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sabato 14 settembre 2013

I corsari del deserto

Corsari. Sono questo, i monaci.

San Saba è una nave corsara. Così l'ho sentita, vista, vissuta, così provo a raccontarla, ora, qui: dentro un barattolo di metallo bianco e verde con scritto Alitalia, a diecimila metri sopra la Grecia, proprio sulla verticale dello splendido Olimpo, d’auree nubi adorno, andando verso occidente e già alle prese con la nostalgia – che più passano le miglia più si tende e geme come la corda di un violino.

[e a proposito, ogni aereo ha un nome, proprio come una nave; non so come si chiami questo che mi sta portando via; ma quello che mi ha accompagnato in volo fino a San Saba era l’Airbus A320 EI-EID battezzato appunto Umberto Saba. “me al largo / sospinge ancora il non domato spirito / e della vita il doloroso amore”]

Ora, la differenza tra un pirata e un corsaro è che quest'ultimo milita sotto le bandiere di un sovrano, che gli concede la patente per la guerra di corsa, e che in cambio riceve una parte del bottino ricavato dagli arrembaggi e dalle vittorie: ma per il resto è libero, decide da solo quali sono i galeoni da attaccare, gonfi d'oro come favi di miele e altrettanto pericolosi da avvicinare. Sì, il corsaro è un uomo libero, e nei racconti è di lui che si parla, del suo nome proprio, di sir Francis Drake o di sir Henry Morgan, non del re o del principe che lo autorizza alle battaglie.

San Saba, la nave corsara, naviga nel tempo da millequattrocento anni, alla disperata caccia dell'Inviolato. Incrocia al largo dell'Isola di Pasqua, che è Gerusalemme, come anche dell'Isola di Natale, che è Betlemme. Abbastanza vicino da non poter essere da loro dimenticata, abbastanza lontano da poter loro dimenticare. Abbastanza lontano per poterle amare, abbastanza vicino per poterle inquietare. Perché, viste dalle murate di questa nave, Gerusalemme e Betlemme sono un aggrovigliato sinistro bagliore, una concentrazione di rumori del mondo. Quando, per caso, sono costretti a sbarcarvi per qualche ora, i corsari sentono l'orrore del consumo, del consumo di cibo, di cose, di denaro, di sacro; rabbrividiscono vedendo le orde multicolori dei pellegrini di un giorno, foulard al collo e telecamerina, che guardano toccano comprano; e subito hanno impazienza di riprendere il mare, quel mare vasto e arido che è il deserto di Giuda. Vicino abbastanza, lontano abbastanza.

Per antica tradizione il Comandante di questa nave è lo stesso Governatore dell'Isola di Pasqua. Una volta all'anno sale a bordo, e i corsari indossano gli abiti migliori che hanno, si metton - quasi - sull'attenti davanti al Governatore, gonfio nella sua sfarzosa divisa da Ammiraglio. Lo lasciano perfino qualche ora al timone.  Che giochi per un po’, loro assecondano la finzione.  Ma si intuisce che non vedono l'ora che sparisca, contano i minuti, guardano il cielo sperando di scoprirvi il sole basso. E finalmente l'Ammiraglio se ne va,  si può ricominciare a far sul serio la guerra. Perché il vero Comandante è un vecchio capitano segnato sul suo corpo - fuori da ogni metafora - da una grande ustione presa durante un assalto notturno, un anziano lupo di maredeserto dal volto severo ma dagli occhi dolci, che non sorride mai senza mai essere cupo. E ancor più di lui il vero Comandante è San Saba stesso, che costruì e varò la nave, e il cui corpo incorrotto è custodito e esposto sul ponte, più vivo di tutti loro (e, se mi si consente, anche con una cera migliore di molti di loro). E ancor più di tutti il vero Comandante è il Re, così come il Re è il Mandante, così come il Re è il Destino. Perché questa è una nave del Re, non dei suoi ministri, governatori, ufficiali, funzionari, subalterni.

Fatto terribile e spaventoso è che nessuna donna è mai entrata in questo luogo. Mi si potrebbe dire: neanche all’Athos. Sì, ma all’Athos c’è una intera flotta di navi corsare, di giorno da una si vedono le vele dell’altra, di notte le lanterne, si sentono i colpi di cannone, i canti. Basterebbe una lunga nuotata per raggiungersi. E poi è una flotta della Regina, è lei la Donna, è lei che riempie i pensieri, i sogni, è lei che beatifica, inquieta, tortura e colma di slancio i marinai, riempiendo la Santa Montagna di divino femminile. Ora, chiunque sa che è facile morire per una donna e compiere atti di valore davanti a una donna, figuriamoci per la Donna e davanti a la Donna. Ma San Saba è una nave del Re. Non che la Regina non sia onorata, è presente in mille immagini mille millanta volte baciate e venerate. Ma è una nave del Re. L’assenza della Donna è qui più fitta e tetra. Non si ha il conforto di un occhio femminile che ti ammira mentre combatti. Lo devi fare per altro. Lo devi fare senza una che ti guardi. Lo devi fare così, senza nessuna che ti dica mai bravo.

Ogni tanto qualche ufficialetto, qualche azzimato guardiamarina nella sua uniforme stirata e fresco d’Accademia, qualche giovane capitano di corvetta, viene in visita al vecchio galeone. E a volte pretende pure di dire qualcosa di intelligente, di spirituale, di utile. San Saba è oltre un millennio che insegna a mezzo mondo il combattimento per il Regno dei Cieli, e quelli magari trovano pure da criticare. I corsari non rispondono nemmeno: gli fanno fare il giro del ponte, gli fanno guardare il vasto maredeserto dai bordi, e addio. Non perdono tempo con loro. Non c’è tempo.

Quando io sono salito a bordo, sono stato accolto dal capitano e da gran parte dell’equipaggio: era sera. Il capitano aveva in mano una enorme chiave, di un gigantismo surreale, quasi caricaturale, come fosse una scultura neodadaista di Claes Oldenburg.  A un’ora che non si sa, il capitano chiude la porta, chi è dentro è dentro, chi fuori fuori. A un’ora che non si sa: perché sulla nave non solo vige un diverso calendario, indietro di tredici giorni rispetto a quello normalmente in vigore. Ma vige un diverso orologio. Il computo del tempo prevede che il tramonto coincida con la mezzanotte. Cosicché la prima notte (il 24 agosto, ossia l’11 agosto a san Saba), vado a letto alle 22 (ossia alle 2 e 50 di notte a san Saba). Ma il giorno seguente sarà diverso, perché il sole tramonterà prima. Insomma, bisogna intuire, allenarsi al riconoscere i suoni dei legni, dei ferri, delle campane, e infatti spesso arriverò in grande anticipo o in ritardo. Se qualcuno vuole sperimentare un senso assoluto di displacement, non sapere dove e quando si sia, san Saba è il posto giusto.

Sono stato condotto nel grande refettorio, di cui solo una piccola parte era stata illuminata, per ristorarmi con un po’ di frutta. E’ scesa rapidamente la notte. E’ salito invece il vento del deserto, da oriente, e prende possesso delle stanze aperte. Dondolano dondolano dondolano le lanterne.

Poi mi viene assegnata una cella-grotta bellissima, in cui avevano già acceso la lampada ad olio. Mi lasciano solo ad un riposo breve. Imparo a conoscere gli abitatori permanenti di questa cella: la notte, il vento, il silenzio. Forse ***, che è prudente non nominare. Forse anche ###, che è un comandamento non nominare invano. Sono solo un ospite, è bene che lo sappia. Rispettare queste presenze è l’unico modo per dormire bene qui.

[Excursus. Un antico corsaro imbarcato su questa nave si chiamava Stefano. Discepolo (e nipote) di un altro, celeberrimo teologo e poeta, Giovanni di Damasco.  Fatto è che Stefano visse in una di queste grotte. Eremita, si prendeva cura di ogni essere vivente, colombe, storni, antilopi. Non solo, però, di questi animaletti poetici che ci raffiguriamo con i disneyani occhi dolci e a cui è così facile voler bene. Amava orribili vermi neri, temibili scolopendre, innominabili ragni, li prendeva in mano e li spostava per non calpestarli inavvertitamente. Quando celebrava la liturgia nella sua cella, la grotta oscura traboccava di luce. Dunque Stefano una volta si imbatte in un monaco che non riconosce. Mi immagino il loro incontro, Stefano chiede d’esser benededetto, camminano fianco a fianco, parlano poco, disabituati come sono alla relazione. Così Stefano comprende che oltre alla comunità dei monaci ‘visibili’ ve ne è un’altra, fatta da invisibili. Non però invisibili per uno speciale potere da supereroi dello spirito. E’ che quando il proprio ego viene completamente, definitivamente abbandonato, allora scompare anche quella minima, basica pulsione al riconoscimento che è la visibilità, la percepibilità del proprio corpo. In sedicimilionesimo è un’esperienza che capita a tutti (ah, ci sei anche tu? non ti avevo notato! ed eravamo proprio davanti ai suoi occhi, e ne soffriamo: in questo caso però non dipende dalla rarefazione del proprio Io quanto dall’inflazione dell’Io dell’altro). Stefano è affascinato da questa comunità parallela e misteriosa, come il gabbiano Jonathan quando incontra il luminoso Chiang. Anche Stefano vorrebbe lasciare la sua Brigata Colazione, e chiede di farne parte. Ahi. Chi non ha un ego non chiede di far parte di qualcosa che ritiene più prestigioso. Forse per un attimo a lui aperte, le sliding doors della comunità degli invisibili si chiudono. A Stefano viene raccomandato di tornare nella condizione precedente, e di amare tutto e tutti, il suo compagno si ritrae nell’invisibilità, e Stefano eccolo di nuovo alla sua grotta e ai suoi amici animali. Ciò avviene nell’ottavo secolo. Ma altri durante la navigazione nel tempo incontrano questi corsari invisibili. Anche pochi anni fa si sono manifestati. Quando chiedo al monaco A, simpaticissimo novizio greco, di quante persone è composta la loro fraternità, lui risponde: “Che io sappia, siamo venti. Poi – e il suo braccio traccia un ampio semicerchio sul canyon desertico e sui suoi mille occhi di grotta – poi chissà”. Certo è che quando i monaci visibili entrano in una grotta palesemente vuota, salutano e chiedono la benedizione al suo possibile abitante. Principio di precauzione. Hai visto mai.]

