ombrosa grotta, prenderli per mano e portarli via da lì.

Domine, iam fetet: quadriduanus enim est, dice la povera Marta al Cristo commosso che sembra delirare, allucinando un’apertura del sepolcro dell’amico Lazzaro. Puzzerà. Ma l’Apicoltore della Vita sa far colare il miele nuovamente jinde u sanghe.

L’addormentarsi della Madre, e il suo risveglio fulgente, alla presenza del Figlio, tra la meraviglia dei dodici trasognati convocati dai quattro venti, mi vedrà se a Dio piace sotto un altro cielo, ormai così vicino.



lunedì 12 agosto 2013

Si salverà chi non ha voglia di far niente non sa fare niente

Per i pigri, per gli inutili, per gli abusivi esistenziali, per i parassiti della vita non c’è e non ci può essere vacanza. Lo scriveva qualche giorno fa sul giornale, con altre e più efficaci parole, Alfonso Berardinelli. In particolare non ci può essere per i pigri che non amano la propria pigrizia, che non l’abbracciano, che non la indossano serenamente e se vogliamo anche letterariamente; per i pigri perseguitati da un super-Io atletico, nordico e militare, che ininterrottamente urla loro nelle orecchie che dovrebbero essere da un’altra parte a fare qualcos’altro: perlamordiddio a ‘fare’! Per i pigri infelici. Per i pigri come me.

Per loro - intendo: per quelli come me - i giorni di agosto sono come maglie di una grande graticola di tempo, ‘ferragosto’ – la parola -  fin da bambino mi richiamava la mia carne e il mio spirito fatti ai ferri dal sole e dalla noia, e naturalmente agosto ha il suo gran santo in Lorenzo, il dieci: Lorenzo, quello che sulla graticola ci salì davvero. Ad agosto il super-Io potrebbe lasciar la presa, e invece – e paradossalmente – tende le redini al massimo, facendoti schiumare come un cavallo da dressage. Ti somministra ininterrottamente piccoli ma feroci colpi di frustino. Quando sei nel pieno dell’attività dell’anno il super-Io ti lascia fare: della punizione del pigro si incaricano altri soggetti, i capi, i colleghi, i creditori, coloro che da te si attendono presenza e prestazioni; ma in agosto, dove quasi nessuno ti cerca, è lui a fartela pagare, e ah se ci prova gusto.

La casa di C, sulle dolci colline che si levano a oriente del Verbano, è collocata in un luogo incantevole. Il grande lago disteso, quasi da Locarno a Stresa, la sua costa occidentale, le prealpi che lo separano dalla selvaggia Valgrande, e poi, miracolosamente resa visibile da una mezzaluna concava del profilo dei monti, la maestosa parete ovest del Monte Rosa con le sue quattro cime (Gnifetti Zumstein Dufour Nordend), il Lyskamm e i crestoni intitolati ad alpinisti coraggiosi e forse morti. Forse, perché chissà, Zapparoli, se è morto davvero. La casa di C è un parallelepipedo leggero rivestito di legno chiaro, e vedendola per la prima volta non c’è chi non pensi alla Scandinavia. Per qualche misteriosa ragione, in questo incanto, non è infrequente che il super-Io mi attenda, e mi dica che dovrei utilizzare il tempo per far qualcosa di maschile, di virile, di salutistico e salutare, tipo svegliarmi presto e andare a camminare sulle alte vie con i bastoncini telescopici, tic toc tic toc, e la frutta secca e una mela nel leggero zainetto, e tornare tonificato dal vento e dall’aria pura. O, non so, spaccare la legna, o costruire un capanno per gli attrezzi, o almeno scrivere, studiare, o mettere un po’ d’ordine nella mia agenda. Un ritmo, una regola. Suvvia. Meritarmela, la vita. E a me tutte queste cose piacerebbe farle, davvero, ma non so da che parte cominciare, mi prende un gran sonno (un sonno immenso, costante, non un riposo ma una condizione stabile, intervallata da risvegli allucinati e – diciamolo – anche un po’ ebeti) e allora non riesco altro se non a stendere un’amaca tra due alberi e rovesciarmici dentro, essendo da essa fagocitato come un fagiolo da un immenso baccello di tela odorosa, portandomi dietro l’ipod e un libro. Eh, ma non credete, è il super-Io che mi dondola lentamente, e intanto mi canta la sua nota canzoncina. La casa di C è in un territorio abitato da gente lavoratrice, alacre, e l’indolente che è in me si trova fuori luogo, mentre il super-Io si sente proprio a suo agio ed estrae i suoi strumenti per l’ agotortura.

