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sabato 17 agosto 2013

Cola e scola la vita: Ceglie, Matera, e presagi di Gerusalemme.

Ride divertito e intenerito, lo sguardo smeraldino di P -  la mia ospite - vedendomi impegnato nel tentativo di decifrare il senso dei versi scritti sul muro della casa, nella sua lingua agrodolce. …ma cchjù ddosce de nu mele ca me cole / jinde u sanghe, / de nu frutte ammature i ssucuse / a mmuerse de nanghe; / cchjù ddosce d’u recuerde de nu suenne…
Glielo leggo se vuole, forse può aiutarla; sì leggimelo per favore P; e lei, scolara compìta, macchiuddósce denumēle camecóle jindusànghe…: ah ecco jinde significa dentro; sì bravo; però non capisco nanghe, cosa vorrà mai dire; se lo traduce tutto le faccio un regalo. E alla fine ci arrivo: desiderio! oppure brama, ingordigia, una cosa così, divorato con foga, tradurrei, non letteralmente; perfetto, domattina le farò un regalo. Questo regalo P non me lo farà invece, ponendomi così in una condizione di aspettativa infinita e di intrigata curiosità, in una condizione, quindi, molto propizia, anche molto felice. Se il regalo fosse stato, non so, un souvenir del luogo, o un dolcetto, sarei stato deluso. Tutto qui? perché io attendevo il Tutto. Talvolta non mantenere la promessa è necessario, così che il pensiero giocoso di un regalo si possa trasformare nella speranza del Dono, nell’incredibile segretamente atteso – come direbbe Luigi Lombardi Vallauri. P conosce bene gli esseri umani.

E mentre questo accade, attorno, una trama di vicoli bianchi; un bucato di mura, di pietre, di porte, di chiese, di case, e perfino di lenzuola, un bucato di paese steso al gran sole sotto un cielo Pantone® dazzling blue 18 3949 TPX. Attorno, gente mite e silenziosa. Attorno, gli addobbi rococò con le lucine multicolori, pronte per accendersi di festosità deliziosamente pacchiana la sera di san Rocco.

Lasciato solo, vado a controllare su internet. Pietro Gatti, celebrità poetica locale del novecento, che sapeva guardare il suo paese e vederci l’universo: quei versi fanno parte di una sua poesia che traduco così, anche senza uno sguardo ridente davanti a cui offrire lo sforzo: Una parola semplice / ma più dolce del miele che mi cola / dentro il sangue /di un frutto maturo e succoso / divorato con foga, / più dolce del ricordo di un sogno / che per tutto il giorno mi dilaga nel cuore / dell’anima sperduta in questo cielo /che stanotte [ancora san Lorenzo, ancora le Perseidi] si svortica di stelle / è tutta una magia / d’amore il nome tuo, bell’amore.

Ripenserò a lungo a questi versi. Cola la vita, ininterrottamente, dentro di noi. Non c’è niente che non sia nutrimento. Cola la vita in noi attraverso innumerevoli vie, perché non in pane solo vivet homo, e tutti – non solo Bologna – abbiamo sperimentato cosa significa essere sazi e disperati (ossia sazi e denutriti), e tutti sappiamo come invece si è potuto vivere per molti giorni mangiando quasi niente, avendo però accesso ad altri alimenti. Saggezza delle vie spirituali: tutto nutre, tutto cola dentro di te trasformandosi in vita, ed ecco dunque la bellezza della vita ascetica. Radiose quaresime – secondo l’espressione felice di Alexander Schmemann – in cui stupefatti ci accorgiamo di poterci nutrire di colori e di suoni [e quel violino invisibile, e quell’ottone misterioso, che ripeteva incessantemente tre note, quanto ha nutrito C e me che attraversavamo il paese bianco], di sguardi e di parole, di pensieri e di sogni e di trasogni, perfino di dolore – ché abbiamo in noi i fermenti galattici vivi per trasformarlo - e soprattutto del tuo nome, bell’amore. Digiuno come gioia dei sensi (infine, anche del gusto, senso negletto, abituato a farsi da parte per dare spazio alla bramosia) e gioia del Senso, che cola come miele attraverso ogni nostra fessura sull’Essere, che sia bocca narice orecchio occhio o ferita.

[Sì. Però c’è appunto la bramosia. A mmuerse de nanghe. Non si può dimenticarlo. Come per esempio si è fatto nel nuovo rito del matrimonio cattolico, dove – illudendosi di omaggiare l’inviolabile soggettività dell’altro – ora la sposa accoglie (o si unisce) allo sposo, non lo prende più; lo sposo accoglie (o si unisce) alla sposa, non la prende più: cosicché alla cerimonia sono presenti il prete i testimoni i genitori e gli invitati tutti, ma Eros il dio bramoso, il dio che prende, viene cacciato via dalla chiesa e non protegge più la coppia. Anche questa un’illusione, la permalosità irridente di Eros – quando non è riconosciuta la sua divinità – è nota da sempre, fin dalle Baccanti. Ma non si impara mai nulla. Penteo il miscredente verrà fatto a pezzi dalle donne, per prima dalla madre, a mmuerse de nanghe. Cadmo sposo di Armonia e sua figlia Agave si separeranno per mai ritrovarsi.]

Ripenserò a questi versi. Matera non c’è bisogno di descriverla. Gerusalemme è divina, è una diva, e come tale non si mostra nuda ai registi nei suoi momenti hot (o di passione). Per quel tipo di scene c’è Matera, sua splendida controfigura, body double, stunt city, Matera adusa ad esporre il suo corpo di pietra vellutata color tortora alle cineprese. Lo ha fatto – tra i tanti – con Pasolini, con Rosi, con Beresford, con Gibson, con la Hardwicke. Così che a volte Matera stessa si trova a far confusione, o – più maliziosamente – a infondere confusione nei suoi visitatori. Quante finte croci (più vere della vera) sono state levate fra i suoi sassi, quanti finti Gesù vi hanno disteso le braccia a favore di obiettivo.
[Raccontava un amico pugliese che Matera è stata per molti mesi quasi ‘occupata’ dalla troupe di The Passion. Era stata reclutata gente del posto per fare da comparsa, soprattutto per interpretare la canaglia che inveiva contro Gesù nella sua salita al Calvario. Gibson aveva spiegato loro bene il compito: gridare, insultare, tanto la loro voce non si sarebbe mai sentita, tutto sarebbe stato doppiato in aramaico. I materani però, popolo religioso, vedendosi davanti James Caviezel coperto di sangue come i cristi barocchi delle loro chiese, non avevano proprio voglia di insultarlo. E venivano fuori parole come cattivo, mascalzone, al massimo carogna. Allora Gibson interrompe: le parole, d’accordo, non si sentono, ma le facce si vedono, e quelle parole quasi dolci non corrispondono a volti distorti dalla ferocia e dall’odio. Dovevano insultare davvero, dandoci dentro, come se passasse un odioso criminale. Ciak. Una comparsa: ricchione! Ecco, Matera, body double della Città Santa, è abituata a questo e ne sorride.]

Eppure Matera è stata veramente santa. Una tebaide, la Gravina un canyon / kedron scavata di grotte e popolata di anacoreti. Centinaia le chiese rupestri, scavate nella fresca roccia, vene spirituali nel tufo calcareo. I monaci basiliani vi sciamarono nell’ottavo secolo con le sante icone avvolte nei mantelli, poiché l’eresia iconoclasta sostenuta dall'Imperatore di Bisanzio impediva loro di rappresentare il bell’amore, di baciarne l’immagine a mmuerse de nanghe.
E vennero gli armeni, e i musulmani, e gli ebrei, lasciando memorie e graffiti, talvolta simboli noti, talvolta labirinti indecifrabili. Si è preparata bene, Matera, ad essere controfigura della città da Dio abitata.

E c’è una chiesa che abbiamo visto. Ampia, luminosa, con i consueti affreschi di bizantino nitore. Sotto però c’è una serie di grotte o di ipogei in cui si praticava la scolatura dei cadaveri. Il monaco defunto, rivestito – penso – della sua cocolla, veniva collocato seduto in uno stallo di pietra assolutamente simile a quelli riservati ai viventi, a fianco di altri cadaveri. Poi veniva lasciato a disfarsi lentamente, seduto in questo coro silenzioso con gli altri confratelli. Il luogo mi emoziona. Trovo uno stallo che mi si addica, e mi siedo. Appoggio la nuca nell’incavo apposito e sento le ossa del cranio sotto il velo di pelle viva. C non è contenta, avverte in questo mio gesto una malsana attrazione verso il macabro, però come sempre capisce che ho bisogno di solitudine e mi lascia. Eccomi, solo, nello stallo monastico fatto perché scoli la vita fino a lasciar solo il minerale. Penso ai monaci che mi hanno preceduto, seduti sulla medesima pietra, appoggiati al medesimo sedile. Morti?