I suoni. Verso le due di notte – ora profana – booom booom booom una grande campana dal suono cupo. I corsari si alzano dai loro giacigli, è il tempo del combattimento a corpo a corpo, dell’esercizio individuale. Le mani si afferrano alle corde nere di preghiera, i corpi si flettono e ancora cento volte si flettono nelle metanie, le fronti toccano il suolo, le labbra lo baciano, per arrivare al cielo bisogna piegarsi molto, e avvicinarsi il più possibile alla terra. Questa è ciò che loro chiamano “l’ora del kanon”. Tre di notte. Un monaco passa in tutti i luoghi del monastero tenendo in spalla una sbarra di legno sonoro e percuotendola ritmicamente con un martelletto: toc tactactac toc tactactac toc tac toc tac toc tactactac. E per ultima dongdongdongdongdong la campana della chiesa. Tutti sul ponte, riuniti, ai posti di combattimento. Sono le tre e un quarto.    

Mesonyktikon, Orthros, ora Prima. Tanto tempo nel buio caldo e denso,  e quasi non respiro dal sonno, dall’incenso, dalla cera bruciata delle candele, dal sudore dei corpi. Mi viene data una candela e un pacco di fogli scritti in greco e in russo, tutti nomi, un’infinità di nomi che chiedono ai corsari di san Saba di essere ricordati. Ciascuno se ne prende un grosso pacco, e silenziosamente li recita. Io appena sono in grado di star sveglio, faccio scorrere questi nomi scritti in una calligrafia improbabile, Alexandros, Fotinì, Sergej, Ekaterina, all’inizio tento di traslitterare, poi non ce la faccio più,, dico /questa persona, questa persona, questa persona/ ci penserà Dio a traslitterare, penso, facendo scorrere davanti al mio sguardo stanco, ai miei occhi-essi-stessi-caverna, il fiume interminabile di questi nomi-storie, di questi nomi-destino scritti su foglietti quadrettati di varie dimensioni, logori e sporchi di cera. Poi mi viene in mente che l’unico libro che mi sono portato dietro contiene due saggi brevi di Pavel Florenskij, Le radici universali dell’idealismo e Il nome di Dio, e in entrambi si parla della forza spaventosa dei nomi. Non siamo noi ad avere dei nomi, sono i nomi ad avere noi, a renderci compartecipi del loro senso e della loro sorte. E quindi avanti, pur con fatica traslitteriamo, Basilios , Panaghiotis, Irene, Olga…
E aggiungevo le persone che io avevo nel cuore, tutti gli amici, tutti i nomi, tutti i volti, tutti i dolori, tutti gli amori, tutti i dimenticati, cioè quelle persone che, inavvertitamente, scivolano via una notte – come scrive Buzzati – dal cerchio dei ricordi per mai più ritornare.

E spesso il sonno vinceva, anche se stavo in piedi. Elettroencefalogramma piatto, spirito annientato. Imballavo il pensiero su stupidaggini, per esempio componendo filastrocche. Per dare una saggio di quali vertici abissali di mistica sia stato in grado di sperimentare in quei momenti, di quali alte vette spirituali abbia raggiunto, invito a dare un’occhiata alla seguente poesiola, messa a punto tra le quattro e le cinque in quelle tenebre:

Dorme questo, dorme quello,
dorme il gruppo nell'ostello,
e la guida, e il torpedone,
dormon tutti e stan benone;
il custode del parcheggio
dorme, forse un poco peggio.

Dorme l'uomo del deserto
la cui casa e nell'aperto;
dorme sodo il cittadino
nel suo appartamentino;
dorme (un poco) anche il barbone
steso sopra il suo cartone.

Il cristiano con l'armeno,
il giudeo col saraceno,
dormon: pronti, all'albeggiare,
ad ancora litigare
fra i quartieri della stanca
disperata Città Santa.

Nella pace della sera
dormon quieti gli haredim;
presto si alzerà il muezzin
per chiamare alla preghiera
dall'antico minareto,
ma - per ora - dorme lieto.

Dorme il rabbi e l'accattone,
il soldato sul gippone
dorme con un occhio solo
per poter cogliere al volo
ciò che render può insicuri
quei della città dei muri.

Dorme il frate nel convento
e russando fa spavento
al vicino suo di cella
che ora inquieto sogna un mostro
e gemendo si ribella
mentre attorno dorme il chiostro.

Dormon savi, dormon matti,
dormon cani, dormon gatti,
i malati e le malate
fra le lor luci azzurrate.
Si assopisce anche il dolore
che ciascun porta nel cuore.

Dormon gli esseri viventi,
l'uomo in tutte le sue forme.
A San Saba non si dorme:
l'una son le sette e venti!
Si sta svegli e chi lo sa
se ciò ha un senso o se non l'ha.

…eppure queste stupidaggini mi consentivano di non crollare. La notte non è tempo per affettare doti spirituali che non si hanno.

Ogni tanto si forma una fila nell’oscurità: è il momento del bacio delle icone. Una processione che in un ordine da me mai compreso conduce ciascuno a baciare tutte le icone della chiesa, che sono tantissime. Nessun uomo del mondo bacia così tante volte come questi uomini che non vedono donna. Baciano volti, piedi, membra, reliquie (e uno di loro, vedendo la mia inadeguatezza, si avvicina e mi sussurra: you must kiss more ‘juicy’, if you know what I mean. Juicy. Lo dice lui. A me, che di veri baci dovrei essere più esperto. I corsari non baciano pezzi di legno dipinti, questo è certo. Cosa o chi bacino non so, ma non dei quadri o delle immagini. Io bacio immagini, invece, ed è per me già tanto tuffare il mio volto a labbra protese per baciare una figura che non so perché è avvolta dal buio, e solo a tratti colgo – tra le rare candele, l’enigma di uno sguardo bizantino o il tratto patetico di un volto naif ottocentesco. Ogni volta sono decine e decine di icone, e le volte sono tante.

Quasi inavvertitamente si scivola nella Divina Liturgia, celebrata con assoluta sobrietà e anche con una sorprendente rapidità. Però poi le Porte Regali si dischiudono, e lo ieromonaco grida di avvicinarsi per il bacio a Colui che si fa mangiare, un bacio che può bruciare,  anzi che deve bruciare, ma dipende da noi se per incenerirci o per renderci incandescenti [Abba Lot andò a trovare abba Giuseppe e gli disse: “Secondo le mie possibilità, recito il mio ufficio, digiuno un po’, prego, medito, vivo nel raccoglimento e, per quanto posso, purifico i miei pensieri. Ora, cosa devo fare ancora?”. Allora il vecchio si alzò, distese le mani verso il cielo, le sue dita divennero come dieci fiaccole. “Se vuoi – gli rispose – diventa tutto di fuoco”]. Le finestre della chiesa ora sono visibili, piccoli archi ritagliati dalla pallida luce dell’alba. Poi ancora si mangia il pane rimasto, poi si beve l’acqua attingendo da un fonte di pietra.  

Terminato il combattimento, ci si ritrova su una grande terrazza aperta, sopra di noi la luna e un cielo ormai azzurro-rosa. Ci sediamo sul muretto a ristorarci e a respirare. Un monaco distribuisce tè, un altro del dolce, un altro bicchierini di liquore. Sono circa le sei del mattino – ora profana.

Vi saranno altre chiamate al combattimento ufficiale, quello che si svolge sul ponte della nave. Al pomeriggio, prima della trapeza, ossia del pasto leggero consumato in refettorio, con il monaco che legge le vite dei santi, con  i piatti e i bicchieri di ferro, e alla fine viene incensato un bel pane e un calice di vino, e vengono dati a tutti, trapeza, ‘altare’ e ‘mensa’, l’uno e l’altra, l’uno con l’altra, l’uno nell’altra non solo nella parola, ma nel gesto, nell’attitudine interiore. Mangiare è un gesto misterioso – sotto certi aspetti tragico, perché allude alla consumazione e al sacrificio delle vite, delle forme, dell’essere a beneficio di un altro essere – e quindi va celebrato.

Ma – sia chiaro – i corsari non si osservano. Non ho trovato traccia di autocompiacimento nel loro celebrare. Non si coltiva alcun atteggiamento ieratico (che sarebbe, ancora una volta, una maschera, un personaggio). Vanno alla preghiera così come sono, con le scarpe polverose, gli abiti non pulitissimi, i paramenti logori. C’è solo sostanza, e naturalmente questa è anche forma, ma mai orpello.

Cosa accade durante il giorno, quando il sole non lascia ombre e i monaci sono prevalentemente nascosti, non so. Credo che essi attendano nelle grotte e nelle celle i loro demoni, e con la grazia di Dio li combattano. Specialmente il demone meridiano, che predilige queste ore infuocate e aride, distillando nel cuore quella tendresse de soi, rammollendo la psiche, riempiendo l’immaginazione di nostalgia di quegli alberi, di quegli occhi, di quelle braccia, quando invece si ha davanti solo questo odioso deserto, questa vita sprecata e sempre uguale, questa solitudine soffocante con l’aggravio della miseria di questi compagni…

Vespro finalmente, le rocce da gialle diventano rosa, ancora sul ponte, ancora baci, canti. Si avvicina la Dormizione di Maria, e i corsari depongono in mezzo alla chiesa un’icona di tessuto della Vergine morente, su un piccolo catafalco che la tiene orizzontale, la cospargono di erbe profumate, la baciano. Il momento tra il vespro e la compieta è forse il più sereno, il calore ha ceduto, si conversa un po’, si prende un tè o una bevanda fresca. Poi l’Apodipnon: reciprocamente i monaci si chiedono perdono e se lo danno, e si inchinano verso i punti cardinali del mondo. Ecco di nuovo, col vento del deserto, la notte breve della nave corsara.