Pensa. Per quanto detesti Firenze e lo si sappia, quando qualche settimana fa sono tornato nella mia casa sui tetti, lasciata in totale abbandono dagli affittuari precedenti, nello squallore totale che esprimeva tra bottiglie di whisky rotolanti sul pavimento, ciarpame abbandonato, letti sfasciati con le doghe che ricordavano il relitto spiaggiato di una nave, le ante degli armadi aperte e scardinate, le finestre rimaste anch'esse aperte da tempo immemorabile, ecco, mi son sentito meglio. Ho potuto gettarmi su un materasso sporco, in qualche modo relitto io stesso di un antico naufragio, lasciar entrare da fuori il suono delle campane e i sistri degli Hare Krishna, dormire bene, abbandonarmi. Il super-Io non mi avrebbe mai trovato lì dentro. Nella penombra gli armadi aperti su un buio profondo alludevano all’ingresso misterioso di una possibile Narnia. Fantasma fra i fantasmi, non mi potevo neppure far paura. Relitto fra relitti, che senso aveva compatirsi? Anzi c’era tra noi come una fraternità d’armi, da reduci o da sopravvissuti.

Eppure, sul lago, una sera la luna del ramadan era cresciuta fino al primo quarto e tramontava tra rosa perlacei, tra cinquecento sfumature di grigio, tra pervinca e indaco. A destra, Venere vespertina. Sdraiati in giardino, vicino a un’incongrua palma a rafforzare il tocco islamico. Tacevano finalmente i tosaerba ruggenti, dal suono così amato dal super-Io. Il lieve odore di BBQ lasciava il campo ai quello dei fiori notturni. Il tè vicino, fumante e consolante. Piano piano una concavità colma di stelle, Arturo Vega Deneb Altair e altre bellissime. Nessuna realizzazione cosmica, non questa volta. Non il meraviglioso sgomento cosmico, non la vertigine. Invece come il cielo stellato di un presepe, di quelli arrotolati che si comprano in cartoleria. Dentro, un’attesa semplice. Qualche desiderio da sottoporre all’ordalia divertente delle stelle cadenti. E venti, dico venti ne sono cadute. Una dopo l’altra, alcune piccole e afferrate con la coda dell’occhio, altre maestose e solenni e pascoliane, una perfino doppia. Venti, e non c’erano più desideri. E a un certo punto (la aspettavo, avevo letto del suo passaggio su un’applicazione apposita dell’IPhone) da WNW verso NE, la Stazione Spaziale Internazionale, punto veloce e luminoso, clausura nell’infinito abitata da romiti tecnologici.

Marie Dacke et al, in Current Biology, dice che gli scarabei stercorari, notoriamente nutriti di merda, si orientano guardando la Via Lattea. Toi galactique stercoraire, mon semblable, mon frère.


Si salverà chi non ha voglia di far niente, non sa fare niente. Cantava Battiato. Un ritornello, un mantra da cantare, povera speranza pop alla quale non si riesce a credere.


venerdì 2 agosto 2013

"come iri da iri" - tre giorni a Binanville

Gare Saint-Lazare, Parigi, più o meno ora di pranzo di venerdì. Non ci posso credere: e questo forse è un buon presupposto per la tre giorni di dialogo interreligioso che sta per iniziare.
Ho un appuntamento con un rabbino che non ho mai visto, ma il signore che si sta avvicinando, studiandomi come io studio lui, ha in testa una calottina beige fatta all'uncinetto, un camicione aperto su una maglietta nera che non riesce a snellire affatto uno dei più rispettabili e prominenti addomi che io ricordi, esso medesimo morbidamente appoggiato su pantaloni chiari che gli arrivano appena sotto il ginocchio, da cui si protrudono bianchi polpacci nudi che terminano in due scarpe nere lucide indossate senza calze. Or: io non è che mi aspettassi proprio shtreimel, cernecchi e cappotto nero ma.
Non ci posso credere, insomma è vero che sono imbottito di farmaci per arginare uno spaventoso mal di schiena, e che ci saranno trentacinque gradi, quindi non crederci magari è segno di salute, che ancora distinguo il delirio dalla realtà. Si vede che non ho letto bene il bugiardino, che ci sono effetti collaterali che non ho considerato, oppure che il combinato disposto di tante e differenti sostanze genera conseguenze imprevedibili.
"Monsieur le Rabbin" azzardo, tendendo timidamente la mano. Ecco, la sua faccia, avreste proprio dovuto vederla, a quel punto. E io che mi ero pure preparato cercando su internet (comment s'adresser politement à un Rabbin).