Morti, certamente, dicevano i gesuiti che infaticabilmente combatterono questa consuetudine di doppia sepoltura, sentendovi odore di paganesimo. Morti, forse, penso io.
Ho avuto la fortuna di veder morire alcune persone, quindi di assistere direttamente al passaggio dalla cosiddetta vita a quel non-si-sa-cosa che riserva l’Oltre. Di vedere i respiri che cessavano, riprendevano, diminuivano la frequenza. Di udire il suono del famoso e paventato rantolo [Se questo respiro stressa la famiglia, scopolamina (0,3-0,6 mg SC o parenterale), atropina (0,4-0,6 mg IM, SC o nebulizzata ogni 4 h o parenterale), ipratropio (500 ég nebulizzati ogni 6-8 h) o glicopirrolato (0,2 mg EV parenterale o in infusione continua suggerisce pratico il Manuale Merck] Di essere testimone oculare dell’ultimo respiro (exspiravit). I saggi monaci materani ne vedevano molte di più, e sapevano che la morte non è un evento puntuale, ma un lungo processo che va accompagnato. La vita deve scolare. Come miele e spirito è colata nel sangue attraverso i sensi, come miele e spirito deve scolare. La medicina cosiddetta ufficiale, i bioeticisti, i giuristi, si affannano per trovare una definizione di morte perché possa essere vista come una sorta di interruttore acceso/spento. Comprensibile. Ma la morte non è lapalissiana, e non canta la canzoncina per cui Monsieur d'la Palisse est mort, / il est mort devant Pavie, / Un quart d'heure avant sa mort, / il était encore en vie. Monsieur de la Palisse non si sa bene quando muore. Se è tibetano, gli si sussurrano nell’orecchio gli insegnamenti del Bardo Thodol, se è materano lo si pone seduto sul suo stallo di pietra, se è un moderno fortunato gli si dirà un rosario e si farà un po’ di veglia vicino a lui. Perché scoli la vita.

Parlavo, qualche tempo fa, con l’amico pS, a proposito di un saggio terribile del teologo ortodosso Sergej Bulgakov, tanto intenso, vero e tremendo che lui non è riuscito ad arrivare in fondo, come se si spalancasse sotto una voragine di abissale e misteriosa verità. C’è uno svezzamento dell’anima dal corpo. Un lutto che l’anima deve fare. Essa deve accomiatarsi, congedarsi, sciogliere a poco a poco nodi e legami e ormeggi, prendere il largo. Non è facile, non ci sono nebbioline azzurro newage, è una grande sofferenza, è un periodo delicato e drammatico: per questo i vivi devono pregare con fervore, perché questo distacco sia soave. Questo contrario (o questo identico, chissà) dello svezzamento. Rilke lo intuiva: man entwögnt sich des Irdischen sanft, wie man den Brüsten milde der Mutter entwächst / ci si divezza da ciò che è terreno, soavemente, come dal seno materno – Prima Elegia di Duino, vv.86-87). Ma è davvero così soave divezzarsi dal seno materno?

Ecco, ho in mente un opposto logico di questo atteggiamento di svezzamento del morto. Talvolta vado al Cimitero Monumentale, qui a Milano, a salutare alcuni ‘amici’, Alessandro Manzoni, don Giussani, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci. Passando per il vialetto centrale, a un certo punto immancabilmente il respiro mi si blocca nel petto. Davanti a questa tomba.



Io penso che dentro questo massiccio parallelepipedo edipico le trombe della resurrezione non si sentano. O forse sì, ma che l’angelo avrà comunque il suo bel daffare a frantumarne il cemento, a sciogliere i cadaveri della madre e del figlio avvinti in un abbraccio, questo sì, mortifero e mortale. Possa un monaco materano, che ha avuto invece la grazia di disfarsi soavemente, di lasciar scolare la sua vita come miele in una fresca e ombrosa grotta, prenderli per mano e portarli via da lì.

Domine, iam fetet: quadriduanus enim est, dice la povera Marta al Cristo commosso che sembra delirare, allucinando un’apertura del sepolcro dell’amico Lazzaro. Puzzerà. Ma l’Apicoltore della Vita sa far colare il miele nuovamente jinde u sanghe.

L’addormentarsi della Madre, e il suo risveglio fulgente, alla presenza del Figlio, tra la meraviglia dei dodici trasognati convocati dai quattro venti, mi vedrà se a Dio piace sotto un altro cielo, ormai così vicino.



lunedì 12 agosto 2013

Si salverà chi non ha voglia di far niente non sa fare niente

Per i pigri, per gli inutili, per gli abusivi esistenziali, per i parassiti della vita non c’è e non ci può essere vacanza. Lo scriveva qualche giorno fa sul giornale, con altre e più efficaci parole, Alfonso Berardinelli. In particolare non ci può essere per i pigri che non amano la propria pigrizia, che non l’abbracciano, che non la indossano serenamente e se vogliamo anche letterariamente; per i pigri perseguitati da un super-Io atletico, nordico e militare, che ininterrottamente urla loro nelle orecchie che dovrebbero essere da un’altra parte a fare qualcos’altro: perlamordiddio a ‘fare’! Per i pigri infelici. Per i pigri come me.

Per loro - intendo: per quelli come me - i giorni di agosto sono come maglie di una grande graticola di tempo, ‘ferragosto’ – la parola -  fin da bambino mi richiamava la mia carne e il mio spirito fatti ai ferri dal sole e dalla noia, e naturalmente agosto ha il suo gran santo in Lorenzo, il dieci: Lorenzo, quello che sulla graticola ci salì davvero. Ad agosto il super-Io potrebbe lasciar la presa, e invece – e paradossalmente – tende le redini al massimo, facendoti schiumare come un cavallo da dressage. Ti somministra ininterrottamente piccoli ma feroci colpi di frustino. Quando sei nel pieno dell’attività dell’anno il super-Io ti lascia fare: della punizione del pigro si incaricano altri soggetti, i capi, i colleghi, i creditori, coloro che da te si attendono presenza e prestazioni; ma in agosto, dove quasi nessuno ti cerca, è lui a fartela pagare, e ah se ci prova gusto.

La casa di C, sulle dolci colline che si levano a oriente del Verbano, è collocata in un luogo incantevole. Il grande lago disteso, quasi da Locarno a Stresa, la sua costa occidentale, le prealpi che lo separano dalla selvaggia Valgrande, e poi, miracolosamente resa visibile da una mezzaluna concava del profilo dei monti, la maestosa parete ovest del Monte Rosa con le sue quattro cime (Gnifetti Zumstein Dufour Nordend), il Lyskamm e i crestoni intitolati ad alpinisti coraggiosi e forse morti. Forse, perché chissà, Zapparoli, se è morto davvero. La casa di C è un parallelepipedo leggero rivestito di legno chiaro, e vedendola per la prima volta non c’è chi non pensi alla Scandinavia. Per qualche misteriosa ragione, in questo incanto, non è infrequente che il super-Io mi attenda, e mi dica che dovrei utilizzare il tempo per far qualcosa di maschile, di virile, di salutistico e salutare, tipo svegliarmi presto e andare a camminare sulle alte vie con i bastoncini telescopici, tic toc tic toc, e la frutta secca e una mela nel leggero zainetto, e tornare tonificato dal vento e dall’aria pura. O, non so, spaccare la legna, o costruire un capanno per gli attrezzi, o almeno scrivere, studiare, o mettere un po’ d’ordine nella mia agenda. Un ritmo, una regola. Suvvia. Meritarmela, la vita. E a me tutte queste cose piacerebbe farle, davvero, ma non so da che parte cominciare, mi prende un gran sonno (un sonno immenso, costante, non un riposo ma una condizione stabile, intervallata da risvegli allucinati e – diciamolo – anche un po’ ebeti) e allora non riesco altro se non a stendere un’amaca tra due alberi e rovesciarmici dentro, essendo da essa fagocitato come un fagiolo da un immenso baccello di tela odorosa, portandomi dietro l’ipod e un libro. Eh, ma non credete, è il super-Io che mi dondola lentamente, e intanto mi canta la sua nota canzoncina. La casa di C è in un territorio abitato da gente lavoratrice, alacre, e l’indolente che è in me si trova fuori luogo, mentre il super-Io si sente proprio a suo agio ed estrae i suoi strumenti per l’ agotortura.

Pensa. Per quanto detesti Firenze e lo si sappia, quando qualche settimana fa sono tornato nella mia casa sui tetti, lasciata in totale abbandono dagli affittuari precedenti, nello squallore totale che esprimeva tra bottiglie di whisky rotolanti sul pavimento, ciarpame abbandonato, letti sfasciati con le doghe che ricordavano il relitto spiaggiato di una nave, le ante degli armadi aperte e scardinate, le finestre rimaste anch'esse aperte da tempo immemorabile, ecco, mi son sentito meglio. Ho potuto gettarmi su un materasso sporco, in qualche modo relitto io stesso di un antico naufragio, lasciar entrare da fuori il suono delle campane e i sistri degli Hare Krishna, dormire bene, abbandonarmi. Il super-Io non mi avrebbe mai trovato lì dentro. Nella penombra gli armadi aperti su un buio profondo alludevano all’ingresso misterioso di una possibile Narnia. Fantasma fra i fantasmi, non mi potevo neppure far paura. Relitto fra relitti, che senso aveva compatirsi? Anzi c’era tra noi come una fraternità d’armi, da reduci o da sopravvissuti.