E ci sarebbe da parlare del mal di mare, di quel male che a volte mi ha preso in quei giorni e in quelle notti. Non è sempre facile stare con i corsari. A volte, e anzi spesso, non li condivido. E allora ho un po’ di nausea, perché li ammiro così tanto, eppure in coscienza non posso approvarli. Ma sono appunto corsari, non gente perbene. A sentir loro l’eretico lo si sbatte fuori senza complimenti, con tanti saluti al religiosamente corretto. Quel che non è di Dio è del demonio, i confini sono netti, le zone grigie inesistenti. Gli intellettuali sono gente sospetta, i teologi non ne parliamo, e anche il loro prete è in fondo uno che ha studiato un po’ troppo. Le Accademie – nella migliore delle ipotesi – sono luoghi dove ci si trastulla coi concetti, nella peggiore un serio ostacolo sulla via della salvezza. Gli episcòpi e le sedi patriarcali, palazzi in cui si scende a compromesso con la verità. Apparentemente poche ma salde idee nel tascapane della loro mente – non è questo il credo di ogni soldato? Poche, talvolta rozze, granitiche idee: quelle che servono a stare in piedi, a vegliare, a digiunare, a far la guardia dinanzi all’incomprensibile in quest’avamposto desertico, e a rischiare di farsi ammazzare di acedia qui dentro. A chi è in prima linea e vede gli occhi del nemico non si chiede diplomazia, ma coraggio: di marciare decisi e di finire morti in una trincea, tranquillamente, senza essersi slacciati mai lo zaino – come mi pare scrivesse Bernanos. Le sottigliezze sarebbero di peso. Eppure ne sorprendi talvolta qualcuno la notte, seduto su una roccia, a guardare semplicemente la luna, o c’è chi ti porta il tè esattamente nel momento in cui ti senti solo e ne hai bisogno, e ti viene in mente che esiste un mondo di delicatezza interiore, un loro giardino segreto, di cui loro hanno gran pudore e che puoi solamente intuire.

Corsari: sono questo, i monaci. O Dio li prende così, nonostante siano così, anzi proprio perché sono così, oppure è davvero inutile parlarne. Ci si imbarca sulla nave di San Saba per tanti motivi: molti di questi uomini hanno un passato interessante e spesso tempestoso, altri uno proprio semplice: si viene qui in pellegrinaggio, si capisce che questo è il luogo, si torna in patria, si chiude il lavaggio auto che si possedeva, si salutano i parenti e gli amici, si parte per sempre. Oppure c’è la storia del Corsaro Russo, che è però così particolare e vertiginosa che penso di dedicare ad essa un capitolo a parte. Si viene qui per pentirsi, piangere il proprio male, prepararsi a morire. Non solo non è richiesto di esser perfetti, ma anzi è esattamente il posto in cui si va se si è peccatori.

Lascio la nave un mezzogiorno. I corsari mi sommergono di doni, dall’icona del Capitano al barattolo di olive greche, dalla corda di preghiera al dolce macedone fatto di sesamo, insieme ad olio e ad acqua che miracolosamente sgorga in una grotta e che chiamano aghiasma. Tirano fuori tutto dalle loro povere grotte, perfino dei leccalecca per i bimbi presi da chissadove. Mi chiedo cosa mi accadrà quando mi presenterò davanti all’inflessibile dogana israeliana.

Chissà quale sarà di loro quello che la prossima notte prenderà il foglio che ho lasciato tra gli altri, e mi nominerà, così, nelle tenebre dense, tra un Demetrios e un'Anastasia.










giovedì 12 settembre 2013

Il segreto del Papa vecchio

Meno di quattro anni fa, e sembra passato così tanto. Era la vigilia di Natale del 2009. Joseph Aloisius Ratzinger il bavarese, Papa Benedetto XVI da quattro anni, entrava in san Pietro a celebrare la messa di mezzanotte. Una ragazza svizzera con una maglia rossa, forse una squilibrata, forse una devota eccessiva, forse non so, valicò le transenne e andò verso il Pontefice, per abbracciarlo o aggredirlo o chi lo sa. Il Papa cadde in avanti. Un evento da nulla. Tutto riprese regolarmente. La gendarmeria vaticana smentì voci di attentato. Il Cardinale Etchegaray ci rimise - poveretto - un femore. Ma quell'avvenimento mi colpì come un presagio, e due giorni dopo condivisi una nota con i miei amici di Facebook.

Ora che Benedetto XVI è eremita in Vaticano. Ora che Papa Francesco è acclamato ovunque - dai semplici per la Renault 4 e la Fiat Stilo e per le due stanze da albergo dove vive e per i conventi vuoti da dare agli immigrati e per le messe sui barconi di Lampedusa e per il dolce suono sudamericano della sua voce e per le telefonate al giornalaio e alla donna violentata, dai politici left winged per l'intransigenza coi curiali e per la corrispondenza con Papa Eugenio di Repubblica, dai sapienti per le sue interessantissime posizioni su verità e relativismo, dai cristiani perché crede così visibilmente e percepibilmente in Dio, ora il contenuto di quell'emozione davanti al niente di un Papa, che cade al solo tocco di una ragazza un po' esaltata, mi si fa comprendere di più.

Scriveva Buzzati nel Segreto del Bosco Vecchio: "Il genio, inesplicabilmente, era di colpo scomparso. Dal corpo dell'abete uscì un lacerante scricchiolio, il tronco cominciò lentamente a piegarsi, con movimento sempre più veloce. Poi crollò con un tonfo enorme. Per alcuni minuti i rami schiantati continuarono a gemere. Infine si udì soltanto la voce uniforme della foresta. I boscaioli, raccolti gli attrezzi, si allontanarono di corsa, perché il cielo diventava sempre più nero."

Il Papa, come lo abbiamo sempre conosciuto, non c'è più. E' caduto come il grande abete di Buzzati. "Si mancherà", come il Cipputi di Altan il giorno dopo la Bolognina ('Non siamo più comunisti, babbo?' ' No, ma ci mancheremo') ? Non sappiamo, troppo presto per dire, tutto è così aperto che il futuro è inimmaginabile. Ma il grande albero è caduto. E il cielo di che colore sta diventando, vedete?

Ecco il testo di quella mia nota di quattro anni fa (26 dicembre 2009).

Eppure, quel Papa che cade...

Non è accaduto nulla. In fondo la linea che separa lo slancio di un abbraccio da quello di un'aggressione è molto tenue. Chissà cosa pensava la giovane svizzera quando (sfidando i suoi sfarzosi compatrioti muniti di alabarda) ha scavalcato la transenna. Chissà se si saprà mai, o se gli psichiatri che adesso esplorano la sua mente con i loro saperi ci diranno qualcosa. Una persona carissima, a un'altra anche tanto cara che stava lasciando una riunione e non voleva disturbare con un abbraccio, ha detto: 'Gli abbracci non interrompono niente'. Ha ragione: non ha interrotto il rito notturno della messa del gallo - come si dice in Spagna.

Ma una cosa sono i fatti, un'altra le emozioni, e un'altra ancora i significati simbolici di un evento. Ho visto il video amatoriale molte volte. Solita folla, quadratini di videocamere o di telefonini accesi, una giacca rossa irrequieta agilissimamente scavalca, l'ombra nera di un uomo della sicurezza scatta in avanti, un inglese credo alle spalle di chi riprende emette il classico suono 'eow' (massima espressione dell'emozione per un anglosassone), un po' di caos, e poi...E poi. E poi il Papa mitrato cade in avanti. .

Beninteso, non è accaduto nulla, nulla di nulla, sul piano dei fatti. Non è di questo livello che scrivo. Io ricordo l'attentato al Papa nel 1981, le immagini, il Papa dalla vitalità prorompente che prendeva in braccio i bambini e li baciava e sembrava che se il mangiasse, lo sparo, la corsa sulla jeep, nel sole del maggio romano. Ben altra ovviamente la gravità fattuale, ben altra la portata storica.

Invece questo insignificante evento notturno, una ragazzina folle, forse un tentativo di abbraccio, forse un tentativo di lotta, e il Papa pallido, vecchio, diafano, che cade in avanti, rivestito dei paramenti pontificali, silenzioso, come un grande albero. Un sospiro, e tutto riprende. 

Perché quella caduta è dentro di me, e parla?






sabato 17 agosto 2013

Cola e scola la vita: Ceglie, Matera, e presagi di Gerusalemme.

Ride divertito e intenerito, lo sguardo smeraldino di P -  la mia ospite - vedendomi impegnato nel tentativo di decifrare il senso dei versi scritti sul muro della casa, nella sua lingua agrodolce. …ma cchjù ddosce de nu mele ca me cole / jinde u sanghe, / de nu frutte ammature i ssucuse / a mmuerse de nanghe; / cchjù ddosce d’u recuerde de nu suenne…
Glielo leggo se vuole, forse può aiutarla; sì leggimelo per favore P; e lei, scolara compìta, macchiuddósce denumēle camecóle jindusànghe…: ah ecco jinde significa dentro; sì bravo; però non capisco nanghe, cosa vorrà mai dire; se lo traduce tutto le faccio un regalo. E alla fine ci arrivo: desiderio! oppure brama, ingordigia, una cosa così, divorato con foga, tradurrei, non letteralmente; perfetto, domattina le farò un regalo. Questo regalo P non me lo farà invece, ponendomi così in una condizione di aspettativa infinita e di intrigata curiosità, in una condizione, quindi, molto propizia, anche molto felice. Se il regalo fosse stato, non so, un souvenir del luogo, o un dolcetto, sarei stato deluso. Tutto qui? perché io attendevo il Tutto. Talvolta non mantenere la promessa è necessario, così che il pensiero giocoso di un regalo si possa trasformare nella speranza del Dono, nell’incredibile segretamente atteso – come direbbe Luigi Lombardi Vallauri. P conosce bene gli esseri umani.

E mentre questo accade, attorno, una trama di vicoli bianchi; un bucato di mura, di pietre, di porte, di chiese, di case, e perfino di lenzuola, un bucato di paese steso al gran sole sotto un cielo Pantone® dazzling blue 18 3949 TPX. Attorno, gente mite e silenziosa. Attorno, gli addobbi rococò con le lucine multicolori, pronte per accendersi di festosità deliziosamente pacchiana la sera di san Rocco.

Lasciato solo, vado a controllare su internet. Pietro Gatti, celebrità poetica locale del novecento, che sapeva guardare il suo paese e vederci l’universo: quei versi fanno parte di una sua poesia che traduco così, anche senza uno sguardo ridente davanti a cui offrire lo sforzo: Una parola semplice / ma più dolce del miele che mi cola / dentro il sangue /di un frutto maturo e succoso / divorato con foga, / più dolce del ricordo di un sogno / che per tutto il giorno mi dilaga nel cuore / dell’anima sperduta in questo cielo /che stanotte [ancora san Lorenzo, ancora le Perseidi] si svortica di stelle / è tutta una magia / d’amore il nome tuo, bell’amore.