Una mezzoretta dopo Rav G e io chiaccheriamo allegramente su un treno che ci porta verso le Yvelines. Prima di salire gli avevo chiesto se potevo offrirgio qualcosa da bere: "No, grazie, faccio il Ramadan, posso bere e mangiare solo dopo le 21.40". Questa volta tutta da vedere era la mia, di faccia. Eppure Rav G ci è, non ci fa. No, calma, un po' ci fa, ma in gran parte ci è proprio. E' un tipo anche abbastanza noto, almeno webwise, e tutti potremo apprezzarne la cultura straordinariamente vasta, l'erudizione piena di anima, il radicamento tradizionale totale e l'altrettanto totale apertura agli altri. Se è parco nel cibo, tuttavia, non lo è nella parola: in poco tempo vengo a sapere che appartiene a un rarissimo lignaggio sefardita, che ha sei figli (e dieci anni meno di me), che ha avuto anche Leon Askhenazi come maestro (ma ce ne sono di migliori), che è paleografo ed epigrafista, che ha madre turca e padre marocchino e che quindi abbraccia “geneticamente” – ma anche culturalmente - tutta la parte meridionale del bacino del mediterraneo, che è stato a Gerusalemme per vent'anni. Ah Gerusalemme. “Sei mai stato nella cupola della Roccia?” chiede, toccando un tasto per me dolentissimo. Ho tentato di entrare, rispondo, ma sono quasi stato arrestato dalla polizia palestinese, e invano ho protestato proclamandomi 'figlio di Abramo, rispettoso dell'islam': un tizio baffuto con la faccia inquietantemente simile a quella di Saddam Hussein mi ha risposto: 'Figlio di Abramo, sei dunque ebreo?' 'No, cristiano' 'Oh, cristiano! Ci sono tante chiese a Gerusalemme. Non le bastano per pregare?'. Rav G sorride un po' come il gatto Garfield. “Io ci sono stato, ci vado ogni volta”. E come fai? “Dico che sono musulmano. E' abbastanza semplice, se sai l'arabo come me”. Cioè ti chiedono se sei musulmano e tu rispondi di sì. “Bien evidemment...si dà il caso che lo sia. 'Muslim' in arabo vuol dire 'sottomesso a Dio'; io sono sottomesso a Dio, tu no, forse? Una volta mi hanno chiesto di recitare la sura aprente del Corano (Bismillāhi al-Rahmāni al-Rahīm Al-hamdu li-llāhi Rabbi l-ālamīn) ma mi hanno fatto arrivare solo al secondo versetto... Ma loro intendono un'altra cosa! protesto. “E' un loro problema, mi pare, siano più specifici”. Mi verrebbe da dirgli che sarebbe un ottimo gesuita, ma non lo faccio, nel timore che mi risponda che certamente, è anche gesuita.

JM ci attende sorridendo alla stazione. Anche lei non ha mai visto prima Rav G, ma avrà modo di apprezzarlo quasi subito. Il caldo è mostruoso. In auto, andando verso Binanville, JM racconta qualcosa sul castello in rovina, sulla fattoria biologica e il grande forno in pietra in cui suo figlio fa il pane biologico. Rav G annuisce soddisfatto: “Ah, bello. Io sono un fornaio”. JM ha un piccolo sobbalzo, io sogghigno sul sedile posteriore, reso ormai immune dalla meraviglia. “Un fornaio professionale beninteso. Forni a gas, industriali. Il resto è roba da bambini” aggiunge compiaciuto. Gli occhi grigi di JM si aprono lentamente: 'c'est pas vrai, c'est pas vrai' ripete sommessamente, e non mi risulta che abbia il mal di schiena.