Eppure, sul lago, una sera la luna del ramadan era cresciuta fino al primo quarto e tramontava tra rosa perlacei, tra cinquecento sfumature di grigio, tra pervinca e indaco. A destra, Venere vespertina. Sdraiati in giardino, vicino a un’incongrua palma a rafforzare il tocco islamico. Tacevano finalmente i tosaerba ruggenti, dal suono così amato dal super-Io. Il lieve odore di BBQ lasciava il campo ai quello dei fiori notturni. Il tè vicino, fumante e consolante. Piano piano una concavità colma di stelle, Arturo Vega Deneb Altair e altre bellissime. Nessuna realizzazione cosmica, non questa volta. Non il meraviglioso sgomento cosmico, non la vertigine. Invece come il cielo stellato di un presepe, di quelli arrotolati che si comprano in cartoleria. Dentro, un’attesa semplice. Qualche desiderio da sottoporre all’ordalia divertente delle stelle cadenti. E venti, dico venti ne sono cadute. Una dopo l’altra, alcune piccole e afferrate con la coda dell’occhio, altre maestose e solenni e pascoliane, una perfino doppia. Venti, e non c’erano più desideri. E a un certo punto (la aspettavo, avevo letto del suo passaggio su un’applicazione apposita dell’IPhone) da WNW verso NE, la Stazione Spaziale Internazionale, punto veloce e luminoso, clausura nell’infinito abitata da romiti tecnologici.

Marie Dacke et al, in Current Biology, dice che gli scarabei stercorari, notoriamente nutriti di merda, si orientano guardando la Via Lattea. Toi galactique stercoraire, mon semblable, mon frère.


Si salverà chi non ha voglia di far niente, non sa fare niente. Cantava Battiato. Un ritornello, un mantra da cantare, povera speranza pop alla quale non si riesce a credere.


venerdì 2 agosto 2013

"come iri da iri" - tre giorni a Binanville

Gare Saint-Lazare, Parigi, più o meno ora di pranzo di venerdì. Non ci posso credere: e questo forse è un buon presupposto per la tre giorni di dialogo interreligioso che sta per iniziare.
Ho un appuntamento con un rabbino che non ho mai visto, ma il signore che si sta avvicinando, studiandomi come io studio lui, ha in testa una calottina beige fatta all'uncinetto, un camicione aperto su una maglietta nera che non riesce a snellire affatto uno dei più rispettabili e prominenti addomi che io ricordi, esso medesimo morbidamente appoggiato su pantaloni chiari che gli arrivano appena sotto il ginocchio, da cui si protrudono bianchi polpacci nudi che terminano in due scarpe nere lucide indossate senza calze. Or: io non è che mi aspettassi proprio shtreimel, cernecchi e cappotto nero ma.
Non ci posso credere, insomma è vero che sono imbottito di farmaci per arginare uno spaventoso mal di schiena, e che ci saranno trentacinque gradi, quindi non crederci magari è segno di salute, che ancora distinguo il delirio dalla realtà. Si vede che non ho letto bene il bugiardino, che ci sono effetti collaterali che non ho considerato, oppure che il combinato disposto di tante e differenti sostanze genera conseguenze imprevedibili.
"Monsieur le Rabbin" azzardo, tendendo timidamente la mano. Ecco, la sua faccia, avreste proprio dovuto vederla, a quel punto. E io che mi ero pure preparato cercando su internet (comment s'adresser politement à un Rabbin).

Una mezzoretta dopo Rav G e io chiaccheriamo allegramente su un treno che ci porta verso le Yvelines. Prima di salire gli avevo chiesto se potevo offrirgio qualcosa da bere: "No, grazie, faccio il Ramadan, posso bere e mangiare solo dopo le 21.40". Questa volta tutta da vedere era la mia, di faccia. Eppure Rav G ci è, non ci fa. No, calma, un po' ci fa, ma in gran parte ci è proprio. E' un tipo anche abbastanza noto, almeno webwise, e tutti potremo apprezzarne la cultura straordinariamente vasta, l'erudizione piena di anima, il radicamento tradizionale totale e l'altrettanto totale apertura agli altri. Se è parco nel cibo, tuttavia, non lo è nella parola: in poco tempo vengo a sapere che appartiene a un rarissimo lignaggio sefardita, che ha sei figli (e dieci anni meno di me), che ha avuto anche Leon Askhenazi come maestro (ma ce ne sono di migliori), che è paleografo ed epigrafista, che ha madre turca e padre marocchino e che quindi abbraccia “geneticamente” – ma anche culturalmente - tutta la parte meridionale del bacino del mediterraneo, che è stato a Gerusalemme per vent'anni. Ah Gerusalemme. “Sei mai stato nella cupola della Roccia?” chiede, toccando un tasto per me dolentissimo. Ho tentato di entrare, rispondo, ma sono quasi stato arrestato dalla polizia palestinese, e invano ho protestato proclamandomi 'figlio di Abramo, rispettoso dell'islam': un tizio baffuto con la faccia inquietantemente simile a quella di Saddam Hussein mi ha risposto: 'Figlio di Abramo, sei dunque ebreo?' 'No, cristiano' 'Oh, cristiano! Ci sono tante chiese a Gerusalemme. Non le bastano per pregare?'. Rav G sorride un po' come il gatto Garfield. “Io ci sono stato, ci vado ogni volta”. E come fai? “Dico che sono musulmano. E' abbastanza semplice, se sai l'arabo come me”. Cioè ti chiedono se sei musulmano e tu rispondi di sì. “Bien evidemment...si dà il caso che lo sia. 'Muslim' in arabo vuol dire 'sottomesso a Dio'; io sono sottomesso a Dio, tu no, forse? Una volta mi hanno chiesto di recitare la sura aprente del Corano (Bismillāhi al-Rahmāni al-Rahīm Al-hamdu li-llāhi Rabbi l-ālamīn) ma mi hanno fatto arrivare solo al secondo versetto... Ma loro intendono un'altra cosa! protesto. “E' un loro problema, mi pare, siano più specifici”. Mi verrebbe da dirgli che sarebbe un ottimo gesuita, ma non lo faccio, nel timore che mi risponda che certamente, è anche gesuita.

JM ci attende sorridendo alla stazione. Anche lei non ha mai visto prima Rav G, ma avrà modo di apprezzarlo quasi subito. Il caldo è mostruoso. In auto, andando verso Binanville, JM racconta qualcosa sul castello in rovina, sulla fattoria biologica e il grande forno in pietra in cui suo figlio fa il pane biologico. Rav G annuisce soddisfatto: “Ah, bello. Io sono un fornaio”. JM ha un piccolo sobbalzo, io sogghigno sul sedile posteriore, reso ormai immune dalla meraviglia. “Un fornaio professionale beninteso. Forni a gas, industriali. Il resto è roba da bambini” aggiunge compiaciuto. Gli occhi grigi di JM si aprono lentamente: 'c'est pas vrai, c'est pas vrai' ripete sommessamente, e non mi risulta che abbia il mal di schiena.

Giunti a casa di JM, e bevuta una meravigliosa bevanda fresca a base di tiglio, conversiamo tranquillamente. A un tratto arriva T. Si presenta con nella mano destra una bottiglia di vino e dei cioccolatini, nell'altra un pomodoro morsicato. Assomiglia un po' a Kissinger giovane, ed è invece un Pastore alsaziano. Nel senso di pastore protestante alsaziano. Poggia sul tavolo vino e cioccolatini, e saluta tutti cordialmente, addentando di tanto in tanto il suo pomodoro. T è una persona meravigliosa, di straordinaria tenerezza. Ama veramente tutti, ogni essere vivente è oggetto della sua benevolenza, con la trascurabile eccezione dei Lorenesi, che invece detesta. Come credo dicesse Musatti, la guerra più desiderata è la guerra civile. Il barbaro che invade i sacri confini della Patria, vabbè, se si deve proprio, lo si combatterà: ma chi non ha mai sognato di accoppare il proprio vicino di casa sotto il pretesto che è papista, o ugonotto, o nero, o del pidielle, o comunista, o semplicemente – come diceva mia nonna – perché l’è di di là d’Arno?

Pomeriggio libero, chi legge, chi nuota, chi si riposa. Accanto a me dorme della quarta un sacerdote cattolico siciliano, pG. Ci vediamo la sera per la messa. Rav G arriva avvolto in una amplissima kandura marrone, e ora sembra veramente un grande vascello trionfalmente veleggiante. Sia il pastore che il rabbino partecipano attivamente alla messa cattolica, il primo leggendo le letture, il secondo cantando il Padre Nostro, con una voce meravigliosa, in dolci-aspri melismi aramaici. “Oh, il Padre Nostro, una preghiera ebrea al 100%” commenta fieramente.