Ripenserò a lungo a questi versi. Cola la vita, ininterrottamente, dentro di noi. Non c’è niente che non sia nutrimento. Cola la vita in noi attraverso innumerevoli vie, perché non in pane solo vivet homo, e tutti – non solo Bologna – abbiamo sperimentato cosa significa essere sazi e disperati (ossia sazi e denutriti), e tutti sappiamo come invece si è potuto vivere per molti giorni mangiando quasi niente, avendo però accesso ad altri alimenti. Saggezza delle vie spirituali: tutto nutre, tutto cola dentro di te trasformandosi in vita, ed ecco dunque la bellezza della vita ascetica. Radiose quaresime – secondo l’espressione felice di Alexander Schmemann – in cui stupefatti ci accorgiamo di poterci nutrire di colori e di suoni [e quel violino invisibile, e quell’ottone misterioso, che ripeteva incessantemente tre note, quanto ha nutrito C e me che attraversavamo il paese bianco], di sguardi e di parole, di pensieri e di sogni e di trasogni, perfino di dolore – ché abbiamo in noi i fermenti galattici vivi per trasformarlo - e soprattutto del tuo nome, bell’amore. Digiuno come gioia dei sensi (infine, anche del gusto, senso negletto, abituato a farsi da parte per dare spazio alla bramosia) e gioia del Senso, che cola come miele attraverso ogni nostra fessura sull’Essere, che sia bocca narice orecchio occhio o ferita.

[Sì. Però c’è appunto la bramosia. A mmuerse de nanghe. Non si può dimenticarlo. Come per esempio si è fatto nel nuovo rito del matrimonio cattolico, dove – illudendosi di omaggiare l’inviolabile soggettività dell’altro – ora la sposa accoglie (o si unisce) allo sposo, non lo prende più; lo sposo accoglie (o si unisce) alla sposa, non la prende più: cosicché alla cerimonia sono presenti il prete i testimoni i genitori e gli invitati tutti, ma Eros il dio bramoso, il dio che prende, viene cacciato via dalla chiesa e non protegge più la coppia. Anche questa un’illusione, la permalosità irridente di Eros – quando non è riconosciuta la sua divinità – è nota da sempre, fin dalle Baccanti. Ma non si impara mai nulla. Penteo il miscredente verrà fatto a pezzi dalle donne, per prima dalla madre, a mmuerse de nanghe. Cadmo sposo di Armonia e sua figlia Agave si separeranno per mai ritrovarsi.]

Ripenserò a questi versi. Matera non c’è bisogno di descriverla. Gerusalemme è divina, è una diva, e come tale non si mostra nuda ai registi nei suoi momenti hot (o di passione). Per quel tipo di scene c’è Matera, sua splendida controfigura, body double, stunt city, Matera adusa ad esporre il suo corpo di pietra vellutata color tortora alle cineprese. Lo ha fatto – tra i tanti – con Pasolini, con Rosi, con Beresford, con Gibson, con la Hardwicke. Così che a volte Matera stessa si trova a far confusione, o – più maliziosamente – a infondere confusione nei suoi visitatori. Quante finte croci (più vere della vera) sono state levate fra i suoi sassi, quanti finti Gesù vi hanno disteso le braccia a favore di obiettivo.
[Raccontava un amico pugliese che Matera è stata per molti mesi quasi ‘occupata’ dalla troupe di The Passion. Era stata reclutata gente del posto per fare da comparsa, soprattutto per interpretare la canaglia che inveiva contro Gesù nella sua salita al Calvario. Gibson aveva spiegato loro bene il compito: gridare, insultare, tanto la loro voce non si sarebbe mai sentita, tutto sarebbe stato doppiato in aramaico. I materani però, popolo religioso, vedendosi davanti James Caviezel coperto di sangue come i cristi barocchi delle loro chiese, non avevano proprio voglia di insultarlo. E venivano fuori parole come cattivo, mascalzone, al massimo carogna. Allora Gibson interrompe: le parole, d’accordo, non si sentono, ma le facce si vedono, e quelle parole quasi dolci non corrispondono a volti distorti dalla ferocia e dall’odio. Dovevano insultare davvero, dandoci dentro, come se passasse un odioso criminale. Ciak. Una comparsa: ricchione! Ecco, Matera, body double della Città Santa, è abituata a questo e ne sorride.]

Eppure Matera è stata veramente santa. Una tebaide, la Gravina un canyon / kedron scavata di grotte e popolata di anacoreti. Centinaia le chiese rupestri, scavate nella fresca roccia, vene spirituali nel tufo calcareo. I monaci basiliani vi sciamarono nell’ottavo secolo con le sante icone avvolte nei mantelli, poiché l’eresia iconoclasta sostenuta dall'Imperatore di Bisanzio impediva loro di rappresentare il bell’amore, di baciarne l’immagine a mmuerse de nanghe.
E vennero gli armeni, e i musulmani, e gli ebrei, lasciando memorie e graffiti, talvolta simboli noti, talvolta labirinti indecifrabili. Si è preparata bene, Matera, ad essere controfigura della città da Dio abitata.

E c’è una chiesa che abbiamo visto. Ampia, luminosa, con i consueti affreschi di bizantino nitore. Sotto però c’è una serie di grotte o di ipogei in cui si praticava la scolatura dei cadaveri. Il monaco defunto, rivestito – penso – della sua cocolla, veniva collocato seduto in uno stallo di pietra assolutamente simile a quelli riservati ai viventi, a fianco di altri cadaveri. Poi veniva lasciato a disfarsi lentamente, seduto in questo coro silenzioso con gli altri confratelli. Il luogo mi emoziona. Trovo uno stallo che mi si addica, e mi siedo. Appoggio la nuca nell’incavo apposito e sento le ossa del cranio sotto il velo di pelle viva. C non è contenta, avverte in questo mio gesto una malsana attrazione verso il macabro, però come sempre capisce che ho bisogno di solitudine e mi lascia. Eccomi, solo, nello stallo monastico fatto perché scoli la vita fino a lasciar solo il minerale. Penso ai monaci che mi hanno preceduto, seduti sulla medesima pietra, appoggiati al medesimo sedile. Morti?

Morti, certamente, dicevano i gesuiti che infaticabilmente combatterono questa consuetudine di doppia sepoltura, sentendovi odore di paganesimo. Morti, forse, penso io.
Ho avuto la fortuna di veder morire alcune persone, quindi di assistere direttamente al passaggio dalla cosiddetta vita a quel non-si-sa-cosa che riserva l’Oltre. Di vedere i respiri che cessavano, riprendevano, diminuivano la frequenza. Di udire il suono del famoso e paventato rantolo [Se questo respiro stressa la famiglia, scopolamina (0,3-0,6 mg SC o parenterale), atropina (0,4-0,6 mg IM, SC o nebulizzata ogni 4 h o parenterale), ipratropio (500 ég nebulizzati ogni 6-8 h) o glicopirrolato (0,2 mg EV parenterale o in infusione continua suggerisce pratico il Manuale Merck] Di essere testimone oculare dell’ultimo respiro (exspiravit). I saggi monaci materani ne vedevano molte di più, e sapevano che la morte non è un evento puntuale, ma un lungo processo che va accompagnato. La vita deve scolare. Come miele e spirito è colata nel sangue attraverso i sensi, come miele e spirito deve scolare. La medicina cosiddetta ufficiale, i bioeticisti, i giuristi, si affannano per trovare una definizione di morte perché possa essere vista come una sorta di interruttore acceso/spento. Comprensibile. Ma la morte non è lapalissiana, e non canta la canzoncina per cui Monsieur d'la Palisse est mort, / il est mort devant Pavie, / Un quart d'heure avant sa mort, / il était encore en vie. Monsieur de la Palisse non si sa bene quando muore. Se è tibetano, gli si sussurrano nell’orecchio gli insegnamenti del Bardo Thodol, se è materano lo si pone seduto sul suo stallo di pietra, se è un moderno fortunato gli si dirà un rosario e si farà un po’ di veglia vicino a lui. Perché scoli la vita.

Parlavo, qualche tempo fa, con l’amico pS, a proposito di un saggio terribile del teologo ortodosso Sergej Bulgakov, tanto intenso, vero e tremendo che lui non è riuscito ad arrivare in fondo, come se si spalancasse sotto una voragine di abissale e misteriosa verità. C’è uno svezzamento dell’anima dal corpo. Un lutto che l’anima deve fare. Essa deve accomiatarsi, congedarsi, sciogliere a poco a poco nodi e legami e ormeggi, prendere il largo. Non è facile, non ci sono nebbioline azzurro newage, è una grande sofferenza, è un periodo delicato e drammatico: per questo i vivi devono pregare con fervore, perché questo distacco sia soave. Questo contrario (o questo identico, chissà) dello svezzamento. Rilke lo intuiva: man entwögnt sich des Irdischen sanft, wie man den Brüsten milde der Mutter entwächst / ci si divezza da ciò che è terreno, soavemente, come dal seno materno – Prima Elegia di Duino, vv.86-87). Ma è davvero così soave divezzarsi dal seno materno?

Ecco, ho in mente un opposto logico di questo atteggiamento di svezzamento del morto. Talvolta vado al Cimitero Monumentale, qui a Milano, a salutare alcuni ‘amici’, Alessandro Manzoni, don Giussani, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci. Passando per il vialetto centrale, a un certo punto immancabilmente il respiro mi si blocca nel petto. Davanti a questa tomba.



Io penso che dentro questo massiccio parallelepipedo edipico le trombe della resurrezione non si sentano. O forse sì, ma che l’angelo avrà comunque il suo bel daffare a frantumarne il cemento, a sciogliere i cadaveri della madre e del figlio avvinti in un abbraccio, questo sì, mortifero e mortale. Possa un monaco materano, che ha avuto invece la grazia di disfarsi soavemente, di lasciar scolare la sua vita come miele in una fresca e ombrosa grotta, prenderli per mano e portarli via da lì.