Giunti a casa di JM, e bevuta una meravigliosa bevanda fresca a base di tiglio, conversiamo tranquillamente. A un tratto arriva T. Si presenta con nella mano destra una bottiglia di vino e dei cioccolatini, nell'altra un pomodoro morsicato. Assomiglia un po' a Kissinger giovane, ed è invece un Pastore alsaziano. Nel senso di pastore protestante alsaziano. Poggia sul tavolo vino e cioccolatini, e saluta tutti cordialmente, addentando di tanto in tanto il suo pomodoro. T è una persona meravigliosa, di straordinaria tenerezza. Ama veramente tutti, ogni essere vivente è oggetto della sua benevolenza, con la trascurabile eccezione dei Lorenesi, che invece detesta. Come credo dicesse Musatti, la guerra più desiderata è la guerra civile. Il barbaro che invade i sacri confini della Patria, vabbè, se si deve proprio, lo si combatterà: ma chi non ha mai sognato di accoppare il proprio vicino di casa sotto il pretesto che è papista, o ugonotto, o nero, o del pidielle, o comunista, o semplicemente – come diceva mia nonna – perché l’è di di là d’Arno?

Pomeriggio libero, chi legge, chi nuota, chi si riposa. Accanto a me dorme della quarta un sacerdote cattolico siciliano, pG. Ci vediamo la sera per la messa. Rav G arriva avvolto in una amplissima kandura marrone, e ora sembra veramente un grande vascello trionfalmente veleggiante. Sia il pastore che il rabbino partecipano attivamente alla messa cattolica, il primo leggendo le letture, il secondo cantando il Padre Nostro, con una voce meravigliosa, in dolci-aspri melismi aramaici. “Oh, il Padre Nostro, una preghiera ebrea al 100%” commenta fieramente.

E’ calata la sera, quindi è terminato il digiuno, si può dunque mangiare, e altroché se lo si fa. Parlando di uno dei miei poeti preferiti – Yehuda Amichai – vengo a sapere da rav G che naturalmente è anche poeta. “Poesia sefardita in rima e metrica, molto difficile da comporre. Saremo rimasti in cinque o sei al mondo a saperla fare”. E ve ne è di tradotta in lingue occidentali? “Oh no, una lingua occidentale non è in grado di accogliere la profondità di senso delle parole ebraiche. Per ognuna di esse occorrerebbe dare cinque o sei significati” Come la luce attraverso un prisma, commento. “Esattamente. Forse potrebbe essere tradotta in cinese.” Sai il cinese? “No.” Questa è una notizia. JM parla della sua esperienza zen, e del suo Maestro, alcune delle cui calligrafie sono appese alle pareti della casa. Rav G prende la palla al balzo, e dice che è anche calligrafo, che la calligrafia araba e ebraica hanno una grande tradizione, in nulla inferiore a quella cinese e giapponese. “Certo, c’è una differenza fondamentale: nel bacino del Mediterraneo si usa il calamo, in estremo oriente il pennello)”. Ah.

Tempo di andare a dormire. Con grande gentilezza, rav G chiede a T di portare anche la sua valigia. Allo sguardo interrogativo di tutti, risponde sorridendo: “E’ finito il digiuno di Ramadan, ma è iniziato Shabbat! Non posso portare alcun peso. Anzi, a questo proposito, a che ora cominciamo domani? Perché lo Shabbat prevede un sonno supplementare. Non è che si possa dormire di più: si deve dormire di più. Ed è un sonno mistico, generalmente pieno di sogni, di visioni, di intuizioni…”. Fuori il cielo è pieno di stelle. A notte fonda, però, si scatenerà un temporale.

Il giorno dopo arrivano tutti. S, D, la carissima C (antica Maestra), l’incantevole MC, la misteriosa AH, con i dreadlocks avvolti da un turbante che le conferisce un profilo egizio, G, fragoroso e simpaticissimo libanese, G il francescano, M lo spagnolo esperto di satelliti artificiali, il generosissimo e gigantesco S, che è esattamente come uno si immaginerebbe un guerriero musulmano dei primi tempi, un califfo di quelli con al fianco la spada Dhulfikar, P e soprattutto J.