E’ calata la sera, quindi è terminato il digiuno, si può dunque mangiare, e altroché se lo si fa. Parlando di uno dei miei poeti preferiti – Yehuda Amichai – vengo a sapere da rav G che naturalmente è anche poeta. “Poesia sefardita in rima e metrica, molto difficile da comporre. Saremo rimasti in cinque o sei al mondo a saperla fare”. E ve ne è di tradotta in lingue occidentali? “Oh no, una lingua occidentale non è in grado di accogliere la profondità di senso delle parole ebraiche. Per ognuna di esse occorrerebbe dare cinque o sei significati” Come la luce attraverso un prisma, commento. “Esattamente. Forse potrebbe essere tradotta in cinese.” Sai il cinese? “No.” Questa è una notizia. JM parla della sua esperienza zen, e del suo Maestro, alcune delle cui calligrafie sono appese alle pareti della casa. Rav G prende la palla al balzo, e dice che è anche calligrafo, che la calligrafia araba e ebraica hanno una grande tradizione, in nulla inferiore a quella cinese e giapponese. “Certo, c’è una differenza fondamentale: nel bacino del Mediterraneo si usa il calamo, in estremo oriente il pennello)”. Ah.

Tempo di andare a dormire. Con grande gentilezza, rav G chiede a T di portare anche la sua valigia. Allo sguardo interrogativo di tutti, risponde sorridendo: “E’ finito il digiuno di Ramadan, ma è iniziato Shabbat! Non posso portare alcun peso. Anzi, a questo proposito, a che ora cominciamo domani? Perché lo Shabbat prevede un sonno supplementare. Non è che si possa dormire di più: si deve dormire di più. Ed è un sonno mistico, generalmente pieno di sogni, di visioni, di intuizioni…”. Fuori il cielo è pieno di stelle. A notte fonda, però, si scatenerà un temporale.

Il giorno dopo arrivano tutti. S, D, la carissima C (antica Maestra), l’incantevole MC, la misteriosa AH, con i dreadlocks avvolti da un turbante che le conferisce un profilo egizio, G, fragoroso e simpaticissimo libanese, G il francescano, M lo spagnolo esperto di satelliti artificiali, il generosissimo e gigantesco S, che è esattamente come uno si immaginerebbe un guerriero musulmano dei primi tempi, un califfo di quelli con al fianco la spada Dhulfikar, P e soprattutto J.

J ha il volto severo e dolce come i santi delle vetrate di Chartres. E’ impassibile, ma come luminoso dall’interno. Rende spirituale praticamente ogni cosa che fa, dal mangiare a lavare i piatti. Raramente ho visto una persona fare la vaisselle come la fa lui. JM chiede a J se può far qualcosa per la mia schiena, e J – che è un osteopata professionista – immediatamente si dichiara disponibile. Il trattamento dura circa una mezz’ora. Con lievissimi movimenti J mette il mio corpo in equilibrio. Poi tocca delicatamente alcuni punti della mia colonna vertebrale, ascoltandola: sembra un musicista che accordi uno strumento musicale: la medesima attitudine di paziente precisione di un liutaio. Sento che respira profondamente e lentamente. A volte il tocco si fa più deciso e forte. In qualche modo, non è solo il corpo, è l’anima ad essere toccata e curata. Il corpoanimaspirito. La cura ti restituisce la totalità di te, ti ricompone. Il primo obiettivo non è il tuo dolore fisico, è il tuo essere-a-pezzi ontologico.  Ne esco con il mal di schiena ancora presente, forse leggermente migliorato, ma con un approccio al dolore completamente diverso. Tanto da pensare che la malattia ti sia data perché chiama il guaritore, che il conflitto ti sia dato perché chiama il mediatore, che la colpa ti sia data perché chiama il redentore, e perché la guarigione è una condizione più bella della salute. Beati coloro che hanno il mal di schiena, perché incontreranno J…

Ci sarebbero da dire tante cose dette. Cose dette, pensate, condivise, in questo castello senza mura, dietro a questo portale romanico e massiccio che si leva nella campagna, sotto un cielo incredibilmente vasto e in perenne movimento, come un tori giapponese in mezzo all’oceano. Il compito di questo blog però non è di esporre contenuti, ma di mostrare intravisioni, squarci, tagli nella tela del reale-banale.


Allora dirò piuttosto del rabbino e del musulmano che si levano alle quattro del mattino e fanno colazione assieme prima di iniziare il ramadan; delle benedizioni sul vino e sul pane in una lingua arcaica, rauca e dolce assieme; del colloquio con S, che mi spiega come il Corano sia un immenso koan, e si appassiona, e parla e parla e parla per un’ora e io so che non può bere perché digiuna e non potrà per molte altre ore, e ricevo ogni parola come un dono; delle risate e delle lacrime, di una pace che ci possedeva senza essere da noi posseduta, di un’eccedenza di bene che tutti percepivamo senza poterla definire.

Soprattutto dirò di una cena. Anzi non potrò dire, perché il gusto appartiene all’indicibile, e come si fa a spiegare la freschezza vivificante e in un certo senso terribile del tabbouleh preparato da G? Ci si può sentire indegni di un cibo? Come si fa a spiegare il buon vino, le courgettes ricolme di ogni sapore? Il Vijnanabhairava Tantra canta: jagdhipānaktollāsarasānandavijmbhaāt bhāvayed bharitāvasthā mahānandas tato brave, ossia: Nel momento dell’ebbrezza e della dilatazione dell’anima causata da cibi e bevande delicate, sii tutto in questa delizia, e, attraverso di essa, gusta la suprema beatitudine.
E il tè, preparato e anzi offerto da S in un modo straordinario, da S che poi non lo avrebbe bevuto,, affondando menta rugiadosa e appena colta nella teiera e facendolo passare e ripassare con gesti magnifici in una coppa piena di zucchero, ah il tè che ho bevuto in questa occasione si classifica senza alcun dubbio tra i dieci tè più intensi e buoni  della mia vita.

Se il Paradiso c’è, come dicono, non potrà essere tanto differente da così. Anticipazione degli eschata: ecco la cifra di queste giornate piene di luce. Ecco perché il Cristo li paragona a un banchetto.

Se ne vanno tutti, uno dopo l’altro, con silenziosa affettuosità e con un certo pudore. Il distacco non è semplice e va abbreviato e reso sobrio. Rimaniamo soli, JM, pG e io. Ci viene donato all’improvviso un clamoroso arcobaleno, un arcobaleno a pieno semicerchio, un’iride eccelsa e nitidissima, stagliata su nuvole ardesia, un arcobaleno, anzi due, celebrazione cosmica di un’alleanza divinoumana.


JM osserva silenziosa il grandioso spettacolo. Congiunge le mani con le palme rivolte verso l’altro. Chiude gli occhi. Merci, dice. Ma subito aggiunge: C’est trop.

giovedì 11 luglio 2013

Going Home - Leonard Cohen a Lucca

Quando il fotone che ha fatto reagire il mio nervo ottico alle 22.56 di martedì sera ha iniziato la sua cavalcata attraverso lo spazio cosmico, essendo stato rilasciato da Arturo (il custode dell’Orsa, l’innalzarsi della Lancia, il guardiano dei Cieli, il grande Corno, l’eterno Viandante, la Perla, la Gemma, il grano di Corallo), da Arturo insomma (stella gigante rossa di tipo spettrale K1 III), da Arturo (della costellazione di Boote ossia Colui che grida), da Arturo (che sola riusciva a trafiggere il cielo impastato di grigi e di gialli e di azzurri artificiali e a mostrarsi a sinistra in alto del palco dove – a Lucca – suonava e cantava Leonard Cohen), da Arturo (che mi ha fatto compagnia per tutto il tempo brillando debolmente alle spalle del Maestro), ebbene quando questo fotone è partito io avevo 15 anni, ed era il 1977, e andavo a scuola al Liceo Castelnuovo in via La Farina, con le camionette della celere schierate, e i fascisti coi dobermann, e mio fratello con l’eskimo innocente e la moto da cross. Quando il gemellino di quel fotone è partito  – con karma assai migliore –  per concludere la sua corsa a trecentomila kilometri al secondo inoltrandosi negli occhi azzurrochiaro della mia amica A (che era vicino a me ieri sera), lei invece non era neppure nata, ancora ci volevano tre anni, pensa. E il fotone di G, amico incontrato per sincronicità nella folla, ha valicato i 36 anni luce verso un allora venticinquenne. Perché c’erano tutte le età rappresentante nella piazza. E Leonard Cohen , di anni, ne aveva 43 quando è scoccato il suo fotone, perché certamente l’ha vista anche lui, la stella, ieri sera, anche se non proprio alle 22.56.