Domine, iam fetet: quadriduanus enim est, dice la povera Marta al Cristo commosso che sembra delirare, allucinando un’apertura del sepolcro dell’amico Lazzaro. Puzzerà. Ma l’Apicoltore della Vita sa far colare il miele nuovamente jinde u sanghe.

L’addormentarsi della Madre, e il suo risveglio fulgente, alla presenza del Figlio, tra la meraviglia dei dodici trasognati convocati dai quattro venti, mi vedrà se a Dio piace sotto un altro cielo, ormai così vicino.



lunedì 12 agosto 2013

Si salverà chi non ha voglia di far niente non sa fare niente

Per i pigri, per gli inutili, per gli abusivi esistenziali, per i parassiti della vita non c’è e non ci può essere vacanza. Lo scriveva qualche giorno fa sul giornale, con altre e più efficaci parole, Alfonso Berardinelli. In particolare non ci può essere per i pigri che non amano la propria pigrizia, che non l’abbracciano, che non la indossano serenamente e se vogliamo anche letterariamente; per i pigri perseguitati da un super-Io atletico, nordico e militare, che ininterrottamente urla loro nelle orecchie che dovrebbero essere da un’altra parte a fare qualcos’altro: perlamordiddio a ‘fare’! Per i pigri infelici. Per i pigri come me.

Per loro - intendo: per quelli come me - i giorni di agosto sono come maglie di una grande graticola di tempo, ‘ferragosto’ – la parola -  fin da bambino mi richiamava la mia carne e il mio spirito fatti ai ferri dal sole e dalla noia, e naturalmente agosto ha il suo gran santo in Lorenzo, il dieci: Lorenzo, quello che sulla graticola ci salì davvero. Ad agosto il super-Io potrebbe lasciar la presa, e invece – e paradossalmente – tende le redini al massimo, facendoti schiumare come un cavallo da dressage. Ti somministra ininterrottamente piccoli ma feroci colpi di frustino. Quando sei nel pieno dell’attività dell’anno il super-Io ti lascia fare: della punizione del pigro si incaricano altri soggetti, i capi, i colleghi, i creditori, coloro che da te si attendono presenza e prestazioni; ma in agosto, dove quasi nessuno ti cerca, è lui a fartela pagare, e ah se ci prova gusto.

La casa di C, sulle dolci colline che si levano a oriente del Verbano, è collocata in un luogo incantevole. Il grande lago disteso, quasi da Locarno a Stresa, la sua costa occidentale, le prealpi che lo separano dalla selvaggia Valgrande, e poi, miracolosamente resa visibile da una mezzaluna concava del profilo dei monti, la maestosa parete ovest del Monte Rosa con le sue quattro cime (Gnifetti Zumstein Dufour Nordend), il Lyskamm e i crestoni intitolati ad alpinisti coraggiosi e forse morti. Forse, perché chissà, Zapparoli, se è morto davvero. La casa di C è un parallelepipedo leggero rivestito di legno chiaro, e vedendola per la prima volta non c’è chi non pensi alla Scandinavia. Per qualche misteriosa ragione, in questo incanto, non è infrequente che il super-Io mi attenda, e mi dica che dovrei utilizzare il tempo per far qualcosa di maschile, di virile, di salutistico e salutare, tipo svegliarmi presto e andare a camminare sulle alte vie con i bastoncini telescopici, tic toc tic toc, e la frutta secca e una mela nel leggero zainetto, e tornare tonificato dal vento e dall’aria pura. O, non so, spaccare la legna, o costruire un capanno per gli attrezzi, o almeno scrivere, studiare, o mettere un po’ d’ordine nella mia agenda. Un ritmo, una regola. Suvvia. Meritarmela, la vita. E a me tutte queste cose piacerebbe farle, davvero, ma non so da che parte cominciare, mi prende un gran sonno (un sonno immenso, costante, non un riposo ma una condizione stabile, intervallata da risvegli allucinati e – diciamolo – anche un po’ ebeti) e allora non riesco altro se non a stendere un’amaca tra due alberi e rovesciarmici dentro, essendo da essa fagocitato come un fagiolo da un immenso baccello di tela odorosa, portandomi dietro l’ipod e un libro. Eh, ma non credete, è il super-Io che mi dondola lentamente, e intanto mi canta la sua nota canzoncina. La casa di C è in un territorio abitato da gente lavoratrice, alacre, e l’indolente che è in me si trova fuori luogo, mentre il super-Io si sente proprio a suo agio ed estrae i suoi strumenti per l’ agotortura.

Pensa. Per quanto detesti Firenze e lo si sappia, quando qualche settimana fa sono tornato nella mia casa sui tetti, lasciata in totale abbandono dagli affittuari precedenti, nello squallore totale che esprimeva tra bottiglie di whisky rotolanti sul pavimento, ciarpame abbandonato, letti sfasciati con le doghe che ricordavano il relitto spiaggiato di una nave, le ante degli armadi aperte e scardinate, le finestre rimaste anch'esse aperte da tempo immemorabile, ecco, mi son sentito meglio. Ho potuto gettarmi su un materasso sporco, in qualche modo relitto io stesso di un antico naufragio, lasciar entrare da fuori il suono delle campane e i sistri degli Hare Krishna, dormire bene, abbandonarmi. Il super-Io non mi avrebbe mai trovato lì dentro. Nella penombra gli armadi aperti su un buio profondo alludevano all’ingresso misterioso di una possibile Narnia. Fantasma fra i fantasmi, non mi potevo neppure far paura. Relitto fra relitti, che senso aveva compatirsi? Anzi c’era tra noi come una fraternità d’armi, da reduci o da sopravvissuti.

Eppure, sul lago, una sera la luna del ramadan era cresciuta fino al primo quarto e tramontava tra rosa perlacei, tra cinquecento sfumature di grigio, tra pervinca e indaco. A destra, Venere vespertina. Sdraiati in giardino, vicino a un’incongrua palma a rafforzare il tocco islamico. Tacevano finalmente i tosaerba ruggenti, dal suono così amato dal super-Io. Il lieve odore di BBQ lasciava il campo ai quello dei fiori notturni. Il tè vicino, fumante e consolante. Piano piano una concavità colma di stelle, Arturo Vega Deneb Altair e altre bellissime. Nessuna realizzazione cosmica, non questa volta. Non il meraviglioso sgomento cosmico, non la vertigine. Invece come il cielo stellato di un presepe, di quelli arrotolati che si comprano in cartoleria. Dentro, un’attesa semplice. Qualche desiderio da sottoporre all’ordalia divertente delle stelle cadenti. E venti, dico venti ne sono cadute. Una dopo l’altra, alcune piccole e afferrate con la coda dell’occhio, altre maestose e solenni e pascoliane, una perfino doppia. Venti, e non c’erano più desideri. E a un certo punto (la aspettavo, avevo letto del suo passaggio su un’applicazione apposita dell’IPhone) da WNW verso NE, la Stazione Spaziale Internazionale, punto veloce e luminoso, clausura nell’infinito abitata da romiti tecnologici.

Marie Dacke et al, in Current Biology, dice che gli scarabei stercorari, notoriamente nutriti di merda, si orientano guardando la Via Lattea. Toi galactique stercoraire, mon semblable, mon frère.


Si salverà chi non ha voglia di far niente, non sa fare niente. Cantava Battiato. Un ritornello, un mantra da cantare, povera speranza pop alla quale non si riesce a credere.


venerdì 2 agosto 2013

"come iri da iri" - tre giorni a Binanville

Gare Saint-Lazare, Parigi, più o meno ora di pranzo di venerdì. Non ci posso credere: e questo forse è un buon presupposto per la tre giorni di dialogo interreligioso che sta per iniziare.
Ho un appuntamento con un rabbino che non ho mai visto, ma il signore che si sta avvicinando, studiandomi come io studio lui, ha in testa una calottina beige fatta all'uncinetto, un camicione aperto su una maglietta nera che non riesce a snellire affatto uno dei più rispettabili e prominenti addomi che io ricordi, esso medesimo morbidamente appoggiato su pantaloni chiari che gli arrivano appena sotto il ginocchio, da cui si protrudono bianchi polpacci nudi che terminano in due scarpe nere lucide indossate senza calze. Or: io non è che mi aspettassi proprio shtreimel, cernecchi e cappotto nero ma.
Non ci posso credere, insomma è vero che sono imbottito di farmaci per arginare uno spaventoso mal di schiena, e che ci saranno trentacinque gradi, quindi non crederci magari è segno di salute, che ancora distinguo il delirio dalla realtà. Si vede che non ho letto bene il bugiardino, che ci sono effetti collaterali che non ho considerato, oppure che il combinato disposto di tante e differenti sostanze genera conseguenze imprevedibili.
"Monsieur le Rabbin" azzardo, tendendo timidamente la mano. Ecco, la sua faccia, avreste proprio dovuto vederla, a quel punto. E io che mi ero pure preparato cercando su internet (comment s'adresser politement à un Rabbin).

Una mezzoretta dopo Rav G e io chiaccheriamo allegramente su un treno che ci porta verso le Yvelines. Prima di salire gli avevo chiesto se potevo offrirgio qualcosa da bere: "No, grazie, faccio il Ramadan, posso bere e mangiare solo dopo le 21.40". Questa volta tutta da vedere era la mia, di faccia. Eppure Rav G ci è, non ci fa. No, calma, un po' ci fa, ma in gran parte ci è proprio. E' un tipo anche abbastanza noto, almeno webwise, e tutti potremo apprezzarne la cultura straordinariamente vasta, l'erudizione piena di anima, il radicamento tradizionale totale e l'altrettanto totale apertura agli altri. Se è parco nel cibo, tuttavia, non lo è nella parola: in poco tempo vengo a sapere che appartiene a un rarissimo lignaggio sefardita, che ha sei figli (e dieci anni meno di me), che ha avuto anche Leon Askhenazi come maestro (ma ce ne sono di migliori), che è paleografo ed epigrafista, che ha madre turca e padre marocchino e che quindi abbraccia “geneticamente” – ma anche culturalmente - tutta la parte meridionale del bacino del mediterraneo, che è stato a Gerusalemme per vent'anni. Ah Gerusalemme. “Sei mai stato nella cupola della Roccia?” chiede, toccando un tasto per me dolentissimo. Ho tentato di entrare, rispondo, ma sono quasi stato arrestato dalla polizia palestinese, e invano ho protestato proclamandomi 'figlio di Abramo, rispettoso dell'islam': un tizio baffuto con la faccia inquietantemente simile a quella di Saddam Hussein mi ha risposto: 'Figlio di Abramo, sei dunque ebreo?' 'No, cristiano' 'Oh, cristiano! Ci sono tante chiese a Gerusalemme. Non le bastano per pregare?'. Rav G sorride un po' come il gatto Garfield. “Io ci sono stato, ci vado ogni volta”. E come fai? “Dico che sono musulmano. E' abbastanza semplice, se sai l'arabo come me”. Cioè ti chiedono se sei musulmano e tu rispondi di sì. “Bien evidemment...si dà il caso che lo sia. 'Muslim' in arabo vuol dire 'sottomesso a Dio'; io sono sottomesso a Dio, tu no, forse? Una volta mi hanno chiesto di recitare la sura aprente del Corano (Bismillāhi al-Rahmāni al-Rahīm Al-hamdu li-llāhi Rabbi l-ālamīn) ma mi hanno fatto arrivare solo al secondo versetto... Ma loro intendono un'altra cosa! protesto. “E' un loro problema, mi pare, siano più specifici”. Mi verrebbe da dirgli che sarebbe un ottimo gesuita, ma non lo faccio, nel timore che mi risponda che certamente, è anche gesuita.