J ha il volto severo e dolce come i santi delle vetrate di Chartres. E’ impassibile, ma come luminoso dall’interno. Rende spirituale praticamente ogni cosa che fa, dal mangiare a lavare i piatti. Raramente ho visto una persona fare la vaisselle come la fa lui. JM chiede a J se può far qualcosa per la mia schiena, e J – che è un osteopata professionista – immediatamente si dichiara disponibile. Il trattamento dura circa una mezz’ora. Con lievissimi movimenti J mette il mio corpo in equilibrio. Poi tocca delicatamente alcuni punti della mia colonna vertebrale, ascoltandola: sembra un musicista che accordi uno strumento musicale: la medesima attitudine di paziente precisione di un liutaio. Sento che respira profondamente e lentamente. A volte il tocco si fa più deciso e forte. In qualche modo, non è solo il corpo, è l’anima ad essere toccata e curata. Il corpoanimaspirito. La cura ti restituisce la totalità di te, ti ricompone. Il primo obiettivo non è il tuo dolore fisico, è il tuo essere-a-pezzi ontologico.  Ne esco con il mal di schiena ancora presente, forse leggermente migliorato, ma con un approccio al dolore completamente diverso. Tanto da pensare che la malattia ti sia data perché chiama il guaritore, che il conflitto ti sia dato perché chiama il mediatore, che la colpa ti sia data perché chiama il redentore, e perché la guarigione è una condizione più bella della salute. Beati coloro che hanno il mal di schiena, perché incontreranno J…

Ci sarebbero da dire tante cose dette. Cose dette, pensate, condivise, in questo castello senza mura, dietro a questo portale romanico e massiccio che si leva nella campagna, sotto un cielo incredibilmente vasto e in perenne movimento, come un tori giapponese in mezzo all’oceano. Il compito di questo blog però non è di esporre contenuti, ma di mostrare intravisioni, squarci, tagli nella tela del reale-banale.


Allora dirò piuttosto del rabbino e del musulmano che si levano alle quattro del mattino e fanno colazione assieme prima di iniziare il ramadan; delle benedizioni sul vino e sul pane in una lingua arcaica, rauca e dolce assieme; del colloquio con S, che mi spiega come il Corano sia un immenso koan, e si appassiona, e parla e parla e parla per un’ora e io so che non può bere perché digiuna e non potrà per molte altre ore, e ricevo ogni parola come un dono; delle risate e delle lacrime, di una pace che ci possedeva senza essere da noi posseduta, di un’eccedenza di bene che tutti percepivamo senza poterla definire.

Soprattutto dirò di una cena. Anzi non potrò dire, perché il gusto appartiene all’indicibile, e come si fa a spiegare la freschezza vivificante e in un certo senso terribile del tabbouleh preparato da G? Ci si può sentire indegni di un cibo? Come si fa a spiegare il buon vino, le courgettes ricolme di ogni sapore? Il Vijnanabhairava Tantra canta: jagdhipānaktollāsarasānandavijmbhaāt bhāvayed bharitāvasthā mahānandas tato brave, ossia: Nel momento dell’ebbrezza e della dilatazione dell’anima causata da cibi e bevande delicate, sii tutto in questa delizia, e, attraverso di essa, gusta la suprema beatitudine.
E il tè, preparato e anzi offerto da S in un modo straordinario, da S che poi non lo avrebbe bevuto,, affondando menta rugiadosa e appena colta nella teiera e facendolo passare e ripassare con gesti magnifici in una coppa piena di zucchero, ah il tè che ho bevuto in questa occasione si classifica senza alcun dubbio tra i dieci tè più intensi e buoni  della mia vita.

Se il Paradiso c’è, come dicono, non potrà essere tanto differente da così. Anticipazione degli eschata: ecco la cifra di queste giornate piene di luce. Ecco perché il Cristo li paragona a un banchetto.

Se ne vanno tutti, uno dopo l’altro, con silenziosa affettuosità e con un certo pudore. Il distacco non è semplice e va abbreviato e reso sobrio. Rimaniamo soli, JM, pG e io. Ci viene donato all’improvviso un clamoroso arcobaleno, un arcobaleno a pieno semicerchio, un’iride eccelsa e nitidissima, stagliata su nuvole ardesia, un arcobaleno, anzi due, celebrazione cosmica di un’alleanza divinoumana.


JM osserva silenziosa il grandioso spettacolo. Congiunge le mani con le palme rivolte verso l’altro. Chiude gli occhi. Merci, dice. Ma subito aggiunge: C’est trop.