Star. Il mio analista domanda: “è una Star?”. “Arturo?” “No, il musicista”. Si scusa, non lo conosce, dice che conosce solo la musica colta, l’improvvido, e mette la ciliegina sulla torta chiedendomi se sia nero. “Cohen” – rispondo irritato – “kohanita, discendente d’Aronne, pura stirpe sacerdotale. Non è impossibile che un Cohen sia nero, ma è piuttosto improbabile, che ne dice?” Cohen, cantautore canadese, ebreo, monaco zen, innamorato, dolente, struggente, voce buia e calda, voce da canto cadenzato di sutra e da malinconia alcolica, occhio limpido, tratto gentile. Leonard Cohen. Ieri sera a Lucca

Decido di andarci all’ultimo momento. C non può, ingarbugliata nella didattica, P sogna montagne anche se non ci va, D preferisce i koan al Cohen, mentre F ha due bimbe esigenti. Solo A. Si tratta di andare tre ore di macchina a sud, stare al concerto, e ritornare con tre ore di macchina a nord. Ma la vita di A è sufficientemente scorniciata per accogliere l’imprevedibile. Accetta con entusiasmo. Ma dopo che abbiamo deciso e ci siamo dati l’appuntamento, cadiamo fra le braccia dell’onnireggente e nota legge per cui if anything can go wrong, it will. Cascina Gobba – parcheggio multipiano – è un a testa di Gorgone, un groviglio di strade viperine che sono certo si muovano per disorientare chi le percorre. La tangenziale est invece è un enorme boa d’acciaio, immobile al sole come se digerisse una mucca. Da Fiorenzuola a Parma quindici kilometri di coda in aumento. Li aggiriamo attraversando stradine campestri e guareschiane, a sud del grande fiume. Ma il tempo passa, il cronos non la dà mica mai vinta al kairos. Il concerto è alle 21, e alle 20.30 siamo ancora all’inizio della Cisa. Anche qui ostacoli continui, trasporti eccezionali, cantieri che si materializzano all’improvviso senza nessuno che ci lavori dentro, persino un’inquietante avviso: segnalato animale in carreggiata. Di che animale si tratterà? Non lo sapremo. Gli dèi sembrano contrari al nostro viaggio.

“Non avete fatto come l’antico Romano di Freud”, commenta l’analista. “No” rispondo. Conosco il riferimento a Psicopatologia della vita quotidiana: “Nella nostra concezione moderna del mondo ―concezione scientifica non ancora definitivamente conclusa― la superstizione è un po' fuori luogo; mentre era ammessa nella concezione di epoche prescientifiche, poiché ne era un complemento logico. Aveva dunque relativamente ragione l'antico Romano, che rinunciava ad un progetto importante perché il volo degli uccelli era sfavorevole; agiva in modo conforme alle sue premesse. E se rinunciava al suo progetto perché aveva inciampato sulla soglia della sua porta, si rivelava superiore a noi increduli, si rivelava miglior psicologo di noi. Il fatto d'inciampare denotava l'esistenza di un dubbio, di un'opposizione interiore a questo progetto, la cui forza poteva annullare quella della sua intenzione al momento della realizzazione. In effetti si può essere sicuri del successo completo solo quando tutte le energie psichiche tendono al fine desiderato”.” Avete fatto come l’uomo moderno”, insiste. “No” correggo io, “semmai come l’eroe tragico”. Siamo andati incontro alla nostra sorte, pur sapendo della contrarietà degli dèi. Abbiamo carpito caparbiamente loro un frammento di Bellezza di cui tanto sono gelosi, perché la vogliono solo per sé. Abbiamo loro strappato ein erworbenes Wort, reines, den gelben und blaun Enzian, una parola appresa, pura, la genziana gialla e blu di Rilke. Testardamente siamo andati a prendergliela per portarla nelle irrevocabili storie della nostra vita. L’analista è poco convinto: “Da cosa vi proteggevano gli dèi?”.

Chi lo sa. Ma A ha nelle mani il Libro del desiderio di Leonard Cohen, e come da un breviario ne estrae ad alta voce dei salmi poetici. Per esempio:
Perdonatemi, signori e signore,
se non mi concepisco
come la malattia.
Perdonatemi se ricevo lo Spirito Santo
senza mettervene al corrente.
Perdonatemi
Commissari dell’Occidente,
se pensate che io
non abbia sofferto abbastanza.

Quando arriviamo alla piazza, Leonard Cohen ha il cappello in mano e sta salutando uno per uno i musicisti della band e le tre vocalist, Sarah Robertson, le Webb Sisters con arpa trobadorica a tracolla e chitarra acustica, Roscoe Beck al basso, Neil Larsen alle tastiere, Javier Mas alla bandurria, Rafael Gayol alle percussioni, Mitch Watkins alla chitarra, Alexandru Bublitchi al violino, Mike Scoble all’armonica. Oddio è già finito tutto. Anche se fosse, quel cappello in mano, quell’inchino, basterebbero. Ma no, solo la prima parte.

Anche se non è da poco essersi persi Dance me to the End of Love. Di Lover Lover Lover, in cui Cohen sembra non voler ‘prender parte’ al conflitto israeliano-palestinese, anche se le sue parole vogliono stendersi come uno scudo contro il nemico (And may the spirit of this song, / May it rise up pure and free. / May it be a shield for you, / A shield against the enemy) sentiamo solo le ultime note.

Prendiamo posto, se posto si può dire, in fondo alla piazza, ma piuttosto centrali. Lieve odore di birra. Alle spalle un gruppo di ululanti, che oltre ad applaudire si sentono chiamati a fare ogni volta wooo wooo wooo. Se gli piace così. Fatto sta che dopo poco A cambia posto, optando per una visione laterale. Io rimango centrale. Il palco è abbastanza lontano, ci sono due maxischermi e una regia abbastanza intelligente. E c’è una ragazza tre o quattro file più avanti, di cui non riuscirò a vedere il volto, che danza molto armoniosamente nel minimo spazio di cui dispone.

Si ricomincia con Suzanne. Poi Chelsea Hotel (versione acustica), Sisters of Mercy, poi altre bellissime che non ricordo, la pelle d’oca (letterale, fisica, intendo – wikiparlando – proprio la orripilazione, ossia “quando i piccoli fasci muscolari alla base di ogni pelo, noti come muscoli erettori del pelo, si contraggono e tirano i peli fino a far assumere loro una posizione eretta, il riflesso essendo avviato dal sistema nervoso simpatico, che è responsabile di molte risposte attacco-fuga”) la pelle d’oca di I’m your Man, un Hallelujah combinato tra versione di Cohen e versione di Buckley che tento di far sentire via telefono a C, e il finale danzante di Take this Waltz.

Seguono ben sette encores, tra cui forse la più bella e la più nuova, Going Home, che provo a tradurre “Mi piace parlare con Leonard / è uno sportivo e un pastore / è un pigro bastardo che vive in una giacca // Però dà voce a quello che gli dico / anche se non gli è gradito / il fatto è che non ha la libertà / di rifiutare // Dirà queste parole di saggezza / come un saggio, un visionario / anche se sa che non è nient'alro / che l'artefatto di uno schermo // Andare a casa, senza il mio dolore / Andare a casa, in qualche domani / Dove si sta meglio di prima // Andare a casa, libero dal mio fardello / Andare a casa, dietro il sipario / Andare a casa, senza il costume che indossavo // Vuole scrivere una canzone d'amore / Un inno al perdono / Un manuale per sopravvivere alle sconfitte // Un pianto più alto del dolore / Un sacrificio che possa riparare / Ma non è questo ciò che io voglio che porti a termine // Voglio invece che sia certo / di non avere alcun fardello / di non aver bisogno di alcuna visione // e che soltanto gli è concesso / di fare la mia immediata scommessa / ossia dire quel che gli ho detto di ripetere/ / Andare a casa, senza il mio dolore / Andare a casa, in qualche domani / Dove si sta meglio di prima // Andare a casa, libero dal mio fardello / Andare a casa, dietro il sipario / Andare a casa, senza il costume che indossavo // Mi piace parlare con Leonard / è uno sportivo e un pastore / è un pigro bastardo che vive in una giacca

Leonard, lo sportivo, il pastore, il pigro bastardo in giacca e cravatta, si toglie il cappello e ringrazia ancora uno ad uno i suoi musicisti. Poi si inginocchia sul palco, deponendo a terra il suo cappello. God bless you all – dice – you were so kind to be here tonight. Si alza, giunge le mani, e si inchina in un perfetto gassho. Infine se ne va danzando leggermente (come un folletto, dice A). Going Home. Ecco, va bene, ci sono state le canzoni, la musica, le parole, e A, e la ragazza danzante, e perfino Arturo. Ma questa lezione sul commiato, sul congedo, sulla morte, questa lezione silenziosa è un dono indimenticabile. Andar via così. Poter andar via dal mondo così. Con una benedizione, un inginocchiamento, un inchino zen, una piccola danza. Spero che Cohen mi venga in mente quando dovrò andare a casa, mi dia un briciolo di quell’eleganza, di quello stile.

C’è un Ordine molto esoterico, molto segreto, tanto che non si sa chi ne fa parte e per quanto, e magari alcuni pensano di essere dentro e sono fuori, e altri non lo conoscono neppure ma ne sono Priori, Commendatori, Ufficiali, Gran Maestri, magari solo per lo spazio di un canto, di un pianto. Order of the Unified Heart. Leonard Cohen lo ha fondato, disegnandone il sigillo, che è nient’altro che il Magen Dawid, ma con le basi dei due triangoli piegate per dare loro la forma delle curve del cuore. Due cuori intrecciati, uniti, unificati.

Perché si può essere monaci (cioè unificati) massacrati, ammaccati, straziati dall’amore e dal dolore, monaci che prendono il prozac, monaci che tentano magari il suicidio, monaci che piangono, monaci che si rasano il cranio, e che la sola cosa di cui non hanno bisogno è un pettine, perché di tutto il resto hanno bisogno. E con tutto questo monaci. Monaci senza pace.