JM ci attende sorridendo alla stazione. Anche lei non ha mai visto prima Rav G, ma avrà modo di apprezzarlo quasi subito. Il caldo è mostruoso. In auto, andando verso Binanville, JM racconta qualcosa sul castello in rovina, sulla fattoria biologica e il grande forno in pietra in cui suo figlio fa il pane biologico. Rav G annuisce soddisfatto: “Ah, bello. Io sono un fornaio”. JM ha un piccolo sobbalzo, io sogghigno sul sedile posteriore, reso ormai immune dalla meraviglia. “Un fornaio professionale beninteso. Forni a gas, industriali. Il resto è roba da bambini” aggiunge compiaciuto. Gli occhi grigi di JM si aprono lentamente: 'c'est pas vrai, c'est pas vrai' ripete sommessamente, e non mi risulta che abbia il mal di schiena.

Giunti a casa di JM, e bevuta una meravigliosa bevanda fresca a base di tiglio, conversiamo tranquillamente. A un tratto arriva T. Si presenta con nella mano destra una bottiglia di vino e dei cioccolatini, nell'altra un pomodoro morsicato. Assomiglia un po' a Kissinger giovane, ed è invece un Pastore alsaziano. Nel senso di pastore protestante alsaziano. Poggia sul tavolo vino e cioccolatini, e saluta tutti cordialmente, addentando di tanto in tanto il suo pomodoro. T è una persona meravigliosa, di straordinaria tenerezza. Ama veramente tutti, ogni essere vivente è oggetto della sua benevolenza, con la trascurabile eccezione dei Lorenesi, che invece detesta. Come credo dicesse Musatti, la guerra più desiderata è la guerra civile. Il barbaro che invade i sacri confini della Patria, vabbè, se si deve proprio, lo si combatterà: ma chi non ha mai sognato di accoppare il proprio vicino di casa sotto il pretesto che è papista, o ugonotto, o nero, o del pidielle, o comunista, o semplicemente – come diceva mia nonna – perché l’è di di là d’Arno?

Pomeriggio libero, chi legge, chi nuota, chi si riposa. Accanto a me dorme della quarta un sacerdote cattolico siciliano, pG. Ci vediamo la sera per la messa. Rav G arriva avvolto in una amplissima kandura marrone, e ora sembra veramente un grande vascello trionfalmente veleggiante. Sia il pastore che il rabbino partecipano attivamente alla messa cattolica, il primo leggendo le letture, il secondo cantando il Padre Nostro, con una voce meravigliosa, in dolci-aspri melismi aramaici. “Oh, il Padre Nostro, una preghiera ebrea al 100%” commenta fieramente.

E’ calata la sera, quindi è terminato il digiuno, si può dunque mangiare, e altroché se lo si fa. Parlando di uno dei miei poeti preferiti – Yehuda Amichai – vengo a sapere da rav G che naturalmente è anche poeta. “Poesia sefardita in rima e metrica, molto difficile da comporre. Saremo rimasti in cinque o sei al mondo a saperla fare”. E ve ne è di tradotta in lingue occidentali? “Oh no, una lingua occidentale non è in grado di accogliere la profondità di senso delle parole ebraiche. Per ognuna di esse occorrerebbe dare cinque o sei significati” Come la luce attraverso un prisma, commento. “Esattamente. Forse potrebbe essere tradotta in cinese.” Sai il cinese? “No.” Questa è una notizia. JM parla della sua esperienza zen, e del suo Maestro, alcune delle cui calligrafie sono appese alle pareti della casa. Rav G prende la palla al balzo, e dice che è anche calligrafo, che la calligrafia araba e ebraica hanno una grande tradizione, in nulla inferiore a quella cinese e giapponese. “Certo, c’è una differenza fondamentale: nel bacino del Mediterraneo si usa il calamo, in estremo oriente il pennello)”. Ah.

Tempo di andare a dormire. Con grande gentilezza, rav G chiede a T di portare anche la sua valigia. Allo sguardo interrogativo di tutti, risponde sorridendo: “E’ finito il digiuno di Ramadan, ma è iniziato Shabbat! Non posso portare alcun peso. Anzi, a questo proposito, a che ora cominciamo domani? Perché lo Shabbat prevede un sonno supplementare. Non è che si possa dormire di più: si deve dormire di più. Ed è un sonno mistico, generalmente pieno di sogni, di visioni, di intuizioni…”. Fuori il cielo è pieno di stelle. A notte fonda, però, si scatenerà un temporale.

Il giorno dopo arrivano tutti. S, D, la carissima C (antica Maestra), l’incantevole MC, la misteriosa AH, con i dreadlocks avvolti da un turbante che le conferisce un profilo egizio, G, fragoroso e simpaticissimo libanese, G il francescano, M lo spagnolo esperto di satelliti artificiali, il generosissimo e gigantesco S, che è esattamente come uno si immaginerebbe un guerriero musulmano dei primi tempi, un califfo di quelli con al fianco la spada Dhulfikar, P e soprattutto J.

J ha il volto severo e dolce come i santi delle vetrate di Chartres. E’ impassibile, ma come luminoso dall’interno. Rende spirituale praticamente ogni cosa che fa, dal mangiare a lavare i piatti. Raramente ho visto una persona fare la vaisselle come la fa lui. JM chiede a J se può far qualcosa per la mia schiena, e J – che è un osteopata professionista – immediatamente si dichiara disponibile. Il trattamento dura circa una mezz’ora. Con lievissimi movimenti J mette il mio corpo in equilibrio. Poi tocca delicatamente alcuni punti della mia colonna vertebrale, ascoltandola: sembra un musicista che accordi uno strumento musicale: la medesima attitudine di paziente precisione di un liutaio. Sento che respira profondamente e lentamente. A volte il tocco si fa più deciso e forte. In qualche modo, non è solo il corpo, è l’anima ad essere toccata e curata. Il corpoanimaspirito. La cura ti restituisce la totalità di te, ti ricompone. Il primo obiettivo non è il tuo dolore fisico, è il tuo essere-a-pezzi ontologico.  Ne esco con il mal di schiena ancora presente, forse leggermente migliorato, ma con un approccio al dolore completamente diverso. Tanto da pensare che la malattia ti sia data perché chiama il guaritore, che il conflitto ti sia dato perché chiama il mediatore, che la colpa ti sia data perché chiama il redentore, e perché la guarigione è una condizione più bella della salute. Beati coloro che hanno il mal di schiena, perché incontreranno J…

Ci sarebbero da dire tante cose dette. Cose dette, pensate, condivise, in questo castello senza mura, dietro a questo portale romanico e massiccio che si leva nella campagna, sotto un cielo incredibilmente vasto e in perenne movimento, come un tori giapponese in mezzo all’oceano. Il compito di questo blog però non è di esporre contenuti, ma di mostrare intravisioni, squarci, tagli nella tela del reale-banale.


Allora dirò piuttosto del rabbino e del musulmano che si levano alle quattro del mattino e fanno colazione assieme prima di iniziare il ramadan; delle benedizioni sul vino e sul pane in una lingua arcaica, rauca e dolce assieme; del colloquio con S, che mi spiega come il Corano sia un immenso koan, e si appassiona, e parla e parla e parla per un’ora e io so che non può bere perché digiuna e non potrà per molte altre ore, e ricevo ogni parola come un dono; delle risate e delle lacrime, di una pace che ci possedeva senza essere da noi posseduta, di un’eccedenza di bene che tutti percepivamo senza poterla definire.

Soprattutto dirò di una cena. Anzi non potrò dire, perché il gusto appartiene all’indicibile, e come si fa a spiegare la freschezza vivificante e in un certo senso terribile del tabbouleh preparato da G? Ci si può sentire indegni di un cibo? Come si fa a spiegare il buon vino, le courgettes ricolme di ogni sapore? Il Vijnanabhairava Tantra canta: jagdhipānaktollāsarasānandavijmbhaāt bhāvayed bharitāvasthā mahānandas tato brave, ossia: Nel momento dell’ebbrezza e della dilatazione dell’anima causata da cibi e bevande delicate, sii tutto in questa delizia, e, attraverso di essa, gusta la suprema beatitudine.
E il tè, preparato e anzi offerto da S in un modo straordinario, da S che poi non lo avrebbe bevuto,, affondando menta rugiadosa e appena colta nella teiera e facendolo passare e ripassare con gesti magnifici in una coppa piena di zucchero, ah il tè che ho bevuto in questa occasione si classifica senza alcun dubbio tra i dieci tè più intensi e buoni  della mia vita.

Se il Paradiso c’è, come dicono, non potrà essere tanto differente da così. Anticipazione degli eschata: ecco la cifra di queste giornate piene di luce. Ecco perché il Cristo li paragona a un banchetto.

Se ne vanno tutti, uno dopo l’altro, con silenziosa affettuosità e con un certo pudore. Il distacco non è semplice e va abbreviato e reso sobrio. Rimaniamo soli, JM, pG e io. Ci viene donato all’improvviso un clamoroso arcobaleno, un arcobaleno a pieno semicerchio, un’iride eccelsa e nitidissima, stagliata su nuvole ardesia, un arcobaleno, anzi due, celebrazione cosmica di un’alleanza divinoumana.