Mi inchino a te, Rabbi Leonard Cohen, Leonard Jikan (il silenzioso) Cohen Roshi, mi inchino a te, Maestro. Grazie per questa sera.

“Freud condannava sia l’ebraismo che il cristianesimo, ma riteneva comunque l’ebraismo superiore, in quanto più conforme alla ragione” commenta l’analista. “Non dimentichiamo che il saggio su Mosè l’ha scritto nel ‘37”. Lo lascio senza una parola, e senza toccarlo, l’analista non si tocca per definizione. E lui torna a sedersi presso il ritratto del suo Maestro spietato e inquietante, corrucciato, con un sigaro fra le mani.



mercoledì 3 luglio 2013

Villacamilla


Villacamilla, io, non l’ho vista tutta. Ne ho visto e attraversato per qualche ora il cuore, che è la Casa, e ne ho conosciuto la mente e l’anima, che è Sara. Ma non ho visto il suo corpo, le sue membra forti, e fragranti, e antiche, e vaste. Perché non ho avuto il tempo. Per esplorarle ci vuole infatti un tempo breve- che forse un giorno mi prenderò- e un tempo lungo – che forse sfortunatamente non avrò mai. Il tempo breve è di mezza giornata – in jeep, ammonisce Sara – perché appunto, Villacamilla è tanto grande, e i suoi boschi salgono tanto in alto fin quasi al monte Giovi - dal nome che più romano non si può - e i suoi uliveti e le sue vigne scendono tanto in basso, fin quasi al torrente Argomenna - dal nome che più etrusco non si può -. Il tempo lungo ha a che fare con le stagioni, con i giorni e le notti e il loro rapido o lento variare: andrebbe visto, il corpo di Villacamilla, nella solitudine di qualche inverno piovoso e noioso, nel palpitare di attesa di qualche primavera, andrebbe visto quando niente succede se non l’accadere incessante del Tutto. Andrebbe visto assieme a Sara e ai suoi uomini, gente che lo conosce con i piedi, le mani, gli occhi e il cervello, che lo rispetta e che non gli fa sconti, come lui non li fa a loro. Andrebbe visto sapendo le sue parole, sapendo cos’è una marza per esempio, o cosa significa gramolazione.

Villacamilla è il frutto di un uomo che la sperò, la sognò, la immaginò, la pensò e la volle, di un uomo a cui - come a Mosè - non fu concesso però di entrare nella sua terra promessa e che – secondo quanto ricorda il Talmud – con un dolorosissimo bacio fu preso da D-o sul confine, sulla soglia, quando già essa si intravedeva.
Villacamilla è la storia di una donna che raccolse questa visione e la generò nell’audacia e nella speranza, mobilitando chissà da dove energie esistenziali e di pensiero, sprigionando un’energia delicata e indomabile.

Perché quando Sara racconta queste cose – ed è scesa la sera, e si è seduti al fresco davanti alla casa, poggiati alle balaustre di pietra, dopo aver gustato olio e vino e pane e miele e formaggio, e un glicine antico, miracolosamente sfuggito a un anno in cui il sole voleva proprio bruciarlo, distilla dall’alto i suoi aromi - quando Sara si ferma un attimo e ti racconta queste cose, sembra che sia stato tutto sommato facile. Nessuna enfasi, non si sprecano parole, mica si nasce bergamaschi a caso. Io accendo con le parole il fuoco del mio ricordo, ma Sara ne sorriderebbe. Per lei è così: si lotta con l’Angelo fino a che non spunta il sole, ci si sloga l’anca, si riceve una benedizione e un nuovo destino, ma la mattina si torna al lavoro come sempre. Solo, rimane qualcosa da raccontare una sera d’estate a qualche amico, strizzando l’occhio e lasciando capire che si pensa già altro, si pensa già oltre. Sembra tutto semplice, tutto lineare, sentendo Sara. Ma il toscano che sono io, li conosce, i toscani. Non fa fatica a immaginarsi la loro resistenza, il loro amaro sarcasmo, il loro spietato disincanto, il loro occhio svalutante, la loro livorosa invidia, la loro nodosità d’anima che non cede nulla a quella degli olivi. Con tutto questo - e forse con peggio ancora - Sara ha avuto a che fare, certamente, anche se lei non ne parla, e anzi ti dice proprio l’opposto, e cioè che ama questo luogo e questa gente e che si sente di aver trovato quel posto da dove non si vorrebbe più tornare.

E sforziamolo ancora, il paragone, che D-o non se la prende, e pazienza se qualche volta si eccede, mi si sfotterà, non me ne duole. Tanto ho già cominciato, ormai non ho che da finir l’opera: e in fondo Sara è un nome che si presta. L’ Argomenna non somiglia a un Giordano che è stato attraversato? I poderi si chiamano Capanno, Peretola, ma potrebbero chiamarsi Dan o Efraim o Zabulon o Neftali. La Casa una Gerusalemme, cittadella sacra – e quindi ospitale; un tempo Torre, ora, caduta la torre, accoglienza. Sara venuta da lontano anzitutto si mette ad ascoltare. Ascoltare è riconsacrare, perché ascoltare è dare la parola al dio delle pietre e delle acque, degli alberi e delle rocce e degli animali, e quindi rimette in moto il processo rivelativo.
Sara ascolta, per esempio, la Casa. E cosa dice la Casa? Cosa ti ha svelato? chiede l’impertinente che sono. E’ una casa silenziosa – risponde Sara – accogliente. Non ci sono rumori. Vuol dire che non è abitata da quegli incubi buzzatiani che spesso – quando non si installano nei ruderi di torri leggendarie, nelle cappelle sperdute tra le selve, sulle scogliere solitarie che il mare batte e batte - si trovano bene in certe case abbandonate, e le fanno pulsare di inquietudine.  Ma aveva bisogno di essere scaldata, aggiunge Sara. Penso al grande camino di pietra che domina il salone principale. Lo penso pieno di ceppi crepitanti. Non sono sulla buona strada. Si parla di un diverso calore, che ha a che fare con il crepitare della bellezza e del significato.
Sara ascolta, per esempio, la terra. Se ne prende cura. Salva dove si può salvare, innova dove invece si deve innovare. Sperimenta, anche coraggiosamente, perché altrimenti tradirebbe la tradizione. La terra, ascoltata, comincia a lasciar scorrere latte e miele, vino e olio, i meravigliosi frutti di Villacamilla, la metà dei quali oltrepassa il vasto mare per andare ad accendere i sensi di qualche americano, che improvvisamente si struggerà di desiderio per un bene che forse non conosce, e resterà lì, stupito, a guardare la bottiglietta di olio color verde cupo sulla sua tovaglietta accanto al ketchup, e a chiedersi cosa sia successo, quali siano le ragioni di quello strano sentimento che l’ha preso.

Villacamilla, intendo la Casa, ti accoglie e in pochi istanti ti senti a casa. Ti dà un letto che ti farà dormir bene, in stanze spaziose e dotate di personalità spiccate, imprevedibili, come antiche giovanette gozzaniane. Ti nutre di cose buonissime, che risvegliano dentro una beatitudine più profonda. Ti consente di esser fuori restando dentro, con finestre-quadri che non stancano di meraviglia. Ti consente di rimaner dentro pur trovandoti fuori, tanto nitida è la corrispondenza tra le forme dell’esterno e dell’interno, tanto armonico il risultato dei saggi costruttori. Ti lascia andar via senza fronzoli: mica le dispiace che tu vada, ha del lavoro da fare fin da stasera, e non le importa se ti ritrovi a chiederti in quale quadro manierista hai visto quel focolare col cagnolino bretone bianco, nero e fulvo. Fatti tuoi: Villacamilla ti riceve con piacere, eleganza, con buone e affettuose maniere, ma ha i campi e le vigne e i boschi e gli animali da accudire.

Villacamilla non l'ho conosciuta. Ci vorrebbe un tempo che non ho. Villacamilla però l’ho incontrata, come quando sul treno – dove sto scrivendo adesso – incontri una persona, e ci parli tre minuti, e ti sembra stranamente di sapere tanto di lei, ti sembra di intuirla, e ci ripensi la sera, e il giorno dopo, e ti rimane poi sempre un punto luminoso di bellezza all’altezza del cuore. E una nostalgia per qualcosa che ti chiama dal futuro.

lunedì 17 giugno 2013

Episozomene: quando muori non morire - Michele Gazich a Brescia

Si va per le vie di Brescia a piedi, in una sera quieta, mite e bella. La luna è appena una falce, è come forse il Profeta avrebbe amato contemplare nei suoi deserti, braccato com’era da Dio e da Jibrail il falco divino, che gli ingiungevano di leggere, e lui non respirava, ecome un ebbro e un folle udiva l’insegnamento delle rocce e degli alberi, e correva da Kadija la sposa dicendole ‘Coprimi, nascondimi!’, e lei pietosa lo copriva, ma nessun mantello vela dallo Sguardo implacabile.
La luna è proprio un taglio nel cielo, questa notte, o forse è solo la tua palpebra richiusa.
La contrada del Carmine è allegra e accogliente, pur con le sue ombre e i suoi dolori; un parrucchiere cinese tiene aperto il negozio mentre scende il buio, e i clienti sorridono e parlano forte.
Penso a come sarà bello, nel chiostro di san Giovanni, vedere la luna. Magari mentre Michele canterà la sua ultima canzone, che a un certo punto la nomina.