JM osserva silenziosa il grandioso spettacolo. Congiunge le mani con le palme rivolte verso l’altro. Chiude gli occhi. Merci, dice. Ma subito aggiunge: C’est trop.

giovedì 11 luglio 2013

Going Home - Leonard Cohen a Lucca

Quando il fotone che ha fatto reagire il mio nervo ottico alle 22.56 di martedì sera ha iniziato la sua cavalcata attraverso lo spazio cosmico, essendo stato rilasciato da Arturo (il custode dell’Orsa, l’innalzarsi della Lancia, il guardiano dei Cieli, il grande Corno, l’eterno Viandante, la Perla, la Gemma, il grano di Corallo), da Arturo insomma (stella gigante rossa di tipo spettrale K1 III), da Arturo (della costellazione di Boote ossia Colui che grida), da Arturo (che sola riusciva a trafiggere il cielo impastato di grigi e di gialli e di azzurri artificiali e a mostrarsi a sinistra in alto del palco dove – a Lucca – suonava e cantava Leonard Cohen), da Arturo (che mi ha fatto compagnia per tutto il tempo brillando debolmente alle spalle del Maestro), ebbene quando questo fotone è partito io avevo 15 anni, ed era il 1977, e andavo a scuola al Liceo Castelnuovo in via La Farina, con le camionette della celere schierate, e i fascisti coi dobermann, e mio fratello con l’eskimo innocente e la moto da cross. Quando il gemellino di quel fotone è partito  – con karma assai migliore –  per concludere la sua corsa a trecentomila kilometri al secondo inoltrandosi negli occhi azzurrochiaro della mia amica A (che era vicino a me ieri sera), lei invece non era neppure nata, ancora ci volevano tre anni, pensa. E il fotone di G, amico incontrato per sincronicità nella folla, ha valicato i 36 anni luce verso un allora venticinquenne. Perché c’erano tutte le età rappresentante nella piazza. E Leonard Cohen , di anni, ne aveva 43 quando è scoccato il suo fotone, perché certamente l’ha vista anche lui, la stella, ieri sera, anche se non proprio alle 22.56.

Star. Il mio analista domanda: “è una Star?”. “Arturo?” “No, il musicista”. Si scusa, non lo conosce, dice che conosce solo la musica colta, l’improvvido, e mette la ciliegina sulla torta chiedendomi se sia nero. “Cohen” – rispondo irritato – “kohanita, discendente d’Aronne, pura stirpe sacerdotale. Non è impossibile che un Cohen sia nero, ma è piuttosto improbabile, che ne dice?” Cohen, cantautore canadese, ebreo, monaco zen, innamorato, dolente, struggente, voce buia e calda, voce da canto cadenzato di sutra e da malinconia alcolica, occhio limpido, tratto gentile. Leonard Cohen. Ieri sera a Lucca

Decido di andarci all’ultimo momento. C non può, ingarbugliata nella didattica, P sogna montagne anche se non ci va, D preferisce i koan al Cohen, mentre F ha due bimbe esigenti. Solo A. Si tratta di andare tre ore di macchina a sud, stare al concerto, e ritornare con tre ore di macchina a nord. Ma la vita di A è sufficientemente scorniciata per accogliere l’imprevedibile. Accetta con entusiasmo. Ma dopo che abbiamo deciso e ci siamo dati l’appuntamento, cadiamo fra le braccia dell’onnireggente e nota legge per cui if anything can go wrong, it will. Cascina Gobba – parcheggio multipiano – è un a testa di Gorgone, un groviglio di strade viperine che sono certo si muovano per disorientare chi le percorre. La tangenziale est invece è un enorme boa d’acciaio, immobile al sole come se digerisse una mucca. Da Fiorenzuola a Parma quindici kilometri di coda in aumento. Li aggiriamo attraversando stradine campestri e guareschiane, a sud del grande fiume. Ma il tempo passa, il cronos non la dà mica mai vinta al kairos. Il concerto è alle 21, e alle 20.30 siamo ancora all’inizio della Cisa. Anche qui ostacoli continui, trasporti eccezionali, cantieri che si materializzano all’improvviso senza nessuno che ci lavori dentro, persino un’inquietante avviso: segnalato animale in carreggiata. Di che animale si tratterà? Non lo sapremo. Gli dèi sembrano contrari al nostro viaggio.

“Non avete fatto come l’antico Romano di Freud”, commenta l’analista. “No” rispondo. Conosco il riferimento a Psicopatologia della vita quotidiana: “Nella nostra concezione moderna del mondo ―concezione scientifica non ancora definitivamente conclusa― la superstizione è un po' fuori luogo; mentre era ammessa nella concezione di epoche prescientifiche, poiché ne era un complemento logico. Aveva dunque relativamente ragione l'antico Romano, che rinunciava ad un progetto importante perché il volo degli uccelli era sfavorevole; agiva in modo conforme alle sue premesse. E se rinunciava al suo progetto perché aveva inciampato sulla soglia della sua porta, si rivelava superiore a noi increduli, si rivelava miglior psicologo di noi. Il fatto d'inciampare denotava l'esistenza di un dubbio, di un'opposizione interiore a questo progetto, la cui forza poteva annullare quella della sua intenzione al momento della realizzazione. In effetti si può essere sicuri del successo completo solo quando tutte le energie psichiche tendono al fine desiderato”.” Avete fatto come l’uomo moderno”, insiste. “No” correggo io, “semmai come l’eroe tragico”. Siamo andati incontro alla nostra sorte, pur sapendo della contrarietà degli dèi. Abbiamo carpito caparbiamente loro un frammento di Bellezza di cui tanto sono gelosi, perché la vogliono solo per sé. Abbiamo loro strappato ein erworbenes Wort, reines, den gelben und blaun Enzian, una parola appresa, pura, la genziana gialla e blu di Rilke. Testardamente siamo andati a prendergliela per portarla nelle irrevocabili storie della nostra vita. L’analista è poco convinto: “Da cosa vi proteggevano gli dèi?”.

Chi lo sa. Ma A ha nelle mani il Libro del desiderio di Leonard Cohen, e come da un breviario ne estrae ad alta voce dei salmi poetici. Per esempio:
Perdonatemi, signori e signore,
se non mi concepisco
come la malattia.
Perdonatemi se ricevo lo Spirito Santo
senza mettervene al corrente.
Perdonatemi
Commissari dell’Occidente,
se pensate che io
non abbia sofferto abbastanza.

Quando arriviamo alla piazza, Leonard Cohen ha il cappello in mano e sta salutando uno per uno i musicisti della band e le tre vocalist, Sarah Robertson, le Webb Sisters con arpa trobadorica a tracolla e chitarra acustica, Roscoe Beck al basso, Neil Larsen alle tastiere, Javier Mas alla bandurria, Rafael Gayol alle percussioni, Mitch Watkins alla chitarra, Alexandru Bublitchi al violino, Mike Scoble all’armonica. Oddio è già finito tutto. Anche se fosse, quel cappello in mano, quell’inchino, basterebbero. Ma no, solo la prima parte.

Anche se non è da poco essersi persi Dance me to the End of Love. Di Lover Lover Lover, in cui Cohen sembra non voler ‘prender parte’ al conflitto israeliano-palestinese, anche se le sue parole vogliono stendersi come uno scudo contro il nemico (And may the spirit of this song, / May it rise up pure and free. / May it be a shield for you, / A shield against the enemy) sentiamo solo le ultime note.

Prendiamo posto, se posto si può dire, in fondo alla piazza, ma piuttosto centrali. Lieve odore di birra. Alle spalle un gruppo di ululanti, che oltre ad applaudire si sentono chiamati a fare ogni volta wooo wooo wooo. Se gli piace così. Fatto sta che dopo poco A cambia posto, optando per una visione laterale. Io rimango centrale. Il palco è abbastanza lontano, ci sono due maxischermi e una regia abbastanza intelligente. E c’è una ragazza tre o quattro file più avanti, di cui non riuscirò a vedere il volto, che danza molto armoniosamente nel minimo spazio di cui dispone.

Si ricomincia con Suzanne. Poi Chelsea Hotel (versione acustica), Sisters of Mercy, poi altre bellissime che non ricordo, la pelle d’oca (letterale, fisica, intendo – wikiparlando – proprio la orripilazione, ossia “quando i piccoli fasci muscolari alla base di ogni pelo, noti come muscoli erettori del pelo, si contraggono e tirano i peli fino a far assumere loro una posizione eretta, il riflesso essendo avviato dal sistema nervoso simpatico, che è responsabile di molte risposte attacco-fuga”) la pelle d’oca di I’m your Man, un Hallelujah combinato tra versione di Cohen e versione di Buckley che tento di far sentire via telefono a C, e il finale danzante di Take this Waltz.

Seguono ben sette encores, tra cui forse la più bella e la più nuova, Going Home, che provo a tradurre “Mi piace parlare con Leonard / è uno sportivo e un pastore / è un pigro bastardo che vive in una giacca // Però dà voce a quello che gli dico / anche se non gli è gradito / il fatto è che non ha la libertà / di rifiutare // Dirà queste parole di saggezza / come un saggio, un visionario / anche se sa che non è nient'alro / che l'artefatto di uno schermo // Andare a casa, senza il mio dolore / Andare a casa, in qualche domani / Dove si sta meglio di prima // Andare a casa, libero dal mio fardello / Andare a casa, dietro il sipario / Andare a casa, senza il costume che indossavo // Vuole scrivere una canzone d'amore / Un inno al perdono / Un manuale per sopravvivere alle sconfitte // Un pianto più alto del dolore / Un sacrificio che possa riparare / Ma non è questo ciò che io voglio che porti a termine // Voglio invece che sia certo / di non avere alcun fardello / di non aver bisogno di alcuna visione // e che soltanto gli è concesso / di fare la mia immediata scommessa / ossia dire quel che gli ho detto di ripetere/ / Andare a casa, senza il mio dolore / Andare a casa, in qualche domani / Dove si sta meglio di prima // Andare a casa, libero dal mio fardello / Andare a casa, dietro il sipario / Andare a casa, senza il costume che indossavo // Mi piace parlare con Leonard / è uno sportivo e un pastore / è un pigro bastardo che vive in una giacca

Leonard, lo sportivo, il pastore, il pigro bastardo in giacca e cravatta, si toglie il cappello e ringrazia ancora uno ad uno i suoi musicisti. Poi si inginocchia sul palco, deponendo a terra il suo cappello. God bless you all – dice – you were so kind to be here tonight. Si alza, giunge le mani, e si inchina in un perfetto gassho. Infine se ne va danzando leggermente (come un folletto, dice A). Going Home. Ecco, va bene, ci sono state le canzoni, la musica, le parole, e A, e la ragazza danzante, e perfino Arturo. Ma questa lezione sul commiato, sul congedo, sulla morte, questa lezione silenziosa è un dono indimenticabile. Andar via così. Poter andar via dal mondo così. Con una benedizione, un inginocchiamento, un inchino zen, una piccola danza. Spero che Cohen mi venga in mente quando dovrò andare a casa, mi dia un briciolo di quell’eleganza, di quello stile.

C’è un Ordine molto esoterico, molto segreto, tanto che non si sa chi ne fa parte e per quanto, e magari alcuni pensano di essere dentro e sono fuori, e altri non lo conoscono neppure ma ne sono Priori, Commendatori, Ufficiali, Gran Maestri, magari solo per lo spazio di un canto, di un pianto. Order of the Unified Heart. Leonard Cohen lo ha fondato, disegnandone il sigillo, che è nient’altro che il Magen Dawid, ma con le basi dei due triangoli piegate per dare loro la forma delle curve del cuore. Due cuori intrecciati, uniti, unificati.

Perché si può essere monaci (cioè unificati) massacrati, ammaccati, straziati dall’amore e dal dolore, monaci che prendono il prozac, monaci che tentano magari il suicidio, monaci che piangono, monaci che si rasano il cranio, e che la sola cosa di cui non hanno bisogno è un pettine, perché di tutto il resto hanno bisogno. E con tutto questo monaci. Monaci senza pace.

Mi inchino a te, Rabbi Leonard Cohen, Leonard Jikan (il silenzioso) Cohen Roshi, mi inchino a te, Maestro. Grazie per questa sera.

“Freud condannava sia l’ebraismo che il cristianesimo, ma riteneva comunque l’ebraismo superiore, in quanto più conforme alla ragione” commenta l’analista. “Non dimentichiamo che il saggio su Mosè l’ha scritto nel ‘37”. Lo lascio senza una parola, e senza toccarlo, l’analista non si tocca per definizione. E lui torna a sedersi presso il ritratto del suo Maestro spietato e inquietante, corrucciato, con un sigaro fra le mani.



mercoledì 3 luglio 2013

Villacamilla


Villacamilla, io, non l’ho vista tutta. Ne ho visto e attraversato per qualche ora il cuore, che è la Casa, e ne ho conosciuto la mente e l’anima, che è Sara. Ma non ho visto il suo corpo, le sue membra forti, e fragranti, e antiche, e vaste. Perché non ho avuto il tempo. Per esplorarle ci vuole infatti un tempo breve- che forse un giorno mi prenderò- e un tempo lungo – che forse sfortunatamente non avrò mai. Il tempo breve è di mezza giornata – in jeep, ammonisce Sara – perché appunto, Villacamilla è tanto grande, e i suoi boschi salgono tanto in alto fin quasi al monte Giovi - dal nome che più romano non si può - e i suoi uliveti e le sue vigne scendono tanto in basso, fin quasi al torrente Argomenna - dal nome che più etrusco non si può -. Il tempo lungo ha a che fare con le stagioni, con i giorni e le notti e il loro rapido o lento variare: andrebbe visto, il corpo di Villacamilla, nella solitudine di qualche inverno piovoso e noioso, nel palpitare di attesa di qualche primavera, andrebbe visto quando niente succede se non l’accadere incessante del Tutto. Andrebbe visto assieme a Sara e ai suoi uomini, gente che lo conosce con i piedi, le mani, gli occhi e il cervello, che lo rispetta e che non gli fa sconti, come lui non li fa a loro. Andrebbe visto sapendo le sue parole, sapendo cos’è una marza per esempio, o cosa significa gramolazione.

Villacamilla è il frutto di un uomo che la sperò, la sognò, la immaginò, la pensò e la volle, di un uomo a cui - come a Mosè - non fu concesso però di entrare nella sua terra promessa e che – secondo quanto ricorda il Talmud – con un dolorosissimo bacio fu preso da D-o sul confine, sulla soglia, quando già essa si intravedeva.
Villacamilla è la storia di una donna che raccolse questa visione e la generò nell’audacia e nella speranza, mobilitando chissà da dove energie esistenziali e di pensiero, sprigionando un’energia delicata e indomabile.

Perché quando Sara racconta queste cose – ed è scesa la sera, e si è seduti al fresco davanti alla casa, poggiati alle balaustre di pietra, dopo aver gustato olio e vino e pane e miele e formaggio, e un glicine antico, miracolosamente sfuggito a un anno in cui il sole voleva proprio bruciarlo, distilla dall’alto i suoi aromi - quando Sara si ferma un attimo e ti racconta queste cose, sembra che sia stato tutto sommato facile. Nessuna enfasi, non si sprecano parole, mica si nasce bergamaschi a caso. Io accendo con le parole il fuoco del mio ricordo, ma Sara ne sorriderebbe. Per lei è così: si lotta con l’Angelo fino a che non spunta il sole, ci si sloga l’anca, si riceve una benedizione e un nuovo destino, ma la mattina si torna al lavoro come sempre. Solo, rimane qualcosa da raccontare una sera d’estate a qualche amico, strizzando l’occhio e lasciando capire che si pensa già altro, si pensa già oltre. Sembra tutto semplice, tutto lineare, sentendo Sara. Ma il toscano che sono io, li conosce, i toscani. Non fa fatica a immaginarsi la loro resistenza, il loro amaro sarcasmo, il loro spietato disincanto, il loro occhio svalutante, la loro livorosa invidia, la loro nodosità d’anima che non cede nulla a quella degli olivi. Con tutto questo - e forse con peggio ancora - Sara ha avuto a che fare, certamente, anche se lei non ne parla, e anzi ti dice proprio l’opposto, e cioè che ama questo luogo e questa gente e che si sente di aver trovato quel posto da dove non si vorrebbe più tornare.

E sforziamolo ancora, il paragone, che D-o non se la prende, e pazienza se qualche volta si eccede, mi si sfotterà, non me ne duole. Tanto ho già cominciato, ormai non ho che da finir l’opera: e in fondo Sara è un nome che si presta. L’ Argomenna non somiglia a un Giordano che è stato attraversato? I poderi si chiamano Capanno, Peretola, ma potrebbero chiamarsi Dan o Efraim o Zabulon o Neftali. La Casa una Gerusalemme, cittadella sacra – e quindi ospitale; un tempo Torre, ora, caduta la torre, accoglienza. Sara venuta da lontano anzitutto si mette ad ascoltare. Ascoltare è riconsacrare, perché ascoltare è dare la parola al dio delle pietre e delle acque, degli alberi e delle rocce e degli animali, e quindi rimette in moto il processo rivelativo.
Sara ascolta, per esempio, la Casa. E cosa dice la Casa? Cosa ti ha svelato? chiede l’impertinente che sono. E’ una casa silenziosa – risponde Sara – accogliente. Non ci sono rumori. Vuol dire che non è abitata da quegli incubi buzzatiani che spesso – quando non si installano nei ruderi di torri leggendarie, nelle cappelle sperdute tra le selve, sulle scogliere solitarie che il mare batte e batte - si trovano bene in certe case abbandonate, e le fanno pulsare di inquietudine.  Ma aveva bisogno di essere scaldata, aggiunge Sara. Penso al grande camino di pietra che domina il salone principale. Lo penso pieno di ceppi crepitanti. Non sono sulla buona strada. Si parla di un diverso calore, che ha a che fare con il crepitare della bellezza e del significato.
Sara ascolta, per esempio, la terra. Se ne prende cura. Salva dove si può salvare, innova dove invece si deve innovare. Sperimenta, anche coraggiosamente, perché altrimenti tradirebbe la tradizione. La terra, ascoltata, comincia a lasciar scorrere latte e miele, vino e olio, i meravigliosi frutti di Villacamilla, la metà dei quali oltrepassa il vasto mare per andare ad accendere i sensi di qualche americano, che improvvisamente si struggerà di desiderio per un bene che forse non conosce, e resterà lì, stupito, a guardare la bottiglietta di olio color verde cupo sulla sua tovaglietta accanto al ketchup, e a chiedersi cosa sia successo, quali siano le ragioni di quello strano sentimento che l’ha preso.

Villacamilla, intendo la Casa, ti accoglie e in pochi istanti ti senti a casa. Ti dà un letto che ti farà dormir bene, in stanze spaziose e dotate di personalità spiccate, imprevedibili, come antiche giovanette gozzaniane. Ti nutre di cose buonissime, che risvegliano dentro una beatitudine più profonda. Ti consente di esser fuori restando dentro, con finestre-quadri che non stancano di meraviglia. Ti consente di rimaner dentro pur trovandoti fuori, tanto nitida è la corrispondenza tra le forme dell’esterno e dell’interno, tanto armonico il risultato dei saggi costruttori. Ti lascia andar via senza fronzoli: mica le dispiace che tu vada, ha del lavoro da fare fin da stasera, e non le importa se ti ritrovi a chiederti in quale quadro manierista hai visto quel focolare col cagnolino bretone bianco, nero e fulvo. Fatti tuoi: Villacamilla ti riceve con piacere, eleganza, con buone e affettuose maniere, ma ha i campi e le vigne e i boschi e gli animali da accudire.

Villacamilla non l'ho conosciuta. Ci vorrebbe un tempo che non ho. Villacamilla però l’ho incontrata, come quando sul treno – dove sto scrivendo adesso – incontri una persona, e ci parli tre minuti, e ti sembra stranamente di sapere tanto di lei, ti sembra di intuirla, e ci ripensi la sera, e il giorno dopo, e ti rimane poi sempre un punto luminoso di bellezza all’altezza del cuore. E una nostalgia per qualcosa che ti chiama dal futuro.