Un concerto di Michele Gazich non è mai stato, per me, un concerto. Dire però che cosa sia, non so bene. Un attraversamento. Una trasformazione. Una cosa per cui non sei quello di prima, dopo. Una lotta con l’angelo. Un’iniziazione. Non so. Un cammino. Un turno di guardia.

Oh, non sarà nel chiostro che Michele suonerà, ma nel teatro adiacente, quindi niente luna o quadrilateri di notte lucente: invece un sipario chiuso e poltroncine di velluto. Lo sciamano, ruvidamente, gentilmente, intende infatti condurci nel buio. Del resto era previsto: al buio la musica è più forte. La falcetta di luna sul chiostro darebbe troppa luce, troppa consolazione: la trasmutazione non si compirebbe. La pellicola dell’anima esige la camera oscura per mostrare le immagini. Di buon grado, chinando il capo – che però aveva sete di stelle - mi siedo. Ecco, si inizia

Con un tragico eccesso inizia Michele.
[Amore, Amore! O Amore, che non sei né amato né conosciuto! O anime create d'amore, e per amore, perché non amate l'Amore? gridava Maddalena de’Pazzi, suonando a fuoco d'amore le campane del convento. Non si fermava finché - fintamente, dolcemente, per farla smettere di piangere, per arginare l’intollerabile teopatia - tutti glielo promettevano. In tali eccessi, accendeva scrive suor Costanza, sua consorella.] Con un tragico eccesso inizia Michele: Perché la vita non vive?

Michele ci conduce nel buio profondo, nel cuore dolente della guerra civile. Ma ha sempre e comunque a che fare con gli angeli. Tanto da contribuire a ricostruirne la casa, a L’Aquila, santa Maria degli Angeli. Un altro violinista – ma il suo violino consisteva in due pezzi di legno sfregati fra loro – restaurò una casa degli angeli sulla piana d’Assisi.

Gli angeli, dunque: ma chi li immagina esangui, decorati d’ali dalle sfumature pastello, non ha davvero idea. Non conosce colui che con la spada fiammeggiante protegge i Progenitori da un tragico e impossibile ritorno edenico. Non sa dello sterminatore dei primogeniti, fermato solo dal sangue sugli stipiti, prima e unica vera mezuzah. Non comprende i ruggenti cherubini effigiati sull'Arca, gli angeli, gli arcangeli, le dominazioni, i troni, i principati, le potestà, le virtù, le schiere eterne, i cherubini dai molti occhi, i serafini dalle sei ali, che con due si coprono i piedi, con due la testa e con due volano, e che dicono insieme a mille migliaia di arcangeli e a diecimila miriadi di angeli, con voci che non cessano e mai tacciono: Santo, santo santo il Signore delle schiere. E soprattutto non vede colui che piombò ad ali chiuse sulla giovinetta di Nazareth, ghermendola d'ombra per l'Altissimo che la voleva, per sé la voleva, per tutti, per il cosmo la voleva.

Jeder Engel ist schrecklich.  Sono gli angeli forti di Israele quelli che conversano nel buio con Michele - nome anch'esso d'arcangelo - e col suo violino dalla cui cavigliera pende argenteo il Magen Dawid. Sono gli angeli che frequentano i deserti e le città solitarie di Giuda, che chiedono ospitalità avvolti dalla polvere, e Michele è un po’ come loro, ha un corpo forte e solido, tutto il contrario di un folletto branduardiano, e quando suona s'incurva e conficca i piedi a terra come chiodi nel legno. I suoi sono angeli di fronte ai quali siamo noi gli evanescenti. Ecco perché non sono fuori luogo laddove si impiccano i poeti, pronti a introdurli nella grandezza che li attende; o presso il pont Mirabeau nell’aprile del ’70, dove un imperdonabile ha bevuto il suo ultimo latte nero dell’alba; o in una piazza vicina, così vicina, tanto vicina che Michele può mostrarla a dito .

C dice che Michele ha due voci, che raramente si sovrappongono: la prima è propriamente la sua, generata dalle sue corde vocali, e che è come i lini usati con i quali Péguy immagina gli angeli tergere le piaghe del crocifisso (Avec du linge bien fin. De lin. Mais un peu usagé. Parce que c'est plus doux); la seconda è urlo, furia, passione, ed è consegnata alle corde tese del violino. Come se la voce di parole arrivasse fino a un punto, e poi dovesse dare la parola a quel grido che non ha ortografia.
A me sembra invece che l'archetto sia brandito come un coltello sacrificale, teso verso l'alto, mentre tiene fra le braccia il piccolo violino Isacco, e a un tratto il pugnale cade - non essendo stata presentata alcuna vittima vicaria - e fra Isacco e il coltello c'è il cuore di Abramo, che immancabilmente viene trafitto e sanguina e muore, quasi muore. Ma.

Nel punto più buio della notte anche Michele sente che c’è bisogno di respiro. La parola e la musica è offerta agli amanti (e come sempre agli angeli). Francesca e Marco sono mediatori efficacissimi e silenziosi, arde però il loro sguardo al pari dei loro suoni, ardono i loro gesti di delicatezza e di forza. Per un attimo penso (e forse spero) che al termine della custodia in nocte Michele voglia deporci fra le mani un grano di luce. Non accade, non siamo nel chiostro alla luce consolante della luna crescente. Si termina con un eccesso: quando muori, non morire.


Perché la vita non vive? Quando muori non morire. I due eccessi formano un’inclusione: all’interno la bellezza e lo strazio, l’amore e la vertigine, il pianto e il canto. Fuori la notte è tiepida, e il ritorno come un volo. Per i cristiani d’oriente è la vigilia dell’Episozomene, quando il Teantropo ascendendo al cielo penetrò fino alle radici dell’Essere. Ecco cos’era il concerto di Michele, ora lo so: una liturgia.

mercoledì 5 giugno 2013

Pastis Casanis, Vence, Matisse

Il terzo giro (o vira), doppio, di Pastis è stato col Casanis, che è noto per essere prodotto con la lenta distillazione dell'anice verde, oltre che dell'anice stellato. Alcuni lo definiscono l'essenza dell'estate, ciò che sta al gusto come il suono delle cicale sta all'udito. Lo abbiamo preso a Vence.

Vence è "troppo bella", il che significa che non può più essere bella e che dovrà fare la fine di Firenze (su di essa il fuoco e la consumazione divina). Quando l'incanto diventa eccessivo se ne va, lasciando al suo posto un inquietante Doppelgaenger che gode a prostituirsi coi turisti, pochi e buoni nel caso di Vence, molti e pessimi nel caso di Firenze (s.d.e.f.c.d), ma che rischia di ingannare anche occhi più smaliziati. Non quelli del musicista, che rapidamente individua per noi forse l'ultimo bistrot risparmiato dal contagio, anche se preferirebbe condurci in un nonluogo da agenti di commercio, e oh come lo capisco. Al tavolino ordiniamo il Casanis, che la simpatica cameriera pronuncia casànsz, e che evidentemente ha un colore che vira più decisamente verso il verde.

La mattina ci aveva visto a messa nella cappella di Santa Maria del Rosario di Matisse.

E qui c'è una storia di un uomo e di una donna, e come non potrebbe esserci, all'origine di una bellezza così commovente. Dunque: l'uomo è Matisse, la donna è Monique. Matisse era stato operato per un tumore all'intestino e si prese pertanto un'infermiera, appunto Monique, la quale era bella di una bellezza strana, non classica ma viva. Chi può dire, se non quelli che lo sanno per esperienza, il grado di intimità che chi dà cura e chi la riceve raggiungono nelle notti di dolore, di veglia, di imbarazzo, di abbandono, di coraggio, di guarigione? Fatto è che Matisse - ormai settantenne - chiede a Monique di fargli da modella. Lei è L'idole e anche il soggetto di La robe verte et les Oranges. Nel frattempo continua a fare gli studi infermieristici. A un certo punto, la voce dell'Irresistibilmente Affascinante la chiama, e la strappa al Genio. Entra fra le claustrali domenicane senza dirlo al Maestro, che quando viene a saperlo, per mesi, non riesce più a lavorare. Qualcosa di immensamente grande aveva rapito a Pigmalione il suo Idole di carne e l'aveva preso per sé: ora è suor Jacques-Marie. Poco a poco il Genio piega la testa, la va a incontrare in monastero, le chiede di girare su se stessa per ritrovarla da ogni lato. Scriverà poi: "Ho appena ricevuto la visita della mia religiosa, quella che ha posato per il quadro chiamato “L'idolo”. E' una domenicana, è sempre una persona magnifica. Noi chiacchieriamo delle cose e degli altri con un certo tono, ci punzecchiamo dolcemente. Quando se n'è andata, Madame Lydia (Delectorskaya, la segretaria di Matisse) mi ha detto di essere sorpresa dal nostro modo di conversare. Io so cos'è che la colpisce: è che si avverte una certa tenerezza, anche inconsapevole. Io ho sintetizzato ciò che pensa Lydia dicendo che si tratta di una sorta di flirt , a me piacerebbe scrivere fleurt , perché è un po' come se noi ci lanciassimo l'un l'altro dei fiori sul viso, dei petali di rose. E perché no? Niente vieta questa tenerezza che fa a meno delle parole e che va oltre le parole. 
Se ne va in cielo una consorella sacrestana, di nome Suor Jeanne, che aveva sempre voluto una nuova cappella. "Non lo avuta in vita, quando sarò lassù mi metterò all'opera e l'avrete ben presto!" sussurra da cospiratrice, nell'agonia, a Suor Jacques-Marie. Vegliando il suo corpo fra i ceri, sgranando il rosario fra le mani, la stessa notte, Suor Jacques-Marie viene attraversata da un'idea che le mozza il fiato. Matisse accetta. Inizia il grande progetto, che subito si confronta con gli ostacoli oggettivi, la tradizionale miopia ecclesiastica, e lo sguardo pruriginoso del mondo (Vogue pubblica fotografie di Matisse in atteggiamento romantico con la sua modella, Match titola "Matisse sacrifica 800 milioni per Suor Jacques"). Ma si muovono anche altre forze, per esempio l'infaticabile patron dell'incontro tra arte contemporanea e arte sacra, il domenicano Marie-Alain Coutourier. La costruzione va avanti. Matisse vuole tutto perfetto, fino al minimo particolare: disegna di sua mano i paramenti, la guglia, la campana, il confessionale, il crocifisso. Scrive Testori : "Vetrate, pianete, pissidi: fece tutto lui. E pensare che in quegli anni era ormai immobile, e non poteva più usare nemmeno le mani. Allora disegnava su fogli colorati, rossi, azzurri, servendosi di un gran bastone, e poi, sempre con un bastone, li tagliava e li incollava. Verso la fine della vita, poi, smise anche il colore. Forse scoprì che il suo grande sogno era sempre stato la vetrata, ossia il colore, ma, insieme, qualcosa che oltrepassa il colore: la concentrazione della luce. Una concentrazione che diviene fulgore". Quando sta male, alla suora viene dato il permesso di uscire dal monastero per assisterlo: lui le chiede di essere abbracciato, di essere tenuto per mano. Quando morirà, a Suor Jacques-Marie non fu permesso di andare al funerale. Avrebbe voluto avere almeno il corpo nella cappella, ma fu il Maestro che non volle, pensando che sarebbe stato accusato di essersi autocostruito un mausoleo per glorificarsi.

Io penso a Caterina. Caterina, santa Caterina la senese, mia conterranea. Domenicana anche lei, mistica, infermiera. Scrive Ceronetti. Come curava gli ammalati, la dolce Caterina? Caterina lavava e ungeva, tamponava, imboccava, purgava, vuotava orinali, frizionava. Forse, nella farmacia, qualche volta avrà pestato droghe. Quando le sue dita stringevano una mano, il fluido si spargeva nel corpo deformato dal male e raggiungeva quei punti segreti dell'essere che la medicina scientifica arriva a toccare, senza molta delicatezza, solo per caso. Compassionevole e pratica, ringoiava davanti a quelle miserie i suoi sbocchi di trascendente, e a chi sputava o perdeva il proprio sangue, o cuoceva nel suo coma, evitava d'impartire i comandamenti mistici dell'epistolario, "e bagnatevi di sangue" "e annegatevi nel sangue" "e saziatevi di sangue", perché non erano per tutti e c'è un tempo per ogni cosa. Ma sentendo qualche infermo più suo, un'anima non refrattaria, subito caterinizzabile, come quella di Niccolò Tuldo o di Neroccio Pagliaresi, allora era la cura d'infinito, la medicina impossibile somministrata da una persuasione angelica, invece di compresse e balsami l'imitazione del rito cruento della crocifissione tra gli stracci e i sacconi pisciosi. E poi, citando il medico-quindi-filosofo Gregorio Maranon: Nessuno dei rimedi nostri, poveri medici, ha il meraviglioso potere di una mano di donna che si posi su una fronte indolenzita. In quel decisivo momento, la scienza scompare; ed è sopra la donna, piena di mondo, che si appoggia l'angoscia di colui che va addentrandosi nella solitudine senza rive dell'aldilà. Matisse ha avuto in suor Jacques-Marie la sua Caterina, è l'ha ricompensata facendo fiorire nella sua casa un'infinita bellezza. Beato chi di noi avrà una Caterina, più gratuita e grande ancora, perché non sarà forse ricompensata da altrettanta fioritura di genio.  

Allora, siamo a messa. Pur indossando una casula gialla, bianca, verde e nera disegnata da Matisse, il prete non è tanto significativo. Il suo sermone della Fete-Dieu illustra come dalla civilizzazione cristiana nasca la dieta mediterranea, la più completa, come tutti sanno, dal punto di vista calorico, proteico, vitaminico. L'attenzione può disconnettersi senza sensi di colpa  Questo ci consente di farci pervadere, di farci massaggiare dai tre colori delle vetrate, così vivi, giallo verde e blu, di goderci la danza crocifissa del bimbo/bimba fra le braccia della Madre così sufficientemente buona da consegnarlo al Padre; e poi il solenne san Domenico senza volto, presenza apofatica del padre Couturier che ha posato per l'Artista.  La Via Crucis (paratattica, come direbbe lo scultore), non riusciamo a vederla bene, perché, dopo la fine della liturgia, le implacabili domenicane ci cacciano con uno zelo che neppure il cherubino con la spada fiammeggiante applicò sui progenitori quando li mandò via dal giardino. Lì per lì le detesto. Qui per qui, però, le comprendo e le ammiro. Vorrei che i fiorentini (su di loro il fuoco e la consumazione divina) avessero fatto lo stesso con la loro città. No: l'hanno venduta.

Nella piazza di Vence lo scultore rimane colpito da come un'opera del canadese Jim Ritchie - La Vencoise - "risolve una torsione", e gli vien voglia di disegnarla. Io - che non so cosa vuol dire risolvere una torsione se non che è certamente una cosa bella e grande - sono fiero di prestargli il mio taccuino di ricordi rosso, e la matita.

Domenica del Corpus Domini, secondo il calendario latino. Per la Chiesa d'oriente, Domenica della Samaritana, in cui si fa memoria del flirt - o come direbbe Matisse, del fleurt - tra Gesù e la donna al pozzo. Il pozzo è profondo e tu non hai neppure un secchio, da dove prendi dunque l'acqua  le dice lei, e lui le lancia sul volto i petali di rose delle parole sull'acqua viva che, bevuta, estinguerà la sete; il pozzo è profondo; poi la stuzzica sui suoi tanti mariti e su quello che adesso non lo è, ma la donna è teologa e tiene botta, figuriamoci, e lo seduce fino a fargli dire Io Sono, sono io che ti parlo, io l'acqua viva, io il Marito, lo Sposo, l'Atteso. Domenica della Samaritana e del Corpus Domini. Il giro di Casanis è il turno delle donne, delle spose, loro è la parola. Di quelle visibili ve ne sono due; contando le invisibili, moltitudine. Interrogano sapendo la risposta, forse piace loro vederci inciampare nelle parole e scivolare con supponenza e serietà sui concetti. Guarda il non-caso: si parla di eucarestia e di matrimonio. Domenica del Corpus Domini e della Samaritana. Il pozzo è profondo anche per noi, ma nessuno di noi è lo Sposo. Clown bianchi. Almeno fossimo Augusti, fools for Christ. Tace il musicista, e forse pensa che non abbiamo tanto praticato gli esercizi per volare.

Tempo di andare, lasciamo il mare alle spalle, risaliamo il Var e il corso della Roya verso il colle di Tenda. Il cielo si fa grigio. Ultima visione rapidissima di Saorge, village perché. Il musicista ci incanta con la narrazione di una parte della sua Bibbia: genealogie che si perdono oltre Ur dei Caldei e che giungono dall'altra parte del pianeta, su altre estreme frontiere occidentali, come se i suoi cromosomi fossero carichi di un peso di vita e di senso che ora esige di essere trasformato in musica e canto. Tief ist der Brunnen der Vergangenheit. Sollte man ihn nicht unergründlich nennen? Profondo è il pozzo del passato, non dovremmo dirlo insondabile? si chiede Thomas Mann all'inizio della Tetralogia di Giuseppe. Insondabile forse, eppure si trova di fronte la lealtà di un violino e di un cuore capace di ascolto.

Il viaggio è terminato. Una trentina di ore, ognuna di queste gravida di senso come un anno.

Wikipedia, Pastis, Etimologia:
De l'occitan pastís (« pâté, mélange ») ; plus avant, du latin populaire *pasticium, du latin pasta (« pâte ») ; il donne pastís en catalan et en occitan, pasticcio en italien et pastiche en français.
Le terme est attesté au début du XXe siècle sous les graphies pastisse et pastis pour désigner une situation confuse